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	<title>Stefano Giolo Scrittura Archivi |</title>
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		<title>Divulgazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Sep 2026 15:26:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Divulgazione]]></category>
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					<description><![CDATA[L'articolo Divulgazione proviene da Stefano Giolo.
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										<content:encoded><![CDATA[Vai a Divulgatore, formatore e fact-checkerDivulgazione Informatica e Pensiero CriticoSono da sempre un appassionato di ogni forma di divulgazione, e il blog rappresenta il mio spazio per condividere questa passione. Qui, sviluppo e propongo contenuti che spaziano dall&#039;uso consapevole della tecnologia, alle fake news, dall&#039;intelligenza artificiale, ma il tema principale che è emerso nel tempo è certamente l&#039;uso del pensiero critico. Mi piace approfondire argomenti complessi, renderli accessibili e stimolare la curiosità di chi legge.



Non mi fermo però agli aspetti tecnici: il blog è soprattutto un luogo di riflessione su temi etici, sociali e sull&#039;impatto del progresso tecnologico. Ogni articolo è un invito a esplorare nuovi punti di vista, attraverso un linguaggio semplice e diretto, spesso condito da un tocco di ironia. Coniugare divulgazione e praticità è ciò che mi spinge a creare contenuti che siano utili e allo stesso tempo capaci di ispirare.Vai a vedereIA e Social Istruzioni per l&#039;usoIA e Social: istruzioni per l’uso di Stefano Giolo, edito da Espress Edizioni, è molto più di un saggio tecnologico: è una guida pratica e umana per chi vuole riprendere il controllo della propria vita digitale.



Vai ai link per l&#039;acquisto



In un mondo dominato da algoritmi e intelligenze artificiali, questo libro nasce per offrire risposte chiare a chi si sente smarrito tra smartphone, social network e nuove tecnologie.



Una Prefazione speciale: il &quot;passaggio di testimone&quot; di Paolo Attivissimo



Il libro si apre con una prefazione firmata da Paolo Attivissimo, che accoglie il lettore con due parole rare nel mondo dell&#039;informatica: gioia e conforto.



Attivissimo esprime il suo entusiasmo nel ritrovare in queste pagine lo stesso approccio divulgativo che lui stesso ha promosso per decenni: uno stile garbato, privo di allarmismi e profondamente rispettoso del lettore. Nel testo, Paolo descrive il libro come una &quot;boccata d&#039;aria fresca&quot; e confessa il conforto nel vedere che i semi della sua divulgazione, piantati anni fa, hanno dato frutti così validi.



Il suo è un vero riconoscimento: la conferma che la &quot;fiaccola per illuminare il buio digitale&quot; è passata in buone mani.



Cosa troverai nel libro?



Il testo accompagna il lettore dietro le quinte della tecnologia quotidiana, svelando meccanismi spesso poco trasparenti ma spiegati in modo semplice e accessibile:



1. Intelligenza Artificiale: Oltre il mito




Cos’è davvero l’IA e come influenza le nostre giornate.



I meccanismi degli algoritmi che decidono cosa dobbiamo vedere.



Come riconoscere i rischi reali (bias, manipolazioni) senza cadere in inutili catastrofismi.




2. Social Network: Capire le regole del gioco




Il modello di business delle piattaforme: se è gratis, qual è il prezzo?



Privacy, gestione dei dati e come evitare truffe e fake news.



Netiquette e benessere: come abitare i social in modo più sano e consapevole.




Perché leggere questo libro?



Non è un manuale per esperti, ma una mappa per &quot;utenti smarriti&quot;. È pensato per chi vuole capire prima di giudicare: genitori, insegnanti, professionisti o semplici curiosi che non vogliono restare fermi a guardare la tecnologia che corre.



L&#039;obiettivo è fornire strumenti concreti per fare scelte sensate e indipendenti. Come sottolineato nella prefazione, il libro tratta i lettori come adulti capaci di orientarsi, a patto di avere tra le mani le informazioni giuste.



&quot;Capire la tecnologia non significa amarla o temerla. Significa smettere di subirla.&quot;







Lo trovate nella vostra libreria di fiducia e online qui:




Espress Edizioni (la casa editrice): https://short.staipa.it/4mbxh 



Librerie Coop: https://short.staipa.it/mcr62



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Libreria Cortina Milano: https://short.staipa.it/5u0l0



Feltrinelli: https://short.staipa.it/vav8t



IBS: https://short.staipa.it/wquds



Il Libraccio: https://short.staipa.it/fc4cy 



Libreria Universitaria: https://short.staipa.it/fnrr5



Unilibro: https://short.staipa.it/dqufe



Mondadori: https://short.staipa.it/a67yd



Amazon: https://short.staipa.it/zkrhp 




Cosa dicono del libro?Vai a vedereStaipa&#039;s BlogStaipa&#039;s Blog è uno spazio dove idee, tecnologia e creatività si incontrano per offrire contenuti originali e stimolanti. Condivido riflessioni e guide all&#039;uso consapevole delle tecnologie, al riconoscimento delle Fake News, e al Pensiero Critico, approfondisco temi come l&#039;Intelligenza Artificiale, la Sicurezza Informatica, le Nuove Tecnologie, il tutto con uno stile accessibile e ironico. Un luogo aperto al dialogo e alla sperimentazione, sempre volto a migliorare il rapporto con il digitale, senza mai perdere di vista il valore della riflessione.








Vai al Blog completo!Vai a vedereCanale YouTubeIl canale YouTube di Staipa è l’estensione video del blog, uno spazio dove idee, tecnologia e creatività prendono forma attraverso contenuti visivi chiari e coinvolgenti. Qui condivido spiegazioni, tutorial e riflessioni sull’uso consapevole delle tecnologie, sul riconoscimento delle Fake News e sul Pensiero Critico, con un approccio diretto, accessibile e spesso ironico. Video dedicati all’Intelligenza Artificiale, alla Sicurezza Informatica e alle Nuove Tecnologie diventano strumenti pratici per orientarsi meglio nel mondo digitale. Un luogo aperto al confronto, dove la curiosità incontra la voglia di sperimentare, per rendere la tecnologia più vicina e comprensibile a tutti.Vai a vedere




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		<title>Fuori orario</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Sep 2026 13:29:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Fuori orario, o meglio&#8230; Quello che faccio quando non spiego tecnologia Qui non vendo niente, racconto. Scrivo racconti e poesie, fotografo quello che incontro, suono e cammino, una volta fino a Santiago. Non sempre bene, ma sempre con grande convinzione. Se sei arrivato qui per un corso o una conferenza, torna ai servizi; se invece [&#8230;]
L'articolo Fuori orario proviene da Stefano Giolo.
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Fuori orario, o meglio&#8230;



Quello che faccio quando non spiego tecnologia



Qui non vendo niente, racconto. Scrivo racconti e poesie, fotografo quello che incontro, suono e cammino, una volta fino a Santiago. Non sempre bene, ma sempre con grande convinzione. Se sei arrivato qui per un corso o una conferenza, torna ai servizi; se invece hai tempo da perdere, sei nel posto giusto.  











Scrittura



Racconti, poesie e qualche libro che mi è piaciuto e che consiglio. La parte di me che scrive senza dover spiegare niente a nessuno.




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Fotografia



Paesaggi, dettagli e momenti che mi hanno fatto fermare. Non sono un fotografo, sono uno che si ferma spesso.




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Musica



Suono da sempre, da ancor prima di scrivere, per il piacere di farlo, non per il pubblico. Qui trovi quello che ne è uscito.




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Trekking



Sentieri, dislivelli e panini sul prato, spesso con percorsi adatti anche ai bambini. Con le informazioni pratiche per chi vuole rifarli.




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Santiago



Il racconto del mio Cammino di Santiago: le tappe, la fatica e quello che ci si porta a casa, oltre alle vesciche.




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		<title>IA e Social Istruzioni per l&#8217;uso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Jan 2026 11:46:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[IA e Social: istruzioni per l’uso di Stefano Giolo, edito da Espress Edizioni, è molto più di un saggio tecnologico: è una guida pratica e umana per chi vuole riprendere il controllo della propria vita digitale. Vai ai link per l&#8217;acquisto In un mondo dominato da algoritmi e intelligenze artificiali, questo libro nasce per offrire [&#8230;]
L'articolo IA e Social Istruzioni per l&#8217;uso proviene da Stefano Giolo.
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IA e Social: istruzioni per l’uso di Stefano Giolo, edito da Espress Edizioni, è molto più di un saggio tecnologico: è una guida pratica e umana per chi vuole riprendere il controllo della propria vita digitale.



Vai ai link per l&#8217;acquisto



In un mondo dominato da algoritmi e intelligenze artificiali, questo libro nasce per offrire risposte chiare a chi si sente smarrito tra smartphone, social network e nuove tecnologie.



Una Prefazione speciale: il &#8220;passaggio di testimone&#8221; di Paolo Attivissimo



Il libro si apre con una prefazione firmata da Paolo Attivissimo, che accoglie il lettore con due parole rare nel mondo dell&#8217;informatica: gioia e conforto.



Attivissimo esprime il suo entusiasmo nel ritrovare in queste pagine lo stesso approccio divulgativo che lui stesso ha promosso per decenni: uno stile garbato, privo di allarmismi e profondamente rispettoso del lettore. Nel testo, Paolo descrive il libro come una &#8220;boccata d&#8217;aria fresca&#8221; e confessa il conforto nel vedere che i semi della sua divulgazione, piantati anni fa, hanno dato frutti così validi.



Il suo è un vero riconoscimento: la conferma che la &#8220;fiaccola per illuminare il buio digitale&#8221; è passata in buone mani.



Cosa troverai nel libro?



Il testo accompagna il lettore dietro le quinte della tecnologia quotidiana, svelando meccanismi spesso poco trasparenti ma spiegati in modo semplice e accessibile:



1. Intelligenza Artificiale: Oltre il mito




Cos’è davvero l’IA e come influenza le nostre giornate.



I meccanismi degli algoritmi che decidono cosa dobbiamo vedere.



Come riconoscere i rischi reali (bias, manipolazioni) senza cadere in inutili catastrofismi.




2. Social Network: Capire le regole del gioco




Il modello di business delle piattaforme: se è gratis, qual è il prezzo?



Privacy, gestione dei dati e come evitare truffe e fake news.



Netiquette e benessere: come abitare i social in modo più sano e consapevole.




Perché leggere questo libro?



Non è un manuale per esperti, ma una mappa per &#8220;utenti smarriti&#8221;. È pensato per chi vuole capire prima di giudicare: genitori, insegnanti, professionisti o semplici curiosi che non vogliono restare fermi a guardare la tecnologia che corre.



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&#8220;Capire la tecnologia non significa amarla o temerla. Significa smettere di subirla.&#8221;



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      Il mio nuovo libro: IA e Social, istruzioni per l&#039;usoVedi su YouTube



Lo trovate nella vostra libreria di fiducia e online qui:




Espress Edizioni (la casa editrice): https://short.staipa.it/4mbxh 



Librerie Coop: https://short.staipa.it/mcr62



Hoepli: https://short.staipa.it/bdm8z 



Libreria Cortina Milano: https://short.staipa.it/5u0l0



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Il Libraccio: https://short.staipa.it/fc4cy 



Libreria Universitaria: https://short.staipa.it/fnrr5



Unilibro: https://short.staipa.it/dqufe



Mondadori: https://short.staipa.it/a67yd



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Cosa dicono del libro?


La Stampa consiglia il mio libro “Ia e Social, Istruzioni per l’uso”di Stefano Giolo - 20 Ottobre 2026La Stampa consiglia “IA e Social Istruzioni per l’uso” in un articolo, lo trovate qua!

Vai all'articolo originaleDario Bressanini parla del mio librodi Stefano Giolo - 15 Luglio 2026Dario Bressanini parla del mio libro “Ia e Social Istruzioni per l’uso” in un reel Instagram, lo trovate&nbsp;qua!

Vai all'articolo originaleIntelligenza artificiale e social network con Fracesco Quadraro di @Civico48di Stefano Giolo - 10 Maggio 2026Era un po&#8217; che non facevo una collaborazione ma eccomi qua con una intervista sul canale YouTube @Civico48, con Francesco Quadraro, che ho conosciuto per le sue collaborazioni con il canale @SapiensSapiensChannel, si parla del mio libro ma si parla anche a ruota libera di Intelligenza Artificiale, di Social e dell&#8217;impatto che hanno sulla società, con rischi reali e meno reali.





Voi fare una domanda per uno dei prossimi articoli? Falla qui!

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Qui puoi trovare tutte le domande semplici: https://short.staipa.it/ledomandesempliciVai all'articolo originaleRuggero Rollini parla del mio librodi Stefano Giolo - 14 Aprile 2026Ruggero Rollini parla del mio libro &#8220;Ia e Social Istruzioni per l&#8217;uso&#8221; in una Storia Instagram, purtroppo non è possibile fare l&#8217;embed di una storia nel sito ma la trovate qua!

Vai all'articolo originaleIA e Social Istruzioni per l’Uso, articoletto su l’Arena di Veronadi Stefano Giolo - 27 Marzo 2026C&#8217;è un sottile paradosso nel leggere di algoritmi e futuro digitale sulle pagine ruvide di un quotidiano cartaceo. È un ritorno alla concretezza che ci ricorda quanto sia necessario fermarsi a riflettere prima di cliccare. Giovedì 26 marzo 2026, a pagina 27 de L&#8217;Arena (sezione Villafranchese/Povegliano), è uscito un approfondimento dedicato al mio lavoro di divulgazione e al volume &#8220;Social e IA: Istruzioni per l’uso&#8221;.

L&#8217;articolo mette a nudo la necessità di un&#8217;igiene digitale che superi il marketing della &#8220;macchina che pensa&#8221;. Non stiamo parlando di magia, ma di sistemi statistici che analizzano dati e prevedono comportamenti. Smontare l&#8217;hype tecnologico non significa rifiutare il progresso, ma smettere di esserne utenti passivi per diventarne gestori consapevoli.

Vai all'articolo originale“IA e social, istruzioni per l’uso”, su Telenuovodi Stefano Giolo - 10 Marzo 2026Ecco una piccola presentazione del mio libro &#8220;IA e social, istruzioni per l&#8217;uso&#8221; su Telenuovo, con intervista incorporata, grazie alla gentilezza di Laura Peloso.


  
    
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		<title>Libri consigliati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Jun 2025 12:51:55 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[Trovo la&#160;televisione&#160;molto educativa: appena qualcuno l&#8217;accende vado in un altra stanza a&#160;leggere&#160;un&#160;libro. Groucho Marx Libri che mi incuriosiscono, che mi fanno pensare, che mi aiutano a capire meglio il mondo.In questa raccolta troverai soprattutto saggi e saggi divulgativi, letture che uniscono rigore e chiarezza, passione e metodo, idee e domande. Sono libri che mi hanno [&#8230;]
L'articolo Libri consigliati proviene da Stefano Giolo.
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Trovo la&nbsp;televisione&nbsp;molto educativa: appena qualcuno l&#8217;accende vado in un altra stanza a&nbsp;leggere&nbsp;un&nbsp;libro.
Groucho Marx


Vai a Progetti di Scrittura



Libri che mi incuriosiscono, che mi fanno pensare, che mi aiutano a capire meglio il mondo.In questa raccolta troverai soprattutto saggi e saggi divulgativi, letture che uniscono rigore e chiarezza, passione e metodo, idee e domande. Sono libri che mi hanno lasciato qualcosa, e che penso valga la pena raccontare.Se ti piacciono la conoscenza, la curiosità, il pensiero critico e quella sensazione meravigliosa che ti lascia un libro ben scritto, forse qui troverai qualche spunto per la tua prossima lettura.


Ritorno sulla Luna. Dal sogno dell’Apollo alla sfida di Artemis, di Paolo Attivissimodi Stefano Giolo - 23 Aprile 2026Ho iniziato questo libro con una curiosità molto concreta: capire davvero perché ci abbiamo messo così tanto a tornare sulla Luna. È una domanda che ogni tanto torna, soprattutto oggi che si parla di Artemis, e che spesso viene liquidata con spiegazioni troppo semplici. Qui invece la risposta arriva, ma richiede tempo, perché è fatta di tanti elementi che si incastrano tra loro.

La cosa che mi ha colpito di più è proprio questa: non esiste una spiegazione unica. Tecnica, politica ed economia si intrecciano continuamente, e leggendo diventa evidente che il problema non è mai stato semplicemente “non volerci tornare”. Tornarci è difficile, costoso e, soprattutto, ha significati diversi a seconda del momento storico.

Il libro parte dall’Apollo, ma non si ferma lì. Allarga lo sguardo, racconta cosa è successo dopo, cosa hanno fatto — o provato a fare — le altre nazioni, e come si è arrivati alla situazione attuale. Questo è uno degli aspetti che ho apprezzato di più: non è un racconto nostalgico, ma una ricostruzione che dà profondità.

Poi c’è il livello di dettaglio. È alto, a tratti molto alto. Si entra nei razzi, nelle navicelle, nelle architetture delle missioni, nei compromessi progettuali. È chiaramente un libro che non ha paura di essere un po’ “da nerd”, ma nel senso positivo: più si va avanti, più cresce la voglia di capire.

Ed è proprio qui che il dettaglio trova senso. Non è mai fine a sé stesso: serve a far capire che non stiamo parlando di un’impresa semplice rimandata nel tempo, ma di un sistema complesso fatto di vincoli reali, di risorse limitate e di scelte che spesso nascono fuori dall’ingegneria.

C’è un momento, mentre leggevo, in cui mi sono accorto che stavo cambiando modo di guardare la questione: non più una linea spezzata tra Apollo e oggi, ma una continuità fatta di tentativi, pause e ripartenze. Ed è una differenza sottile, ma importante, perché sposta il discorso da “perché abbiamo smesso” a “perché è così difficile continuare”.

Quello che mi porto a casa è proprio questo cambio di prospettiva. Capire quanto sia complesso tornare sulla Luna aiuta a dare più valore non solo a quello che è stato fatto, ma anche a quello che si sta provando a costruire oggi.

A me è piaciuto molto. È un libro che non cerca effetti speciali, ma che riesce comunque ad accendere la curiosità. E, alla fine, forse è proprio questo il segnale migliore: quando chiudi l’ultima pagina, non hai l’impressione di aver “finito” un argomento, ma di aver finalmente iniziato a capirlo.Vai all'articolo originaleVertigine, di Beatrice Mautinodi Stefano Giolo - 11 Marzo 2026Non è il classico saggio di divulgazione che parte da un concetto e poi lo dimostra. Qui si comincia da una storia: la vertigine vera di chi si trova davanti a una malattia rara, con paura, frustrazione e poche strade chiare. Mautino ci mette accanto alle persone, poi apre gli strumenti: come si decide una terapia, quali prove servono, perché il percorso è lento e perché, quando si salta il metodo, si finisce spesso nel baratro delle promesse miracolose.

La parte migliore è l’intreccio umano + scientifico. Si vede la fragilità di chi cerca una cura ovunque — ed è comprensibile — e insieme il lavoro che distingue ipotesi, dati, prove. Non un sermone, ma una mappa: tempi clinici e regolatori, limiti delle evidenze, perché alcune terapie non passano l’esame e altre sì. Ne esce un’alfabetizzazione gentile: riconoscere i segnali di affidabilità quando tutto spinge verso scorciatoie.

Il terreno scivoloso lo conosciamo. Il libro richiama casi che in Italia abbiamo già visto: il metodo Stamina, presentato come terapia a base di staminali e poi fermato perché privo di basi scientifiche; e la cura Di Bella, messa alla prova in studi controllati e risultata inefficace. Non come elenco di errori, ma come lezioni di metodo: cosa chiedere alle prove, come difendersi quando la promessa è più forte dei dati.

C’è anche un capitolo emblematico sull’osteopatia: una disciplina priva di basi scientifiche solide che spesso prende credito in prestito da pratiche che non le appartengono (fisioterapia, riabilitazione neuromuscolare). Il libro mostra perché questo accade e perché, pur essendo regolamentata, la regolazione non sostituisce le prove di efficacia.

Poi c’è il Servizio Sanitario Nazionale. Con tutti i difetti, resta l’infrastruttura che regge: le crisi lo mettono alla prova, ma controlli, sperimentazioni e smentite pubbliche sono i suoi anticorpi. Il libro non nasconde ritardi e limiti, e proprio per questo invita a sostenerlo e migliorarlo dall’interno, invece di trattarlo da antagonista.

In positivo, c’è spazio anche per le cure avanzate che la ricerca sta rendendo possibili: percorsi complessi ma reali, fino alle terapie geniche per alcune patologie rare. Non promesse, ma risultati che arrivano da anni di studi, protocolli e verifiche; la prova concreta che il metodo, quando funziona, porta più lontano delle scorciatoie.

Stilisticamente è Mautino al meglio: voce raffinata, chiara, delicata, ma graffiante quando serve. Si legge facile, senza essere leggero: pagina dopo pagina rimette in ordine parole, processi, responsabilità. A me è piaciuto molto: mi ha ricordato quanto sia umano cercare appigli ovunque quando stiamo male — e quanto sia prezioso avere strumenti per distinguere tra aiuto reale e fumo.

In fondo Vertigine è un inno alla scienza che parte dalla sfiducia e dalla fatica: non per zittire le domande, ma per ricostruire la fiducia con metodi, prove e cura delle persone. Utile a chi ha vissuto o accompagnato percorsi difficili di salute, e a chi vuole capire perché crederci — e lottare per tenerlo in salute — ha senso.Vai all'articolo originalePerché sogniamo – Antonio Zadra, Robert Stickgolddi Stefano Giolo - 18 Febbraio 2026Un libro sui sogni che decide di non giocare con il mistero, ma di prendere sul serio le domande e provare a spiegare. Perché sogniamo parte con passo narrativo, ma non si perde: usa le storie per portarci dentro il metodo. Non chiede di credere, chiede di seguire il ragionamento.

La cosa che convince di più è il come lo sappiamo che accompagna ogni che cosa sappiamo. Storia della ricerca, dati sperimentali, ipotesi in competizione: gli autori mettono in fila le evidenze, chiariscono cosa regge e cosa no, e spiegano perché alcune domande restano aperte. Freud compare come tappa storica, non come chiave universale, anzi viene spesso analizzato in maniera critica per capire cosa di quello che diceva sia ancora considerato valido e cosa no; il focus è sulle neuroscienze del sonno, sulle fasi (REM e non‑REM) e su ciò che i sogni fanno ai processi cognitivi ed emotivi.

Il cuore del libro è l’idea che i sogni servano. Non messaggi cifrati, ma un lavoro del cervello su memoria, emozioni e creatività. La proposta teorica degli autori — il sogno come esplorazione di connessioni deboli e possibilità latenti — aiuta a capire perché sogniamo cose strane, perché gli incubi insistono e perché, a volte, una soluzione “salta fuori” dopo una notte di sonno.

Incubi, sogni lucidi e disturbi del sonno non sono parentesi curiose: diventano casi di studio per vedere il metodo all’opera. Cosa cambia nel cervello, cosa possiamo misurare, cosa resta ipotesi. È un approccio che riduce il folklore senza impoverire il racconto.

La scrittura tiene insieme rigore e accessibilità. È un libro leggibile, ma non leggero: richiede attenzione, restituita però con chiarezza. Si impara a distinguere correlazione e causalità, a pesare una teoria rispetto a un’altra, a convivere con risultati che non dicono tutti la stessa cosa.

A me ha convinto molto. Ha rimesso ordine in un tema affollato di semplificazioni e mi ha dato strumenti per parlare di sogni senza scivolare né nel misticismo né nel riduzionismo. È uno di quei testi che, una volta chiusi, cambiano il modo di leggere ciò che sappiamo (e non sappiamo) sul cervello che dorme.

Consigliato a chi è curioso di capire cosa succede quando spegniamo la luce, a chi ama la divulgazione che non urla e a chi vuole un esempio di scienza raccontata con rispetto per i dati e per l’intelligenza del lettore.

Il libro è edito da Espress Edizioni (https://www.espress.it/), una piccola casa editrice che sforna, secondo me, dei piccoli capolavori di divulgazione scientifica.Vai all'articolo originaleDibattito tra Islam e Ateismo.di Stefano Giolo - 17 Dicembre 2025Dopo la lettura di Padre Kayn vs Don Ambrogio — di cui avevo scritto una recensione qui: short.staipa.it/ok730 — ero incuriosito dal prosieguo della collana, ma non particolarmente da questo titolo sull’Islam. Da ex cattolico mi sentivo più chiamato in causa dal primo. Proprio per questo è stata una lettura utile. E, rispetto a Padre Kayn vs Don Ambrogio, ho trovato diversi miglioramenti concreti.

L’incontro questa volta è tra l’imam Saifeddine Maaroufi e Cane Nero. Saifeddine Maaroufi è un imam attivo nel dialogo interreligioso in Italia; nel libro porta un approccio teologico‑giuridico con riferimenti a testi e tradizione, ma anche un’attenzione pratica alle ricadute etiche. Nato a Tunisi, ha studiato Medicina e teologia islamica (scuola malikita, Zaytuna); dal 2011 vive in Italia, dove è imam a Lecce dal 2012, laureato in Sociologia (Università del Salento) e con un master a Padova. È impegnato in progetti sociali, prevenzione della violenza di genere e mediazione culturale. Cane Nero è una divulgatrice laica e creatrice di contenuti nota online con questo pseudonimo; qui struttura domande e risposte dal punto di vista non teistico, con attenzione a metodo, evidenza e linguaggio. È la voce del canale YouTube “L’Islam spiegato da un cane” (dal 2023). La scelta del nome richiama il tabù tradizionale sul “cane nero” in alcune fonti islamiche: una provocazione per dare spazio a ciò che spesso viene messo ai margini, con attenzione alle condizioni di donne, apostati e minoranze sessuali nelle comunità musulmane.

Come avevo notato nel volume su cristianesimo–ateismo, la struttura conta. Qui il salto di qualità rispetto al titolo precedente è chiaro: trenta domande totali, distribuite in modo paritario. Dieci provocazioni dell’imam Saifeddine Maaroufi a cui risponde prima Cane Nero e poi replica Saifeddine Maaroufi; dieci provocazioni di Cane Nero con risposta iniziale di Saifeddine Maaroufi e controreplica dell’atea; dieci quesiti della casa editrice posti a entrambi. Questo ritmo simmetrico evita monologhi e consente di vedere le curiosità reciproche: cosa interessa davvero all’atea dell’esperienza di un musulmano praticante, e viceversa. Nel precedente invece non era chiaro chi fosse a fare le domande e questo rendeva il dibattito e gli intenti del progetto leggermente meno immediati per il lettore.

Il tono resta misurato e la cornice è paritaria. Ci sono temi che di solito accendono gli animi, ma qui si lavora per chiarire termini e premesse prima di contestare le conclusioni. Quando i due non concordano, è chiaro su cosa e perché, senza scivolare nella gara di slogan. Per chi, come me, non ha un bagaglio solido sull’Islam, questo impianto riduce al minimo i “salti logici” e rende il confronto leggibile.

Come nel libro precedente c’è il supporto dei materiali multimediali, anche se mancano le bellissime vignette del precedente. I&nbsp;video di approfondimento che si affiancano ai capitoli non spezzano: aggiungono contesto, esempi, toni. È come avere una nota a margine che respira.

Su origine e senso della vita, aldilà e vita, il gioco è pulito e abbastanza prevedibile, del resto sono temi che non si potevano evitare: Saifeddine Maaroufi presenta argomenti teologici sulla creazione e sul senso dell’esistenza; Cane Nero porta il punto di vista scientifico sull’origine dell’universo e della vita, distinguendo tra le domande del «perché» e quelle del «come». Immagino che risultino decisamente più interessanti per chi diversamente da me non ha opinioni pregresse o ha un interesse particolare sulle posizioni nell&#8217;Islam.

Quando toccano morale e legge divina, le cose si fanno più interessanti: si mettono a confronto cornici religiose (Sharia intesa come riferimento giuridico‑etico) e prospettive etiche secolari. Il punto non è stabilire chi “vince”, ma su quali basi si giustificano le norme e quali effetti pratici producono. La simmetria dello spazio aiuta: obiezioni e chiarimenti procedono per turni, senza sovrapporsi.

Insieme alle altre questioni controverse (schiavitù nella storia, diritti delle persone LGBTQ+, rapporto tra religione e violenza) sono per me il succo interessante del libro. Utile anche a chi di Islam non vuole sapere più di tanto ma vuole capire cosa sta succedendo nel mondo. Vengono affrontate con un metodo dichiarato: contesto delle fonti, distinzione tra testo, interpretazioni e prassi, e richiesta di coerenza tra principi ed esempi. Il formato speculare costringe entrambi a chiarire criteri e limiti, non solo a rilevare quelli altrui e il risultato è far comprendere meglio al lettore la provenienza di alcuni pregiudizi e farsi un’opinione su quanto e cosa possa esserci di realistico o meno in essi.

Infine, fede e ragione: rivelazione ed evidenza empirica sono presentate come ambiti con linguaggi diversi e confini esplicitati. Quanto all’Islam oggi, si ragiona su percezioni pubbliche, paure e diffidenze reciproche (islamofobia e sospetto verso l’ateismo), mantenendo una cornice civile e leggibile anche per chi parte da zero.

Il libro, al netto delle differenze di opinioni — ovviamente — non risolte tra i due autori, funziona perché mette sul tavolo le domande giuste e le fa arrivare a entrambi, con lo stesso spazio e lo stesso obbligo di risposta. Non è un dibattito che cerca il KO; è un confronto che prova a capire dove stanno davvero i punti di frizione — e dove, invece, c’è solo un equivoco di linguaggio. Rispetto al precedente, la griglia speculare aiuta a individuare i nodi senza dispersioni, riduce gli sbilanciamenti che avevo notato in Padre Kayn vs Don Ambrogio ed è meno un “vs” e più un dialogo.

Che cosa resta: la sensazione di una collana in crescita. La parità di schema, le risposte speculari, l’editing più pulito e i video fanno pensare a un progetto che impara dai propri titoli. Mi ha acceso la curiosità per la prossima uscita, anche qualora trattassero temi che — sulla carta — mi emozionano meno.

Qui il link per acquistare il libro (comunque disponibile nelle librerie e nei principali store online): https://www.lcieditore.it/catalogo/dibattito-tra-islam-e-ateismoVai all'articolo originaleNeanderthal, l’altra umanità: Storie e luoghi, in Italia e non solo – di Franco Caponedi Stefano Giolo - 1 Ottobre 2025Attrazione, amore, sesso: La parola alla scienza&nbsp; – di Simon LeVay

Ho chiuso questo libro con la sensazione di essere entrato in una grotta con idee scolastiche e di essere uscito con mappe migliori. Qui la preistoria non è una cartolina: è lavoro sul campo. Prima le domande, poi gli indizi, infine le ipotesi messe alla prova.

La cosa più riuscita è il come lo sappiamo che accompagna ogni che cosa sappiamo: stratigrafie, datazioni, microtracce, DNA antico. Non è un elenco per addetti ai lavori, ma strumenti spiegati con calma: abbastanza per capire dove finisce il fatto e dove comincia la ricostruzione.

Il libro si muove tra storie e luoghi in Italia e non solo: grotte, terrazzi fluviali, musei che diventano stazioni di un percorso. C’è anche un’appendice per regioni con i siti neandertaliani visitabili: utile per trasformare la curiosità in visita reale.

La vita quotidiana emerge per accumulo: fuochi, strumenti su scheggia, tracce di dieta e di cura. Non l’aneddoto brillante, ma la convergenza di evidenze che restringe le possibilità e costringe a mettere da parte gli stereotipi. Neanderthal torna parente, non caricatura.

Piace l’idea di fare spazio a voci di chi ricerca: conversazioni misurate, che raccontano metodo e tentativi. Tra le voci: Donald Johanson (Lucy, Australopithecus afarensis, 1974), Jane Goodall (scimpanzé di Gombe), Marco Peresani (paleoantropologo, ricerche sui Neanderthal in Italia), Francesco D’Errico (paleoantropologo, prime tracce di simboli e ornamenti), e la dinastia Leakey (pionieri delle scoperte di Olduvai). La prefazione di Francesco Remotti mette in cornice l’operazione con lo sguardo dell’antropologo.

Nel finale c’è un confronto che resta addosso: Neanderthal e Sapiens davanti alla stessa scena, nello stesso periodo: un confronto alla pari. Il punto è il metodo e l’impronta sul territorio, non un processo al presente. Non è il solito dito puntato: è un invito a misurare impatti e ritmi, a chiederci cosa possiamo imparare da chi ha abitato senza stravolgere. È un messaggio positivo, senza moralismi: si migliora partendo dai dati.

Che cosa resta: il gusto di controllare le fonti, la voglia di andare a vedere i luoghi e un lessico più preciso con cui parlare di evoluzione umana senza cadere nei luoghi comuni. A me ha cambiato prospettiva: ha sciolto vecchi dubbi e ne ha accesi di nuovi, migliori.

Il libro è edito da Espress Edizioni (https://www.espress.it/). Cura editoriale alta, attenzione ai dettagli: si vede pagina dopo pagina. E sì, su questa collana credo tornerò presto.Vai all'articolo originaleAttrazione, amore, sesso – di Simon LeVaydi Stefano Giolo - 27 Agosto 2025Attrazione, amore, sesso: La parola alla scienza&nbsp; – di Simon LeVay

Che sollievo quando un libro su sesso, amore e identità smette di urlare e inizia a spiegare. LeVay entra con voce bassa e ferma: biologia e psicologia dialogano senza crociate, gli studi sono citati con misura, le ipotesi alternative vengono messe in fila e pesate. Non chiede fiducia: fornisce strumenti per valutarla.

L’introduzione è una bussola. Spiega cos’è una review, perché una meta-analisi pesa più di un singolo lavoro, come non confondere correlazione e causalità, cosa significa “effetto piccolo” e perché i campioni contano. Capisci subito che non è l’ennesimo saggio di opinioni: c’è metodo.

Alla domanda “perché facciamo sesso?” non cerca scorciatoie. Piacere, legame, riduzione dello stress, riproduzione: cause diverse, su tempi diversi, che a volte si sommano e a volte si frenano. Non serve scegliere una religione; serve tenerle insieme.

Su attrazione ed eccitazione il testo è chiaro. I segnali del corpo contano, ma contano anche apprendimento, aspettative e contesto. Il dual control model (eccitazione e inibizione) spiega perché la stessa persona può reagire in modo diverso in base a novità, significato e sicurezza. Niente “trucchi”, niente ricette: capire i meccanismi è già metà del lavoro.

Sull’orientamento sessuale usa un equilibrio raro. Genetica, ormoni prenatali, sviluppo e ambiente hanno pesi diversi per persone diverse. La distinzione fra orientamento, identità e comportamento è netta. Nessun determinismo, nessun “è tutto cultura”: un quadro probabilistico che mette ordine senza pretendere di chiudere il discorso.

Nei capitoli dedicati alla pratica sessuale, alle relazioni e all’amore, l’approccio resta concreto. Ormoni e attaccamento aiutano a capire fasi e tendenze (innamoramento, legame, rottura), ma la qualità di una relazione vive in competenze che si imparano: comunicare, negoziare, prendersi cura. La biologia predispone; non destina.

Tratta anche temi deli delicati come parafilie e pedofilia, e sono trattati senza sensazionalismi. Definizioni chiare, criteri clinici, distinzione fra condizione, rischio e reato. L’attenzione è sulla prevenzione e sulla tutela, non sulle etichette urlate.

Parla anche su porno e di stupro e il quadro resta aderente ai dati. Sul porno gli effetti variano per quantità, contesto e persona; la letteratura è mista su aspetti positivi e negativi del suo utilizzo e viene presentata per quello che è. Sullo stupro la lettura è multifattoriale: norme sociali, disuguaglianze, psicologia individuale e, al centro, il consenso. Poche frasi fatte, molti dati.

La cosa migliore è ciò che rimane in testa: un modo di leggere. Come pesare una review, quando fidarsi di un grafico, come convivere con risultati che non dicono tutti la stessa cosa e scegliere comunque l’interpretazione più probabile. È una palestra contro il bias di conferma, e probabilmente è il motivo per cui questo libro funziona.

A me ha convinto moltissimo. Ha chiarito dubbi vecchi e —cosa ancora più preziosa— ha risposto a domande che non sapevo di avere. È uno di quei testi che ti costringono ad aggiustare linguaggio e prospettiva: dopo stai più attento alle parole e a cosa ci metti dentro. Penso sarebbe utile a molte persone, soprattutto quando si parla di genere, orientamento sessuale e temi vicini: offre cornici chiare e parole con significati precisi, aiuta a discutere senza pregiudizi e senza fare la figura di chi “crede di sapere” ma finisce per offendere chi certe realtà le vive sulla propria pelle. Se vi occupate di educazione, comunicazione, genitorialità, o semplicemente volete capirne di più, mettetelo in cima alla lista.

Il libro è edito da Espress Edizioni (https://www.espress.it/), una piccola casa editrice che sta diventando in fretta la mia preferita, almeno per quanto riguarda la divulgazione scientifica. A breve credo che arriveranno altre recensioni dei loro libri.Vai all'articolo originaleL’era della dopamina – di Anna Lembkedi Stefano Giolo - 6 Agosto 2025L’era della dopamina &#8211; Come mantenere l’equilibrio nella società del “tutto e subito” &#8211; di Anna Lembke

In un momento storico in cui tutto sembra progettato per attirarci, distrarci e tenerci agganciati, L&#8217;era della dopamina è un libro che arriva con la precisione di una diagnosi e la lucidità di un&#8217;analisi ben documentata. Anna Lembke, psichiatra e docente a Stanford, affronta il tema della dipendenza non solo in senso clinico, ma come condizione quasi strutturale del nostro tempo.

Il testo è scritto con chiarezza e misura, scorrevole ma mai banale. Il linguaggio è accessibile, eppure ricco di riferimenti scientifici e clinici. Lembke alterna esperienze personali e professionali, casi clinici reali, aneddoti significativi e dati di ricerca, riuscendo a mantenere un perfetto equilibrio tra profondità e leggibilità.

Una riflessione razionale sul piacere e sull&#8217;eccesso

Al centro del libro c&#8217;è il concetto di dopamina come molecola del desiderio, e non tanto della gratificazione. L&#8217;autrice ci invita a ripensare la relazione tra piacere e dolore, mostrando come spesso l&#8217;accumulo di stimoli gratificanti porti, paradossalmente, a una riduzione della nostra capacità di provare piacere. Un effetto di bilancia neurologica che viene esposto con chiarezza e rigore.

Lembke non si limita a denunciare un problema: propone strategie, suggerisce percorsi di disintossicazione (anche da attività quotidiane insospettabili), invita a una riflessione etica e sociale sul ruolo che la gratificazione immediata gioca nelle nostre vite, nelle nostre scelte, nei nostri automatismi.

Uno sguardo lucido e senza moralismi

Ciò che colpisce è il tono: mai giudicante, mai paternalistico. Lembke non offre soluzioni semplici, né si erge a maestra di vita. Al contrario, ammette i propri errori, racconta con onestà episodi di vulnerabilità e di consapevolezza tardiva. Questa dimensione personale rende il libro ancora più efficace, più umano, più vicino.

Un libro che lascia segni e domande

Ho letto questo libro inizialmente per documentarmi per una parte del progetto in arrivo (short.staipa.it/647r3), ma ne sono stato completamente rapito, è stato uno di quei rari testi che riescono a informare senza indottrinare, a smuovere riflessioni senza semplificare.

L&#8217;era della dopamina non è solo un libro sulla dipendenza, è un libro sull&#8217;autocoscienza. Ci interroga, con gentilezza e fermezza, sul nostro modo di cercare piacere, conforto, evasione. E lo fa con gli strumenti della scienza, ma anche con quelli della narrazione e dell&#8217;empatia.

Consigliato a chi sente di vivere sempre un po&#8217; al limite tra produttività e burnout, tra noia e sovrastimolazione, tra controllo e impulso. E a chi ha voglia di fermarsi, almeno per un po&#8217;, a riflettere su ciò che davvero ci fa bene.

C&#8217;è un altro motivo per cui provo grande stima e ammirazione per Anna Lembke, e ha a che fare con il progetto a cui sto lavorando. Ne parlerò più avanti in caso, non c&#8217;è fretta. Vai all'articolo originaleItaliani veri – Giacomo Moro Maurettodi Stefano Giolo - 25 Giugno 2025Italiani veri- Storia evolutiva e genetica del nostro Paese – di Giacomo Moro Mauretto

Esistono libri che provano a raccontare l’evoluzione umana, altri che si concentrano sulla genetica moderna, e altri ancora che cercano di spiegare l’identità italiana da un punto di vista storico. Poi c’è questo libro, che fa tutte e tre le cose insieme, ma con equilibrio, chiarezza e – soprattutto – onestà intellettuale.

Giacomo Moro Mauretto, volto noto della divulgazione scientifica su YouTube grazie al suo canale Entropy for Life, porta in queste pagine lo stesso stile che lo contraddistingue nei video: preciso, diretto, mai pedante. Chi lo conosce già ritroverà quella sua capacità di parlare con rigore senza prendersi troppo sul serio, di spiegare concetti complessi mantenendo un tono umano, a tratti ironico, ma sempre misurato.

Un viaggio dentro la nostra storia biologica

Il punto di partenza è semplice: esiste davvero qualcosa come “gli italiani”?

E da qui parte un percorso che attraversa 40.000 anni di migrazioni, contaminazioni, incontri e scontri. Il libro ci racconta come la penisola italiana sia stata, da sempre, un crocevia: Homo sapiens provenienti da est, mescolati con i Neanderthal già presenti; agricoltori neolitici che hanno portato nuovi geni e nuove tecnologie; popoli dell’età del bronzo, invasori, coloni greci, etruschi, romani, barbari, arabi, normanni… e l’elenco potrebbe continuare ancora a lungo.

Non si tratta però di una semplice cronistoria di eventi: ogni passaggio è supportato da dati genetici reali, con riferimenti agli studi più recenti, spiegati con grande attenzione. L’autore mostra, passo dopo passo, come le moderne tecniche di analisi del DNA abbiano permesso di riscrivere (o almeno rivedere) molti dei miti sulle origini dei popoli.

Divulgazione sì, ma con metodo

Una delle qualità più apprezzabili del libro è proprio il modo in cui spiega la scienza. Non si limita a riportare risultati, ma ci porta dentro il laboratorio: ci racconta come funziona una PCR, cosa si intende per DNA antico, come si classificano gli aplogruppi, quali sono i margini di errore, come si interpretano (e come non si devono interpretare) certi dati.

È divulgazione scientifica nel senso più nobile: non un compendio semplificato, ma una guida alla comprensione dei metodi, dei limiti e delle potenzialità della scienza contemporanea. In un’epoca in cui anche i dati più solidi vengono piegati per confermare ideologie o credenze personali, Moro Mauretto fa qualcosa di raro: spiega come si costruisce una verità scientifica, con tutte le cautele del caso.

Un antidoto contro la propaganda

Ed è proprio qui che il libro dà il meglio di sé. Perché pur non essendo un saggio politico, Italiani veri ha un valore profondamente politico. Non fa proclami, ma mostra con semplicità e rigore che il concetto di “razza pura” è un’invenzione senza fondamento. I dati genetici ci raccontano una realtà molto diversa da quella propagandata da chi vorrebbe una nazione “etnicamente omogenea”.

L’autore non si lancia in crociate, non urla, non attacca: semplicemente espone i fatti. E lo fa con la calma di chi sa che non serve alzare la voce quando si hanno buoni argomenti. È proprio questa sobrietà a rendere il libro ancora più potente: chi ha tendenze razziste o populiste potrebbe trovarsi spiazzato, non da una polemica frontale, ma da una serie di verità semplici, limpide e inoppugnabili.

Un libro per chi vuole capire, non solo sapere

Italiani veri è consigliato a chiunque voglia approfondire la storia evolutiva del nostro Paese, ma anche a chi è interessato al funzionamento della ricerca scientifica. È adatto a studenti, appassionati di storia e biologia, insegnanti, divulgatori… ma anche a lettori comuni, curiosi, magari stanchi delle solite narrazioni identitarie e desiderosi di vedere l’Italia – e l’essere umano – da una prospettiva più ampia.

È una lettura che non lascia indifferenti. Non per effetto di slogan, ma per il modo in cui cambia la prospettiva: pagina dopo pagina, mostra quanto sia illusoria ogni idea di purezza, quanto le nostre origini siano intrecciate e condivise. E quanto sia liberatorio, tutto sommato, accettarlo.Vai all'articolo originalePadre Kayn vs Don Ambrogio. Ateo contro cristiano, opinioni a confronto.di Stefano Giolo - 7 Maggio 2025C&#8217;è una forma di divulgazione che riesce a scivolare con grazia tra leggerezza e profondità. Ecco, &#8220;Padre Kayn vs Don Ambrogio. Ateo contro cristiano, opinioni a confronto. Ediz. illustrata&#8221; ci riesce benissimo. Un libro che non si prende troppo sul serio, ma che sa perfettamente cosa sta facendo: far pensare, sorridere, riflettere, senza mai rinunciare alla complessità.

Gli autori del volume sono: Padre Kayn, youtuber noto per la sua satira religiosa e i contenuti di critica alla fede da una prospettiva razionale e laica, e Don Ambrogio Mazzai, sacerdote cattolico molto seguito sui social, noto per la sua capacità di comunicare con un linguaggio semplice e diretto, specie verso i più giovani.Il libro nasce come dialogo a distanza tra le loro posizioni, portando sulla carta un confronto che ha preso forma sui social e nella cultura digitale contemporanea.

Le illustrazioni che accompagnano il testo sono di Smeriglia e Ongaro, due fumettisti italiani con stili diversi ma complementari. Le loro tavole intervallano i capitoli e aiutano a visualizzare lo spirito del dibattito: ironico, tagliente, ma mai privo di profondità. La scelta di inserire illustrazioni contribuisce a rendere il libro più accessibile, mantenendo alta l’attenzione del lettore anche nei passaggi più teorici.

Padre Kayn rappresenta l’ateo razionale, colto, ironico, armato di scienza, filosofia e storiografia. Don Ambrogio è il prete tradizionale, fedele alla dottrina, ma spesso impacciato nelle risposte, evasivo, e in qualche caso addirittura sviante. L’alchimia che ne nasce è brillante e, a tratti, spietata.

Il libro è strutturato come una lunga chiacchierata tra i due personaggi, ma ogni battuta apre un mondo: si parla dell’esistenza di Dio, del senso della vita, dell’origine dell’universo, ma anche di morale, sessualità, miracoli, contraddizioni della Bibbia. Ogni capitolo è un affondo, una provocazione, uno stimolo.

Personalmente  -chi se lo sarebbe mai potuto aspettare?-, ho trovato più solida e convincente la voce di Kayn. Non solo perché ne condivido la visione del mondo, ma per la coerenza e la precisione delle argomentazioni. Kayn non lancia slogan: costruisce. Utilizza dati storici, riferimenti biblici analizzati con cura, osservazioni scientifiche. È tagliente, ma mai gratuito. Don Ambrogio, invece, tende spesso a deviare il discorso, a rispondere con slogan, o peggio, a evitare le domande con voli pindarici.

Eppure non siamo di fronte a una caricatura. Questo è uno dei meriti maggiori del libro: riesce ad essere un vero dialogo, nonostante la sproporzione tra le due voci. Il tono è ironico, brillante, ma non svuota mai i contenuti. Anzi: si percepisce quanto studio, quanto mestiere, quanta profondità ci sia dietro. Le citazioni – bibliche, storiche, scientifiche – sono corrette, ben contestualizzate e soprattutto messe lì per offrire qualcosa in più, non per fare sfoggio.

Se c’è un limite, forse è proprio nella scrittura del sacerdote. Don Ambrogio, pur avendo dalla sua la tradizione e la fede, sembra non voler mai davvero ingaggiare un confronto alla pari. Il risultato è che Kayn vince facile. Sarebbe stato bello vedere un sacerdote in grado di rispondere con argomentazioni altrettanto solide, non per &#8220;vincere&#8221;, ma per far riflettere anche chi parte da un’altra posizione.

&#8220;Padre Kayn vs Don Ambrogio&#8221; è un libro per tutti. Anche per i credenti. Anzi, forse soprattutto per loro. Perché mette in discussione senza insultare, stimola senza giudicare, provoca ma non umilia. Certo, chi ha una fede molto rigida potrebbe sentirsi attaccato. E chi non è in grado di apprezzare l&#8217;ironia, offeso. Ma chi ha voglia di mettersi in gioco troverà qui una miniera di spunti.

Alla fine di ogni capitolo, poi, oltre alle belle illustrazioni c&#8217;è un QR Code che porta ogni volta a una serie di video dove il confronto tra i due autori continua, anche se, anche qui, si evidenzia ancora di più la sproporzione tra i due contendenti, forse non seguiti da un editor come nella scrittura, dei due si vede maggiormente l&#8217;animo e la qualità.

Come spesso accade su questo blog, non consiglio libri per convincere qualcuno a pensarla come me. Lo faccio perché credo che leggere, riflettere, mettere in discussione anche ciò in cui si crede –o non si crede– sia un atto di libertà.

E se Dio dovesse esistere, sono abbastanza sicuro che riderebbe di gusto leggendo questo libro. Si parla anche di questo in un capitolo. A quanto pare, secondo Don Ambrogio, Dio sarebbe molto ironico e divertente, soprattutto in alcuni passi della bibba.

Qui il link per acquistare il libro, comunque disponibile nelle librerie e nei principali store online: https://www.lcieditore.it/catalogo/padre-kayn-vs-don-ambrogio

Vai all'articolo originaleIl mito dell’intelligenza artificiale di Erik J. Larsondi Stefano Giolo - 15 Maggio 2024Parlo spesso di Intelligenza Artificiale (https://short.staipa.it/3qsdr) e cerco di inquadrarla nella realtà al netto dei miti e delle esagerazioni dei media (https://short.staipa.it/661lc). &#8220;Il mito dell&#8217;intelligenza artificiale. Perché i computer non possono pensare come noi&#8221; di Erik J. Larson è un saggio che tratta proprio di questo, sfidando le convinzioni comuni sull&#8217;intelligenza artificiale. Larson smonta la narrazione dominante secondo cui i computer potranno in breve tempo raggiungere o superare l&#8217;intelligenza umana, offrendo una prospettiva critica e scientificamente fondata.

Larson esplora i limiti intrinseci delle attuali tecnologie di Intelligenza Artificiale, mostrando come i modelli di machine learning e gli algoritmi complessi manchino di capacità fondamentali del pensiero umano, come la comprensione contestuale e la coscienza. L&#8217;autore argomenta che, nonostante i progressi nella potenza di calcolo e nell&#8217;elaborazione dei dati, i computer rimangono strumenti incapaci di replicare il vero ragionamento umano. L&#8217;IA, secondo Larson, può eccellere in compiti specifici, ma fallisce nel comprendere e interagire con il mondo in modo autenticamente umano.

Un punto cruciale che Larson sottolinea è la distinzione tra intelligenza artificiale ristretta (narrow AI) e intelligenza artificiale generale (AGI). Mentre la narrow AI è già in uso in molte applicazioni, come il riconoscimento delle immagini e la traduzione automatica, l&#8217;AGI, che rappresenterebbe una macchina con capacità cognitive pari a quelle umane, rimane una chimera. Larson critica l&#8217;idea che l&#8217;AGI sia inevitabile o imminente, evidenziando le profonde lacune teoriche e pratiche che ostacolano questo traguardo.

Nel saggio adotta uno stile accessibile e di lettura abbastanza semplice ma tecnicamente e scientificamente rigoroso. La sua analisi è supportata da esempi concreti e riferimenti scientifici, rendendo il libro una lettura ottima per chiunque sia interessato alla verità dietro le promesse dell&#8217;intelligenza artificiale.

Oltre agli aspetti tecnici, Larson affronta le implicazioni etiche e sociali dell&#8217;intelligenza artificiale e mette in guardia contro l&#8217;uso indiscriminato di queste tecnologie in settori critici come la sanità, la giustizia e la sicurezza, senza una comprensione chiara dei loro limiti. L&#8217;autore evidenzia il pericolo di riporre troppa fiducia nelle macchine, suggerendo che questa fede cieca potrebbe portare a decisioni sbagliate e conseguenze negative per la società.

In sintesi, &#8220;Il mito dell&#8217;intelligenza artificiale&#8221; è un&#8217;opera che invita alla riflessione critica e alla prudenza. Larson non nega i benefici dell&#8217;IA, ma ci ricorda che questi strumenti devono essere utilizzati con consapevolezza e responsabilità. Il libro è un contributo prezioso al dibattito contemporaneo sull&#8217;intelligenza artificiale, offrendo un contrappeso necessario all&#8217;entusiasmo spesso esagerato che circonda questo campo.Vai all'articolo originaleSe pianto un albero posso mangiare una bistecca? di Giacomo Moro Mauretto di Stefano Giolo - 28 Febbraio 2024Seguo Giacomo da tempo attraverso il suo canale YouTube @EntropyforLife (https://www.youtube.com/c/EntropyforLife), per chi non lo conoscesse è un giovane divulgatore scientifico, il suo percorso di studi è improntato sulla Biologia Evoluzionistica ma si occupa spesso anche di temi ambientalisti. Lo fa con un altissimo livello di razionalità e di scrupolosità nei dati, cercando di essere sempre il più imparziale possibile ed esponendo interamente le analisi dei dati che porta.

Nel descrivere questo suo libro, il cui titolo completo è Se pianto un albero posso mangiare una bistecca? Guida scientifica per un ambientalismo consapevole, sono costretto a usare almeno in parte la sua sinossi, perché in questo caso è davvero esplicativa del messaggio che il libro stesso vuole trasmettere:


Emetto più CO2 se mangio carne bovina biologica, polli da allevamento intensivo, frutti di mare o un trancio di pesce spada? È davvero utile adottare alveari di api o finanziare aziende o associazioni che piantano alberi in giro per il mondo? Ogni giorno la nostra vita è riempita da una serie di dilemmi etici e morali che assomigliano molto a queste domande. Ormai, infatti, abbiamo tutti gli strumenti per capire che ogni nostro comportamento produce un impatto sul pianeta. Eppure, nonostante questa consapevolezza, spesso ci sentiamo impotenti di fronte ai mille problemi che la crisi ambientale ci pone di fronte quotidianamente. È difficile capire quale delle possibili soluzioni sia la migliore e così anche la nostra buona volontà di azione ne viene minata. 


Ci sono alcune azioni che hanno un grandissimo impatto in termini di inquinamento e di produzione di CO2, come mangiare meno carne soprattutto bovina, o coibentare la propria abitazione e altre che seppur decantate hanno impatti decisamente infinitesimi come farsi i saponi in casa o produrre da sé il cibo nell&#8217;orto, altri ancora possono avere impatti negativi e far guadagnare soldi a chi ne sfrutta l&#8217;ideale come adottare un alveare di api da miele.Ci sono anche ideali come il veganesimo che al di là dei motivi etici portano un impatto ecologico molto più basso di soluzioni intermedie e più applicabili alla massa, o scelte come l&#8217;allevamento intensivo che ci pongono davanti alla scelta tra il benessere animale o il consumo di suolo e un impatto enorme sull&#8217;inquinamento dell&#8217;aria, delle falde acquifere e sulla biodiversità. Ci sono momenti in cui è necessario scegliere tra uccidere oggi un certo numero di animali invasivi o lasciare che questi uccidano molti altri animali causando rischi per le specie autoctone. Ci sono modi di piantare boschi che possono aiutare la biodiversità e modi in cui invece può essere un ulteriore colpo contro la biodiversità. Lo stesso piantare alberi quale impatto positivo ha? Ha senso farlo per la CO2 o i motivi più importanti per farlo sono invece altri? E quali invece possono essere i risvolti negativi? C&#8217;è modo di quantificarlo? 

Non esistono scelte che portino conseguenze esclusivamente positive, se non nelle semplificazioni che ci vengono portate da idealisti che stanno spingendoci in una o l&#8217;altra direzione, consapevolmente o meno, in buona fede o meno. Le cose sono quasi sempre più complicate di così ed esistono dei trade off che ci impediscono di fare scelte completamente radicali in una qualsiasi direzione. In maniera più semplice si può dire che in qualsiasi scelta ambientale &#8220;la coperta è corta&#8221;, si può andare in determinate direzioni scegliendo di tralasciarne altre, ma qualunque scelta porta una ampia gamma di conseguenze.

Cosa fare quindi?

Questo libro non ci da nessuna risposta su cosa sia meglio fare e cosa no, ma ci fornisce una serie di dati e informazioni su cui riflettere per capire le motivazioni di alcune scelte o per poter scegliere consapevolmente. Ci insegna soprattutto che se vogliamo impegnarci per migliorare l&#8217;ambiente il primo passo è quello di cercare di capire quali tra le azioni che possiamo intraprendere siano quelle con un maggiore impatto in modo da non trovarci a perdere energie, tempo e risorse in azioni prive di un impatto reale. E tutto questo lo fa in maniera semplice e chiara, alla portata di tutti.

Lo definirei un modo finalmente razionale e consapevole di impegnarsi nell&#8217;ambientalismo in mezzo a centinaia di slogan troppo spesso altisonanti (https://short.staipa.it/ak6g6).E ce ne è davvero bisogno.Vai all'articolo originaleL’avvocato dell’Atomo di Luca Romanodi Stefano Giolo - 24 Gennaio 2024Si parla molto di decarbonizzazione, di soluzioni legate alle energie rinnovabili, e talvolta -di rado- spunta fuori il solito che parla della possibilità di rientrare nel mondo dell&#8217;energia atomica, in genere venendo ricoperto di insulti.

Ma come stanno davvero le cose? Quanto le persone che parlano di nucleare lo fanno con cognizione di causa o quanto lo fanno mossi da paure poco razionali che sono state instillate nel tempo dall&#8217;opinione pubblica?

&#8220;L&#8217;avvocato dell&#8217;Atomo, In difesa dell&#8217;energia nucleare&#8221; di Luca Romano si occupa di questo. Di sfatare miti e di tentare di riaprire la discussione sull&#8217;argomento. Non nega ovviamente la necessità dell&#8217;apporto importante delle energie rinnovabili, ma fa una profonda analisi dello stato tecnologico e mediatico del problema dell&#8217;energia atomica da quando è stata scoperta ad oggi, con uno sguardo verso le nuove tecniche.

Parla di sicurezza, di rischi effettivi evidenziando un confronto con le altre tecnologie di produzione di energia che stiamo utilizzando e mostrando come le cose sono andate negli altri paesi che hanno avuto approcci simili o diversi dal nostro sul tema energetico.

Tutto questo lo fa con un tono scanzonato e leggero che rende il saggio leggibile e comprensibile alla maggior parte delle persone che abbiano voglia di impegnarsi a capire.

Dal mio punto di vista l&#8217;ho trovato illuminante sotto molti aspetti. Credo che chiunque voglia approcciarsi al tema del nucleare con uno sguardo critico e non fidandosi alla cieca di quello che si dice in giro, questo sia un ottimo compendio.

Mi aspetto già commenti e lamentele, soprattutto sui social, per aver parlato di questo libro, se accadrà spero vengano da persone che almeno lo abbiano letto e che smontino per punto qualcosa che vi hanno trovato dentro. Sarebbe interessante, perché è proprio di un dibattito scientifico che c&#8217;è oggi bisogno su questi temi ed è proprio un dibattito scientifico che il libro cerca di riaprire.Vai all'articolo originaleDa zero a tre anni, Piero Angeladi Stefano Giolo - 29 Dicembre 2023In questi giorni ho letto un libro rivoluzionario e di una modernità sconcertante. Si tratta di un libro del 1977, di un autore che tutti conosciamo: Piero Angela.

Lo sappiamo tutti bene, Piero Angela ha spaziato su praticamente qualunque tema di carattere scientifico nella sua lunga carriera, quello che io non sapevo è che tra questi temi ci fosse la pedagogia. Chi conosce bene il personaggio sa anche quanto spesso si sia espresso anche su temi che di fatto hanno una forte valenza politica.Leggerne uno scritto nel 1977 mi ha fortemente colpito, perché in genere viene dato per scontato che un saggio vecchio, soprattutto su tematiche come l&#8217;educazione o certi ambiti scientifici, mostri tutto il suo tempo e risulti poco utile dopo quasi cinquant&#8217;anni. In questo caso non è così.

In Da zero a tre anni Piero Angela ci racconta come funziona la crescita e l&#8217;evoluzione della mente umana a partire dalla nascita dell&#8217;universo fino ai tre anni di vita di un bambino. Dal punto di vista biologico, fisiologico ed infine educativo. Snocciola esempi, spiegazioni ed esperimenti che portano anche chi non abbia grande dimestichezza con questi argomenti a comprendere non solo quali siano i rischi, le metodologie e lo stile migliori nel crescere un bambino, ma quanto sia strategico e determinante quel breve periodo iniziale in cui il bambino è con la famiglia e non ancora affidato ad un asilo.

Ma il libro non è solo questo, attraverso gli stessi studi e le stesse spiegazioni ci racconta quali dovrebbero essere i passi che lo stato, le istituzioni e i genitori dovrebbero seguire per migliorare la crescita mentale di ogni nato e rendere così il mondo migliore. Lo dice con gli occhi nel 1977, con le problematiche del 1977. E leggerlo nel 2023, con le grandi innovazioni dei primi venti anni del secolo successivo lascia senza parole perché le problematiche sono le stesse, o meglio le problematiche sono aumentate e le soluzioni sono state in larga parte ignorate. Abbiamo soluzioni a portata di mano da cinquant&#8217;anni, idee che potrebbero rendere le generazioni future cittadini migliori, che potrebbero rendere le future generazioni migliori di noi e in grado di discernere il vero dal falso, di ragionare per associazioni e incrementarne la creatività ma siamo troppo occupati a guardarci i piedi, a litigare, a finanziare cose che migliorino le nostre vite, le nostre pensioni, per poi crescere generazioni di frustrati quanto noi che ci criticheranno per non aver fatto qualcosa per loro.Proprio come facciamo noi oggi con le generazioni precedenti.

In questi giorni ho letto un libro rivoluzionario e di una modernità sconcertante. Si tratta di un libro del 1977, ed evidentemente non lo hanno ancora letto abbastanza persone, o non lo hanno preso abbastanza sul serio.Vai all'articolo originaleIl fantastico regno delle Due Siciliedi Stefano Giolo - 31 Ottobre 2023Ho creduto a una Fake News. Non solo. Ho creduto a un libro zeppo di Fake News, ne ho parlato in giro e l&#8217;ho pubblicizzato inconsapevole di quanto fosse pericoloso e inutilmente divisivo. Si tratta di Terroni di Pino Aprile, l&#8217;ho anche recensito (https://short.staipa.it/1o3iu). A mia discolpa posso dire di averne sentito parlare da una persona cara, a sua discolpa posso dire che il libro prova a rispondere a molte delle domande che chiunque viva al sud giustamente si fa. Domande sulle disparità tra il nord e il sud, disparità nella sanità, nell&#8217;industria, nei trasporti, più in generale disparità sulle possibilità che chi nasce in una zona della nazione può avere rispetto a chi nasce in un&#8217;altra zona. Tutte domande lecite le cui risposte non sono certo quelle fornite dallo sprezzante senso di superiorità di alcuni nordici, soprattutto quelli riuniti in un certo gruppo politico. Domande a cui certamente non rispondono gli stereotipi. Sempre risposte troppo semplici. Sempre risposte in cui si punta il dito contro qualcuno che è il colpevole, ci si assolve in toto e si risolve la questione. Ho pure scritto un articolo che parla di questo meccanismo: Quando siamo estremamente divisivi è probabile siamo vittime di Fake News (https://short.staipa.it/gsin5). Purtroppo nessuno è immune ai bias e alle Fake News ed è bene ammetterlo anche a sé stessi. Credo sia qualcosa di importante anche su temi più recenti e attuali come quando ci si schiera sulla questione Israelo-Palestinese, la scelta giusta non è mai fidarsi di quello che si legge solo perché la risposta ci piace o arriva da qualcuno di cui abbiamo fiducia, è necessario fare quel passo in più per capire informandosi anche dalle fonti contrapposte. Anche di questo ho parlato spesso nei miei articoli sulle Fake News (https://www.staipa.it/blog/fakenews).

Ho cominciato a sentire il dubbio di aver creduto a qualcosa di forzato ascoltando alcune conferenze di Alessandro Barbero quando parlando dell&#8217;Unità d&#8217;Italia spesso nomina e liquida i cosiddetti Movimenti Neoborbonici (https://it.wikipedia.org/wiki/Neoborbonismo) come revisionismo storico spesso senza dilungarcisi ulteriormente. Di Barbero ho una grande fiducia, come immagino chiunque sia un minimo appassionato di storia, ma qui ho scelto di non cadere nell&#8217;errore opposto. Per di più io non sono uno storico e non ho modo di verificare determinate informazioni.

Nel suo libro Pino Aprile snocciola una grandissima quantità di dati e informazioni, a mente fredda forse ci si rende conto che molti dei dati sono tacciabili della definizione di troppo, troppi morti, troppe cose nascoste, troppo troppo per essere fatti così rimasti nell&#8217;ombra. 

Finalmente poi ho trovato Il fantastico regno delle Due Sicilie: Breve catalogo delle imposture neoborboniche di Pino Ippolito Armino (https://short.staipa.it/b7nmw). Non si tratta prettamente di un libro di storia, ma proprio di un libro di analisi di quanto affermato dai Movimenti Neoborbonici, analizzando ogni affermazione e ogni dato in maniera razionale. Parte proprio analizzando Terroni di Pino Aprile, mostrando in maniera chiara e difficilmente controvertibile come molti dei dati utilizzati per la scrittura di quel libro non tornano, anche basilarmente dal punto di vista aritmetico ma non solo.

Non di tratta di un libro rivoluzionario e non dà grandi rivelazioni, e contrariamente a quello di Pino Aprile è giusto che sia così. Semplicemente torna ad analizzare nuovamente i dati e le informazioni sull&#8217;Unità d&#8217;Italia e sul risorgimento, in maniera decisamente più chiara ed estesa di come ci è stato raccontato a scuola.

Facendo continuamente riferimento al libro di Pino Aprile poi ha senso leggerlo se si ha letto quello o comunque si conosce bene le idee Neoborboniche. La sua importanza risiede nel tentativo di sedare alcune posizioni inutilmente divisive che finiscono per creare uno scontro interno a una nazione già piena di scontri interni, nulla di diverso dalla narrazione leghista con la Padania o il mito di Alberto da Giussano. 

Non sarà mai dando colpe passate o alimentando la rabbia che si risolveranno i problemi. Al massimo si potrà crearne di nuovi.Vai all'articolo originalePensieri Lenti e Velocidi Stefano Giolo - 27 Settembre 2023“Pensieri lenti e veloci” di Daniel Kahneman è un libro che mi ha colpito per i suoi spunti illuminanti. Parlarne in modo sintetico significa inevitabilmente semplificarlo, vista la quantità di informazioni che contiene. Si tratta di una profonda esplorazione della psicologia umana applicata alla decisione.

L’autore, premio Nobel per l’economia, ci guida in un viaggio affascinante dentro la mente umana, mostrandoci come prendiamo decisioni, risolviamo problemi e formuliamo giudizi.

Il libro si occupa di vari aspetti: da come distinguere un’informazione vera da una falsa, a come credere o meno a una storia, a come valutare se un investimento o un rischio siano convenienti, a come si tende a scegliere un candidato politico.

Il fulcro del libro è la contrapposizione tra due sistemi di pensiero: il Sistema 1 e il Sistema 2. Il Sistema 1 è il nostro pensiero automatico, rapido e intuitivo. È quello che usiamo per prendere decisioni immediate, basate su emozioni e istinti. Il Sistema 2 è invece il nostro pensiero lento e riflessivo. È quello che attiviamo quando dobbiamo affrontare compiti che richiedono analisi approfondita e calcoli dettagliati.

Kahneman illustra come queste due modalità della nostra mente interagiscano, spesso in conflitto, e come i bias cognitivi e le euristiche influenzino le nostre scelte quotidiane. Ci fornisce numerosi esempi e casi studio che dimostrano come siamo soggetti a errori sistematici e irrazionalità nella nostra presa di decisione. Tra questi errori cognitivi ci sono l’ottimismo eccessivo, l’avversione alla perdita, la disponibilità eccessiva e molti altri.

Una delle qualità distintive di questo libro è la sua accessibilità. Nonostante tratti di concetti complessi, è un libro facilmente leggibile e non particolarmente pesante. L’autore presenta la psicologia cognitiva e l’economia comportamentale in un linguaggio chiaro e comprensibile, rendendole accessibili anche a chi non ha conoscenze specifiche in materia. Inoltre, propone diversi esempi ed esperimenti che tutti possiamo riconoscere e sperimentare nella nostra vita.

“Pensieri lenti e veloci” offre una cornice concettuale utile per comprendere il funzionamento della mente umana e per sviluppare strategie per prendere decisioni più razionali e informate. L’autore dimostra come il pensiero lento e analitico (Sistema 2) possa essere utilizzato per correggere i bias cognitivi e migliorare la qualità delle decisioni che prendiamo. Ma allo stesso tempo ci mostra come sia impossibile liberarci completamente dai bias e come questi influenzino indistintamente ogni essere umano.

È una lettura essenziale per chiunque sia interessato a capire meglio come funziona la mente e come prendere decisioni più sagge nella vita personale e professionale. Il libro è un classico della psicologia comportamentale e rimane una risorsa preziosa per chiunque voglia esplorare il mondo della psicologia della decisione.Vai all'articolo originaleEcologia Digitaledi Stefano Giolo - 17 Febbraio 2023Ecologia Digitale. Il titolo dice tutto ma va poi spiegato, declinato nei vari capitoli di questo libro dai numerosi autori: Gerry McGovern, Carlo Gubitosa, Francesco Cara, Giuseppe Palazzo, Alberto Prina Cerai, Alessandro Cillario, Stefano Onofri, Giacomo Venezia, Stefana Broadbent, Dario Pizzul, Stefano Trumpy, Tommaso Goisis, Stefania Paolazzi, Maurizio Napolitano, Giulia Monteleone, Matteo Spini, Nicola Bonotto, Savino Curci, Antonio Alessio Di Pinto, Gauthier Roussilhe, Massimo Acanfora, Duccio Facchini, Andrea Siccardo, Marianna Usuelli, Stefano Zoja. Così riporta la descrizione.

Questo libro parla di ecologia in senso più esteso possibile del termine, anche quando l&#8217;ecologia diventa in qualche modo igiene, pulizia. Sempre digitale si intende, perché di questo tratta il libro.

Il digitale è stato, è e continuerà a essere una enorme forma di progresso e per molte cose un grande risparmio sotto molti punti di vista. Ma lo stiamo usando correttamente? Da un lato il risparmio di burocrazia, di documentazione cartacea, di spedizione di informazioni è senza dubbio un grande risparmio dal punto di vista di inquinamento locale e una grande sicurezza dal punto di vista di persistenza delle informazioni ma tutto questo non è davvero privo di costi naturali. Quanto costa in termini di Anidride Carbonica e di sfruttamento di risorse e di vite umane il mantenimento dell&#8217;infrastruttura necessaria al digitale? Quanto ha senso salvare miliardi di foto, video e post dei social in relazione a tale costo? Esistono modi per usare il positivo del digitale senza amplificarne le parti negative? Siamo davvero così obbligati a usare i prodotti delle grandi aziende informatiche come Google, Microsoft, Amazon, e Apple?

Esiste un modo più etico di utilizzare in maniera più Etica il digitale? Risparmiare risorse, inquinare meno, usarlo solo dove davvero è necessario?

Questo libro indaga e racconta moltissimi aspetti di questi argomenti. Dall&#8217;uso che possiamo fare dei social, ai social alternativi, a prodotti opensource facilmente utilizzabili nelle scuole e nelle istituzioni, al riuso e la riparazione di prodotti elettronici. Ci mostra come un mondo apparentemente asettico e pulito come il digitale possa essere inquinante e sporco e al contempo ci dà dei suggerimenti per non amplificarne i danni prodotti.

Un libro che dovrebbe essere letto da molti, soprattutto da quelli che possono educare le nuove generazioni o che possono prendere decisioni sull&#8217;uso collettivo di tecnologie nelle istituzioni. Un libro che dovrebbe essere letto anche da chi si prende la briga di dire la propria nelle urne elettorali. Perché è sempre dal basso che si parte per cambiare le cose.Vai all'articolo originaleLe nuotatricidi Stefano Giolo - 28 Dicembre 2022Tendo a recensire molti libri, ma raramente recensisco un film. Non è un caso, non sono un grande cinefilo e sono pochi i film che mi colpiscono in un modo che mi spinga a parlarne su questa piattaforma, soprattutto tra i film recenti.

Non è tra questi Le Nuotatrici diretto da Sally El Hosaini e presentato in anteprima mondiale al Toronto International Film Festival del 2022.

Mi ha colpito perché racconta di una storia vera, quella di Yusra e Sara Mardini, due sorelle Siriane che allo scoppio della guerra nel loro paese hanno scelto di tentare di raggiungere l&#8217;Europa. La storia è raccontata anche nel libro &#8220;Butterfly&#8221;, di Yusra Mardini



Vederlo consapevoli che è una storia vera è un pugno nello stomaco, perché nonostante sia la storia di due ragazze, essenzialmente fortunate, mostra la difficoltà di un viaggio che migliaia di persone percorrono quotidianamente per tentare di sopravvivere a guerre, persecuzioni, clima. Quelle persone spesso muoiono affogate e dimenticate in mezzo al mare, o incastrate in qualche campo profughi, o morte di stenti camminando a piedi e che molti dei nostri politici e dei loro votanti si ostinano a respingere incuranti delle loro vite.

Mostra soprattutto un&#8217;altra cosa interessante: mostra perché non è necessario essere poveri per dover intraprendere quel viaggio. Perché Yusra e Sara non sono povere, non scappano per raggiungere un luogo dove vivere a sbafo degli europei, semplicemente non hanno altra soluzione se non fare quel viaggio nella speranza di salvare la propria famiglia o restare a rischiare di morire sotto le bombe.

Come sempre però è un film che insegnerà a chi già sa e che non verrà guardato da chi avrebbe bisogno di avere schiaffato in faccia un mondo in cui non crede, un mondo fatto di persone più sfortunate di noi che per puro caso sono nate in un paese con drammi che noi non possiamo neppure immaginare.



Vai all'articolo originaleIl danno scolastico. La scuola progressista come macchina della disuguaglianza.di Stefano Giolo - 23 Novembre 2022Il danno scolastico di Paola Mastrocola e Luca Ricolfi non è un libro semplice da spiegare. Si articola sulla tesi che il tentativo, forse idealmente buono, di rendere la scuola accessibile a tutti attraverso semplificazioni e diritti abbia al contrario fatto in modo da amplificare le differenze tra chi già prima di queste riforme veniva privilegiato e chi veniva tagliato fuori dalla società.

Gli autori sono due, Paola Mastrocola che è stata un&#8217;insegnante e che racconta come è cambiata negli anni la scuola dal suo punto di vista e Luca Ricolfi, sociologo, che alle sensazioni e gli aneddoti di Paola Mastrocola aggiunge la statistica e una misurazione più tecnico-scientifica allo scopo di dimostrare la tesi di partenza.

L&#8217;ho trovato un libro disarmante, a tratti destabilizzante per quanta lucidità esprime. Seppure non abbia apprezzato a pieno tutte le parti scritte da Paola Mastrocola perché a volte un po&#8217; semplicistiche e limitate, Luca Ricolfi ha costruito attorno alla tesi una struttura di informazione e di dati difficilmente controvertibili.

Se posso provare minimamente a riassumerne la tesi in maniera semplicistica direi che il meccanismo che si è cercato di creare per rendere a tutti possibile arrivare a un diploma superiore, o a una laurea, ha reso da un lato più facile arrivarci, dall&#8217;altro ha abbassato il livello medio di conoscenza, e quindi di cultura. Il risultato è stato quello di passare da vecchie generazioni in cui una piccola elite di ricchi usciva dalle scuole medie conoscendo il latino, la storia e la matematica, a nuove generazioni in cui molti arrivano alla laurea impreparati e in cui la stessa elite di ricchi può permettersi di prosperare grazie alla disponibilità economica.Siamo così passati da una nazione con un altissimo analfabetismo reale a una nazione con un altissimo analfabetismo funzionale. Le persone sanno sì leggere e scrivere ma non comprendere a fondo testi complessi, e in questa situazione la probabilità che chi è figlio di una elite vada a mantenere la posizione in questa elite, mentre chi è figlio di emarginati continui a mantenere la posizione di emarginato è estremamente alta. 

Credo sia un libro importante, da leggere e capire per poterci almeno riflettere. Credo contenga molte spiegazioni, molto più complesse di quanto potrei spiegare io, di come funzioni oggi la nostra nazione sotto diversi punti di vista.

La cultura, la scuola, l&#8217;istruzione in genere sono qualcosa su cui non si può perdere tempo e rimandare, non sono cose su cui si può risparmiare. Dovrebbero essere il principale interesse di una nazione e purtroppo ad oggi non è così.Vai all'articolo originaleDanzare nella tempestadi Stefano Giolo - 26 Ottobre 2022La Pandemia ci ha costretti a cercare di capire alcuni concetti sul nostro corpo legati alla possibilità di prendere malattie, di rendersi immuni da malattie, o del perché qualcuno si ammali, qualcuno no, qualcuno abbia forme gravi di una malattia altri meno. 

Che cos&#8217;è che entra in gioco in queste situazioni? Si tratta del nostro sistema immunitario. Ed è il nostro sistema immunitario che in caso di infezioni come quella del covid a proteggerci o ad ucciderci, non il virus stesso.

Non parla solo di questo &#8220;Danzare nella tempesta&#8221; di Antonella Viola. L&#8217;autrice, partendo dalla propria esperienza di vita ci porta a scoprire i suoi studi e infine le ricerche più innovative sull&#8217;Immunologia di oggi e del futuro.

Sapete che è proprio il nostro sistema immunitario a causare le reazioni che uccidono alcuni malati di Covid? Che è il sistema immunitario a causare alcune malattie e le allergie? Che in qualche modo è un certo tipo di igiene a causare l&#8217;aumento di allergie di oggi?

Nel libro si parla di questo, non tanto del Covid nello specifico, e di come un giorno potrebbe essere possibile curare i tumori facendo in modo che sia direttamente il nostro corpo a distruggerli.

E Antonella Viola riesce a farlo con una delicatezza, una semplicità e una leggerezza che non è da tutti.Vai all'articolo originaleUn tesoro al piano Terra.di Stefano Giolo - 5 Ottobre 2022La geologia è spesso considerata una materia noiosa. Spaccare quattro sassi, guardare come sono fatti, magari leccarli per sentirne la presenza di sali o altre sostanze. Girare con un martelletto su per le montagne e batterlo qua e là.

Eppure, la geologia non è affatto questo. La geologia è tentare di prevedere i terremoti, è capire dove costruire un ponte o una centrale nucleare minimizzando i rischi, è saper cercare un giacimento prima di mettersi a scavare per niente, è capire perché lì c&#8217;è una montagna e là un lago, è rendersi conto che conosciamo più lo spazio interstellare di quanto conosciamo quello che contiene al suo interno il pianeta su cui viviamo.

Ma non è solo questo, è capire perché alcune zone della terra sono più ricche di risorse naturali e altre più povere, come sfruttare o non sfruttare tali risorse, perché alcuni popoli abbiano potuto arricchirsi alle spalle di altri.

La Geologia è un grande mondo sconosciuto ai più e Andrea Moccia ce lo racconta in maniera semplice e divertente, con qualche battuta napoletana e qualche riflessione profonda ci porta mano nella mano a scoprire quanto sia bella, importante e moderna la Geologia, e quanto sia strategica per il nostro futuro.

&#8220;Un tesoro al piano Terra. La geologia che non ti aspetti&#8221; di Andrea Moccia è tutto questo ed è di più, perché ogni capitolo si ricollega a un video di GeoPop (https://www.youtube.com/c/geopop), il canale di divulgazione che dirige su YouTube ormai diventato anche un sito completo: www.geopop.it dove con il suo gruppo si occupa di geologia, geopolitica, scienza del riciclo dei materiali, e scienza in genere.

Un ottimo libro per passare del tempo imparando qualcosa di importante.Vai all'articolo originaleNascere nel corpo sbagliatodi Stefano Giolo - 5 Settembre 2022Com&#8217;è nascere nel corpo sbagliato? Com&#8217;è sentirsi qualcosa di completamente diverso da ciò che il tuo corpo rappresenta?

Perché è oggettivo che i nostri corpi dicano molto su di noi, su ciò che siamo, ed è oggettivo che in molti casi invece non ci rappresenti affatto. Al contrario talvolta rappresenta qualcosa di radicalmente diverso da ciò che sappiamo di essere.

&#8220;Un&#8217;Alice come un&#8217;altra&#8221;, di Alice T. parla esattamente di questo e lo racconta da dentro. Racconta un tratto della vita di questa ragazzina nata in un corpo che non la rappresenta, lo racconta in prima persona con la gioia e la sofferenza di una adolescente, con il giudizio della gente, la violenza dei propri coetanei e la difficoltà dei genitori nel gestire la situazione.

È un libro a tratti scanzonato e divertente e a tratti terribilmente drammatico che non lascia spazio a dubbi. Una fotografia indelebile di un punto di passaggio per lei ma anche per l&#8217;intera società ancora incapace di accogliere determinate differenze.

Alice è una ragazza, una signora anziana dice lei, nata in un corpo maschile. Con tutte le difficoltà che ne vengono. È un libro che dovrebbe dare forza ai ragazzini nella sua stessa situazione ma che dovrebbe soprattutto insegnare agli adulti quanto sia difficile affrontarla.

È in libro che parla di vita ma anche di morte, di suicidio. Una situazione così comune tra i giovani LGBTQ+ da meritarsi una pagina Wikipedia (https://it.m.wikipedia.org/wiki/Suicidio_tra_i_giovani_LGBT) è causata principalmente dalla difficoltà dei genitori e della società di riconoscere la lor realtà.

Non è questione di teorie del gender o di lobby gay come  vorrebbero derubricare queste situazioni alcune fazioni politiche e religiose, è questione di riconoscere che non tutti gli esseri umani possono, né soprattutto devono, riconoscersi in qualcosa che non sentono proprio. Nessuno spinge perché ci siano più omosessuali o più transessuali nel mondo ma perché ci sia una maggiore comprensione. Basterebbe la comprensione del fenomeno a far dare per scontati i diritti e i doveri e l&#8217;uguaglianza.

Ecco. Questo piccolo libro aiuta alla comprensione, e lo fa in una maniera quasi leggera, senza lunghi discorsi, senza appelli alle morali. Solo una ragazza che racconta di sé.

&#8220;La nostra vita è fatta da tutto ciò che non esisterebbe se non ci fossimo noi&#8221; 

Vai all'articolo originaleSulla disobbedienza civiledi Stefano Giolo - 5 Agosto 2022La notizia è sulla bocca di tutti, non serve neppure raccontarla ma per i più pigri e i meno attenti si può riassumere così: Marco Cappato ha aiutato Elena, una signora che desiderava accedere all&#8217;eutanasia, ad andare in Svizzera dove l&#8217;eutanasia è legale. Fatto questo è andato dai carabinieri ad autodenunciarsi e ora rischia fino a 12 anni di carcere.

Non mi soffermerò sul discorso dell&#8217;eutanasia semplicemente perché trovo ovvio che ogni persona con una coscienza civile dovrebbe essere d&#8217;accordo sulla sua importanza. Quello su cui voglio soffermarmi, ancora una volta, è la Disobbedienza Civile, il gesto che definirei eroico di Marco Cappato. Non è la prima volta che parlo di Disobbedienza Civile (https://wp.me/pQMJM-1Cp), è un tema che mi è caro e nel tempo la comprensione di questo concetto sembra essere solamente peggiorata. E così ad ogni buona occasione mi piace ribadirlo.

La disobbedienza civile non risiede nell&#8217;atto di violare una legge che non ci piace. Non è postando su un social una foto senza mascherina, o passando con il semaforo rosso che si fa Disobbedienza Civile, non è neppure scendendo in piazza con altre decine o centinaia di anonimi che ti rendono anonimo e invisibile dandoti forza apparente che si fa Disobbedienza Civile. La Disobbedienza Civile non è l&#8217;atto in sé di violare una regola altrimenti saremmo una nazione di eroi, e non si può fregiarsi del concetto di Disobbedienza Civile solo perché non si ha voglia di seguire una regola.

Disobbedienza Civile è quello che viene dopo aver violato la regola. Disobbedienza Civile è andare dai carabinieri, consapevoli di rischiare anni di carcere, e auto denunciarsi per costringere le istituzioni, la magistratura, a interrogarsi su quella legge, o su quel vuoto legislativo. Disobbedienza Civile significa rischiare seriamente la propria incolumità e la propria libertà per tentare di scardinare qualcosa che non funziona, per tentare di cambiare le regole. Nella Disobbedienza Civile il perdere qualcosa, il rischiare qualcosa è insito nel concetto. 

Altrimenti si tratta solo di vile protesta, di egocentrismo o di una scusa per giustificare la propria negligenza.

A tal proposito consiglio il libro, sempre di Marco Cappato, Credere disobbedire combattere (https://short.staipa.it/eenbl). Parla esattamente di questo, di Disobbedienza Civile e delle battaglie vinte o combattute attraverso di essa.





Vai all'articolo originale“La bambina che voleva diventare un sasso” Siodi Stefano Giolo - 2 Luglio 2022È qualche tempo che ho comprato &#8220;La bambina che voleva diventare un sasso&#8221; di Sio. Il fumettista veronese ormai famoso per le proprie strisce non-sense ma con spesso un forte doppio-sense. Spesso con punte di sociale che sono la cosa che a mio avviso lo rendono grandioso.

È un libro piccolo, strano. La cosa che mi ha sempre fatto pensare di più è la macedonia fatta con mele rosse banane gialle e peperoni verdi.



Lo leggo a mia figlia quasi ogni giorno e mi capita di portarlo con noi quando andiamo da qualche parte.

Un bel giorno, quello in cui ho capito l&#8217;importanza di questo libro, un uomo molto molto arrabbiato è venuto da me con il libro dopo averlo raccolto dal nostro plaid perché a quanto pare sua figlia lo aveva letto e così lui ne era stato incuriosito e l&#8217;ha aperto sulla pagina dove sono rappresentati i genitori della bambina. Quella che voleva diventare un sasso. 



Quel signore trovava così preoccupante questa pagina, perfino più della macedonia con i peperoni verdi, da sentirsi in obbligo di dirmi che questo libro avrebbe causato confusione a mia figlia e che non dovevo mostraeglielo.

Ho risposto che anche a me preoccupava un po&#8217; la questione della macedonia con i peperoni ma infine ognuno è giusto che metta in quello che mangia un po&#8217; quello che preferisce.

Il signore insisteva e non siamo riusciti a trovare un punto di incontro.

L&#8217;ho apprezzato però, perché so che quel signore non capirà mai cosa racconta quella bambina che vuole diventare un sasso, e non comprende che la colpa dell&#8217;incomunicabilità e della difficoltà di sognare di alcuni bambini è causata dai comportamenti come il suo.

L&#8217;ho apprezzato perché quel signore era proprio come la mamma e il papà della bambina che voleva diventare un sasso. Ma non come avrebbe pensato lui. Vai all'articolo originaleMissione alle origini dell’universodi Stefano Giolo - 8 Settembre 2021Missione alle origini dell&#8217;universo è un romanzo per bambini scritto Stephen Hawking e sua figlia Lucy Hawking. Credo non ci sia grande bisogno di presentare chi sia Stephen Hawking, lo abbiamo visto mille volte in tv, sui social, citato e a volte presente in serie tv, ovunque. Probabilmente l&#8217;astrofisico più citato e conosciuto dell&#8217;ultimo secolo, forse più di Carl Sagan.

La storia inizia con due bambini e un maiale. Il problema è che il maiale non può più stare a casa da loro e devono trovare un luogo nell&#8217;universo dove questi possa vivere felice. Tra un colpo di scena e l&#8217;altro si troveranno a combattere contro un potentissimo gruppo di potere che controlla i complottisti del mondo per ottenere che la scienza non possa progredire attraverso la ricerca. Detto così sembra assurdo, ma è proprio questo il bello.

Un romanzo che parla di amore per la scienza, di bullismo, di ecologia, di amicizia, e di umanità. E tutto questo, essendo scritto anche da Stephen Hawking coglie i momenti giusti per dare nozioni di astrofisica, di come sono fatti i pianeti, di dove sia la terra nell&#8217;universo, arriva a fare perfino piccoli cenni sulla fisica atomica e sulle teorie della relatività. 

Un libro che può essere letto a più livelli, fruendo solo della storia principale o gustandosi le foto astronomiche e gli approfondimenti cosmologici che fornisce.

Fantastico sia per ragazzini e ragazzine da dieci anni in su che per gli adulti.Vai all'articolo originaleTerroni. Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero «meridionali»di Stefano Giolo - 18 Agosto 2021ALLERTA FAKE NEWS: Revisionismo storico.

Questo articolo è stato impostato con il testo barrato in quanto recensione di un libro di revisionismo storico, e per tanto pieno zeppo di Fake News. Ne parlo meglio qui: Il fantastico regno delle Due Sicilie (https://www.staipa.it/blog/?p=16872)

Il fatto che esistano dei pregiudizi tra il nord e il sud dell&#8217;Italia è innegabile. Non vale ovviamente per tutte le persone ma certamente per molte, alcune delle quali non hanno neppure modo di rendersene conto.I meridionali sono pigri? Dare soldi al sud equivale a darli alle associazioni a delinquere come Mafia, Ndrangeta, Sacra Corona Unita, Camorra? Al sud c&#8217;è pieno di ladri mentre al nord no? Al sud non sono capaci di fare impresa?

Forse le cose stanno diversamente e i motivi per cui questi pregiudizi sono nati e sono difficili da abbattere partono da eventi storici che non sono esattamente come ce li hanno raccontati.Come sarebbe se Garibaldi e i suoi prima di scendere ad &#8220;unire l&#8217;Italia&#8221; avessero foraggiato e pagato quelli che poi sono diventati Mafia, Ndrangeta, Sacra Corona Unita, Camorra per alimentare dissidi locali? Come sarebbe se Garibaldi stesso dopo i fasti dei mille si fosse reso conto di aver fatto gravi danni e si fosse pentito? Sarebbe possibile per una nazione ormai unita raccontare ai propri cittadini di essere nata attraverso bagni di sangue, milioni di morti, campi di concentramento e distruzione o sarebbe sempre e comunque più semplice indorare la pillola con racconti di azioni eroiche e di pochi terribili briganti abbattuti?

Eppure, i documenti che raccontano una storia diversa da quella che ci è stata insegnata a scuola esistono, sono alla portata di tutti. Pino Aprile in &#8220;Terroni. Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero «meridionali»&#8221; ci racconta di questo, documentando, citando molti altri saggi sullo stesso argomento, spiegando le ricerche effettuate e sfatando miti.

Perché il borbonico Regno delle due Sicilie, che all&#8217;epoca vantava in Napoli la città più industrializzata e grande dopo Londra e Parigi, la più grande diffusione di linee ferroviarie e una delle prime economie d&#8217;Europa si è trovato ad essere fanalino di coda dell&#8217;Italia unita, con linee ferroviarie disastrate e limitate, poche autostrade e pessimi servizi? Perché ha perso la spinta innovatrice che aveva prima dell&#8217;unità e ora, per certi personaggi, è considerato una palla al piede alla crescita del Nord?

Perché nessuno ricorda che quando la grande e ricca Lombardia era sotto il dominio austriaco si trovava nella stessa identica situazione del sud Italia oggi rispetto al nord e gli austriaci pensavano dei lombardi lo stesso che i lombardi pensano dei «meridionali»?

I motivi ci sono, sono molti, ma non sono quelli che ci raccontano alcuni politici. I motivi sono molto più profondi e seri, e solo con la consapevolezza questa situazione può essere cambiata.Vai all'articolo originaleSei donne che hanno cambiato il mondodi Stefano Giolo - 28 Luglio 2021Gli scienziati famosi sono soprattutto uomini.

Galileo Galilei, Isaac Newton, Albert Einstein, Enrico Fermi, Luis Pasteur, Charles Darwin&#8230; perché non ci sono donne che hanno contribuito altrettanto alla scienza?

Gabriella Greyson, fisica e divulgatrice scientifica, in Sei donne che hanno cambiato il mondo ci racconta di questo, sfatando il pregiudizio che le donne non siano adatte a questi ruoli e spiegandoci attraverso la vita di sei scienziate, dei loro successi e delle discriminazioni che hanno vissuto i modi in cui nonostante abbiano contribuito a cambiare il mondo per i più siano state dimenticate. Marie Curie (1867-1934), Lise Meitner (1878-1968), Emmy Noether (1882-1935), Rosalind Franklin (1920-1958), Hedy Lamarr (1914-2000) e Mileva Marić (1875-1948), sono le donne di cui viene tracciata la storia completa ma sono molte altre quelle che vengono citate, da Ipazia, a Fabiola Giannotti (1960-) attuale responsabile del CERN, Barbara Mc Clintock (1902–1992), Wu Chien Shiung(1912 – 1997), Vera Rubin (1928 – 2016), Jocelyn Bell (1943-), Lisa Randal (1962-) a Samantha Cristoforetti (1977-).

Un percorso utile alle donne per capire che possono arrivare ovunque con la loro forza, ma soprattutto per gli uomini perché possano comprendere che non basta una metà dell&#8217;umanità per rivoluzionare il mondo. Perfino Einstein senza Mileva Marić forse non sarebbe stato altrettanto in grado di raggiungere o propri obbiettivi.Vai all'articolo originaleIpazia. La vera storia.di Stefano Giolo - 7 Luglio 2021Ho chiamato mia figlia Ipazia. Ormai immagino sia noto per chi mi conosce o mi segue, o forse no. 

Ma chi è Ipazia? Cosa evoca questo nome? Sicuramente la forza di una donna che nel 400 CE poteva permettersi di insegnare la scienza agli uomini e di gestire uno dei più grandi musei biblioteca del mondo ad Alessandria d&#8217;Egitto. Una donna che ha combattuto per ideali di libertà e di conoscenza contro chi invece preferiva che la conoscenza non proliferasse. Sicuramente un esempio rimasto nella storia e cantato da poeti, scrittori e filosofi. Filosofa, scienziata, o strega viene considerata martire per la scienza. Ognuno ha provato a portare la storia di questa donna verso la propria posizione. Scienziati, religiosi, cattolici e protestanti, ognuno ha raccontato di lei una storia diversa usando i propri pregiudizi, i propri interessi. Ma cosa sappiamo davvero di lei?

Silvia Ronchey ce lo racconta in Ipazia. La vera storia analizzando tutte le fonti che abbiamo disponibili. Chi ha scritto di lei tra i suoi allievi, chi ha scritto tra i suoi detrattori, chi parla di chi ha organizzato la sua morte.

Questo saggio è un percorso tra tutte le fonti e ci dà un&#8217;idea di chi fosse Ipazia ma soprattutto di chi non fosse.Vai all'articolo originaleViaggio nel mondo del paranormale: Indagine critica sulla parapsicologiadi Stefano Giolo - 16 Giugno 2021Sono ormai quarant&#8217;anni che questo libro è uscito, all&#8217;epoca fece molto scalpore, assieme alle trasmissioni sulla parapsicologia effettuate da Piero Angela. 

Viaggio nel mondo del paranormale: Indagine critica sulla parapsicologia, che è uscito da poco nella versione riveduta e corretta è un viaggio con il metodo scientifico su praticamente tutto quanto rientra nella caterogria della parapsicologia, telepatia, chiaroveggenza, precognizione, psicoci nesi, fotografia Kirlian, poltergeist, comunicazione con le piante, agopuntura, yogi e fakiri, guaritori, rabdomanti, chirurgia psichica, sedute spiritiche, fotografia del pensiero, astrologia, sogni premonitori, sensazioni di deja-vu, profezie, medium e sensitivi celebri.

Come più volte viene ripetuto nel libro questo non è un libro per chi vuole credere, ma un libro per chi vuole capire, e così Piero Angela attraverso interviste a ricercatori di parapsicologia, scienziati, illusionisti di professione ci porta per mano nell&#8217;analisi di questi fenomeni. Lo scopo non è quello di confutarli quanto quello di darci dei metodi per non farci ingannare e imparare a riconoscere determinati rischi e bias cognitivi che a volte potrebbero ingannarci.

Fornisce materiale prezioso a tutti coloro che si interessano o che si sono interessati ai fenomeni paranormali e che provano il desiderio di documentarsi seriamente sulle ricerche in corso nel mondo, senza abbandonarsi alla semplice suggestione del magico.

Per me riscoprire questi argomenti è stato un po&#8217; tornare bambino. Erano stati documentari come questi del buon Piero Angela ad affascinarmi fin da piccolo e a darmi la curiosità e il desiderio di conoscere che ancora mi porto dentro e il metodo espressivo che tutti conosciamo, chiaro, conciso ed elegante si trova tra queste pagine tanto che sembra di sentire la sua voce a raccontare i fatti. Vai all'articolo originaleCosa pensano i pesci. Percezione, coscienza, consapevolezzadi Stefano Giolo - 26 Maggio 2021Tra le mie passioni, come in molti sanno, c&#8217;è la subacquea. La vita al di sotto dell&#8217;acqua per me ha un fascino che non ha nulla da invidiare a quella sulla terra. Qualche tempo fa avevo parlato di Altre menti di Peter Godfrey-Smith (https://wp.me/pQMJM-27p), un libro che parla dei Polpi e dei cefalopodi in generale e della loro intelligenza.

Tutti noi abbiamo la tendenza a considerare i pesci, e in generale gli animali che vivono sott&#8217;acqua in maniera molto meno empatica di quelli che vivono sulla terra. Se è facile credere che una mucca o un bradipo provino dolore fisico ed emozioni è più difficile pensarlo di un pesce. Un po&#8217; per l&#8217;assenza di espressioni facciali, un po&#8217; per la nostra incapacità di sentirne i segnali analoghi ai versi degli animali terrestri. Diciamo muto come un pesce e siamo convinti che cuocere le aragoste vive non provochi alcun dolore all&#8217;animale. Diciamo hai la memoria di un pesce rosso, pensando che non siano in grado di ricordare cose.

Cosa pensano i pesci. Percezione, coscienza, consapevolezza di Jonathan Balcombe ci porta invece mano nella mano a conoscere la vita reale dei pesci attraverso gli studi degli ultimi anni. Ci porta a scoprire che i pesci, come gli altri animali, sono in grado di ricordare cose per anni, sono in grado di riconoscere uno specifico umano che li osservi da sopra la superficie dell&#8217;acqua, provano dolore ed emozioni, hanno arzigogolate strategie di cooperazione anche tra specie diverse, alcuni di essi sembrano perfino avere un gusto estetico e cerchino di fare opere più belle dei propri simili per conquistare le proprie compagne.

Fonte: Cos&#8217;è questo misterioso cerchio sul fondo del mare?

Balcombe riesce capovolge tutte le nostre convinzioni sui pesci, dimostrandoci come non siano creature passive e prive di sentimenti, delle specie di robot senza coscienza.

Ci insegna che esistono più di 30.000 specie diverse di pesci, ognuna con le proprie caratteristiche, la propria individualità e la propria bellezza e lo fa raccontandoci aneddoti, spiegandoci ricerche, affascinandoci con racconti. Infine, ci parla delle statistiche della pesca da parte degli umani e del nostro inquinamento.

Ci insegna che, dopo tutto, non sono solo gli animali terrestri a meritarsi la nostra attenzione e le nostre preoccupazioni: ci sono 30.000 specie, laggiù che ignoriamo e distruggiamo senza neppure pensarci.Vai all'articolo originaleViaggiare nello spaziotempodi Stefano Giolo - 5 Maggio 2021Tutti abbiamo sentito parlare di Intestellar, il film di Christopher Nolan, e tutti abbiamo sentito parlare (anche se in molti se ne sono già dimenticati) dell&#8217;incredibile scoperta delle Onde Gravitazionali annunciata nel 2016. Non molti invece sanno che ad accumunarli c&#8217;è una persona: Kip Thorne. 

Kip Thorne è uno dei più brillanti astrofisici del nostro secolo, premio Nobel per la fisica, insieme a&nbsp;Rainer Weiss&nbsp;e&nbsp;Barry Barish appunto grazie alla rilevazione delle prime Onde Gravitazionali. La cosa che non molti sanno è che anche Interstellar è una sua idea e creazione.

In &#8220;Viaggiare nello spaziotempo. La scienza di interstellar&#8221; Kip Thorne ci guida mano nella mano nella storia della creazione di questo film, gestazione durata più di dieci anni fino all&#8217;entrata nel progetto prima di Jonathan Nolan e poi del fratello Christopher. Ci racconta come da anni il suo desiderio fosse di realizzare un film di fantascienza scientificamente attendibile, spingendolo oltre le conoscenze estreme della fisica approdando alle congetture più probabili.

In questo libro ci viene spiegato in maniera sorprendentemente semplice la fisica che sta dietro al film. Dal funzionamento di un Wormhole, a quella di un buco nero, dalle fionde gravitazionali alla piaga che all&#8217;inizio della storia sta distruggendo l&#8217;umanità, dalla teoria dello spazio-tempo di Einstein alla possibilità dei viaggi nel tempo, dall&#8217;ipotesi di un universo multidimensionale alla percezione che possa averne un essere umano. Ci rende il film, già magnifico di per sé, ancora migliore, ancora più incredibile proprio perché aderente in molti punti al vero.

Niente però, come le parole di Thorn stesso possono spiegare meglio il libro:

Ogni volta che guardo Interstellar, e rileggo questo libro, resto stupito di fronte all&#8217;enorme varietà di temi scientifici &#8211; e alla loro ricca bellezza &#8211; da essi affrontati.La cosa che più mi colpisce è il messaggio ottimistico che sta alla base del film: viviamo in un universo governato da leggi fisiche che noi uomini siamo in grado di scoprire, decifrare, imparare in profondità e usare per controllare il nostro destino. Anche senza l&#8217;aiuto degli esseri del bulk, siamo in grado di affrontare quasi ogni catastrofe che l&#8217;universo può scatenarci contro, così come quelle provocate da noi stessi (dal cambiamento climatico ai disastri biologici e nucleari).Per far questo, per controllare il nostro destino, è però necessario che una larga parte della popolazione comprenda e apprezzi la scienza. Il suo modo di operare. Ciò che ci insegna in merito all&#8217;universo, alla Terra e alla vita.I risultati che può raggiungere. Quali sono i suoi limiti dovuti alle inadeguatezze della conoscenza o della tecnologia. In che modo questi limiti possono essere superati. Come possiamo passare dalle semplici congetture alle ipotesi fondate e quindi alla verità. Quanto siano rare -ma molto importanti- le rivoluzioni in cui la nostra percezione della verità viene a cambiare.Spero che il mio libro possa contribuire alla comprensione di tutto questo.Vai all'articolo originaleMussolini ha fatto anche cose buonedi Stefano Giolo - 26 Febbraio 2021&#8220;Mussolini ha fatto anche cose buone. Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo&#8221; è un libro di Francesco Filippi. Un libro che vorrei stesse sulla scrivania di parecchie persone che conosco, ma che spero possa finire almeno su quelle delle altre.

Quante volte ci si sente raccontare le solite cose, la bonifica delle paludi, le pensioni, l&#8217;assistenza sanitaria, l&#8217;educazione fisica, il welfare, la cassa integrazione, i treni in orario, le grandi strade, le tasse basse, l&#8217;assenza di corruzione&#8230; 

Il libro si apre con una delle affermazioni più famose di Joseph Goebbels, che fu il ministro della propaganda nazista

Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte, e diventerà una veritàJoseph Goebbels

e prende in esame moltissime delle affermazioni tipiche sul fascismo spiegando punto per punto quali sono le cose che sono realmente realizzate dal duce, quali sono quelle di cui ha acquisito i meriti e quali gli sono state attribuite erroneamente. Fa una disamina dettagliata di quando le varie iniziative sono state fatte e da chi con dati verificabili e chicche interessanti di storia del nostro paese.

Potrebbe sembrare di parte, e in effetti lo è, ma ogni affermazione viene esposta dando &#8220;a Cesare quel che è di Cesare&#8221; senza troppa retorica e con molti dati. Andrebbe letto da tutti perché racconta una parte di storia di cui, forse per pudicizia nazionale, si fa ancora fatica a parlare approfonditamente senza trovarsi incastrati in uno schieramento politico e nel tifo da stadio.Dovrebbero leggerlo i detrattori di Mussolini ma anche i suoi fan accaniti per poter smentire o confermare le proprie opinioni con un libro che, pur se di storia, risulta facile da leggere. Troppo semplice conoscere la storia usando gli slogan che abbiamo sentito o letto, non è ripetendo mille volte che Mussolini ha creato le pensioni che Mussolini avrà creato le pensioni. Tuttavia, può essere interessante sapere per esempio che sebbene abbia fondato l&#8217;INFPS -Istituto Nazionale Fascista Della Previdenza Sociale-, l&#8217;attuale INPS, le pensioni sono nate nel 1895 durante il Governo Crispi quando Mussolini aveva dodici anni, e nel 1919 sono state imposte come obbligatorie a tutte le aziende durante il governo Orlando.

Imparare come e perché certe affermazioni si sono radicate nell&#8217;immaginario, capire cosa realmente è accaduto e cosa no, è importante anche solo per poter essere intellettualmente onesti con sé stessi quando si vuole sostenere un&#8217;opinione. Qualunque essa sia.In un periodo in cui certe idee pericolose tornano a farsi strada anche nella politica spicciola di aspiranti governanti è fondamentale anche per capire quando ci stanno prendendo in giro.

La retorica dovrebbe essere sempre supportata dalla conoscenza storica, altrimenti il rischio è di raccontare baggianate o crederci.

Se sei a favore del Duce non proseguire con questo articolo.



Se sei interessato, e se ti senti Antifascista, al momento in tutti i comuni italiani è in corso una raccolta di firme per una Legge di iniziativa popolare &#8220;Norme contro la propaganda e diffusione di messaggi inneggianti a fascismo e nazismo e la vendita e produzione di oggetti con simboli fascisti e nazisti&#8221;

Maggiori informazioni sul sito anagrafe Nazionale Antifascista (anagrafeantifascista.it) o sull&#8217;articolo di repubblica Stop alla propaganda fascista: Parma si mobilita per la legge di iniziativa popolare (https://tinyurl.com/w4mxkrgw), o su un qualsiasi motore di ricerca (https://bfy.tw/QLYw) o sul sito del proprio comune, obbligato a esporre tale informazione come per ogni altra raccolta di firme per Legge Di Iniziativa Popolare. La raccolta durerà fino al 31 marzo 2021.Vai all'articolo originaleAltre mentidi Stefano Giolo - 17 Febbraio 2021Uno dei libri che mi ha più emozionato e interessato negli ultimi anni. Non si tratta di un romanzo di avventura, o di un incredibile racconto di Stephen King ma di un saggio di Biologia.

Altre Menti di Peter Godfrey-Smith racconta di intelligenza. Ci aiuta a capire attraverso quella dei Polpi e dei cefalopodi in genere come interpretare l&#8217;intelligenza e come possano esserci forme di intelligenza aliene alla nostra ma non per questo meno affascinanti.

Lo sapete che un polpo può essere in grado di trovare il modo di spegnere una lampadina fastidiosa? Di punire un umano che gli sta antipatico? Che parte del loro cervello è negli arti? 

In questo saggio l&#8217;autore tratta anche di evoluzione, di come l&#8217;intelligenza dei vertebrati e quella dei cefalopodi si sia sviluppata su rami evoluzionistici completamente distinti, non una figlia dell&#8217;altra ma due distinte formazioni. Questa spiegazione ci aiuta a immaginare come potrebbe essere un&#8217;intelligenza completamente aliena e nata altrove, magari su un altro pianeta.

Insomma, in qualche modo è probabile che il contatto con i polpi sia l&#8217;esperienza più vicina all&#8217;incontro con un alieno intelligente che possiamo vivere.

Godfrey-Smith parla anche di un ultimo punto: nel momento in cui siamo costretti ad attribuire un&#8217;attività mentale e di coscienza ad animali completamente lontani e diversi da noi anche dal punto di vista evoluzionistico, siamo costretti ad ammettere anche che quello che noi consideriamo intelligenza e coscienza negli esseri umani non è così certo come abbiamo sempre creduto.Vai all'articolo originaleArmi, acciaio e malattiedi Stefano Giolo - 3 Febbraio 2021Durante una discussione sull&#8217;immigrazione e sulle cause che hanno portato l&#8217;Europa a essere una zona ricca del mondo a discapito di altre zone meno ricche un amico mi ha consigliato di leggere questo libro: Armi Acciaio e Malattie, Breve storia degli ultimi tredicimila anni&nbsp;di Jared Diamond.

Nella stesura del libro l&#8217;autore parte da una domanda che gli fece Yali, un abitante della Nuova Guinea. La domanda era &#8220;Come mai voi bianchi avete tutto questo cargo e lo portate qui in Nuova Guinea, mentre noi neri ne abbiamo così poco?&#8220;. Nel linguaggio di Yali il Cargo, è l&#8217;insieme delle tecnologie. Cosa di cui i guineani erano privi prima dell&#8217;arrivo dei coloni. Nel saggio l&#8217;autore cerca di rispondere a questa domanda e di spiegare perché gli europei siano partiti alla conquista degli altri popoli e siano riusciti nel loro intento e non sia avvenuto invece il contrario. Si spinge a riflettere su come mai un popolo come quello nativo americano, ricco di grandi guerrieri sia stato sconfitto dall&#8217;invasione di un popolo che aveva come grande vantaggio l&#8217;agricoltura. O perché un impero fiorente e unitario come quello medievale cinese sia finito per essere in un ruolo secondario rispetto a quello spezzettato in decine di nazioni proveniente dall&#8217;Europa.

Il saggio parte da una osservazione in particolare, l&#8217;autore osserva come i guineani&nbsp;nativi avessero pressoché tutti l&#8217;abilità di trovare tracce, riconoscere centinaia di piante ognuna per i propri effetti curativi, velenosi, nutritivi, conoscessero i comportamenti degli animali e cose che un cosiddetto uomo civile non avrebbe lontanamente modo di conoscere neppure dopo anni di studi universitari in biologia e zoologia, eppure non siano stati in grado di arrivare agli stessi risultati tecnologici.Dipende da un&#8217;intelligenza biologicamente impressa nel DNA, dal caso o da fattori esterni non legati alla biologia dell&#8217;evoluzione umana? L&#8217;uomo bianco è stato il grande vincitore perché implicitamente più intelligente o aggressivo o il fattore vincente è stato qualcos&#8217;altro? E cosa dobbiamo aspettarci per il futuro?

Ho trovato questo saggio emozionante e divertente. Decisamente illuminante sulle cause che hanno permesso a dei popoli di prevalere e che hanno fatto soccombere la maggioranza. Ci insegna a capire quanto siamo fortunati e quanto in fondo abbiamo in comune con chi lo è stato meno di noi.

Un libro che andrebbe letto per moltissimi motivi ma essenzialmente per capire meglio il mondo e i suoi equilibri.Un libro che andrebbe consigliato a scuola.Vai all'articolo originaleStelle Minori – Mattia Signorinidi Stefano Giolo - 8 Agosto 2019Lo aspettavamo da un po&#8217; un nuovo libro di Mattia Signorini. Rimasto per qualche tempo Lontano da ogni cosa finalmente la sinfonia del tempo anche se non breve, lo ha portato ora a pubblicare dopo tante fragile attese il nuovo romanzo Stelle Minori. Un piacere tornare a leggerlo, come ritrovare la voce di un vecchio amico che dopo anni viene a raccontarti i fatti dell&#8217;ultimo periodo.

Il romanzo esce con Feltrinelli, ed è un piacere scoprire che in questo Mattia sia riuscito a realizzare un sogno: la casa editrice con cui ha mosso i primi passi da accanito lettore, di cui racconta di aver mangiato i libri sui treni nei viaggi verso l&#8217;università di Padova è ora la casa editrice per cui pubblica e forse qualcun&#8217;altro seguirà le sue orme sugli stessi treni leggendo i suoi libri.

Il romanzo si svolge proprio in questo stesso ambiente: uno spaccato di vita universitaria di Padova si trasforma lentamente in un mistero sulla morte di un professore amato e stimato dai propri studenti. Un viaggio nell&#8217;eterno essere secondi a qualcuno e la ricerca di uscire dalla condizione di essere una stella minore, oscurata da una stella più grande. Ma cosa succede quando è questa stella a scomparire? Cosa succede a tutte le stelle minori che la stavano attorniando, che si nutrivano della sua luce e al contempo ne erano nascoste?I due protagonisti si sono conosciuti attraverso il professor Nicola Sceriman a sua volta in qualche modo una stella decaduta dopo aver deciso di allontanarsi dal successo e dalla fama che il suo primo e unico romanzo gli ha portato. Grazie al professore i due protagonisti si sono trovati a costruire qualcosa che poteva essere più grande di loro, ma è proprio a causa della morte dello stesso che per nove anni si troveranno ad allontanarsi e perdersi di vista. Il romanzo inizia con il loro nuovo incontro ad una cerimonia di commemorazione per Sceriman e da quella occasione si dipanerà un percorso che porterà a scoprire il vero segreto della morte del professore. Quello che ha diviso i due protagonisti li costringerà infine a riunirsi e a scegliere un destino che per molti lettori risulterà inaspettato fino all&#8217;ultimo.

Avvincente dall&#8217;inizio alla fine, emozionante, pieno di domande questo romanzo è un piccolo gioiello per il quale è valso la pena attendere.Vai all'articolo originaleHarry Potter e il fascismo dilagantedi Stefano Giolo - 10 Ottobre 2018Il primo libro di Harry Potter è uscito quando io ero grandino, nel 1998 (anno dell&#8217;uscita italiana) avevo sedici anni anni e troppa saccenza per leggere un libro per bambini. Molti della mia generazione e di quella che sta iniziando ora a votare, a partecipare alla vita politica e a fare la differenza nel mondo invece sono cresciuti con lui, da parte mia invece avevo giurato che non li avrei mai letti. Quest&#8217;anno tuttavia, una volta uscita la versione in audiolibro (https://goo.gl/62ZyA5 )&nbsp;il mio voto è venuto meno e così ho appena terminato di ascoltarne l&#8217;ultimo capitolo.Devo ammettere che se da un lato mi spiace non aver vissuto da bambino l&#8217;emozione una saga con un personaggio della mia età o quasi, non mi spiace affatto averne letto l&#8217;ultima parte da adulto. Alla fine sono comunque cresciuto con Tom&nbsp;Sawyer,&nbsp;Huckleberry Finn, i Goonnies e quello che c&#8217;era qualche anno prima ma la cosa che mancava a gran parte di questi era appunto la visione adulta del mondo. Il parallelo con una realtà che il bambino-ragazzo si troverà ad affrontare una volta&nbsp;fuori dal libro,&nbsp;fuori da lì.&nbsp;In tutto questo, nel mondo odierno, nel mondo che ora è nelle mani di quei bambini che sono cresciuti con&nbsp;Potter, la cosa che mi ha fatto di più alzare i peli sulla nuca è stata la catastrofica visione politica e la forza con cui l&#8217;unione di tanti possa opporvisi. Come il leader scelto dal popolo e dalle contingenze finisca per vincere non elevandosi ma umiliandosi, lasciando spazio agli altri. Neville, un personaggio secondario, uccide Nagini&nbsp;e senza questo il mondo sarebbe stato conquistato da Voldemort. Senza questo Harry Potter avrebbe fallito, avrebbe finito per morire come aveva scelto di fare e la sua morte sarebbe stata comunque inutile. Forse sì, c&#8217;è qualcuno destinato a cambiare il mondo, ma non potrà mai farlo da solo e non potrà mai farlo imponendosi come leader e incensandosi.C&#8217;è una parte in particolare che leggendo mi è rimasta terribilmente impressa, più di una&nbsp;Azkaban che con la sua scritta &#8220;Per il bene superiore&#8221; ricorda una Auschwitz con il suo &#8220;Il lavoro rende liberi&#8221;, più dei continui richiami al razzismo e alla discriminazione inutile del diverso che sia mezzosangue, elfo domestico o goblin, della lotta per una razza pura, più l&#8217;ammiccamento sul fatto che Silente abbia sconfitto Grindelwald nel 1945. Si tratta di una parte del capitolo 13: La commissione per il censimento dei Nati Babbani (The Muggle-Born Registration Commission)

«Quindi i Mangiamorte si sono impadroniti anche della Gazzetta del Profeta?» chiese Hermione, rabbiosa.&nbsp;Lupin annuì.&nbsp;«Ma la gente sa cosa sta succedendo, vero?»&nbsp;«Il colpo di mano è stato abile ed è passato praticamente inosservato» rispose Lupin. «La versione ufficiale dell&#8217;assassinio di Scrimgeour è che ha dato le dimissioni; è stato sostituito da Pius O&#8217;Tusoe, che è sotto la Maledizione Imperius».&nbsp;«Perché Voldemort non si è proclamato Ministro della Magia?» chiese Ron.&nbsp;Lupin rise.&nbsp;«Non ne ha bisogno, Ron. È lui il Ministro a tutti gli effetti, ma perché dovrebbe stare dietro una scrivania? Il suo burattino, O&#8217;Tusoe, si occupa delle faccende quotidiane, lasciandolo libero di estendere il suo potere ben oltre.&nbsp;«Naturalmente molti hanno capito cosa è successo: la politica del Ministero è cambiata troppo bruscamente negli ultimi giorni e si mormora che dietro ci dev&#8217;essere Voldemort. Ma è questo il punto: si mormora. Nessuno lo dice apertamente, nessuno si fida di nessuno; hanno paura di dire le cose come stanno, perché se i loro sospetti fossero fondati le loro famiglie sarebbero prese di mira. Sì, Voldemort sta giocando in modo molto astuto. Se fosse uscito allo scoperto avrebbe provocato un&#8217;aperta ribellione: restando nell&#8217;ombra ha creato confusione, incertezza e paura».&nbsp;«E in questo brusco cambiamento nella politica del Ministero» domandò Harry «è compreso il fatto di mettere in guardia il mondo magico da me invece che da Voldemort?»&nbsp;«Ne fa certamente parte» rispose Lupin, «ed è una mossa da maestro. Dopo la morte di Silente, tu &#8211; il Ragazzo Che È Sopravvissuto &#8211; eri destinato a diventare il simbolo e il punto di raccolta di ogni forma di resistenza a Voldemort. Ma insinuando che sei coinvolto nella morte dell&#8217;eroe, Voldemort non solo ha posto una taglia sulla tua testa, ma ha anche seminato dubbio e timore tra i molti che ti avrebbero difeso.&nbsp;«Nel frattempo, il Ministero ha cominciato a muoversi contro i Babbani per nascita».&nbsp;Lupin indicò La Gazzetta del Profeta.&nbsp;«Vai a pagina due».&nbsp;Hermione voltò la pagina con la stessa espressione disgustata che ostentava nel maneggiare Segreti dell&#8217;Arte Più Oscura.&nbsp;«&#8217;Censimento dei Nati Babbani&#8217;» lesse ad alta voce. «&#8217;Il Ministero della Magia ha avviato un&#8217;inchiesta sui cosiddetti &#8220;Nati Babbani&#8221;, per meglio comprendere come siano entrati in possesso di segreti magici.&nbsp;«&#8217;Le ultime ricerche condotte dall&#8217;Ufficio Misteri hanno rivelato che la magia può essere trasmessa da mago a mago solo per via riproduttiva. Là dove non sussistono dimostrate ascendenze magiche, dunque, è probabile che il cosiddetto Nato Babbano si sia procurato il potere magico con il furto o con la forza.&nbsp;«&#8217;Il Ministero, al fine di snidare questi usurpatori del potere magico, ha diramato l&#8217;invito a tutti i cosiddetti Nati Babbani a presentarsi per un interrogatorio davanti alla neonata Commissione per il Censimento dei Nati Babbani&#8217;».&nbsp;«Non glielo permetteranno» commentò Ron.&nbsp;«Sta già succedendo, Ron» ribatté Lupin. «In questo stesso momento sono in atto retate contro i Nati Babbani».&nbsp;«Ma come è possibile che abbiano &#8216;rubato&#8217; la magia?» domandò Ron. «È folle, se si potesse rubare la magia non esisterebbero i Maghinò!»&nbsp;«Lo so» rispose Lupin. «Ma a meno che tu non possa dimostrare di avere almeno un mago tra i parenti stretti, oggi si sostiene che tu abbia ottenuto il tuo potere magico illegalmente e che tu debba essere punito per questo».&nbsp;[&#8230;]«Che piani ha Voldemort per Hogwarts?» chiese a Lupin.&nbsp;«Frequenza obbligatoria per tutti i giovani maghi e streghe» rispose Lupin. «L&#8217;annuncio è di ieri. È una novità, perché non è mai stata obbligatoria. Naturalmente quasi tutti i maghi e le streghe della Gran Bretagna hanno studiato a Hogwarts, ma i loro genitori potevano scegliere di istruirli a casa o all&#8217;estero. Così Voldemort avrà l&#8217;intera popolazione magica sotto controllo fin dalla giovane età. Ed è anche un altro modo per estirpare i Nati Babbani, perché tutti gli studenti dovranno avere lo Stato di Sangue &#8211; cioè dovranno aver dimostrato al Ministero la loro ascendenza magica &#8211; prima di essere ammessi».&nbsp;-Harry Potter e i doni della morte- J. K. Rowling





Mi chiedo quanti di quei bambini, o ragazzi che sono cresciuti leggendo queste parole leggendo questa saga oggi riescano a rivivere le emozioni della prima volta, quando lottavano accanto ad Harry&nbsp;identificandosi in lui o in Hermione che magari lottava con il C.R.E.P.A per i diritti dell&#8217;Elfo Domestico, o in Ron o in qualunque personaggio buono. Quanti ricordino come si sentivano piccoli novelli liberatori dei diritti dei deboli e oggi invece si ritrovino tra le fila di partiti che portano idee razziste, di privazione dei diritti. Partiti alcuni dei quali si ispirano davvero alla parte di storia che sicuramente la&nbsp;Rowling ha voluto citare come monito, come piano educativo.&nbsp;E quella che sto facendo non è di certo una strumentalizzazione perché lo sarebbe allo stesso modo quello dell&#8217;autrice:

Ho voluto che Harry lasciasse il nostro mondo e trovasse gli stessi problemi di questo nel mondo magico. Quindi voi trovate l&#8217;intenzione di imporre una gerarchia, trovate il fanatismo, e questo concetto di purezza razziale, che è un grande errore ma è presente in ogni parte del mondo. Alle persone piace pensare di essere superiori, e il loro orgoglio al riguardo non può fare altro che aumentare la percezione di purezza. Si segue una strada parallela [al nazismo]. Ma non solo a questo. Si può notare che all&#8217;interno del Ministero della Magia, anche prima che fosse ripreso, ci siano dei paralleli a regimi che tutti noi conosciamo e amiamo.Versione originale:I wanted Harry to leave our world and find exactly the same problems in the wizarding world. So you have the intent to impose a hierarchy, you have bigotry, and this notion of purity, which is this great fallacy, but it crops up all over the world. People like to think themselves superior and that if they can pride themselves in nothing else they can pride themselves on perceived purity. So yeah that follows a parallel [to Nazism]. It wasn&#8217;t really exclusively that. I think you can see in the Ministry even before it&#8217;s taken over, there are parallels to regimes we all know and love. &nbsp;J. K. Rowling &#8211; fonte:&nbsp;&nbsp;https://goo.gl/kd48AG 



Trovo che Harry Potter dovrebbe essere letto, studiato, conosciuto da ogni ragazzo. Trovo che&nbsp;Harry Potter  andrebbe discusso con gli adulti e che gli adulti dovrebbero rileggerlo come lo leggerebbe un adolescente per imparare il piccolo dal mondo del grande e il grande dal mondo del piccolo anche che la violenza, la privazione dei diritti, la discriminazione sono storie già viste e riviste, che difficilmente ce ne libereremo mai ma che finché non inizieremo con forza a lottarci contro senza protagonismi e senza pendere dalle labbra di un qualche leader solo in cerca di potere non vivremo mai in un mondo equo.Abbiamo bisogno di più&nbsp;Albus Silente che nonostante la possibilità di farlo rinunciano al potere che potrebbe corromperli per spingere qualcuno di migliore a cambiare il mondo, di più&nbsp;Severus Piton che possano con il loro coraggio perdere sé stessi per riscattarsi dai propri errori,&nbsp;più zii come&nbsp;Sirius Black&nbsp;disposti ad ammettere i propri errori ed essere comunque di esempio,&nbsp; più&nbsp;Harry Potter in grado di crescere, imparare, diventare umili e lottare nonostante il terrore o la certezza di finire male, più&nbsp;Hermione Granger e Ron Weasley disposti a lottare fidandosi di un amico e senza cercare nulla in cambio, più Dobby grati di ciò che hanno avuto e disposti a lottare contro tutto non perché sia dovuto ma perché profondamente voluto.

(Fonte immagine in evidenza:&nbsp;https://goo.gl/6MwrLK )Vai all'articolo originaleLa prima ora del giorno – Anna Martellatodi Stefano Giolo - 6 Maggio 2018L&#8217;ho letto da un po&#8217;&nbsp;La prima ora del giorno di Anna Martellato, per settimane ho pensato di non poter essere obbiettivo nello scriverne, vuoi perché ne conosco l&#8217;autrice, vuoi perché ne conosco dei retroscena che me lo fanno vivere diversamente da un normale lettore, vuoi perché un po&#8217; -devo ammetterlo- ne invidio la genesi.In questi giorni ne è stata decisa la stampa della seconda edizione e l&#8217;ho visto nuovamente presentare a Rovigo Racconta, tra l&#8217;altro con delle acute osservazioni di Saveria Chemotti. Non credo potrei aggiungere nulla a quelle affermazioni ma in qualche modo sono state un ulteriore apertura, uno scorcio attraverso il romanzo da un punto di vista privilegiato in modo diverso dal mio.Se mi chiedo di che cosa parli il romanzo non saprei dare una risposta precisa, non raccontandone la trama. I temi che emergono attraverso il percorso di vita di una giovane ragazza e di sua nonna, tra l&#8217;oggi moderno e ritmato e i tempi della seconda guerra mondiale sono soprattutto legati all&#8217;eredità morale. Non si tratta ne di una vera e propria eredità storica, che pure si percepisce, ne tanto meno di una eredità materiale. Il romanzo risulta essere un parallelo tra due vite che all&#8217;apparenza sono radicalmente diverse e quasi incompatibili ma che si mostrano infine essere due declinazioni di ciò che è la donna in qualsiasi tempo o luogo.Un percorso tra le fragilità di una ragazza che fa di tutto per apparire forte al mondo e la consapevolezza di una anziana che, alla fine della propria vita, ha vissuto tutto quello che è l&#8217;essere fragile e l&#8217;essere forte, che ha imparato come la felicità non sia nel rincorrere ideali imposti dalla società del proprio tempo, come la felicità non sia cambiata da prima della seconda guerra mondiale ad oggi.Le due donne in un dialogo che ci racconta le frivolezze odierne e i drammatici eventi del 43-45 si confrontano sul crescere, sull&#8217;affrontare la vita e soprattutto sull&#8217;essere madre disegnando un quadro perfetto che come un puzzle arriva a rendere ogni tassello unico e fondamentale.In questo quadro vengono presentati anche i fatti storici, poco studiati e ricordati che durante la seconda guerra mondiale hanno messo l&#8217;isola di Rodi al centro dello scacchiere e delle lotte di potere per la conquista dell&#8217;egeo e gli scontri e gli scambi di favori tra nazioni nemiche. Coglie l&#8217;occasione di riportare alla memoria le deportazioni che avvenivano anche via mare e le migliaia di morti che la Germania nazista ha &#8220;perso&#8221; nelle navi che non sono arrivate ai campi di concentramento.Definire insomma&nbsp;La prima ora del giorno&nbsp;solo un romanzo di due donne, o sulla maternità, o un romanzo storico, ridurlo al racconto della trama o di alcune sfaccettatura, sarebbe sminuire l&#8217;insieme di un romanzo estremamente maturo e profondo in cui ognuno può trovare un proprio percorso, qualcosa a cui legarsi qualcosa di cui sentirsi parte, che sia la guerra, l&#8217;amore, l&#8217;essere madre, il consumismo, la frenesia del mondo moderno questo romanzo parla di oggi e dell&#8217;eredità che ci è stata trasmessa e che dobbiamo considerare preziosa ogni giorno.Vai all'articolo originaleNel mare ci sono i coccodrillidi Stefano Giolo - 18 Marzo 2018Nel mare ci sono i coccodrilli, scritto da&nbsp;Fabio Geda racconta la storia di un migrante, uno vero. Enaiatollah Akbari era poco più di un ragazzino quando dall&#8217;Afghanistan ha deciso di viaggiare verso l&#8217;Italia alla ricerca di una speranza. Questo libro racconta la sua storia attraverso l&#8217;intervista dell&#8217;autore, passo passo in una maniera delicata e forte come difficilmente qualcun&#8217;altro sarebbe riuscito.I linguaggio è quello semplice di un ragazzo, di una persona che conosce poche parole della nostra lingua ma che le sa usare. Passa da paragoni come &#8220;alto come una capra&#8221; a &#8220;bruciato come un hamburger del McDonald&#8217;s rimasto troppo tempo sulla piastra mescolando cose che con la nostra cultura non hanno a che fare nel modo più assoluto a cose che non dovrebbero, almeno virtualmente, fare parte che di quella.

« I fatti sono importanti. La storia è importante. Quello che ti cambia la vita è cosa ti capita, non dove o con chi. »-Enaiatollah Akbari-

Non ci sono molte descrizioni, quasi nessun nome che non sia strettamente funzionale ai collegamenti, non ci sono divagazioni. Solo i fatti, nudi e crudi, raccontati con la naturalezza di una fiaba. Parla come in una fiaba dei pedofili incontrati nei parchi chiamandoli &#8220;quelli a cui piacciono i ragazzini&#8221;, dei terroristi chiamandoli Talebani, dei poliziotti corrotti o violenti trattandoli solamente come uomini. Racconta il viaggio in gommone quasi come un&#8217;avventura leggera giocando con la morte in una delicatezza di un pennello sulla tela, parla dell&#8217;essere stato rinchiuso nel doppiofondo di un container per tre giorni a soffocare senza poter pisciare e bevendo solo da una bottiglia, di compagni morti, di dolore il tutto senza vittimismo. Parla dei rifiuti alle proprie richieste di aiuto con frasi come &#8220;giustamente aveva la sua famiglia a cui badare&#8221; o &#8220;giustamente non poteva fidarsi di uno sconosciuto&#8221;.



Credo sia un libro prezioso che oggi più che mai dovrebbe essere proposto ad adulti ma soprattutto a ragazzi per far capire come gira il mondo, come vivano le persone che la politica vuole rinchiudere altrove con leggi come il decreto Minniti ma pur senza mai nominarla, senza fare politica, senza giudicare, senza voler ferire.

Leggetelo. Solo questo posso dire. Sono sicuro che ne troverete giovamento, e che forse un po&#8217; qualcosa dentro può cambiare.Vai all'articolo originaleTeodi Stefano Giolo - 24 Gennaio 2017Teo, di&nbsp;Lorenza Gentile è stato un libro che mi ha stupito. Scritto con la voce narrante di un bambino e la stessa apparente ingenuità potrebbe apparire una fiaba per bambini e come tale è raccontata, la stessa innocenza e incoscienza di un bimbo. Solo che questo bimbo ha un sogno: imparare a vincere tutte le battaglie come il suo idolo Napoleone, quello del libro che gli hanno regalato. Non sa ancora nulla di Waterloo e della sua sconfitta, sa solo che è Napoleone è un morto ed è determinato a raggiungerlo per parlargli. Scrive elenchi su modi per morire cercandoli su Wikipedia, interroga gli adulti per capire cosa ci sia dopo la vita, c&#8217;è chi dice il paradiso e l&#8217;inferno, chi la reincarnazione, chi dei numeri, chi il nulla. Ma sul nulla non ci sta, Napoleone dovrà pure essere da qualche parte! La battaglia che Teo vorrebbe vincere, la più grande, è quella di riappacificare i genitori e così si inoltra in questa avventura nel mondo adulto visto con gli occhi di un bambino, nella morte, nella visione della vita.

Teo di Lorenza Gentile

Non ci vuole insegnare niente, vuole

 capire, progetta la propria morte come solo un bambino potrebbe fare e con l&#8217;ironia di una storia per bambini ci fa riflettere sulla nostra vita di adulti, sorridendo, ridendo e qualche volta ricordando con un pizzico di malinconia quando anche noi eravamo innocenti.Una piccola chicca da leggere in poche ore e da portare nel cuore.Vai all'articolo originaleIl rumore delle cose che inizianodi Stefano Giolo - 5 Gennaio 2017Fare una recensione dei un libro di un&#8217;amica, di una persona che si conosce, non è mai semplice. Se poi si tratta di un libro con questo livello di successo sul mercato la cosa diventa più difficile. Il libro in se l&#8217;ho letto già da diverso tempo, ho iniziato a leggerlo il giorno stesso in cui è arrivato sul mercato ed ho finito pochi giorni dopo. L&#8217;ho letto tutto d&#8217;un respiro, ascoltandone i suoni e le immagini, immedesimandomi negli ambienti creati ad arte quanto un brano di Battiato.Non è facile fare una recensione del genere perché non ritengo che il libro sia privo di difetti e se da un lato evidenziarli sarebbe un delitto e probabilmente più un gusto personale, nasconderli sarebbe quantomeno falso, ma in tutta quella bellezza, dall&#8217;inizio alla fine, in tutta quella bellezza delle immagini, delle situazioni della delicatezza ogni difetto in questo libro scivola in secondo piano, coperto dai suoni, dai rumori di qualcosa di bello.

Evita Greco: il rumore delle cose che iniziano

Dopo due mesi che l&#8217;ho letto, dopo aver lasciato decantatare ogni immagine ed essermene allontanato ho&nbsp;iniziato a scrivere queste parole e di nuovo le ho lasciate decantare in attesa di un non so cosa.&nbsp;Ho sentito paragonare questo libro ad Amelie, il film francese, ed in effetti qualcosa di francese probabilmente c&#8217;è seppure con la terra e la genuinità del nostro territorio. Basta aver incontrato Evita poche volte per rendersi conto che questo libro è molto più&nbsp;lei&nbsp;e che lei è molto più&nbsp;questo libro&nbsp;di quanto il più smaliziato dei lettori possa credere, non è frutto di costruzione né di finzione del marketing, e questo traspare da ogni riga, traspare pure dai difetti a cui accennavo. La testa persa, costantemente in un mondo in cui i significati delle cose sono leggermente disassati dai significati che le altre persone attribuiscono, le persone &#8220;normali&#8221;. Eppure c&#8217;è talmente tanta &#8220;normalità&#8221; in questi personaggi da parere quasi alieni, astrusi proprio per la loro semplicità.Se dovessi paragonare questo libro ad un brano musicale penserei ad Imagine di John Lennon, un brano semplice e semplificato all&#8217;osso e perfetto di per se per questo. Credo sia difficile riprodurre un tale livello di semplicità ed immediatezza. Lasciamo perdere i riferimenti errati al mondo della subacquea o ad altri tecnicismi analoghi, è l&#8217;emozione ciò che passa, il desiderio di guardare nella propria vita e chiedersi perché dobbiamo essere così complicati ed è proprio lì, mentre ci si chiedere queste cose che la trama svolta in un modo che rende quella semplicità la causa stessa, nel bene e nel male, della trama.Un libro da leggere, e da regalare, una piccola perla che entra nel cuore.Vai all'articolo originaleChiara Passilongo – La parabola delle stelle cadentidi Stefano Giolo - 5 Novembre 2015Non recensisco spesso ed in genere lo faccio sulla musica, ma oggi mi sento di parlare di questo libro, e di questa scrittrice emergente Veronese che mi è capitato di avere l&#8217;onore di conoscere nelle mie peripezie.Si tratta di &#8220;La parabola delle stelle cadenti&#8221; e di Chiara Passilongo.

La parabola delle stelle cadenti &#8211; Chiara Passilongo

Come ho già avuto modo di dire a lei il genere del romanzo se preso così come in sinossi, non è decisamente qualcosa che normalmente mi attirerebbe, si tratta della storia di una immaginaria famiglia veronese che nell&#8217;arco dei circa trent&#8217;anni a partire dal 1981 si trova ad affrontare la nascita ed il successo di una azienda&nbsp;dolciaria partendo da una piccola gestione familiare fino a raggiungere il successo nazionale trovandosi ad incontrarsi e scontrarsi con la realtà storica e politica dell&#8217;ultimo trentennio fino alla crisi dei nostri giorni, ma si tratta anche della vicende familiari, della crescita dei figli e dello scontro tra una generazione legata alla terra ed una proiettata verso la modernità.Basta leggere l&#8217;incipit per avere un&#8217;idea chiara di non trovarsi di fronte un romanzo comune, la delicatezza e la precisione con cui viene tratteggiata l&#8217;intera vicenda in poche righe sembra la precisione semplice di un testo come &#8220;Imagine&#8221; di John Lennon, dove non una sola parola è fuori luogo, non una sola parola è di troppo ed una sola parola in meno sarebbe stata una mancanza.Traspare in ogni riga un controllo e un dosaggio delle parole che non a tutti è possibile realizzare e l&#8217;intero svolgimento tra personaggi ben tratteggiati e da un lato così tipici dall&#8217;altro interessanti invoglia alla conoscenza di un mondo che è un po&#8217; quello che ha creato la nostra generazione di trentenni nel bene e nel male e sembra di rileggere senza troppa nostalgia ma anche senza troppo distacco un mondo che sembra ormai distante ma che è ancora il nostro.

La parabola delle stelle cadenti &#8211; Incipit

Su Amazon&nbsp;è possibile leggerne la prima parte se questa mia recensione avesse acceso in voi il desiderio di conoscerla

DedicaVai all'articolo originale&quot;Luna? Si, ci siamo andati!&quot;di Stefano Giolo - 19 Marzo 2010È disponibile da oggi l&#8217;edizione completa del libro &#8220;Luna? Sì, ci siamo andati!&#8221;, che affronta e smonta con i fatti, una per una, le principali tesi di chi sostiene che gli sbarchi umani sulla Luna furono una messinscena e chiarisce i dubbi di chi ha sentito parlare di queste tesi e vuole capire come stanno realmente le cose per non farsi fregare dai contaballe spaziali.

Il libro è anche un&#8217;occasione di conoscere meglio l&#8217;epopea dei viaggi spaziali con dovizia di dettagli e di chicche curiose e poco conosciute.

&#8220;Luna? Sì, ci siamo andati!&#8221; è scaricabile gratuitamente in formato PDF senza lucchetti digitali anticopia (DRM): è legalmente copiabile e distribuibile secondo la licenza Creative Commons riportata nel testo. Lo scopo del libro è far conoscere i fatti, non farmi diventare ricco. Comunque le donazioni tramite Paypal sono sempre ben accette,&nbsp;se volete incoraggiarmi a scrivere ancora o finanziare il materiale per il documentario gratuito Moonscape.

Scarica il libro (8 megabyte – edizione 2010/03/18)

A breve il libro sarà&nbsp;acquistabile su carta anche via Internet in un pratico formato tascabile (12&#215;18, copertina morbida, bianco e nero) a 15 euro. Ci sarà anche un&#8217;edizione cartacea a colori, a un prezzo ancora da definire, che verrà distribuita soltanto in occasione dei miei appuntamenti pubblici. I dettagli verranno pubblicati qui. La ragione di queste scelte apparentemente bizzarre è il contenimento dei costi. Non ho tempo di organizzare spedizioni, mi spiace.Vai all'articolo originaleIl Violino Nerodi Stefano Giolo - 16 Marzo 2007Il Violino Nerodi Maxence FermineEditore Bompiani

Johannes Karelsky, protagonista de Il violino nero, è un musicista dal genio precoce destinato a conoscere gli abissi della passione in una Venezia di fine Settecento immersa, a dispetto delle precise indicazioni storiche, in un&#8217;atmosfera onirica che ripropone l&#8217;icona funesta della città, forse ispirandosi all&#8217;immagine pittoresca dell&#8217;Italia fissata dalla tradizione del romanzo nero e fantastico. L&#8217;incontro con un misterioso liutaio, antico allievo della famiglia Stradivari, è il motore di una storia che sviluppa con grazia il tema del



 rapporto speculare tra discepolo e maestro, tesi in una comune recherche de l&#8217;absolu, l&#8217;uno a &#8220;mutare in musica la propria vita&#8221;, l&#8217;altro a &#8220;mutare la musica in vita&#8221;. &#8220;Un violino nero dal suono strano, una scacchiera (&#8230;) magica, e una grappa senza età&#8221; sono gli elementi fantastici di un racconto che, come nella miglior tradizione del genere, accoglie il meraviglioso per affermare la più semplice delle verità terrene: nell&#8217;arte, come nell&#8217;amore, si perviene alla pienezza solo attraverso la perdita.Fonte

Alcune frasi del libro:&#8220;La tua opera, Johannes&#8230; prima di scriverla dovresti viverla.&#8221;&#8220;E&#8217; vero&#8221;, disse Johannes. &#8220;Non ci avevo mai pensato. Non avevo nemmeno pensato che vivere potesse essere utile.&#8221;&#8220;Eppure io so come rendere interessante la tua vita&#8221;.&#8220;Ah sì? E come?&#8221;&#8220;Andando a cercare la parte di sogno che ti spetta di diritto.&#8221;&#8220;E dov&#8217;è, questa parte di sogno?&#8221;&#8220;Un po&#8217; dovunque nel mondo. Ma soprattutto dentro di te!&#8221;

&#8220;E&#8217; lo strumento più straordinario che io conosca. Un semplice alito basta a farlo vibrare. Ma la musica che ne scaturisce è talmente strana da poter cambiare la vita di chi lo suoni. E&#8217; come la felicità. Una volta che la provi, ne resti marchiato a vita. Suonare il violino è la stessa identica cosa.&#8221;

La storia si presenta come un inno alla voce della Donna, quella voce che può incantare e bruciare la vita di un uomo e fargli capire, nel momento del rischio estremo, che amore, femminilità e musica sono una sola cosa, che ha nome Assoluto.Il modo di scrivere di di Fermine è asciutto, profondo, piacevole e scorrevole, un libro che rapisce, che fa venire la pelle d&#8217;oca, ti fa sognare.Non è facile dare cosi tante emozioni in poche pagine. Riesce a darci riflettere sul significato della vita e sulla ricerca della felicità.Ricordo di averlo letto in diversi giorni, per gustarmelo a pieno.Non più di qualche pagina al giorno nonostante si possa leggere in poche ore.La gran parte l&#8217;ho letto e gustato in alcuni pomeriggi che ho vissuto a Brescia in ritiro dal mondo a casa di una mia cara amica.Stavo da solo in un parco a guardare la gente passare e leggevo, leggevo scordando lentamente il mondo che mi opprimeva altrove.

Credo che il messaggio più importante di questo libro sia: ha senso lottare per tutta per raggiungere un solo obiettivo di felicità al punto di odiare tutto il resto della propria vita?Non c&#8217;è una risposta.Vai all'articolo originale
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		<title>Contrapposizioni &#8211; Edizioni Il Filo</title>
		<link>https://www.stefanogiolo.it/stefano-giolo/fuori-orario/progetti-di-scrittura/poesie/contrapposizioni-edizioni-il-filo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Oct 2024 13:34:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[Poesie]]></category>
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					<description><![CDATA[Non vado fiero di questa casa editrice, lo so, si tratta di editoria a pagamento con tutte le conseguenze del caso. Ero giovane, nel pieno della gioventù e della speranza di contare nel mondo, ma vado fiero di questo piccolo libretto.Dopo tanti anni, mi piace ancora. Mi ha insegnato tanto questa pubblicazione, sull&#8217;editoria, sulla pubblicità, [&#8230;]
L'articolo Contrapposizioni &#8211; Edizioni Il Filo proviene da Stefano Giolo.
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										<content:encoded><![CDATA[Vai a Le mie poesie



Non vado fiero di questa casa editrice, lo so, si tratta di editoria a pagamento con tutte le conseguenze del caso. Ero giovane, nel pieno della gioventù e della speranza di contare nel mondo, ma vado fiero di questo piccolo libretto.Dopo tanti anni, mi piace ancora. Mi ha insegnato tanto questa pubblicazione, sull&#8217;editoria, sulla pubblicità, sull&#8217;amore di quello che si fa e sul non svendere il proprio lavoro. 



Mi ha fatto pure vincere un paio di premi. Alla fine, è passato tanto tempo ma è stata una bella esperienza



Segnalazione di merito per un&#8217;opera prima, Premio internazionale di poesia &#8220;San Domenichino &#8211; Città di massa&#8221;



Targa segnalazione di merito per un&#8217;opera prima, Premio internazionale di poesia &#8220;San Domenichino &#8211; Città di massa&#8221;



Premio Nazionale di Letteratura e Teatro Nicola Martucci
L'articolo Contrapposizioni &#8211; Edizioni Il Filo proviene da Stefano Giolo.
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		<title>Una poesia a caso</title>
		<link>https://www.stefanogiolo.it/stefano-giolo/fuori-orario/progetti-di-scrittura/poesie/una-poesia-a-caso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Oct 2024 13:03:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[Poesie]]></category>
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					<description><![CDATA[Leggi qui una poesia a caso&#8230; Quando vuoi, clicca qui o aggiorna la pagina per leggere un&#8217;altra poesia a caso!
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Leggi qui una poesia a caso&#8230;



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Le parole nel tempo, ciò che è scritto non se ne andrà.di Stefano Giolo - 18 Giugno 2016&#8220;Io voglio essere la tua oasi e vorrei tu fossi la mia, non qualcosa da lasciare indietro ma un luogo dove tornare a respirare, a bere acqua, a rinfrancarsi, da portare nel cuore chiamandolo casa.
Vai dunque, e quando lo vorrai, allunga la mano e cerca la mia.&#8221;
Le parole assumono significato nel tempo.
Il tempo stesso assume significato nel mutare delle parole.
Il tutto in un continuo circolo che è paradosso.

“Vai dunque. Ci sono altri mondi oltre a questo”
-Roland di Gilead-Vai all'articolo originale
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		<title>Le mie poesie</title>
		<link>https://www.stefanogiolo.it/stefano-giolo/fuori-orario/progetti-di-scrittura/poesie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Oct 2024 13:03:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
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					<description><![CDATA[Se vostro figlio vuole fare lo scrittore o il poeta sconsigliatelo fermamente. Se continua minacciatelo di diseredarlo. Oltre queste prove, se resiste, cominciate a ringraziare Dio di avervi dato un figlio ispirato, diverso dagli altri. Maria Grazia Deledda Qui trovi raccolte alcune delle mie poesie, sono solo anteprime, ma clicca sul titolo e troverai il [&#8230;]
L'articolo Le mie poesie proviene da Stefano Giolo.
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Se vostro figlio vuole fare lo scrittore o il poeta sconsigliatelo fermamente. Se continua minacciatelo di diseredarlo. Oltre queste prove, se resiste, cominciate a ringraziare Dio di avervi dato un figlio ispirato, diverso dagli altri.
Maria Grazia Deledda


Vai a Progetti di ScritturaUna poesia a casoLeggi qui una poesia a caso...



Quando vuoi, clicca qui o aggiorna la pagina per leggere un&#039;altra poesia a caso!Vai a vedereContrapposizioni - Edizioni Il FiloNon vado fiero di questa casa editrice, lo so, si tratta di editoria a pagamento con tutte le conseguenze del caso. Ero giovane, nel pieno della gioventù e della speranza di contare nel mondo, ma vado fiero di questo piccolo libretto.Dopo tanti anni, mi piace ancora. Mi ha insegnato tanto questa pubblicazione, sull&#039;editoria, sulla pubblicità, sull&#039;amore di quello che si fa e sul non svendere il proprio lavoro. 



Mi ha fatto pure vincere un paio di premi. Alla fine, è passato tanto tempo ma è stata una bella esperienza



Segnalazione di merito per un&#039;opera prima, Premio internazionale di poesia &quot;San Domenichino - Città di massa&quot;



Targa segnalazione di merito per un&#039;opera prima, Premio internazionale di poesia &quot;San Domenichino - Città di massa&quot;



Premio Nazionale di Letteratura e Teatro Nicola MartucciVai a vedere



Qui trovi raccolte alcune delle mie poesie, sono solo anteprime, ma clicca sul titolo e troverai il testo completo. Oppure clicca qui per leggere una poesia a caso.


Quello che restadi Stefano Giolo - 27 Agosto 2021Quello che resta

Quello che resta,dopo,non è la tristezza.Non soffrirai, non starai peggio, non starai affatto.

Quello che resta,dopo,è l&#8217;assenza.Il vuoto.Un discorso sospeso,degli avrei, farei, direi, sarei a sciogliersi indefinitamente nel tempo.

Vai all'articolo originaleL’ultima volta che scrivodi Stefano Giolo - 21 Agosto 2018Non scriverò più.Mai più.Non perché non lo desiderio perché sia stanco di farlo.Non perché non ne sentirò più il bisogno.Non scriverò più perché mai più avrò idee come ne ho avute fino ad oggi,perché ho già scritto tutto,detto,discusso,perché non c&#8217;è più nulla di nuovo,perché non c&#8217;è più nulla.Non scriverò mai più,come ogni volta,come ogni volta tra l&#8217;ultima e la successiva,come ogni volta che finisco qualcosa,prima di iniziarne un&#8217;altra.Non scriverò più.

Vai all'articolo originaleAttendodi Stefano Giolo - 13 Agosto 2018Resto qui,sulla riva del tempo.Lo osservo scorrere.

A volte lento come come la sabbiaerosa dal ventodalla cima di un monte.

Altre veloce,come un incedere di fiera.

Resto qui e lo osservo.Scorre davanti a mementre attendo il mio cadavere passare.

Resto qui e aspetto di saltarci sopra,nuovo battello a proteggermi dall&#8217;annegare.

&nbsp;Vai all'articolo originaleI bei tempi andatidi Stefano Giolo - 20 Luglio 2018Ricorda che saranno questii&nbsp;bei tempi andati,non la ricerca di un futuro irrealizzabile,non amare un passato idealenon sacrificare giorni per un forse.

Ricorda che saranno questii&nbsp;bei tempi andati,

quando tra qualche anno ti guarderai indietro,quando dovrai fare i conti con quello che è stato,quando non potrai più avere un futuro davanti

Ricorda che saranno questii&nbsp;bei tempi andatie vanno vissuti come tali,ogni istante,ogni istante.



Ricordache saranno questii&nbsp;bei tempi andati

Liberamente ispirato a &#8220;Vecchi&#8221; di Giorgieness

Vai all'articolo originaleL’ombra davantidi Stefano Giolo - 22 Giugno 2018C&#8217;è qualcosa in più dell&#8217;ombra lunga che si trova davanti a te al mattinoo di quella che si trova alle tue spalle man mano che il sole tende all&#8217;orizzonte.

E non importa a che punto della volta celeste sia il sole-tanto non lo saprai che all&#8217;ultimo-fai che sia sempre alle tue spalle,e se sarà alto in cielo fermati e guardati dentro.

Sia l&#8217;esperienza a prendere e l&#8217;esperienza a creare.Vai all'articolo originaleUrlodi Stefano Giolo - 23 Maggio 2018Urlo

Non è per loro che scrivo,non è per loro che suono,non è per loro che sento il bisogno di esprimermi

talvolta in modo sgraziatoo ricercatoo dolceo nella rabbia di versi inumani.

Non è per qualcuno, che creo, ma contro.Contro di te.Contro le tue ostruzioni.Contro le tue ostinazioni.



È la mia libertà.Ciò che ti sfugge e mi identifica,ciò che non puoi apprezzare.È la mia libertà.Vai all'articolo originaleLa vita è fiumedi Stefano Giolo - 11 Marzo 2018La vita è fiume.Diramazioni continue,salti, gorghi voluttuosi in rivoli di cascate.Imprevedibili.

Voltati e non c&#8217;è uno ieri, voltati e non c&#8217;è un domani.salti, gorghi voluttuosi in rivoli di cascate.Imprevedibili.La vita è fiume.Vai all'articolo originaleAbbracciamidi Stefano Giolo - 17 Gennaio 2018Non puoi comprenderlo,né io pretenderlo.Non puoi comprendere cosa ruota dentro talvolta.

Il ricordo di ciò che non ho fatto,che ho avuto il coraggio di non fareche ho avuto il terrore di fare.Ciò che non ho fatto.

Non puoi comprenderlo,né io lo pretendo.



Abbracciami nel silenzio e niente altro.Vai all'articolo originaleSilenzio.di Stefano Giolo - 16 Gennaio 2018È del silenzio che anelo la presenza,
talvolta.
Non di questa musica ripetitiva,
altalenante,
precaria musica.

Anelo il silenzio.
Un abbraccio e il silenzio e niente altro.

Il silenzio.



Il silenzio.Vai all'articolo originaleLa rabbia di un tempodi Stefano Giolo - 21 Ottobre 2017Cerco in me la rabbia di un tempoquella che mi strappava parole.

Ma ci sei tu. Ne assorbi ogni lemboin modi che nessuno saprebbe immaginare.Vai all'articolo originaleLe cose che inizianodi Stefano Giolo - 6 Ottobre 2017Era quel suono.Ma non solo quel suono.

Il rumore delle foglie gialle e rossecalpestate dai miei scarponi da montagna,e quell&#8217;odore così forte di sottobosco e pioggia.I silenzi e il fiato grosso, il cuore.

Era tutto questo e altro:la grandine in testa che faceva sorridereil cielo, le nubima soprattutto era che se mi fermavo quel suono continuava,il calpestio di scarponi sulle foglie rosse e gialle d&#8217;autunnoe quel pronome personale che hai iniziato ad usare all&#8217;improvviso come se fosse normale



Non era più&nbsp;io ma&nbsp;noi,come se fosse normale.E c&#8217;è ancora quel suono:foglie gialle e rossecalpestate dai nostri scarponi,sulla montagna,sulla strada.Vai all'articolo originaleLa paura e il desideriodi Stefano Giolo - 3 Ottobre 2017È la paura di accelerare che conta, e il desiderio.
Essere qui, quando so che dovrei andare.
Quell&#8217;istante che non può durare per sempre tra il prima e il dopo.
Quando sei dietro al palco e stai per salire e respiri il momento,
quando il giudice ha detto &#8220;Ai vostri posti&#8221; e deve ancora pronunciare &#8220;Pronti&#8221;
quando ogni muscolo si blocca e il tempo rallenta.
È la paura di accelerare che conta, e il desiderio del poi.
È il desiderio del poi.Vai all'articolo originaleSogno lucidodi Stefano Giolo - 2 Ottobre 2017Io non ero lì.Il mio sé era altrove, in un mondo lontano da me.

Ho aperto gli occhi-hai risposto a una domanda-e occhi azzurri di fronte a me mi stavano osservando-forse ho parlato nel sonno?-

Erano lì, ero lì io, eri lì tu,allo stesso punto della strada.Non ho avuto paura.



Non

ho

avuto

paura.

Ora ti sto sognando ogni giorno.E poi la notte, mentre dormo, mi ritorni in mente.Vai all'articolo originalePerché ho smesso di scrivere poesiedi Stefano Giolo - 5 Settembre 2017Scrivevo molta più poesia un tempo.
Ho scritto sempre molto, ricordo il primo racconto che ho scritto era qualcosa come il 1990. avevo otto anni, forse nove. Raccontava di un viaggio nello spazio in cui io, nel 2017 andavo su Marte e incontravo una popolazione aliena, ma non era fantascienza, utilizzava il cliché inizio novecentesco della perdita di sensi momentanea a distinguere la parte reale da quella immaginaria, un trucco mutuato da Poe o da altri scrittori della sua epoca. Avevo descritto la morte da dentro il morente descrivendo una serie di deformazioni sensoriali e poi la sua resurrezione in questo mondo alieno. Non spiegavo se il protagonista fosse morto davvero o no, se fosse inteso come reale o no tutto quanto accadeva dopo. Avevo otto anni, era il mio primo racconto e non so dire da dove venisse, avevo letto Il Richiamo Della Foresta, 20.000 leghe sotto i mari, forse qualcosa di Salgari non di più. La mia vocazione era lì. Nello scrivere. Nella tensione. Nello sperimentare. Nel crossover di generi. L&#8217;anno prima avevo imparato per la prima volta cosa fosse quello che le persone chiamano amore. L&#8217;amore di bimbo, sia chiaro, ma il mio piccolo cuoricino era esploso per la prima volta con le conseguenze imprevedibili con cui esplode un cuore quando un cuore esplode. Amavo anche i chiasmi. Ci vollero altri tre anni prima che esplodesse di nuovo per quel ricciolo su una fronte. Esplose la poesia in quegli anni.Non sapevo quanta ne avrei scritta, nel frattempo scrivevo lettere. Ricevevo e scrivevo lettere non saprei dire da quante persone, mi chiedo se qualcuno le conservi ancora, io le ho buttate quasi tutte. Centinaia. Tra il 97 e il 98 credo di averne scritta una ogni singolo giorno, molti giorni più di una. Fare qualcosa per così tanto tempo con tale frequenza non può non creare una dipendenza. All&#8217;epoca scrivevo con una stilografica. Scrivevo anche in poesia. Quasi ogni giorno. Credo di aver superato il migliaio di poesie, sperimentavo in quel modo, sperimentavo in quel mondo. Lo feci fino al 2003 con risultati via via più soddisfacenti. La mia emotività era sfogata con quello, l&#8217;unico modo di sfogare un fiume, un mondo, una sofferenza, una gioia, un tutto che trasbordava come un bicchiere pieno in cui continui a versare acqua da una bottiglia infinita. Era il mio modo di fermare un po&#8217; di quell&#8217;acqua e cristallizzarla immobile come una fotografia, pensavo avrebbe fatto bene riprenderla quando ci fosse stata siccità. Pensavo che avevo così tanto da buttare fuori da dare, da regalare che perderlo in un tombino di scarico sarebbe stato uno spreco. Durò fino al 2003. Non avevo mai trovato un tombino vero prima di allora. Era lì che mi attendeva ed era la cosa più bella che potessi incontrare.

Sono in una gabbia di cristallo,
in una maledetta cazzo di gabbia di cristallo.
E potrei scappare se volessi, se non fosse così fottutamente bella.
Sono in una gabbia di cristallo
e non so più come uscirne, ne so come sono entrato.

Lo scrivevo allora. Non sapevo quanto quella gabbia sarebbe divenuta il mio vestito, la mia corazza, il mio scheletro, la mia essenza. Scrissi le mie poesie più belle come una stella che prima di spegnersi diventa enorme e brucia tutta se stessa, raggiunsi l&#8217;apice e mi spensi. La siccità era arrivata, il tombino aveva assorbito ognuna delle mie emozioni. Il paradosso è che prima mi tolse l&#8217;ansia, poi la paura, poi la rabbia, poi la tristezza e solo da ultimo l&#8217;amore. Fu l&#8217;esperienza più bella che avessi mai provato ma di me non rimaneva più nulla che valesse la pena essere pronunciato, figurarsi scritto su un foglio. Smisi in quel momento di scrivere in poesia. Ci provai ancora, sì. Credo di aver scritto almeno altre due sillogi complete dopo quel momento. Carta straccia.
Presidio di razionalità incapace di provare ciò di cui voleva disquisire.
C&#8217;era qualcosa di buono in questo. L&#8217;assenza di ansia, di rabbia, di paura sono qualcosa a cui molti ambiscono (Tenetevele, io vi dico, tenetele strette al cuore ed amatele e vivetele) e mi resero sfacciatamente più forte negli anni. Ma mancava qualcosa: la capacità di provare empatia, di piangere, di gioire, di credere nelle piccole cose. Se non provi paura tutto è privo di valore perché non ti interessa perderlo, se non provi ansia tutto è insipido perché o lo raggiungi o lo lasci andare senza ricerca spasmodica. Tutto privo di valore. Smisi di scrivere quando rilessi quello che avevo scritto un tempo. Potevo leccarne ancora l&#8217;acqua liquida scorrere tra le righe, le parole bagnate trasudavano ancora ogni emozione, la trasudano ancora oggi. Quello che scrivevo era secco e nero come la lingua di un uomo morto di sete. Vorrei dire pieno di ulcere ma le ulcere sarebbero state emozione, sarebbero state rabbia e non c&#8217;era neppure quella. Quello che scrivevo era morto. Io ero morto. Tutto era morto. Era come fotografare pareti di cemento che mi stringevano dentro me stesso, una uguale all&#8217;altra seppure con nuove parole, ricerche, sperimentazioni. Una uguale all&#8217;altra. Una
uguale
all&#8217;altra.
Poi mi hai preso per mano e trascinato. Ero ancora quella lingua secca e morta ma tu mi trascinavi inerte avanti e indietro. Aprivo gli occhi ogni tanto, poi li richiudevo, poi li riaprivo, poi sparisti. Anche se ci sei ancora là fuori, almeno tu. E credo ci sarai sempre. Non so quanto tempo passò, una pietra non conosce il tempo. Ed era come se il tempo fluttuasse tra un oggi e un passato remoto e un futuro e un imperfetto come immagini che appariranno e scomparvero e stanno illuminando quello che accadde pochi istanti fa come nei sogni. Poi però ero di nuovo un pezzo di pietra a terra, arido, o forse di terra secca e crepata grigia. Arrivasti tu. Piantando un seme? Non saprei ma la mia testa era aperta, una crepa in fronte e ci guardavi dentro, mentre stavi versandoci dell&#8217;acqua. Non mi volevi trascinare in giro, stavi curandomi o curando il seme che avevi piantato. Te ne sei andata perché non ti coglierò mai o non mi sono lasciato cogliere, stai fuggendo per sempre forse, non ne ho idea.
Fui a terra. Ero terra. Terra secca e non più dura roccia. Nasceva qualcosa nella mia testa. Un sogno, una realtà, un mondo dentro cui posso guardare e vedere muoversi vite ed ogni vita mi parlava e raccontava. Non erano capaci di provare emozioni perché io non sapevo darle a loro. Non erano capaci di provare emozioni perché raccontavano di quello che ero.
Poi sei arrivata tu, sembravi un porto pieno di emozioni, esplosioni, incredibili pulsioni, ti sfiorai il volto e si gelò la mano. Ero o non ero un pezzo di terra secca? Ti sfiorai il volto e si gelò la mia mano perché eri un pozzo. Di nuovo un pozzo di fronte a me. Non lo temevo. Infilai la mano dentro e ne estrassi la rabbia, l&#8217;ansia, ogni paura. Infilai la mano nel pozzo e ne estrassi la paura, la rabbia, l&#8217;ansia mordendole e respirandole e vivendole, non fu un tentativo di togliertele da dentro. Non mi importava, cosciente di quanto sarebbe un vano tentativo, ma fu desiderio di riprendere quello che avevo perduto. Estrassi dal pozzo rabbia, paura, ansia e me ne nutrii come una bestia col sangue che cola dalle fauci, li conoscevo ormai quei pozzi, vi ero già morto non mi spaventavano più. La rabbia, la paura, l&#8217;ansia mi resero più forte di quanto sia mai stato, più forte di quanto divenni perdendole. Ero incapace di controllare le nuove vecchie emozioni, incapace di equilibrio in tutto quel troppo. Non te ne andasti tu, ti cacciai per salvarci. O per lasciarti distruggerti, poco conta. Non tornerò mai. E poi piove. Piovve. Piove. Piovve riempiendo il mondo come un bicchiere vuoto che arriva velocemente al colmo e piove ancora. Mentre mi giravo dall&#8217;altra parte in faccia un abbraccio. Senza un preavviso. Come uno schiaffo. Il cuore battere forte come non avesse mai battuto prima. E scrivo in poesia. In costante disequilibrio tra un&#8217;emozione e l&#8217;altra imparo a domarle e viverle come un&#8217;acrobata su un filo appeso tra due torri nel vento, ed è la paura a reggermi in piedi, l&#8217;ansia, la rabbia che mi fai provare e qualcos&#8217;altro. E vorrei fotografare emozioni, farne trasudare dalle parole tutto quello che scoppia come una fontana ma soprattutto vorrei sentirmi libero di viverle, di essere, di vivere.
Di essere
di vivere
di essere
vivere
essere
vi
es
sìVai all'articolo originaleIo non ci credo.di Stefano Giolo - 4 Settembre 2017Come sentire sulla schiena spingere.Tra le scapole.In mezzo.

L&#8217;avrei chiamato destino un tempo-quando avevo una fede-l&#8217;avrei chiamato il cospirare del mondo,non fosse che il mondo lo conosco.

Io non ci credo.Siete voi a farlo ed è questo che spinge avanti.Tra le scapole.Vai all'articolo originaleSull’emozione pt.2di Stefano Giolo - 29 Agosto 2017&#8220;Le emozioni sono l&#8217;esclusione di alcune funzioni del cervello rispetto ad altre.&#8221; Si tratta di una semplificazione enorme, forse. Ma forse potrebbe essere una focalizzazione al limite del perfetto. Questa frase l&#8217;ho sentita in questi giorni mentre camminavo e vivevo il mondo.

Secondo Treccani l&#8217;emozione è:

emozióne s. f. [dal fr. émotion, der. di émouvoir «mettere in movimento» sul modello dell’ant. motion]. – Impressione viva, turbamento, eccitazione: l’e. della vincita, di quell&#8217;inatteso incontro; le e. del viaggio; andare in cerca di nuove e.; essere in preda all&#8217;e., a un’intensa e.; essere preso, essere sopraffatto dall&#8217;e.; la forte e. gli impediva di parlare. In psicologia, il termine indica genericamente una reazione complessa di cui entrano a far parte variazioni fisiologiche a partire da uno stato omeostatico di base ed esperienze soggettive variamente definibili (sentimenti), solitamente accompagnata da comportamenti mimici.

Secondo Wikipedia l&#8217;emozione è:

Le emozioni sono stati mentali e fisiologici associati a modificazioni psicofisiologiche, a stimoli interni o esterni, naturali o appresi.In termini evolutivi, o darwiniani, la loro principale funzione consiste nel rendere più efficace la reazione dell&#8217;individuo a situazioni in cui si rende necessaria una risposta immediata ai fini della sopravvivenza, reazione che non utilizzi cioè processi cognitivi ed elaborazione cosciente.Le emozioni rivestono anche una funzione relazionale (comunicazione agli altri delle proprie reazioni psicofisiologiche) e una funzione autoregolativa (comprensione delle proprie modificazioni psicofisiologiche).

Mi piace molto la parte di Wikipedia in cui è scritto &#8220;In termini evolutivi, o darwiniani, la loro principale funzione consiste nel rendere più efficace la reazione dell&#8217;individuo a situazioni in cui si rende necessaria una risposta immediata ai fini della sopravvivenza, reazione che non utilizzi cioè processi cognitivi ed elaborazione cosciente.&#8221;.Credo che al netto delle modifiche fisiologiche i rilasci di ormoni e le reazioni fisiche all&#8217;emozione il grosso dell&#8217;emozione sia l&#8217;essere un processo che permette al cervello di escludere altri processi nel cervello. In ogni momento il numero di pensieri e processi che il cervello gestisce sono moltissimi, non esiste alcun momento in ci sia calma piatta, l&#8217;emozione è uno di questi processi che ha una energia tale da riuscire a sospendere gli altri. Certamente in uno stato emozionale di paura la gran parte degli altri processi mentali vengono spenti ed il rilascio di adrenalina aiuta sì il corpo ad agire con maggiore forza e velocità ma a sua volta nuovamente il cervello ad escludere una serie di altri pensieri. Così credo si possa dire delle altere emozioni di cui molte positive escludono i pensieri negativi e viceversa.Quello che cerchiamo o a cui dovremmo ambire è l&#8217;equilibrio delle parti, il nostro equilibrio personale, ovunque esso sia.Credo sia possibile anche creare un processo o uno stato in grado di escludere altre emozioni, crearlo e dargli un nome. Io il mio lo chiamerei nulla:

&#8220;Cos&#8217;hai?&#8221;&#8220;Nulla&#8221;

perché non voglio escluda l&#8217;ironia, voglio invece riesca ad evocarla.La capacità di escludere pensieri creando nella testa qualcosa di più ampio, la capacità di togliere lo spazio a ciò che ha già troppo spazio, la capacità di escludere la paura, il senso di mancanza, l&#8217;ansia, la malinconia. Non credo si possa essere così selettivi da riportare attivi i pensieri che questi hanno escluso, ma se almeno l&#8217;ironia non riescono ad escluderla&nbsp;nulla può davvero evocarla.&#8220;Le emozioni sono l&#8217;esclusione di alcune funzioni del cervello rispetto ad altre.&#8221;Se così fosse nulla sarebbe l&#8217;emozione più forte.Vai all'articolo originaleSull’emozionedi Stefano Giolo - 27 Agosto 2017La questione è che tu,-per me-sei emozione pura.

Come essere legati ad una corda elastica pronti a lanciarsi da un ponte,come ascoltare un disco inedito dei Pink Floyd da adulto,come arrivare in vetta dopo giorni di strada e respirarne l&#8217;aria.

Premere quell&#8217;interruttore,-spegnere le emozioni dentro di me-equivale a ignorare quello che sei.



Voltarsi e scendere dalla scaletta,spegnere lo stereo e mettersi a fare una lavatrice,dirsi che tutto sommato hai camminato abbastanza e puoi tornare a casa.

Resti lì.Resti un potenziale inespresso non so neppure se immenso o deludente.Ma tutto -dentro me- dice che infine quell&#8217;uva sarebbe stata acerba.

Nulla disseterebbe di più dell&#8217;agresto nell&#8217;acqua che bevo.Vai all'articolo originaleIl lungo addiodi Stefano Giolo - 25 Agosto 2017&#8230;

E lunghe ore a ingannarci così

a dire lui e lei, sempre gli altrie i palliativi sono sempre tanti per non ammettere che siamo qui,e Charlie Brown e Mafalda e la scuolastorie un po&#8217; vere a volte inventatenei pomeriggi d&#8217;inverno e d&#8217;estatedi strani voli su una parola.

Quando cantavo Plaisir d&#8217;Amourtu mi guardavi e ridevi più fortenon lo capivi che ti facevo la corteo forse capivi e la furba eri tu&#8230;

e mi hai sospeso su un filo di lanae mi ci terrai ancora per molto,giovane amore, fiore non coltoo forse sì, ma da un&#8217;altra mano.



E chi lo sa se anche tu mi vuoi bene,a volte credo di esserne certoa volte invece sembra tutto uno scherzo,fuggono gli occhi come faleneamica mia sorella speranzaquello che vuoi io non ti dirò,quello che voglio non sentirò,quello che c&#8217;è dietro l&#8217;indifferenza.E tutto è morto e tutto è ancor vivoe solamente tutto è cambiatoquello che provo l&#8217;ho sempre provatoe credo ancora in ciò in cui credevoe il fiocco nero è l&#8217;unica cosache mi è rimasta con la malinconia,ma insieme a questa stanca anarchiavorrei anche te, amica mia

Ma dimmi tu non è meglio così?Immaginare e illudersi semprequi ad aspettare qualcosa o nientequi ad aspettare un no o un sìche in ogni caso sarebbero finedi tutto questo che almeno è un ricordocosì studiato giorno per giorno

fatto di tanti cristalli di brina

&#8211;&#8220;Il lungo addio&#8221; Dylan Dog albo n° 74&#8211;Vai all'articolo originaleHo visto me stessodi Stefano Giolo - 5 Agosto 2017Ho visto me stesso ieri.
Era dentro di me.
Era nascosto là sotto tra le paure, sotto quel sorrisetto stentato.
Sotto anni di &#8220;non dire&#8221;.
Ho incontrato me stesso.
Ero qui.Vai all'articolo originaleResilienza e casodi Stefano Giolo - 24 Giugno 2017Il caso muove le cose
le cose a caso muovono il caso
il caso a caso muove le cose.
Salta.
Da un dado all&#8217;altro.
Da un caso all&#8217;altro in equilibrio.
Salta e non importa, chiudi gli occhi.
A casa muovi le cose
i casi muovon le cose
le cose muovono cose che muovono il caso
Salta.
Una gamba, o l&#8217;altra o la stessa ancora
ed ancora.
Non importa, è la vita.Vai all'articolo originaleLa tua bellezzadi Stefano Giolo - 26 Maggio 2017Osservo la tua bellezza
nella mia mente.
Ricordo di te come tre punti verdi.
I tuoi occhi, grandi, curiosi, vividi e luminosi osservarmi.
E un pendaglio.
Mi torna in mente -in lampi improvvisi- la tua bellezza semplice.
Innotabile perfezione nascosta in un mondo di figure irrealistiche.
Timida e nascosta inconsapevole, quasi come ti sentissi inadatta.
Mi torna in mente il tuo modo di muovere le mani imbarazzato.
I tuoi polsi.
Il fisico minuto appena coperto da un maglioncino casto,
gli occhiali grandi così grandi da non nasconderti.
Ti appoggiavi a me. E fuggivi. E tornavi. E fuggivi.
Da lontano mi hai visto osservarti, lo so perché io ho visto te osservarmi.
Ma era un altro mondo, un&#8217;altra realtà,
non importa se fosse più reale questo o quello.
Era un altro mondo.Vai all'articolo originaleRisparmio energeticodi Stefano Giolo - 1 Aprile 2017Osservo una pianta,
nella siccità.
La osservo mentre lascia seccare i propri rami
-cadono le foglie-
mentre i suoi rami deboli si spezzano sotto il peso di piccoli animali.
Osservo una pianta,
nella siccità.
Sopravvive, sopravvivrà a lungo ancora,
sopravvivrà grazie ai rami secchi,
le foglie cadute.
Sopravvivrà alimentando solo il necessario.
Osservo una pianta,
priva di emozioni, priva di dolore,
sopravvivere ancora temendo il sole.
In attesa del sole,
in attesa del&#8217;acqua che possa fargli amare il sole.
Temendo il sole.
In attesa.Vai all'articolo originaleOggidi Stefano Giolo - 19 Marzo 2017Incapace di ogni sentimento, di ogni emozione,
osservo questa scatola
nera
chiusa.
Non so dove sia la chiave, non so neppure se esista
non so dove sia la toppa o se basti sollevarne il coperchio.
Incapace di ogni sentimento, di ogni emozione,
osservo questa scatola.
Mi attira.
Incapace di ogni sentimento, di ogni emozione,
osservo questa scatola.
&#8230;
Incapace.Vai all'articolo originaleSilenzio.di Stefano Giolo - 6 Febbraio 2017Sento
un dolore forte entrarmi nella testa
sento
forte un dolore come una punta entrare dall&#8217;orecchio
sento
forte un dolore sordo come urla nel fondo del cervello
-sento-
sordo il dolore di urla che mi accecano impedendomi di sentirti
-sento-
un dolore cane nell&#8217;orecchio che urla fino nel profondo del mio cervello
(sento)
nella testa entrare da dentro l&#8217;orecchio urla pulsanti che rodono e grattano il cervello
(sento)
nelle urla dentro la testa sputare fuori il dolore di roditori che mordono assordanti ogni pensiero
(sento qualcosa strapparsi)
Silenzio.Vai all'articolo originaleIl Poeta è un fingitoredi Stefano Giolo - 8 Gennaio 2017Stavo risistemando il blog in questi giorni, piccoli dettagli grafici, soprattutto per quanto riguarda la versione mobile. Ho rivisto le citazioni che compaiono a sinistra nella versione desktop e mi sono riletto frasi dei miei autori preferiti aggiungendo le fonti e rimuovendo le citazioni non certe. Come ogni volta che ricapito su Pessoa mi accorgo di come in definitiva sia l&#8217;artista a cui mi sento più affine seppure ormai poche delle cose che scrivo gli somiglino. Ma in qualche modo è stato uno dei tre o quattro autori che mi hanno dato maggior spinta. Ho voglia di riportare uno dei suoi pezzi a cui sono più legato, lo trovo un po&#8217; un monito al lettore che desidera interpretare lo scritto, e al contempo un monito allo scrittore. Un modo poetico per esprimere per l&#8217;ennesima volta come non abbia senso interpretare la realtà di ciò che uno scrittore scrive.
Il Poeta è un fingitore
Il poeta è un fingitore.
Finge così completamente
che arriva a fingere che è dolore
il dolore che davvero sente.
E quanti leggono ciò che scrive,
nel dolore letto sentono proprio
non i due che egli ha provato,
ma solo quello che essi non hanno.
E così sui binari in tondo
gira, illudendo la ragione,
questo trenino a molla
che si chiama cuore.
-Autopsicografia, Fernando Pessoa, 1° aprile 1932-Vai all'articolo originaleCome l’ombra.di Stefano Giolo - 5 Gennaio 2017Come l&#8217;ombra, nessuno di noi esiste se non per l&#8217;immagine che proietta.
Come l&#8217;ombra, l&#8217;immagine di ognuno di noi è vicina o lontana da ciò che siamo.
Come l&#8217;ombra, il mezzo che ci proietta -la luce se vogliamo- è fuori da ogni nostro controllo.Vai all'articolo originaleScórso è il tempodi Stefano Giolo - 14 Dicembre 2016Da lassù guardo il tempo scorrere,
mi chiedo cosa occorrerebbe per ripercorrerlo al contrario,
per modificare quella scelta.
Da lassù guardo scorrere il tempo,
mi chiedo cosa occorrerebbe per ripercorrerlo al contrario,
poterlo almeno rivivere.
Da lassù guardo scorrere il tempo da che non ci sei più,
da che sei altrove.
E non è la tua presenza,
non è ciò che siamo stati,
non è ciò che abbiamo condiviso lassù,
non è ciò che avremmo dovuto essere a creare un vuoto.
È tutto il resto del mondo.

scórso agg. e s. m. [part. pass. di scorrere].
1. agg. Passato, trascorso: Su l’ossa e il fango &#8230; Sta, di memoria solo E di dolor custode, il simulacro Della s. beltà(Leopardi).
In partic., nell’uso com., riferito a un periodo di tempo ultimamente trascorso, che precede quindi l’attuale: il lunedì s., la settimana s., l’anno s., l’inverno s., o anche lo s. anno, lo s. inverno.
2. s. m., non com. Errore commesso involontariamente, per fretta o disattenzione, nel parlare o nello scrivere: s. di penna, di lingua.
Fonte Treccani

Vai all'articolo originaleC’è un abissodi Stefano Giolo - 1 Ottobre 2016C&#8217;è un abisso 
C&#8217;è un abisso per sempre nascosto
(c&#8217;è un abisso da sempre nascosto)
((c&#8217;è un abisso nel sempre, nascosto))
C&#8217;è un abisso da cui ti proteggo
(da cui mi proteggo)
((da cui li proteggo))
E crea un eco nel suono,
(se suono)
((quel suono))
un riverbero interno che crea quella dissonanza implicita
(quei silenzi)
((le distanze)) 
un vuoto come un crepaccio nel bianco liscio di una morbida nevicata.
(morbido liscio delicato)
((molle livido deflorato))
Sta vibrando. Chiede una vittima e suona le sue deboli campanelle.
(suonano campane)
((suonano i suoni di sottili sottilità))
C&#8217;è un abisso da sempre nascosto,
(c&#8217;è un abisso per sempre nascosto)
((c&#8217;è un abisso nel sempre. Nascosto.))
oggi suona
(Urla)
((Strappa))
come chiamato da un complemento.
((Urla))
(((Scappa)))
Come spaventato di poter infine trovare pace.Vai all'articolo originaleSilenziodi Stefano Giolo - 12 Settembre 2016Silenzio
La distanza amplifica le emozioni
(il silenzio)
amplifica la dominante.
Proverei un&#8217;amore più forte
se t&#8217;amassi.
Proverei mancanza
se avessi bisogno di te.
Proverei commozione
se apprezzassi gli istanti vissuti assieme.
Ma provo rabbia.
Solamente rabbia e nient&#8217;altro.
Una rabbia che sale nel tempo
che urla, strappa, brandisce parole.
E copre l&#8217;affetto, la mancanza, la commozione.
La rabbia è la mia dominante per te.
Non per tutte le volte in cui hai detto farò e non hai fatto
non per tutte le volte che hai detto sono ma non eri.
Per tutte le volte in cui hai fatto questo senza parlare.
È il silenzio che amplifica le cose
(crea la distanza)
come rimbombi in stanze vuote.
(la distanza)
L&#8217;attesa nel silenzio.
(il silenzio)
Possiamo romperlo o disperderci nella distanza quando la rabbia diverrà rumore.Vai all'articolo originale“Traffico. Io vivo altrove.”di Stefano Giolo - 11 Settembre 2016Ogni tanto le cose ritornano, come cicli come onde. Il ricordo di un passato è più bello quando arriva inaspettato. Non cambierà la mia vita, non il passato. Lo ha già fatto ed è stato bello per questo.
Un tempo ero una di quelle persone da foto di cose vecchie per rimuginare e ripensare, poi nel tempo ho capito come non importi ricordare necessariamente chi c&#8217;era in quel posto, cosa hai fatto, cosa hai visto. Preferisco che ciò che non è stato importante finisca lentamente nell&#8217;oblio delle cose dimenticate, preferisco che nella mia testa ci sia lo spazio per tutto quello che devo ancora vivere, per accumulare ricordi nuovi. Ed è la memoria a scegliere cosa fosse importante. Come un girasole preferisco guardare verso la luce e muovermi verso un divenire. Ed è in questo contesto che i ricordi importanti, le cose che ti hanno portato ad essere quello che sei emergono talvolta come una carezza od un sorriso che ti dicono che sì, stai andando nella direzione giusta, che sì esiste una linea diretta che porta da quel che eri a quello che sei ed è quella che puoi seguire passo passo da quel ricordo emerso a tutti e soli quei ricordi che ad esso sono legati. Ed è bello sorriderne e voltarsi sentendo che sono ancora lì, che sono in qualche modo come quando sai di avere con te una squadra di persone di cui fidarti e non ti importa di vederle, perché sono lì.
Stanno cambiando tante cose, e questo mese sembra essere crocevia di novità sotto ogni campo della mia vita che davvero abbia un interesse per me.
Mi è stato chiesto diverse volte in questi mesi, forse ormai in questi anni da dove venga la tranquillità che mi porto dentro, la serenità. Qualcuno dice che non me ne freghi nulla delle cose oppure che non provi sentimenti. Non è così. Credo di aver raggiunto oggi, e spero per lungo tempo una situazione di stabilità interiore che mi permette di non spostarmi prendendo colpi, o di spostarmi quel tanto da non risentirne. La consapevolezza che posso cambiare direzione, non significa aver perso, significa aver scelto.
Brulica di novità il mondo e la vita continua a rimanere stupenda.
Due situazioni in questo periodo mi hanno fatto riflettere su questo mio mondo di pensare.
In due su un cinquantino con le gomme lisce, tachimetro e contachilometri rotti, che probabilmente perdeva carburante e non gli funzionava il segnalatore della riserva, eravamo su una strada bianca disastrata sull&#8217;isola di Milo nelle Cicladi in Grecia. In caso di problemi in quella zona dell&#8217;isola l&#8217;assicurazione del noleggio non avrebbe coperto nulla e non sarebbe venuto a prenderci. Alla guida un caro amico mi ha chiesto &#8220;Ma se buchiamo? Non hai paura se buchiamo?&#8221;. Non ci ho pensato ed ho risposto &#8220;No.&#8221;.
Ci ho messo un po&#8217; a chiedermi perché non avessi paura, se io fossi un temerario privo di sentimenti o ci fosse altro. Mi sono chiesto se avessi paura di farmi male, e quella l&#8217;avevo. Avevo paura di cadere su quei sassi, avevo paura di farmi male io o che se ne facesse lui, ma non avevo paura di bucare nonostante i cinque chilometri di sterrato, le salite e le discese. La risposta è arrivata solo qualche tempo dopo quando mi sono reso conto che mi sarei quasi divertito se fosse successo. Ero consapevole che avremmo faticato un mondo, che ci saremmo devastati di fatica, che eravamo quasi senza acqua sotto il sole, che avremmo perso l&#8217;intera giornata prima di arrivare in una zona dove ci sarebbero venuti a prendere. Ma ero consapevole, sono consapevole, che a distanza di qualche settimana l&#8217;avremmo raccontata come un&#8217;esperienza di cui ridere. Che qualunque cosa difficile, ti rende più forte e ti fa ridere di tutto. Sarebbe stata semplicemente un altra esperienza che sarebbe rimasta indelebile dentro, un ricordo per sempre, indipendentemente dalle foto. Avremmo suggellato per sempre un&#8217;immagine nelle nostre memorie e non sarebbero serviti file jpg per ricordare con chi eravamo, come eravamo, cosa era accaduto. Per questo non ne avevo paura.
Tornando da quel viaggio sono passato da una stazione in cui tanti anni fa, nel 1999 avevo fatto una scritta sul pavimento. L&#8217;avevo fatta per una ragazza per cui avevo una cotta adolescenziale, una delle tante per le quali ho avuto cotte adolescenziali per lo più dimenticate. Non mi servono decine di foto per ricordarla e non averne rende quella persona speciale, diversa da tutti perché la ricordo. Ho portato per anni nel portafogli un foglietto bianco scritto con una penna oro. Prima di venire rapinato. Quel foglietto è l&#8217;unica cosa persa in quella rapina che ricordi e mi manchi oggi.
&#8220;Traffico. Io vivo altrove.&#8221; firmato Torne. Per lei ho scritto la prima raccolta di poesie organiche dopo decine scritte a caso su un quaderno privo di ordine. Ho scritto la prima cosa con un inizio, un percorso ed un termine. Eravamo due persone diverse, incompatibili, ci siamo frequentati per davvero poco tempo ma intenso. Non ci siamo più cercati.
&#8220;Traffico. Io vivo altrove.&#8221; l&#8217;ho sempre trovata una piccola chicca di ermetismo Ungarettiano che nella sua semplicità mi ha stupito e negli anni è cambiata per me. Da un sentirsi alternativo e diverso forzatamente con un senso di superiorità come lo vivevo da adolescente oggi è ancora una frase che mi porto dentro come incisa. Più di quel &#8220;La vita è sogno fanne realtà&#8221; che porto appesa al collo ogni giorno dal 19 luglio 2006. Io vivo ancora altrove, lontano dal traffico. Guardo le persone litigare, muoversi agitate, guardo attorno a me accadere cose, e sono sereno. Non vivo lì. Non sono nella confusione del lavoro che faccio, non sono nei bisticci sulla politica stupida, non sono nel social network. La mia vita, quella vera, quella di cui sono pienamente soddisfatto è altrove, sulle montagne, nei boschi, sotto il pelo dell&#8217;acqua, nel dolore dei muscoli affaticati, nel piatto cucinato per qualcuno, nelle birre in un locale, nelle infinite frasi che scrivo, nei miei gatti e nel conte Frederick. Il lavoro cambiatemelo, martoriatemici, affaticatemi, chiedetemi di litigare di politica e mi ci butterò, ditemi che quello che scrivo fa schifo, buttatemi merda addosso. La mia vita è altrove.
C&#8217;è un&#8217;altra risposta in tutto questo: vivo solo perché non mi interessa avere accanto qualcuno che non viva dove vivo io, che non viva altrove. Un girasole che guardi avanti, e non nel traffico di questo mondo.Vai all'articolo originaleBolognadi Stefano Giolo - 2 Agosto 2016Bologna
25/05/2004
(Da &#8220;Contrapposizioni&#8221; Stefano Giolo, Edizioni Il Filo)
È ancora fermo a quell’ora
l’orologio della stazione.
Quando la gente saliva sul proprio sogno,
per un viaggio che non era l’ultimo
né il più bello forse,
ma era il loro,
la vita.
Persone immerse nella routine,
tristi, §
felici,
amanti,
piccoli infanti.
Ed ora sono un ora,
una crepa in un muro
coperte da torri lontane
da persone non nostre che ci fanno pensare più che loro.
ANTONELLA CECI anni 19
ANGELA MARINO ” 23
LEO LUCA MARINO ” 24
DOMENICA MARINO ” 26
ERRICA FRIGERIO IN DIOMEDE FRESA ” 57
VITO DIOMEDE FRESA ” 62
CESARE FRANCESCO DIOMEDE FRESA ” 14
ANNA MARIA BOSIO IN MAURI ” 28
CARLO MAURI ” 32
LUCA MAURI ” 6
ECKHARDT MADER ” 14
MARGRET ROHRS IN MADER ” 39
KAI MADER ” 8
SONIA BURRI ” 7
PATRIZIA MESSINEO ” 18
SILVANA SERRAVALLI IN BARBERA ” 34
MANUELA GALLON ” 11
NATALIA AGOSTINI IN GALLON ” 40
MARINA ANTONELLA TROLESE ” 16
ANNA MARIA SALVAGNINI IN TROLESE ” 51
ROBERTO DE MARCHI ” 21
ELISABETTA MANEA VED. DE MARCHI ” 60
ELEONORA GERACI IN VACCARO ” 46
VITTORIO VACCARO ” 24
VELIA CARLI IN LAURO ” 50
SALVATORE LAURO ” 57
PAOLO ZECCHI ” 23
VIVIANA BUGAMELLI IN ZECCHI ” 23
CATHERINE HELEN MITCHELL ” 22
JOHN ANDREW KOLPINSKI ” 22
ANGELA FRESU ” 3
MARIA FRESU ” 24
LOREDANA MOLINA IN SACRATI ” 44
ANGELICA TARSI ” 72
KATIA BERTASI ” 34
MIRELLA FORNASARI ” 36
EURIDIA BERGIANTI ” 49
NILLA NATALI ” 25
FRANCA DALL’OLIO ” 20
RITA VERDE ” 23
FLAVIA CASADEI ” 18
GIUSEPPE PATRUNO ” 18
ROSSELLA MARCEDDU ” 19
DAVIDE CAPRIOLI ” 20
VITO ALES ” 20
IWAO SEKIGUCHI ” 20
BRIGITTE DROUHARD ” 21
ROBERTO PROCELLI ” 21
MAURO ALGANON ” 22
MARIA ANGELA MARANGON ” 22
VERDIANA BIVONA ” 22
FRANCESCO GOMEZ MARTINEZ ” 23
MAURO DI VITTORIO ” 24
SERGIO SECCI ” 24
ROBERTO GAIOLA ” 25
ANGELO PRIORE ” 26
ONOFRIO ZAPPALA’ ” 27
PIO CARMINE REMOLLINO ” 31
GAETANO RODA ” 31
ANTONINO DI PAOLA ” 32
MIRCO CASTELLARO ” 33
NAZZARENO BASSO ” 33
VINCENZO PETTENI ” 34
SALVATORE SEMINARA ” 34
CARLA GOZZI ” 36
UMBERTO LUGLI ” 38
FAUSTO VENTURI ” 38
ARGEO BONORA ” 42
FRANCESCO BETTI ” 44
MARIO SICA ” 44
PIER FRANCESCO LAURENTI ” 44
PAOLINO BIANCHI ” 50
VINCENZINA SALA IN ZANETTI ” 50
BERTA EBNER ” 50
VINCENZO LANCONELLI ” 51
LINA FERRETTI IN MANNOCCI ” 53
ROMEO RUOZI ” 54
AMORVENO MARZAGALLI ” 54
ANTONIO FRANCESCO LASCALA ” 56
ROSINA BARBARO IN MONTANI ” 58
IRENE BRETON IN BOUDOUBAN ” 61
PIETRO GALASSI ” 66
LIDIA OLLA IN CARDILLO ” 67
MARIA IDRIA AVATI ” 80
ANTONIO MONTANARI ” 86Vai all'articolo originaleÀncora.di Stefano Giolo - 15 Luglio 2016La verità è che non importa niente.
Non importa il tempo.
Non importa lo spazio.
Non importa.
Solo un istante
breve
non serve accada nulla.
Un istante
breve
lungo
immobile.
Non importa.
Cancello tutto. Torno indietro.
Mi riporti alla partenza.
E ricomincio di nuovo a tentare di allontanarmi,
di andare altrove,
di cercare altri mondi.
E poi tu.
Di nuovo.
Di nuovo ancora.
Non cambierà.
Non ancora.
Àncora.Vai all'articolo originaleCammino comunque sia in una direzionedi Stefano Giolo - 13 Luglio 2016Cammino in bilico su un filo
indeciso tra rincorrere e fuggire.
Cammino comunque sia in una direzione.
Cammino in bilico su un filo
tra la coscienza di saper rovesciare un mondo e la noia del non volersene sporcare le mani.
Cammino comunque sia in una direzione.
Cammino in bilico su un filo
sul pavimento, dove comunque non posso cadere.
Cammino comunque sia in una direzione.
Cammino in bilico su di un filo
attendo che tu mi prenda per mano, ovunque tu ti trovi
Cammino comunque sia in una direzione, ovunque essa si trovi.
Là rovescerò il mondo. Ovunque serva. Comunque serva.Vai all'articolo originaleL’attesadi Stefano Giolo - 2 Luglio 2016Sei stato tu -nel tempo- ad insegnarmi l&#8217;attesa.Non ero in grado -prima di te- di sedermi ed attendere. Nel silenzio.Cullare lentamente il desiderio, sorridere dell&#8217;assenza, dare da bere ai sogni senza costringerli in nessuna direzione, osservarli crescere. Ed attendere.Da semi distorti di confuse pulsioni mi hai insegnato a far nascere ciò che può essere armonico.E ancora -o per la prima volta dopo di te- attendo qualcosa di nuovo. Non posso dire che io ci creda, non posso dire che io non ci creda. Non posso dire cosa sia. Ma mi fa sorridere.Scrivo più strano dopo la mezzanotte.Scrivo più bello forse.Scrivo più vero.Ma qualunque cosa sia, lo carezzo, lo attendo. Lo aspetto.Non importa cosa sia, cosa possa o non possa divenire.Sorrido.Mi sento a casa.E attendo il divenire, il divenendo.

Vai all'articolo originaleLe parole nel tempo, ciò che è scritto non se ne andrà.di Stefano Giolo - 18 Giugno 2016&#8220;Io voglio essere la tua oasi e vorrei tu fossi la mia, non qualcosa da lasciare indietro ma un luogo dove tornare a respirare, a bere acqua, a rinfrancarsi, da portare nel cuore chiamandolo casa.
Vai dunque, e quando lo vorrai, allunga la mano e cerca la mia.&#8221;
Le parole assumono significato nel tempo.
Il tempo stesso assume significato nel mutare delle parole.
Il tutto in un continuo circolo che è paradosso.

“Vai dunque. Ci sono altri mondi oltre a questo”
-Roland di Gilead-Vai all'articolo originaleFallimentodi Stefano Giolo - 18 Giugno 2016Non se ne andrà questo senso di fallimento.
Sono stato in un luogo, oggi. In un prato in cui ho fatto l&#8217;amore con te anni or sono.
Di nascosto da un mondo. Non lo ricordavo.
Come un pugno nello stomaco il mondo ancora una volta si è voltato.
Ancora una volta
mentre  sei lontana.
Scrivo.
Scrivo di un sogno in cui t&#8217;incontrai tanti anni prima,
il mio primo ricordo d&#8217;infanzia su cui costruire un altro mondo che potrebbe portarmi lontano.
Ne mancano ancora due da raccontare ed un mondo.
Lontano.
Racconto di te,
di ciò che sei stata in un altro mondo ancora
di cosa sarei stato senza incontrarti
poi il mondo si volta nuovamente.
Il mondo si volta.
Ancora una volta.
Si aprono porte,
si aprono nuove porte,
grandi porte.
E chi mi guarda vede quello in cui tu mi trasformasti,
non il fallimento di aver perduto me stesso in questo mondo.
Chi mi guarda ci crede davvero, più di quanto io
-miscredente possibilista-
possa mai credere.
Chi vede non sa nulla di cosa c&#8217;è dietro tutto questo muro
dietro questi mondi.
Ve ne sono altri, è vero, vivo tra i mondi, tra i monti, tramonti, tra morti, tramortiti sentimenti ritorti.
Non se ne andrà il senso di aver fallito,
e non importa se vincerò il mondo,
se conquisterò la vetta.
In tutto questo avrò fallito.
Non importa perché tornerai,
lo hai sempre fatto.
E te ne andrai in un altro mondo.
In un altro modo.
Forse mostro, forse musa, forse sogno, forse solo una foto nel tempo, forse tutto questo assieme.
E fallirò ancora.
Anche sull&#8217;olimpo.
Anche conquistato il mondo avrò sempre e comunque perduto il mio unico desiderio.Vai all'articolo originaleOre sognidi Stefano Giolo - 1 Giugno 2016L&#8217;idea solo che da lì a poche ore, o giorni avrei potuto incontrarne lo sguardo mi tenne sveglio per giorni. Ero consapevole che non sarebbe accaduto niente di diverso dal solito nulla, era il nostro ruolo che ciò accadesse in questo modo. Ma era qualcosa dentro, qualcosa che non avevo scelto. La cosa che faceva sì che incontrassi quello sguardo in un mondo o nell&#8217;altro, da una parte o dall&#8217;altra del confine onirico. A intervalli regolari. Ed era l&#8217;incontrarla di rado a farmi invecchiare in fretta tra una volta e l&#8217;altra pur di accelerare i tempi.
Non fu che un giorno normale, forse più lungo, forse più silenzioso. Veloce e forte sentivo il mio battito nel vuoto tra le clavicole come a rimbalzare. Fu un giorno come non poteva non essere.
Come non poteva non essere, e nulla più.
Avrei voluto ogni istante poter entrare nel suo mondo. Incontrarla ancora nel suo mondo e scoprirlo vicino o lontano dal mio. Conoscerne sfaccettature che non conosco, amarlo od odiarlo. Avvicinarmi o fuggirne. Esaminare l&#8217;ascendente che nonostante tutto continua ad avere su di me.
Ma era un giorno come un&#8217;altro, come ce ne saranno ancora. Come ce ne sono già stati. Solamente un giorno, un momento, un nulla.
L&#8217;idea solo che da qui a pochi giorni, potrò reincontrarne lo sguardo mi tiene sveglio da giorni, o forse anche ora sto sognando e tutto questo è solo l&#8217;immagine del libro che ho chiuso prima di sdraiarmi.Vai all'articolo originaleLa torre.di Stefano Giolo - 19 Maggio 2016Esiste una torre lontana, odiata da tutti, odiata dalla tua genia.
Si staglia contro il mondo con sfacciata inutile superiorità.
Esiste una torre lontana, visibile da ogni landa di questa terra stanca in cui il mondo è andato avanti.
La sorveglia dall&#8217;alto, ridendo con i suoi occhi rossi.
La sorveglia dall&#8217;alto, irridendo con i suoi occhi rossi.
Ma io la amo quella torre.
Non per ciò che rappresenta ma per ciò che mi rappresenta.
Il luogo lontano verso cui guardare e sapere che tu esisti, che sei lì, che lotti, che lotterei accanto a te.
Il luogo lontano, all&#8217;orizzonte verso cui guardare per cercare la forza che vive ai suoi piedi.
Chiedimi ancora una volta delle scelte che ti sembrano pavide.
Chiedimi ancora il perché.
Fammi le domande giuste e non ascoltare le risposte.
Guardami solo negli occhi.
Guarda questa luce.
Contiene ogni risposta, ogni coraggio.
Ogni perché.Vai all'articolo originaleLettera sul nulla che è tuttodi Stefano Giolo - 14 Maggio 2016Continuo a ripetere ossessivo nella mia mente le stesse note
&#8220;Nulla cade dal cielo, ad eccezione delle stelle quando, avvolte nel velo della notte, come perle scivolano dal niente dentro ai sogni della gente.&#8221;
Una canzone di Gazzè, non un caso, non una scelta.
&#8220;Nulla sfavilla al confronto dei lunghi albori sul mare, quando lampi amaranto fabbricano martingale di luce sospesa, pendente, a sorreggere l’orizzonte.&#8221;
Penso ancora all&#8217;averti vista ed al mio modo nuovo di viverti, l&#8217;unico in fondo che mi sia possibile, l&#8217;unico che la mia mente possa reggere davvero senza che qualcosa straripi e si scontri con qualcos&#8217;altro. Senza che qualcosa vada a cozzare con qualcos&#8217;altro e lasciando che tu faccia di me -involontariamente- qualcosa di migliore, qualcosa che trascenda il mio essere stesso
&#8220;Nulla assedia la mente, penetra, invade, conquista,
come il pensiero costante di averti vista.&#8221;
E non è questione di amore, o di sogno, o di qualsiasi romantico disegno da raccontare in musica, non è un qualcosa a cui anelare o da cui fuggire, è semplicemente ciò che è ed è così che scelgo di viverlo. Semplicemente per ciò che è, di momento in momento. Di ora in ora. Ho lottato una vita a costruire mura, fortificazioni, armi e corazze, ho passato una vita a distruggerle, ho passato una vita a destrutturarmi e ricostruirmi fino ad essere quello che sono oggi, fino a stare bene con me stesso. Solo con me stesso. Trovo sia raro, soprattutto oggi, arrivare ad essere autocompleti, a sentirsi parte di un mondo come entità a se stante in grado di provvedere ai propri bisogni a pieno. E ci sono arrivato oggi. Un oggi così vicino da apparire minuti fa, secondi forse. Ed è lì che ti ho vista. Forse pochi istanti prima. E non importa. Non importa nulla perché il solo guardare le tue labbra, il sentire la tua voce mi rende consapevole che posso essere migliore, che posso dare di più, che quando sto cadendo, mollando, frenando esiste qualcosa per lottare più forte. E non si tratta di lottare per te, per quelle labbra, quella voce, non si tratta di perdere me per quelle labbra, quella voce, per te. Ciò nonostante sono una spinta di cui potrei fare a meno ma di cui non ha senso privarsi, si tratta di lottare nel mondo e non arrendersi mai.
&#8220;Nulla precipita gli occhi più di abissi o spaccature, se visti da certe alture di nuvole e pennacchi.
Il resistere tenacemente di ogni essere vivente…&#8221;
E non desidero viverti accanto seppure saprei farlo, non desidero amarti seppure potrei farlo, non desidero lottare per rendere la tua vita migliore benché sicuro di esserne in grado. Benché sia pronto a farlo. Perché esiste un equilibrio, perché oggi la mia vita è migliore di quanto non lo sia mai stata, perché oggi la mia vita è come alla fine di una storia di cui sai esistere un seguito che non conosci, quando ti pregusti l&#8217;idea di cosa potrà essere scoprirne una nuova parte.
&#8220;Nulla crepita e schiocca tra parole in assemblea, come fa un’idea che di quelle non trabocca ma persevera paziente, finché giunto sia l’istante.&#8221;
Ed è così che il concetto stesso di &#8220;averti&#8221; diventa privo di significato, ricoperto di un velo di tempo, come un orologio immobile che abbia acquistato un altro significato e non serva più a segnare le ore.
&#8220;Nulla assedia la mente, penetra, invade, conquista,
come il pensiero costante di averti vista,di averti vista&#8221;

Ed ancora il ricordo del tuo sorriso, sta notte, oggi, domani rivolto al mondo -o a chiunque, o non a me, o a me non importa- è motivo sufficiente per divenire migliore rispetto a me stesso senza neppure scegliere di cambiare o essere, senza neppure scegliere.
&#8220;Nulla interrompe e spariglia le cose ed il loro andamento, come la grandine e il vento, quando ogni chicco è una biglia, e di quell’Alto soltanto furente l’urlo impazzito si sente.&#8221;
Perché tu? Non lo so. Non l&#8217;ho scelto. Perché io? Vorrei chiedermi. O perché no? Ma non importano queste domande.  Non è questo che cerco. Non sono risposte. Vivo un altrove da qui, dove queste cose non importano, dove tu esisti come parte in un universo di cui faccio parte io stesso in un tutt&#8217;uno con gli altri, e non è questa stoffa azzurra tra le dita, non sono le parole dette o sentite, o le domande o le risposte a renderci parte di uno stesso uno in cui non conti ne tu ne io. Ma se fossi tu a chiederti perché, perché tu, perché io, non ti risponderò. Voglio solo che il mondo, le emozioni, la vita mi attraversi come quando osservo, sento, vivo ciò che osservo, sento, vivo quel sorriso, quella voce, quell&#8217;anima che sei.
&#8220;Nulla assedia la mente, penetra, invade, conquista,
come il pensiero costante di averti vista.&#8221;

Vai all'articolo originaleNon è la vistadi Stefano Giolo - 13 Marzo 201612/03/2016
Non è la vista
Sono i suoni che definiscono il mondo
ad occhi chiusi percepisco il mondo
le direzioni, le distanze
ad occhi chiusi
percepisco la tua pelle
non distratto dalla vista
il tuo odore non coperto da profumi.
Non è la vista
-così fallace-
a definire il mondo.
Ed io attendo
-ad occhi chiusi-
di percepire il tuo passaggio.
Di nuovo.Vai all'articolo originaleOradi Stefano Giolo - 21 Febbraio 2016Non avevo mai compreso fino a quel momento ciò che mi dicevano degli uomini, non avevo mai compreso fino a quel momento ciò che volesse dire umanità. Ero giunto in questo mondo per vie che voi non comprendereste, ero giunto in questo mondo per mezzo di ciò che voi chiamereste dolore, di ciò che voi definireste sofferenza. Non le conosco, non ancora, queste cose, non mi appartengono questi termini. Ero giunto in questo mondo come ognuno giunge al proprio, un istante prima non esistevo, il successivo ero qui con una storia davanti ed una dietro, un puntino in movimento su di una linea infinita pronto ad andare avanti nel tempo e non tornare mai indietro. Come tutti voi.
Avevo sentito i vostri cuori battere e visto i vostri occhi inumidirsi, avevo sentito parlare di cose che non comprendevo, avevo sentito dire che la mia storia era triste, che ero forte, che sentirla e vedere qualcuno superarla rendeva felici ma non conoscevo queste parole, non avevo mai vissuto nulla di ciò che sentivo raccontare. Non avevo mai compreso il significato intrinseco dei gesti, del cingere persone con le braccia o del guardare negli occhi.
Solo un giorno d&#8217;improvviso fu come entrare davvero in un corpo o come se una pelle si togliesse, fu come sentire qualcosa di stretto infilarsi caldo sul corpo o di freddo sfilarsi.
Fu guardando il tuo sguardo ma non fu quello sguardo, sembra un tempo remoto ma mi guardo indietro ed è accaduto oggi, solo poche ore fa, pochi minuti, sta accadendo ora, in questo esatto momento, adesso. Ed è un&#8217;abbraccio, ed è un bacio ed è il caldo ed il freddo, il cuore che batte, trabocca, il cielo dentro e la testa che non può contenere ogni cosa e vortici e il silenzio e la musica e non importa il dopo, il domani, il tra poco, sia quel che sia ho provato questo infinitesimo istante.
Sono a casa.Vai all'articolo originaleNebbiadi Stefano Giolo - 20 Dicembre 2015Ricordo
Come fossero un passato
sogni che ho sognato
-forse qualche istante creduto-
nella nebbia di questa passeggiata notturna
-solitaria-
il tuo viso,
i tuoi occhi chiari,
le tue labbra
perdute in questa notte
-forse mai viste davvero-
immaginate nei silenzi di questa musica che ascolto
allontanarsi e nella distanza confondersi in un non nullaVai all'articolo originaleLamadi Stefano Giolo - 4 Ottobre 2015È affilando la tua lama che cambio, che al termine del mio&nbsp;mese genetlìaco inizio un mondo nuovo senza compromessi.È sempre stato l&#8217;inizio-la fine-il capodanno reale che a dispetto del mondo ho sempre festeggiatoinsolitudineraccolta.

Affilo la lama del tuo coltello e lascio tu possa scegliere di usarlonon temo più quello nè altronon temo piùnon tremo più

lascio che il mondo resti indietro-o vada avanti, non mi importa-mentre incontro un nuovo mondo che sa di vecchio mondoun vecchio mondo che sa di nuovo mondo

affilo la tua lama perché ora la so usarenon userò la tua lama perché non ho bisogno di usarla

è la mia strada,quella mi è stata negata per lasciarmi il tempo di vederlaquella che mi è stata negata per darmi modo di dimostrane&nbsp;l&#8217;attaccamentoè la mia strada.

Ed improvviso una luce si accende.Vai all'articolo originaleFessura nel tempodi Stefano Giolo - 27 Agosto 2015Sento ancora scorrere le mie dita, due, nella fessura sul tuo corpo, lentamente.Come fosse oggi le sento scivolare dall&#8217;alto al basso ripercorrendola tutta mentre stiamo abbracciati. I muscoli della tua schiena né rilassati né contratti, lisci sotto il vestito, sotto quella maglia bianca di lino con sul petto un apertura ricoperta di azzurro quasi come un pizzo e quelle maniche lunghe che scendono con i polsini allargati a strascico e le mie dita a scorrere sulla fessura che i tuoi muscoli sulla schiena lasciano a nascondere la colonna vertebrale. Ho i tuoi capelli accanto al mio zigomo, il loro profumo, chiaro, chiari, il loro profumo, i tuoi capelli come se fossi stata creata per essere tutt&#8217;uno con me, con il mio corpo danzando lentamente al suono di musiche del tutto nostre. Sono passati anni -decenni- da allora, sono passati anni -decenni-. Siamo invecchiati nel tempo, certamente anche tu, lontani nel tempo, lontani, siamo invecchiati. Ti feci una promessa allora -non la ricorderai- ed oggi mentre la ripenso, mentre ti ripenso, mentre penso alle mie dita nella fessura della tua colonna vertebrale mi chiedo come sia oggi la tua schiena, come sia il profumo dei tuoi capelli, come siano cambiate le nostre altezze e provo ad immaginare se tra le mie braccia il tuo corpo possa stare ancora perfettamente come quella volta, quell&#8217;unica volta, prima ed ultima, inizio e fine.Vai all'articolo originaleAvantidi Stefano Giolo - 30 Luglio 2015Non è necessario siano dodici i gradi,è l&#8217;umidità che conta,il vento e l&#8217;aria elettrica di ora,sono le sere in cui non c&#8217;è davvero freddo ma senti comunque i brividi,che ti verrebbero anche se ti coprissi,che mentre sei fermo a fare benzina o passeggi con un gelato in mano senti gli oggetti tintinnaree ti guardi attorno come dovesse succedere qualcosa,come se dietro le ombre si potessero nascondere altre ombre,le sere in cui ti siedi in macchina e senti un profumo che non può essere lì come se accanto ci fosse stata Lei,come se mentre eri girato tra le ombre fosse passata davvero un ombra o una luce un&#8217;istante.

La sua pelle,l&#8217;odore la sua pelle,l&#8217;odore del profumo sparso sulla sua pelle.

E vorresti prendere e fuggire,prendere e rincorrere,prendere e come in una ruota da tortura spaccarti in due per seguire le tue folli parti,la tua razionalità ed il desiderio,la follia,e vorresti farti trovare là dove non devi,dove potresti al massimo far trovare dei fiori come in passato,dove non saresti accolto o lo saresti troppodove ogni movimento sarebbe frainteso o forse profondamente compreso,dove ogni movimento, parola, istante sarebbero vere quanto lo sono su un palco,poco per chi non sa e troppo per chi conosce.

Ed il vento scompiglia i tuoi capelli,ed il freddo che non c&#8217;è congela ogni tuo muscolo impedendoti di muoverti,di essere,di aspirare,di respirare,di pensare se non che quel profumo è così reale,reale tanto da bruciare i polmoni,tanto da far tremare le mani,reale tanto da.

E poi d&#8217;un tratto come un orgasmo che muore riprendi la tua strada e cerchi di dimenticare,vai avanti lasciandoti seduto in un angolo da qualche parte nella tua testa,lasciandoti seduto a fare quello che vuoi fare, non importa ma fallo da solo, fallo senza di te, fallo lontano che tu devi andare avanti, avanti, avanti sempre ancora.Vai.Vai all'articolo originaleViscidodi Stefano Giolo - 12 Luglio 2015Ti osservo da un po’, sei lì, seduto immobile con gli occhi chiusi.È ora di svegliarsi mio amato, è ora di vegliarsi.Scuoto il pavimento.Ti osservo mentre improvvisamente apri gli occhi, lo sguardo allucinato con il quale ti guardi attorno, spaventato attonito incredulo nel buio.Ti osservo.Senti il morbido di quel molle pavimento sotto il tuo corpo.Viscido.Senti le pieghe morbide e tumide su cui sei seduto.Viscido.Ti osservo mentre come cieco abbassi le mani e lo tocchi, ne saggi la consistenza, cerchi di comprenderne il significato mentre la tua mente torna lentamente attiva, lentamente.Ti metti a carponi mentre speri che il tuo sguardo si abitui al rossastro buio che ti circonda.Ti metti a carponi e tocchiviscidociò che ti circonda.Vedo nei tuoi occhi la paura, il dubbio, l’incomprensione prima e poi lentamente montante dal nulla all’estremo il panico.Ti alzi in piedi e urli a squarciagola, urli, urli come se qualcuno potesse sentirti ma solo iodentro di meposso sentire la tua paura il tuo terrore.Guardi la discesa di fronte a te, il buco pulsante e scuro che ti porterebbe dove non puoi sapere e mentre gli occhi si sono abituati sono più grandi, più velocisi muovono senza tregua attorno con le tue mani, con la tua testa con il tuo colloscivoliper un momento scivoli verso la fossail bucol’uscita sbagliatama ti aggrappi, ti aggrappi alle tumide pieghe rosse e non caditi arrampichi, sali, ti arrampichi e torni in posizione sicura.Ti osservi attorno circondato di questa molle situazione mentre osservi in alto e guardi l’altra possibile uscita.Sei nella follia del panicosei nel non controllo della paurasei nell’ossessiva ricerca di comprensione di qualcosa che non puoi capireurli ancora.

Urli.

Calci la parete molle accanto a te, le dai pugni, le dai calci ancora e ancora pugni urlando e non ti accorgi che in tutto questo si muoveciò che ti circonda si muove e si agita mentre io ne godoma non è ancora il momento di lasciarti andare, non è ancora il momento.

Ti fermi e controlli nelle tua tasche ciò che puoi avere.Nulla ovviamentema tu controlli e speri ricordando di aver scordato qualcosa

Ti siedi nuovamente sconsolato.Con una mano carezzi una molle piega su cui seduto mentre sei sovrappensiero e questa ancora in uno spasmo si muove,ti sposta, ti allontanagioisco nel mentresorridoIl tuo sguardo si rabbuia qualche istante, vedo le tue sopracciglia avvicinarsi tra loro, le pupille puntare verso il basso come a cercare concentrazione, il tuo sguardo si sposta leggermente di lato, verso destra,ricordo quella tua espressione, quella di quando frughi nella tua testolina a cercare un’idea, un ricordo, un appiglio.Non mi serve supporre o immaginare ciò che stai per fare ed infatti porti la mano alla fronte e ti massaggi le sopracciglia mentre osservi qualcosa di inesistente oltre la tua mano o meglio dentro la tua testa. So già contare i secondi che ti ci vogliono prima di vederti alzare, togliere la mano dalla faccia e guardare in basso col collo incurvato quasi a guardare così in basso da guardare sotto il tuo stesso braccio poi dopo aver fatto due passi provi ad arrampicarti sulla superficie ruvida e ricca di pieghe e mentre ti arrampichi le pieghe stesse si allargano, si muovono, si agitano sempre di più ed io ti osservo e rido e penso a quanto ti amo e quanto nella mia vita tu sia stato un punto di riferimento e al contempo rido di questa tua situazione.Ridoe mentre rido tutto attorno a te si muove ancora si agita come se ciò che ti contiene fosse preso da convulsionima non è ancora il momento, sto godendo della situazione ma come se stessi facendo l’amore con te non voglio arrivare subito al momento fatidico, voglio gustarmi ancora la tua situazione mentre scivoli e ricadi nuovamente sul fondo e scalci a terra e dai pugni con la faccia della rabbia, con la faccia di chi vorrebbe una mazza per spaccare tutto anche se non c’è niente.

Ti fermi.

Osservi.

Per un istante hai nuovamente l’aria di chi ha capito e ricominci ad arrampicarti, incessantemente nonostante le scosse, nonostante i movimenti inconsulti sali attaccato come un ragno o un geco alle pieghe e mentre queste si muovono, mentre si scuotono, mentre cercano di cacciarti tu resti aggrappato fina a giungere quasi all’uscita.

È quello il momento in cui una scossa più forte mi dice che è il momento del piacereil momento in cui ti lascerò andare fuori per sempre dalla mia vitail momento in cui il mio stomaco ti sputerà fuori da questo mio mondo nel cesso di un bar schifoso dietro la cui parete amici sorridenti ed ignari mi aspettano.

E ti osservo mentre risali il mio esofago impigliandoti un istante nel cardias come per trattenerti, spinto dagli acidi in cui neppure ti accorgevi di essere.

Mi sembra di vederti un istante in mezzo alla cena di questa sera mentre premo il tasto dello sciacquone, mi sembra di sentirti urlare mentre soddisfatta mi pulisco la bocca e risistemo il trucco, mentre la bolla attorno a me scompare.

Ora posso tornare a sorridere, ora posso tornare da loro.Vai all'articolo originaleVagodi Stefano Giolo - 4 Luglio 2015Guiderei ore questa notte-nel nulla di un tutto-senza meta.

Guiderei ore, chilometri verso un nulla-come un tempo con te-nel silenzio di strade&nbsp;non frequentate

Penso a te ad ogni matrimonio-ancora-come se ciò che resta irrisolto fosse risolvibile dal tempoe navigo nel mondo senza un pezzo

Dopo ore a ridere bere e parlare al microfono-Jolly della festa-dopo ore a regalare sorrisi penso a tesulla stradanel silenzioancoraancoraancora

ancora

E guido senza accanto nessuno.Vai all'articolo originaleQualcosa nel tempodi Stefano Giolo - 8 Giugno 2015Qualcosa nel tempo

Cambia, nel tempo il tempo

nel tempo

cambiail tempo che passa.

E così il sigul che porto al colloricordo d&#8217;un tempo mi porta nel tempo ad un nuovo tempo

Il sigul che scrissi,torna a bussare e richiamarmi al passato

Il Ka, una ruota che gira, che prende, che da che restituisce e poi toglie.Avanti, indietro e ancora tra tornanti di andate&nbsp;e ritorni,Avanti ed indietro nel tempo che va e poi torna e poi va.

Qualcosa si sblocca mentre la mia gola si chiude,qualcosa di sblocca mentre la mia mente respira,qualcosa si sblocca mentre il respiro del corpo&nbsp;si fa flebile,qualcosa si sblocca mentre sembra ruotare il senso come un rapace in circoloverso qualcosa.

Qualcosa.Vai all'articolo originaleRuotanodi Stefano Giolo - 1 Giugno 2015Ruotano i fantasmi

dentro

ruotano

dentro

i fantasmi ruotano

dentro i fantasmi

ruotano

dentro

i fantasmi

ruotano dentro

i fantasmi ruotano dentro

ruotano

i fantasmi dentro ruotano

i fantasmi

dentro

ruotano i fantasmi

dentro

ruotano

dentro

i fantasmi

ruotano

dentro

i fantasmi &nbsp;Vai all'articolo originaleInnamorarsi in assenza (La porta del paese delle meraviglie – Prequel) (edited)di Stefano Giolo - 14 Aprile 2015*il&nbsp;post è stato modificato dopo la pubblicazione iniziale*

Osservarti di spallementre non ci sei,osservarti tra la folla muoverti come so di per certo ti moveresti se fossi qui,anche se non ti ho mai vista ad un concerto, anche se non ho mai visto le tue braccia alzarsi, anche se non ti conosco ancora davvero.

Osservarti di spallecon i tuoi capelli ricci, il tuo collo lievemente&nbsp;scoperto, le tue spalle anche se non sono tuoied innamorarmi un istante un po&#8217; più di te anche se non ti ho mai amata.

Innamorarmi di te che non sei qui, di te che non ho ancora amatoma chissà,il tempo cambia le cose, cambia dentro cambia.

Innamorarsi ancora un po&#8217; di un&#8217;immagine che potrebbe essere o non essere di teo di ciò che di te conoscoo di te suppongo di conoscere

eppure&nbsp; in tutto questo sembra esserci unflebilefilodi certezza insensatamentre l&#8217;unica sensata è che quella non sei tuè solo&nbsp;l&#8217;immagine che si sta creando dentro di te in me.Vai all'articolo originalePassidi Stefano Giolo - 26 Marzo 2015Ad ogni passo
-lento-
per quanto live corrisponde il suono frusciante della neve pressata al di sotto delle corde che costituiscono la racchetta da neve.
Le gambe -pesanti- proseguono nel loro lavoro incessante, il ginocchio dolorante si piega,
si alza,
permette al piede
-lentamente-
di salire, di alzarsi dalla neve, da quei centimetri in cui è sceso nonostante la racchetta che intanto si stacca dal tallone inclinandosi e lascia cadere
-piano-
la neve che vi si era depositata poco prima.
I muscoli della coscia hanno un solo breve istante di riposo mentre la gamba sta scendendo nuovamente verso il legno che stava tracciando un solco con il vertice dietro abbassato e torna orizzontale a sprofondare lievemente
-ha nevicato da poco-
e mentre il ginocchio diminuisce l&#8217;angolatura il quadricipite torna ad irrigidirsi per sostenere il peso del corpo
-gli acidi lattici-
si fanno sentire
-i chilometri-
le ore di cammino e la salita
-il freddo-
mentre arriva il momento di un altro passo che
-lentamente-
porta avanti ancora di qualche centimetro tra infiniti centimetri dietro in basso da un dove verso altrove molto più in là il freddo
-pungente-
come aghi di questi pini di cui l&#8217;odore si spande attutito dall&#8217;umidità a congelarsi entra nelle ossa col vento
le braccia intirizzite tremano lievemente
-ed il fiato-
si congela
-l&#8217;acqua-
il mondo col vento del nord che soffia bianco trito di ghiaccio a colpire gli oggetti
-il volto-
nel silenzio
-l&#8217;anima-
irreale dietro le urla tra le fronde degli alberi e si fa che spazio nella mente.
-gli occhi-
Un altro passo, una fitta al ginocchio, ancora uno e poi sarà di nuovo un adesso
-lentamente-
un fruscio della neve pressata mentre il piede comincia ad alzarsiVai all'articolo originaleRispostedi Stefano Giolo - 24 Marzo 2015Nelle notti insonni e nella trascendenza di viaggi interiori dovuti a meditabondi mal di testa pochi pensieri pulsano al ritmo stesso del battito delle vene, la tua vita non durerà a lungo, ancor meno se continuerai a strapparne pezzi a morsi, ma chi vorresti infine quel giorno accanto?Una persona.Molte.Forse nessuna.Questa stessa è la risposta di molte domande, quali non importa neppure saperlo.Vai all'articolo originaleLa danza dell’essere infinitidi Stefano Giolo - 9 Marzo 2015Sono passate alcune notti da che ti ho sognata, ma resta indelebile la sensazione mentre sfumano i ricordi come fumo nel vento.Ricordo d&#8217;essermi svegliato immerso nella sensazione d&#8217;infatuazione con cui nella più piena adolescenza ci si innamora la prima volta, ricordo di essermi svegliato stupito dal sogno stupendo e perfettamente coerente appena fatto.Volevo alzarmi dal letto e scriverlo per filo e per segno, con il suo inizio, lo svolgimento e la fine perfetta come mai avrebbe potuto essere una storia ragionata a tavolino, rimasi a letto a cullarmi del tuo ricordo inaspettato proveniente da non so quale recesso della mia mente.Al mattino non ricordavo più nulla. Non ricordavo neppure di averti sognata, ma provavo quella sensazione di dolce inquietudine che si prova poco prima o poco dopo di un bell&#8217;incontro.Sono andato a lavoro pensandoti, pensando perché ti pensavo, e poi d&#8217;un tratto il ricordo di quel sogno.Non saprei ripetere il finale, e neppure lo svolgimento a dire il vero, ricordo l&#8217;inizio, lo svolgimento che era durato moltissimo invece lo ricordo compresso in una sensazione che non saprei spiegare.

Ero in una casa di pietra, saprei dirti anche dove probabilmente, ma più probabilmente è un dettaglio che la mia mente ha aggiunto a posteriori, c&#8217;erano molte persone, anche queste seppure nel sogno ci fossero potrebbero essere identificate con persone che potrei aver aggiunto a posteriori, ma poi c&#8217;eri tu, e di questo non c&#8217;è alcun dubbio.Ci incontravamo come non ci vedessimo da moltissimo tempo, come è poi un dato di fatto, ma anche come fosse inaspettato. Immobili qualche secondo che potevano essere secoli a guardarci con lo sguardo tipico indeciso di chi non sa cosa fare e perché.Poi come se tu fossi miglia lontana prendevi la rincorsa per abbracciarmi. Ricordo come fosse reale l&#8217;istante in cui il tuo corpo ha abbracciato il mio, è penetrato nel mio e si è fuso al mio, ricordo come la sensazione che tu stessi danzando con e dentro di me, come se ruotassi e la tua testa attraversata la mia facesse una capriola e con te me e il mio corpo e la mia mente compenetrati a te, vedevo dai miei occhi e vedevo dai tuoi e tu danzavi e mi danzavi, e ruotavamo e volavamo e non eri più tu od io a guidare era un tutt&#8217;uno con infiniti occhi infiniti orecchi, senza più un corpo fisico ma con un corpo fisico, senza più essere due ma senza essere uno, come due enormi palline di plastilina di colori diversi amalgamate, ricordo i colori diversi eravamo azzurri e verdi, eravamo blu e rossi ed eravamo una sfera e una forma mutante immutabile in movimento.E poi il finale, bellissimo, è rimasto nell&#8217;oblio dei sogni scordati.Vai all'articolo originaleSouvenirdi Stefano Giolo - 6 Marzo 2015Sono il ricordino di un passato,l&#8217;anello appeso al collo d&#8217;un amore perduto,il carillon lasciato a casa quando vivi lontano,la lettera nascosta in fondo al cassetto e mai gettata,la fotografia sbiadita di un momento&nbsp;indimenticato,

Sono il ricordo di un passato,e resto qui -nascosto-in attesa di nulla.Vai all'articolo originaleComefossilidi Stefano Giolo - 22 Febbraio 2015Come fóssi lì,
come fòssi lì,
come fòssili nei fòssi,
come fóssi stato davvero.
Ma è troppa l&#8217;acqua scorsa per scorgere i trascorsi,
scorsi una via allora,
ed ora è come fóssi lì.
Nei fòssi
sul fondo fóssi
scorgo i fòssili di sogni trascorsi.Vai all'articolo originaleLettera d’amoredi Stefano Giolo - 13 Febbraio 2015Ricordo l&#8217;ultima volta che ti vidi, la penultima a dire il vero, ma l&#8217;ultima prima di quel momento.Ti guardavo mentre mi sorridevi, ti guardavo come si guarda qualcuno che non si da per scontato non si perderà mai,ti guardavo con l&#8217;aria distratta di quando si vede qualcuno ogni giorno, ogni istante.Non potevo sapere che non ti avrei mai più rivista, che ti avrei rivista solo un&#8217;altra volta in uno stato ben diverso.Non potevo comprendere l&#8217;amore che mi legava a te e il non avertelo mostrato ancora abbastanza,ti osservai sorridermi e voltarti, allontanarti da me a passi lenti mentre lavavo i piatti, ti osservavo dalla finestra finché uscisti dal mio campo visivo e poi mai più ti vidi sorridere, mai più ti vidi voltarti con l&#8217;aria che solo tu avevi.Ricordo il primo giorno che ti vidi, schiva e solitaria.Bellissima, e schiva, e solitaria, e timida.Ti scelsi subito perché eri tu che volevo, ti scelsi subito perché avvicinandomi non fuggisti, ti lasciasti dolcemente sfiorare, fu come cogliere un fiore, come cogliere tutta la bellezza di un mondo in una mano.Ricordo i mesi che passammo assieme, la tua diffidenza crescere e calare, e scivolare come una vibrazione di un diapason prima forte ed instabile poi sempre più stabile e poi flebile in oscillazioni sempre minori, fino a quel giorno, quel sorriso.Non da molto lasciavi che io sfiorassi il tuo intero corpo, che ti prendessi tra le mie braccia e baciassi ogni parte di te, non da molto avevi cominciato a cercarmi a mostrarmi quell&#8217;amore che avevo già compreso, intravisto, amato a mia volta, non da molto avevi iniziato a lasciarti amare quel giorno che fu l&#8217;ultimo.Furono improvvise le urla dalla strada, inaspettate, stavo asciugandomi ancora le mani dai piatti, non avevo capito che quel sorriso, quel lieve tentennamento, quel girarsi a guardarmi e fermarti un secondo era il tuo modo di salutarmi, di lasciarmi una fotografia nella mente, eterna ed indelebile, non avevo capito che stavi dicendomi &#8220;Ecco&#8230; io vado&#8221; e che stavi andando davvero.Furono improvvise le urla dalla strada, mi chiamavano, chiamavano il mio nome, ci misi un po&#8217; a capirlo a rendermi conto che all&#8217;improvviso tu non c&#8217;eri più, che ti avrei vista una sola volta ancora ma mai più sorridere, mai più camminare, mai più correre, mai più saltare.Furono improvvise le urla di chi ti ha trovata accanto a tuo fratello che provava a salvarti rischiando a sua volta.

Ed ora non mi resta che il ricordo di te dopo anni, di come ad ogni goffo movimento ti uscisse un miagolio, di come rispondessi al tuo nome come ad un appello &#8220;io!&#8221; e tuo fratello che prima di allora era silenzioso che iniziò a miagolare e piangere come non mai, a far uscire un miagolio ad ogni goffo movimento, a ricordarmi ogni giorno di te, della tua bellezza, di quello che sei stata.

Precipitevolissimevolmente scivolo nei meandri dei ricordi di te.Vai all'articolo originaleTuffidi Stefano Giolo - 30 Gennaio 2015Quando la osservavo passare dentro di me qualcosa inciampavacadeva&nbsp;verso un abisso profondo appigliandosi solo all&#8217;ultimo istante al mio sorrisoLei non era in grado di vedere questo tuffoLei vedeva il sorrisoTalvolta neppure quello perché non mi nascondevo ai suoi occhiVai all'articolo originaleParto.di Stefano Giolo - 17 Gennaio 2015Il mio cervello corre, corre.Persone convivono, vivono, corrono in ogni direzione.Razionale irrazionale.Corre.

Per strada mi ritrovo a fare strade che non ho mai fatto ma che conosco,strade nuove, vecchie, sconosciutamente conosciute.

Ci sei tu che corri nel cervello.Corri, corri come non mai,-ho letto da qualche parte che una pallottola che attraversi la testa ed entri diagonalmente finisca per girare radente al cranio e ruotare per tutto esso all&#8217;interno-Corri e ti guardo e rido a vederti correre.

Nella mia testa.

Non posso chiudere nel cassetto una cosa così grande che non mi ci sta in testa.Non posso chiudere nel cassetto qualcosa di così grande senza chiudere un pezzo di me.

Esplode nella testa come razzi&nbsp;la razione di irrazionalità che avevo nascosto razziando nella mia mente ogni relazione&nbsp;alla reazione del pensiero della&nbsp;tua immagine.

Dovrei fare pace col cervello se il cervello volesse far pace con me, se la testa non esplodesse di dolore come se non ci stesse più in sé come se il&nbsp;sé&nbsp;fosse solo un&nbsp;se o il se fosse sé, senza ma.

Mi accorgo di aver parlato del mondo, di aver parlato di me, di aver scritto ogni cosa ma non di te, o del tè o del significato che ha in me.

Corre corre ancora il cervello e la testa scoppia s&#8217;accoppia si copia sincopa si.

Una mia parte lo sa, l&#8217;altra l&#8217;accetta, l&#8217;altra si scontra, l&#8217;altra si affretta.Fugge non va salta, lo fa.

Perché non ammettere ciò che è?Perché se fosse partirei verso quel luogo che ho sempre voluto e nascosto e fuggito e impaurito.Perché se non fosse sarebbe un gardner il proiettile.Vai all'articolo originaleSilenzidi Stefano Giolo - 8 Gennaio 2015Il mio silenzio era dovuto a due situazioni una dentro l&#8217;altra.Al tuo regalo inaspettato,Fuori incartato in un involucro di senso dell&#8217;abbandono, difficile da aprire, difficile da scartare, difficile.Ma non fartene una colpa.Dentro nascosta la consapevolezza che il mio io risponde a queste cose, non alle domande dolci che mi hai fatto fino ad oggi.Risponde dove temi di farmi male.Risponde dove arrivi con le unghie.

Grazie.Vai all'articolo originale“La difficoltà della solitudine si palesa quando la si confronta ad una compagnia piacevole‏”di Stefano Giolo - 3 Gennaio 201504/01/2015Sono scivolato nei meandri di pensieri che non riesco a fissare,Tra voglia di scrivere cose ed incapacità di farlo,Incastrato tra me stesso e me stesso come un cuneo‏.

Incastrato tra me e te.Incastrato.

Mi manchi, mi manca parlarti, viverti, sfiorarti.Essere, camminare.

E non so se è solitudine o qualcosanon so se è nulla o desiderio.

Giro lo sguardo verso te e vedo me,lo giro ancora ed ancora incontro il mio sguardo.Tra me e me, tra me e te.

Il tempo cura le ferite del cuore.La mente regola il tempo che cura le ferite.La mente regola il tempo che cura se stessa.Vai all'articolo originalePerdersi in uno sguardodi Stefano Giolo - 14 Novembre 2014Fui illuminato all&#8217;improvviso dalla potenza della luce, come se il cielo aperto in un istante in uno squarcio avesse mostrato come il sole fosse invece che una palla un gigantesco universo che prima guardasse dallo spioncino convinto di non essere visto.Nel cielo stormi di migliaia di storni volavano nel cielo terso e azzurro.Non c&#8217;è nulla di più simile alle mani di una donna che danza musiche orientali per descrivere il movimento nel cielo di quei gruppi, quegli ammassi di piccoli corpi volanti che scendono, salgono come uno solo cambiando forme di istante in istante in modo continuo, in alto verso il cielo ed in basso tanto da sentirne lo spostamento d&#8217;aria, tanto da sentire l&#8217;odore delle piume e del grasso pronto per il freddo invernale.D&#8217;improvviso vedere il bosco, nel bosco, attraverso il bosco.Vedere cerbiatti, animali, volpi rincorrersi veloci, non della velocità della paura ma di quella della spensieratezza, sentire i pesci sfiorarsi nel fiume luminoso che scorre sotto questo ponte di pietra bianca e di legno scuro, vecchio, resistente.Sentire il prato ed i fori respirare e muoversi, riconoscere le voci di ogni stelo e vedere le api posarsi, e grilli e cicale e cervi volanti muoversi ognuno per la sua strada, ognuno nella sua storia, ognuno affaccendato per i suoi bisogni. E sentire i tronchi degli alberi crescere lentamente come sempre ma inesorabilmente, inarrestabili.Le rose, le rose luminose, illuminate che chiedono di essere carezzate e non colte, cantano soavi un richiamo di pace all&#8217;infinito.Che sa di infinito.Uno sguardo all&#8217;infinito dentro il tuo sguardo.In un istante.Vai all'articolo originaleAlbedi Stefano Giolo - 26 Settembre 201409/08/14

Sciabordio del maree silenzio.E il fruscio delle frondee silenzio.

Poi il mondo lentamente si svegliapoiil mondolentamentesi sveglia



09/08/14

è l&#8217;ultima alba sull&#8217;oceano,l&#8217;ultimo ricordo,l&#8217;ultimo scampolo di te,dei tuoi occhi gonfi e stanchidi un alba di tanti secoli fa.Il mondo sta per finiree con esso i sogni danzanoper divenire forse realtà.Vai all'articolo originale16/05/2012di Stefano Giolo - 16 Agosto 201216/05/2012

L&#8217;odore.

L&#8217;odore della morte.Averlo sulla magliaaverlo ancora tra le braccia.

L&#8217;odore che sprigiona il suo corpo.Inimmaginabile.Inatteso.

Non è ancora di putrefazione,troppo poco tempo.Odore di morte, niente altro.Sulla mia pelle,sulla stoffa,nella mia pelle.

Dentro.Non se ne va, non se ne andrà.Non serve lavare quella maglia,non serve strofinarsi mille volte le braccia,tra le braccia,nelle braccia,dentro.Vai all'articolo originalePerché ho smesso di scriveredi Stefano Giolo - 5 Agosto 2012In questi giorni mi sono interrogato sul mio scrivere, anzi per l&#8217;esattezza sul mio non scrivere.Perché non scrivo?Non sento più il bisogno di scrivere?Talvolta si, ma è ciò che vorrei scrivere a bloccarmi, o meglio chi leggerebbe e non trovo sensato scrivere solo per me, perché ciò che è scritto lo è per essere letto.La vita è più frenetica, il tempo è meno, vivere da soli ti lascia determinate libertà ma contemporaneamente ti porta via molti tempi morti un tempo utilizzabili per creare, scrivere, comporre, suonare.L&#8217;età fa calare determinati impeti letterari ma neppure questa ne è la causa.Un tempo la mia vita era più &#8220;tumultuosa&#8221; come quella di ogni adolescente o ragazzo e amavo creare &#8220;mondi&#8221; immaginari o pseudo reali ed applicarli alla realtà del momento, scrivere cose struggenti ed applicarle a realtà non necessariamente tali, scrivere racconti o pezzi poetici da psico killer e camuffarli da rabbia adolescenziale, scrivere di uno sguardo incontrato per strada come fosse l&#8217;amore di una vita, magari applicarlo ad uno sguardo di persona reale ma non necessariamente corrispondente per giustificare il mio scrivere d&#8217;un amore che in realtà non esisteva.Era semplice una volta immaginato -profilato- qualcosa di struggente trovare una situazione a cui applicarlo e quindi scriverlo già su una data situazione, era semplice data un immagine nella mente renderla reale su un volto, su un luogo, su qualcosa che rendesse l&#8217;immagine poetica una poetica realtà.Ora il mondo attorno a me è cambiato, complice l&#8217;età, complice una stabilità (psicologica e sentimentale, dato che quella lavorativa decisamente non è per ora).Scrivere un racconto sul sorriso di una donna, o l&#8217;immagine di un ricordo di un istante modificato nel tempo,&nbsp; mi espone al dover spiegare alle persone che ho accanto da dove venga tale immagine, a inventare sia il sorriso della persona che ho accanto o a giustificare perché non lo sia,&nbsp; scrivere del sentimento di vuoto ed assenza dato dalla mancanza di qualcuno mi espone a dover giustificare da dove venga questo desiderio di scriverlo, a inventare a chi applicarlo per quietare almeno parzialmente il dubbio, l&#8217;incredulità del fatto che possa non essere applicato a nulla di reale se non al ricordo di ricordi, o a un sogno estemporaneo.Scrivere una parafrasi di passi della Bibbia mi espone al dubbio di blasfemia, da giustificare di fronte ai ragazzi che educo nello scoutismo, o più probabilmente ai loro genitori che al giorno d&#8217;oggi attraverso Facebook possono vedere praticamente tutto, compreso questo post.Lo scrivere un racconto cyberpunk con la cultura che ci sta dietro legata a modi di dire volgari che lo rendono tale mi espone a sua volta agli stessi rischi, scrivere un racconto di morte invece espone al preconcetto che uno sia psicopatico, che non possa educar ragazzi, che stia male e vada educato quando magari è solo il parto di un sogno, o della visione di un film, o di un&#8217;innocente riflessione sulla morte, ma in passato ho scritto e non pubblicato cose ben peggiori che ai miei occhi sono sfoghi, o provocazioni ma agli occhi di una fidanzata, di un genitore, di un datore di lavoro risultano essere tradimenti, sintomi di violenza, mancanza di rispetto.Poco importa se tutto ciò sia alternato con consigli su come cercare di avere un&#8217;informazione non di parte, o se provo a dimostrare l&#8217;esistenza dell&#8217;anima si può pensar di me che io creda d&#8217;esser arrivato chissà dove o essere chissà chi.Infine se talvolta scrivo cose più filosofiche sulla vita, o cose sulla felicità, indubbiamente meno interpretabili, eppure a volerla tirar tutta tra le righe ci possono essere lì più pezzi della mia vita vera di quanto ce ne siano nel resto di quanto scrivo, ma non è sempre e solo questo che scrivo o che trovo da scrivere.Io credo non di &#8220;scrivere&#8221; ma di &#8220;trovar qualcosa da scrivere&#8221; trovarlo dove? Nell&#8217;aria, nel mondo, sotto il cuscino, sotto il tappetino dell&#8217;ascensore di lavoro, nella tua tasca, lo trovo lì.E poi io stesso rileggendomi mi chiedo chi abbia scritto ciò che ho trovato da scrivere, estraniandomi completamente da me, dal perché ho scritto da cosa ho scritto, dimenticando chi sia lo scrittore.E da tutto questo nasce un ulteriore dubbio, diatriba, una dicotomia del pensiero, perché questo stesso scritto può essere compreso in fondo o può essere lasciato a un livello che mi indichi semplicemente come paranoico.Quindi in definitiva la domanda è perché non scrivo?Per che non scrivo o per chi non scrivo?Non scrivo per chi mi chiede perché scrivo, non scrivo su chi sbaglia a cercare come interpretare ciò i miei scritti, non scrivo per chi quando descrivo un volto si sofferma a pensare a chi sia quel volto e non alla poesia che voglio esprimere, per chi quando scrivo di un amore vuole sapere se quell&#8217;amore esista&nbsp; e non si sofferma a goderne semplicemente l&#8217;immaginario, non scrivo per chi quando descrivo un sentimento mi chiede a chi sia diretto e non si limiti a provare a viverlo per nessuno o tutti o chi vuole come lo vivo io scrivendolo, al contrario non scrivo per chi quando scrivo rabbia e insulti si sente offeso invece di chiedersi a cosa e chi siano rivolti e perché, non scrivo per chi non ha la capacità di astrarre dal conoscermi e non riesca a leggere un mio racconto horror, cyberpunk o splatter come leggerebbe il racconto di uno scrittore sconosciuto.Non scrivo in definitiva per chi giudica e chi legge ciò che scrivo non per quello che scrivo ma per conoscere cose che non vi sono scritte.Vai all'articolo originaleAssenzadi Stefano Giolo - 11 Ottobre 2011Surivived to night, I may going down pensandoti.E ai momenti passati accanto seppur brevi intensi.Tutto questo scatenato da un pensiero: l&#8217;assenza.

Non esiste nulla più forte del sentire la mancanza non per la distanza, non per il tempo ma per l&#8217;assenza.Sono tante le persone della mia vita che non ci sono.&#8220;Non ci sono&#8221; non &#8220;sono lontane&#8221;, &#8220;non so dove sono&#8221; o &#8220;non ci sono più&#8221;.Non ci sono.Quando di una persona si perde il contatto, ogni contatto, ogni modo di trovare un contatto, in qualche modo cessa di esistere, peggio del modo in cui cessa chi muore perché è talmente assente che non sai neppure se sia vivo o morto, se sia. Chi sia.Capita, è la vita, e sono tante le persone scomparse così, nella vita di ognuno, dal compagno di asilo all&#8217;ex collega e non mancano, non sono e non mancano.Ma qualcuna di queste però e, una in pericolare per me, è qualcosa, è molto, è più di un pugno nello stomaco, è assente. Non so più dov&#8217;è, chi è, se è viva o morta, se mai lo saprò, non so. E questa assenza, questa impossibilità di qualsiasi cosa è così priva di qualsiasi essenza da essere un buco nero. Vuoto. Silenzioso ma presente.E questo impedisce di non essere.Impedisce.



Vai all'articolo originaleIl Carrillondi Stefano Giolo - 27 Luglio 2011Oggi per caso sono finito in una sezione nascosta del forum di Schegge Di Cristallo, studiavo il tipo di forum per vedere se era possibile bucarne un altro fatto con lo stesso codice e così dopo tanto tempo mi sono collegato come amministratore ed ho rivisto le sezioni private, è stato uno strano viaggio, interessante, tra cose felici e cose che è meglio rimangano la dentro e non ne escano mai più.
Tra queste ne ho trovata una interessante,  tra il malinconico e il sognante.
Ecco, così mi va di riportarla, dopo tanti anni, e rileggerla con gli occhi di oggi, anche perché credo non sia mai uscita da quel forum e forse mai nessuno l&#8217;ha letta.
Il Carrillon
30/05/2006
Vola principessa-angelo nel tuo azzurro mondo-cielo
lontano da me,
ma non ti scordar di me e delle pietre del fiume,
ne delle mie parole passate.
Le tue ferite smetteranno di sanguinare ma ne resterà il segno
e la nostra melodia nascosta continuerà a suonare nel tempo.Vai all'articolo originaleD&#039;istantidi Stefano Giolo - 26 Luglio 2011E tornano in mente istanti distanti
istanti di astanti che corrono al rialzo
perché io sono ciò di cui hai bisogno
perché ti renderei felice
io e solo io,
perché offro di più
perché offro al rialzo
perché seppur distanti,
seppur con vite a se stanti
ricordiamo di istanti destanti
momenti che risvegliano l&#8217;anima
Sogno o son desto?
Solo questo il testo.
E d&#8217;istante un ricordo.
D&#8217;estate un ricordo.
Destate un ricordo.
Un istante lungo una vita.Vai all'articolo originaleCuoridi Stefano Giolo - 24 Dicembre 2010Penso al tuo cuore, così nomade, così caldo
al mio così apparentemente stabile, così apparentemente freddo.
Penso al tuo sguardo quella notte,
sguardo di madre e sguardo di bimba,
alle tue mani sul mio petto come fosse l&#8217;unico luogo.
E penso a quei cuori a navigare nel mondo accanto,
Il mio che lentamente si scalda col tuo
il tuo che pian piano prende casa, prende un luogo
il suo luogo.
Penso ad un cuore che non è che due uniti
penso a noi, ancora noi,
all&#8217;alchimia che ci unisce,
e poi&#8230; poi guardo te negli occhi, prendo le tue mani e camminiamo assiemeVai all'articolo originaleIl mio mondo di scrivere è cambiato.di Stefano Giolo - 5 Settembre 2010Il mio mondo di scrivere è cambiato, si il mondo non il modo.
Accorgermene è stato quasi improvviso, quasi in quanto in realtà sotto sotto me ne stavo accorgendo da anni.
Ho scritto diversi libri, quelli che ho completato sono tutti di Poesia. Ho pubblicato &#8220;Contrapposizioni&#8221; che in quel momento era il meglio di ciò che avevo ma che pecca a tratti dei difetti della gioventù, ho tentato poi di pubblicare &#8220;Ritratti&#8221; che nonostante sia ormai datato a rileggerlo mi emoziona ancora, è ricco di citazioni, cita ognuno degli altri libri che ho scritto e mai pubblicato, contenine significati più o meno nascosti nei meandri delle frasi, come e meglio di &#8220;Contrapposizioni&#8220;, e soprattutto contiene tanto, tanto me. Ho cercato di pubblicarlo ma ho avuto solo problemi, tanto da dovermi rivolgere ad avvocati. Ci proverò ancora, lo so già,
Poi&#8230; finito ritratti ho cominciato a dire che scrivo poco, che non scrivo più. Ho scritto altre poesie ma in modo inorganico, ne ho scritte alcune che sono tra le più belle che ho scritto, sono riuscito a esprimere concetti che volevo esprimere da anni ma&#8230; la poesia stava calando.
Scrivere è un po&#8217; come l&#8217;amore, quando sei adolescente ami con un intensità, un calore, una forza innate, non esiste che l&#8217;amore nasca nei meandri della mente e si insinui, l&#8217;amore quando sei adolescente arriva come un tram in corsa e ti colpisce portandoti via in un istante e poi&#8230; e poi chissà spesso lo perdi alla prima fermata, o ti perde lui. Col passare del tempo l&#8217;amore cambia, non è meno intenso, è solo diverso, l&#8217;amore quando cresci un po&#8217; comincia ad essere meno impetuoso ma più stabile, non ci sono giorni in cui ami alla follia e giorni in cui non ami affatto, ci sono giorni in cui ami, ami sempre non ci sono più i giorni in cui ti strappi l&#8217;anima ma non ci sono neppure quelli in cui lasceresti perdere tutto per una discussione.
Controlli di più le sensazioni e apprezzi di più ogni pulsione e sensazione conoscendola, è un amore che all&#8217;adolescente risulta un non amore quanto l&#8217;amore dell&#8217;adolescente sembra un non amore all&#8217;adulto. Si passa dall&#8217;amore di possessione a quello di donare tutto a quello di avere uno scambio, un interscambio, un&#8217;unità, due singolarità interconnesse. Ma nessun amore è un non amore, e nessuno è migliore dell&#8217;altro in senso assoluto. Si tratta di naturale evoluzione che il più delle volte accade sottobanco senza accorgersene neppure, anzi spesso uscendo dall&#8217;amore dell&#8217;adolescente si crede di non saper più amare perché non si hanno più le stesse sensazioni forti e quasi nel bene e nel male distruttive.
E così ho creduto di non saper più scrivere, qualche impeto ogni tanto, qualche poesia, valida, matura e qualche refuso di bassa qualità.
E poi altre cose che ignoravo.
Molte altre cose.
Così in questi giorni, partendo dal racconto sulla bellezza che ho pubblicato poco tempo fa ho seguito i collegamenti automatici, quei collegamenti che sotto ad ogni post suggerisce altri post, e da quelli altri ancora, ed ancora ed ancora. Ho riletto il modo ripetitivo che ho di scrivere alcune descrizioni, cosa che ricorda molto alcune mie vecchie poesie che a loro volta ricordavano Edgar Poe, quella porta della stanza, quel busto di minerva sulla porta della stanza, mentre le poesie si spostano ancora un po&#8217; verso uno stile di Pessoa, ma non c&#8217;entra questo. Ho riletto e navigato tra un percorso e l&#8217;altro, ho riletto ed ho capito che non è vero che non scrivo, che scrivo poco.
Ho capito che c&#8217;è una logica, un percorso, ho capito che presto inizierò a comporre un nuovo libro, completamente diverso dai precedenti miei, e tra questo e gli altri, tra questo e &#8220;Ritratti&#8221; ci sono stati molti altri libri tentati, smangiucchiati, provati e mai finiti, iniziati, abbozzati, ma questo è il futuro, questa è la direzione che intendo prendere e scrivere.
Come l&#8217;amore, un nuovo amore, l&#8217;amore.
Questa è la direzione -dimensione &#8211; che intendo affrontare, è cambiato il mio mondo di scrivere, è cambiato il mio mondo di -da- amare e dopo mille tentativi smangiucchiati ora scriverò qualcosa di completamente diverso da ciò che ho scritto fino ad ora, qualcosa di davvero finalmente diverso.Vai all'articolo originaleDel suo sorriso, della bellezza.di Stefano Giolo - 4 Settembre 2010Avevi uno sguardo che avrebbe lasciato passare oltre ogni difetto, fisico o psicologico che fosse.
Avevi uno sguardo che avrebbe lasciato passare oltre ogni cosa che non fosse il mio cuore, o forse il cuore di chiunque abbia un minimo, infinitesimo gusto per la bellezza: la bellezza in genere, non i visi, le donne, non i paesaggi, non i tramonti estivi in lidi caraibici, la bellezza in genere, un ideale più alto.
Un sorriso di quelli che immagini sorridere anche quando chi lo porta sta piangendo, un sorriso che anche nel momento più drammatico avrebbe la capacità di farti pervadere da un senso di bene profondo.
Quel giorno ero ad una festa, difficilmente ricordo neppure cosa si festeggiasse, c&#8217;era molta gente e poca che si conoscesse ed in mezzo a tutta quella gente d&#8217;un tratto vidi un sorriso, uno di quelli che ti entrano dentro e poi non li puoi più scordare. Un sorriso di quelli che potresti passare su tutto il resto, di quelli che saprebbero donarti un gioia anche nel peggiore dei momenti.
Che bel viso, pensavo, no non tanto il viso in se ma il sorriso, quelle labbra così&#8230;. no. Non le labbra ma proprio il sorriso, il modo di sfoggiare quel sorriso e quello sguardo. Ti rende bella, talmente bella che potresti essere la persona più brutta del mondo che la tua bellezza lascerebbe alle spalle ogni altro pensiero. Che poi non ce ne è il bisogno perché non è solo il sorriso ma tutto, come è la forma del tuo collo, il seno pronunciato e ben formato e&#8230; no in effetti forse qualcosa&#8230;. ma no, quello sguardo, quel sorriso&#8230; il sorriso, quelle labbra così&#8230;. no. Non le labbra ma proprio il sorriso, il modo di sfoggiare quel sorriso e quello sguardo. Ti rende bella, talmente bella che&#8230;. e poi improvvisamente ti girasti e non riuscii più a vederti, a trovarti.
Nei giorni successivi mi misi a cercare nelle foto, nelle foto di amici, ovunque il tuo viso finché non riuscii, nella foto di un amico, a scorgerlo. Si, in realtà era una foto di oscena ubriachezza, il mio amico in una posa plastica a mimare qualcosa che non vorrei pronunciare qui aveva come sfondo il tuo sorriso che guardava giusto verso la fotocamera, forse dietro la fotocamera, forse me dietro la fotocamera. Ma non voglio illudermi di un tale sogno.
Eri tu. Cioè quello che conoscevo di te. Tutto quello che conoscevo di te.
Tutto quello che avrei conosciuto se mi fossi fermato a quel punto.
E così cominciai a chiedere di te, arrivai a lasciare nel locale ed altrove copie della tua foto, ovviamente dopo aver rimosso la parte oscena, a pubblicare su internet questa mia ricerca di quel sorriso, la ricerca della bellezza, non in senso puramente estetico ma in quel senso più alto che puoi comprendere solo quando ti ci trovi dinnanzi. E quando la trovi non puoi lasciarla sfuggire, non puoi che perpetrare la tua ricerca, vivere quel sogno. Non era amore, affetto, sentimento, non è mai stato nulla di questo, ma ricerca della bellezza, solo della bellezza.
La ricerca andò avanti per mesi, anni forse, non lo so, non ne ho più memoria ormai, vidi quel sorriso per pochi istanti talvolta sul volto di altre ma scompariva in un attimo perché non vero, perché non tuo.
È all&#8217;improvviso che oggi sei tornata come un fantasma del passato all&#8217;improvviso. Un trafiletto sul giornale che parla di te, c&#8217;è la tua foto, c&#8217;è finalmente il tuo nome, e c&#8217;è l&#8217;addio di chi ti ha amato.Vai all'articolo originaleIl mio libro su google booksdi Stefano Giolo - 4 Agosto 2010Come da oggetto Contrapposizioni è su google libri!!Vai all'articolo originaleRicordi di ricordi di ricordi di ricordi di ricordi di ricordidi Stefano Giolo - 24 Luglio 2010Ci sono momenti che restano trasversali alla vita.
Incroci qualcosa, qualcuno, una persona, la incroci in un momento della tua vita, come un linea trasversale alla tua, come un vettore che si incrocia.
Cambia la tua vita? No, non è cambiato nulla, ma è cambiato tutto.
Non si torna indietro. Non si torna indietro a prima di questo incontro, ma non si torna indietro neppure al momento in cui è stato.
Non si torna mai indietro  e basta.
Eppure alcune parole, alcuni istanti, alcuni scambi fanno rivivere ancora, e ancora, e ancora i sogni le sensazioni i sentimenti i colori le luci gli odori di allora, la pista, il sole, la tangibile mancanza di un fuoco che sarebbe bello ci fosse stato, la comprensione profonda di sconosciuti, di vite parallele, una vita parallela alla mia accanto alla vita parallela di qualcun altro che viveva come me una vita parallela alla propria. Incroci di vite parallele e paradossi, scontri incontri, ed anime che si sfiorano, si girano attorno, si osservano come gatti a coda alta e poi d&#8217;un tratto torna la vita reale, quella che non è più, o quella che è ancora, quella che è sempre stata ma che non è più quel che era, un&#8217;orchidea.
Ma restano ancora
vite parallele che non si incontreranno
forse
all&#8217;infinito.Vai all'articolo originaleGocciadi Stefano Giolo - 6 Giugno 2010Una goccia che cade.
Liquido denso sulla superficie di un&#8217;altro.
Una goccia di miele in un bicchiere di bianco caldo latte.
Ed erano anni, forse millenni, ere che quella goccia dall&#8217;alto si formava,
lentamente.
Con.
I.
Suoi.
Tempi.
Lentamente.
E non c&#8217;è un perché, non c&#8217;è un quando, non c&#8217;è nulla da chiedere o chiedersi.
Lentamente.
A formarsi da un piccolo infinitesimo puntino a raccogliere sostanza,
raccogliere e ingrandirsi, prendere forma,
scolpirsi, modellarsi fino ad essere tonda, grande, forte,
fino a sentirsi pronta.
Per poi infine scendere.
Lanciarsi,
lasciarsi andare.
Giù.
Volare un istante,
o cadere con stile.
E giù
fino all&#8217;impatto, dolce, lieve ma deciso.
Sentirsi per qualche momento allargare sulla superficie mentre questa si sposta,
sentirsi per qualche istante espandersi e ritirarsi per mantenere la propria massa
la propria essenza,
e poi lentamente disfarsi, confondersi, scendere come in un piccolo flusso unendosi
facendo parte stessa del resto,
creando qualcosa che non è più l&#8217;uno o l&#8217;altro,
creando qualcosa.
Creando.Vai all'articolo originaleCerte donnedi Stefano Giolo - 24 Marzo 2010
Certe Donne
-Enrico Ruggeri-
Certe donne è meglio immaginarsele
che confrontarle con le contingenze.
Certe donne è meglio non conoscerle,
oppure assaporarne le partenze.
Non così tu, che non accampi mai pretese,
tu che quando dai non badi a spese,
tu, che riesci a ridere e aspettare,
tu, che riesci a farmi chiaccherare quando dovrei stare male.
Certe donne è meglio conquistarsele
per raccontare tutto ai propri amici,
o riuscire poi a liberarsene
fino a sradicarne le radici.
Non così tu che non ti metti a protestare,
tu che non sai &#8220;farti consolare&#8221;,
tu che ancora sai cos&#8217;è il perdono,
tu, che lo consideri un bel dono
da portare qui al tuo uomo.
E a te che non fai guerre qui in quest&#8217;epoca nervosa,
io voglio regalare questo ramo di mimosa.
Lascia che continuino a parlare,
questo mondo così uguale non meriterebbe te.
Non cambiar la regola, se regola già c&#8217;è.
Certe donne è meglio averle subito
e poi dimenticarle molto in fretta.
Con certe donne è meglio essere lucido
per non bruciare come sigaretta.
Ma non con te che non hai mai aperto il fuoco,
tu, che chiedi sempre molto poco,
Non con te, che non confondi nessun ruolo,
tu, che lasci che io prenda il volo
ma ci sei se resto solo.
E a te, che non fai guerre qui in quest&#8217;epoca feroce,
regalo una mimosa e canto con un po’ di voce.
Goditi l&#8217;invidia della gente
o le parole di un perdente che vorrebbe avere te.
Non si cambia regola, se regola già c&#8217;è
Certe donne è meglio immaginarseleche confrontarle con le contingenze.Certe donne è meglio non conoscerle,oppure assaporarne le partenze.
Non così tu, che non accampi mai pretese,tu che quando dai non badi a spese,tu, che riesci a ridere e aspettare,tu, che riesci a farmi chiaccherare quando dovrei stare male.
Certe donne è meglio conquistarseleper raccontare tutto ai propri amici,o riuscire poi a liberarsenefino a sradicarne le radici.
Non così tu che non ti metti a protestare,tu che non sai &#8220;farti consolare&#8221;,tu che ancora sai cos&#8217;è il perdono,tu, che lo consideri un bel donoda portare qui al tuo uomo.
E a te che non fai guerre qui in quest&#8217;epoca nervosa,io voglio regalare questo ramo di mimosa.Lascia che continuino a parlare,questo mondo così uguale non meriterebbe te.Non cambiar la regola, se regola già c&#8217;è.
Certe donne è meglio averle subitoe poi dimenticarle molto in fretta.Con certe donne è meglio essere lucidoper non bruciare come sigaretta.
Ma non con te che non hai mai aperto il fuoco,tu, che chiedi sempre molto poco,Non con te, che non confondi nessun ruolo,tu, che lasci che io prenda il voloma ci sei se resto solo.
E a te, che non fai guerre qui in quest&#8217;epoca feroce,regalo una mimosa e canto con un po’ di voce.Goditi l&#8217;invidia della genteo le parole di un perdente che vorrebbe avere te.Non si cambia regola, se regola già c&#8217;èVai all'articolo originaleAlda Merinidi Stefano Giolo - 1 Novembre 2009
&#8220;Non cercate di prendere i poeti perché vi scapperanno tra le dita&#8221;
&#8220;Amore mio | ho sognato di te come si sogna | della rosa e del vento. (Lirica antica)&#8221;
&#8220;Tutti gli innamorati sono in Cristo. &#8221;
&#8220;Ascolta il passo breve delle cose.
− assai più breve delle tue finestre −
quel respiro che esce dal tuo sguardo
chiama un nome immediato: la tua donna.&#8221;
Ciao Alda.Vai all'articolo originaleMurodi Stefano Giolo - 1 Novembre 2009Eri tu quel muro.
Ed io ad avvicinarmici. Osservarlo.
Spostarmi a destra e a sinistra come per studiarlo.
Toccarlo lentamente con paura e ritirare la mano.
Allontanarmi di scatto.
Guardarlo ancora, a destra, a sinistra.
Sfiorarlo ancora e sfuggire.
E poi pian piano toccarlo nuovamente con più confidenza, pian piano.
Fino a posarci il palmo, abbracciarlo lentamente.
Allontanarmi senza più perderne il contatto, carezzarlo dolcemente
e poi ancora senza perderne il contatto sedermici accanto, mantenendo l&#8217;abbraccio,
posando su di lui il mio viso, addormentarmici a contatto.
Rimanere accanto a lui.
Eri tu quel muro.
E poi, prima di andarmene, un inchino per ringraziarti di tutto ciò che sei.
Di ciò che sarai.Vai all'articolo originaleImmagini di tedi Stefano Giolo - 16 Ottobre 2009Immagini di te
Oggi ho ripensato alle immagini di te.
Ai tuoi sguardi,
le tue espressioni,
i tuoi movimenti che erano ormai diventati parte di me.
Avevano tramutato i miei.
Riguardo tutto questo
e mi accorgo
che sta scomparendo.
Stai scomparendo.
Sto scordandoci lontano,
tra i fantasmi del divenire.Vai all'articolo originaleM&#039; innamorerei…di Stefano Giolo - 11 Ottobre 2009M&#8217; innamorerei
Come una pistola carica.
Il dito sul grilletto.
Teso.
Basterebbe lo tendessi ancora un infinitesimo per colpirmi.
Basterebbe lasciarmi andare un&#8217;istante.
M&#8217;innamorerei,
basterebbe un tuo sorriso di troppo.
O una parola.
M&#8217;innamorerei.Vai all'articolo originaleIl lago nel mare.di Stefano Giolo - 5 Ottobre 2009Ci sono luoghi nel mondo, neanche troppo lontani da noi dove accadono piccolezze infinitesime che danno visioni, che cambiano la prospettiva di vedere, che rovesciano l&#8217;essere, per sempre o anche solo per qualche istante.
Un po&#8217; torna alla mente il nostro vecchio naufragio di qualche anno fa mentre si naviga tutti al largo di Chioggia, il sole forte anche se non caldo, l&#8217;odore del sale, i delfini che saltano, e ancora le onde che scivolano sotto la chiglia.
Obiettivo il relitto dell&#8217;Eudokia II una nave cargo abbastanza grande da entrarvi, e visitarne le cabine, la sala macchine, osservare la crepa dello scontro con la nave che l&#8217;ha fatta affondare, casa di molteplicità di pesci e colori.
Ma non è l&#8217;Eudokia che più mi fa pensare ma l&#8217;aria.
Così vicino a noi, così facilmente riproducibile e al contempo così raro da vedere c&#8217;è un fenomeno che accade all&#8217;interno dei relitti, o nelle grotte sommerse, o volendo anche in una semplice scatola immersa nell&#8217;acqua.
Il lago nel mare.
L&#8217;inversione del mondo.
Guardare in altro e vedere sopra di te un lago in cui specchiarti creato dall&#8217;aria che stai emettendo dai polmoni, smettere di respirare e osservare un lago dall&#8217;alto. Dal basso.
E stai voltando a testa in giù, stai volando su un lago di cristallo in una struttura congelata nel tempo e attorno a te bolle d&#8217;acqua che scendono verso il lago lentamente ingrandendosi fino a confluirvi, fino a farne parte, alimentarlo, ingrandirlo, nutrirlo. E l&#8217;acqua è tramutata in aria e l&#8217;aria in acqua e il tempo è immobile nel silenzio nella consapevolezza che quel mondo è lì dove tu sai ma nessuno o pochissimi potranno vederlo come lo vedi tu, capirlo come lo capisci tu.
E poi allontanarsi volando e scendere, scendere fino al confine, un confine che una volta attraversato fa ruotare nuovamente il mondo e l&#8217;acqua si tramuta in aria e l&#8217;aria in acqua e la barca ha di nuovo i colori e i motori accessi e il tempo ricomincia a scorrere.Vai all'articolo originaleSguardo nello sguardodi Stefano Giolo - 25 Settembre 200925/09/2009In tutto questo,in fughe e ritorni,in amori di pochi istanti,in sognisei lontana e mi torni in mente.
Il tuo sguardo tatuato nel mio,io guardo, osservo,lentamente osservo il mondo
lo vedo attraverso il colore dei tuoi occhiosservo il mondo come in trasparenza del tuo visoed in ogni microamorein ogni microincontro rivedo ancora una volta lo stesso sguardolo sguardo del mondo-del mio mondo-Vai all'articolo originaleIncontridi Stefano Giolo - 25 Settembre 200923/09/2009Oggi mi sono innamorato non so di chi&#8230;c&#8217;erano tante persone,tanti visi, sguardi, sorrisi. 
Mi sono innamorato non so di chi,ma se l&#8217;incontrassi di nuovo la riconoscerei tra mille.Vai all'articolo originaleOsservartidi Stefano Giolo - 26 Agosto 2009Osservarti
20/08/2009
È ad osservarti
ad osservare il tuo sguardo
ad osservare il tuo sorriso che acquisto consapevolezza
Come a sapere che a accanto staremmo bene
come a sapere che non staremo mai accanto
come a sapere che giochi
come a vedere che volente o nolente anche io sto giocando
come complicità bilaterale di chi sa di non voler nulla ma di poter molto.
E poi ti guardo mentre sorridi
scherzi
mi saluti con complicità e ridi.
E domani tutto è nulla.Vai all'articolo originaleMani, profumidi Stefano Giolo - 25 Agosto 2009Nella folla oggi ho toccato mani,
tra queste la mano di una sconosciuta che mai rivedrò.
Nella folla oggi ho sfiorato mani,
tra queste il ricordo di una che mai più stringerò.
Nella folla oggi ho toccato mani,
una, una sola col tuo profumo.
Fluiscono i ricordi dalle mie dita,
entrano in testa,
ruotano,
volano,
legano.
Ed infine escono dalle mie labbra come sorriso.Vai all'articolo originaleE Così hai sceltodi Stefano Giolo - 24 Agosto 2009E Così hai scelto
20/08/2009
E così hai scelto.
Così sei ciò che sei
sei ciò che vuoi
sei ciò che sogni.
E così hai scelto ciò che è giusto
ciò che sarà il tuo futuro
Così hai scelto.Vai all'articolo originaleFeritadi Stefano Giolo - 24 Agosto 2009Sanguina ancora la ferita fattami per evitare un tuo bacio,
era l&#8217;orgoglio a spingermi,
il senso di ciò che era il mio scopo.
Sanguina ancora la mia ferita nella carne
come ricordo indelebile dell&#8217;orgoglio
come ricordo di ciò che dovevo e non ciò che ero.
Sanguina ancora.Vai all'articolo originaleFinedi Stefano Giolo - 23 Agosto 2009Fine
20/08/2009
È sempre alla fine che scrivo,
all&#8217;inizio talvolta
ma quasi mai mentre vivo.
È sempre alla fine che scrivo,
ed è per questo che di te
-te che vorresti leggere-
non scrivo
Ed è per questo che alla fine scrivo sempre di te che non vorresti più leggere.
È sempre alla fine che scrivo,
quando non c&#8217;è più altro da fare.Vai all'articolo originaleOsservare sguardidi Stefano Giolo - 22 Agosto 2009Osservare sguardi
20/08/2009
Capita talvolta di sentir raccontare una storia commovente,
in mezzo a tanta gente.
Sentire raccontare una storia commovente, magari di incontri, di affetti fraterni riscoperti,
di vite difficili che incontrandosi cambiano il corso.
Più di una volta mi sono ritrovato a non seguire il racconto ma i vostri sguardi.
Restare a fissare gli sguardi attenti, osservare sorrisi e lacrime spuntare, guardare l&#8217;emozione formarsi lentamente, creare e maneggiare e scolpire e modificare espressioni di una profondità quasi innaturale.
Lasciarmi carezzare non dalle parole ma dalle anime che si rivelano, dalla sensibilità dall&#8217;essere vivo di chi mi circonda.Vai all'articolo originalePoesiadi Stefano Giolo - 22 Agosto 200916/08/2009
C&#8217;è una strana cosa nell&#8217;essere riconosciuto come poeta: non sei costretto a mostrare di essere romantico, anzi talvolta puoi permetterti di non esserlo affatto.Vai all'articolo originalePensierodi Stefano Giolo - 4 Agosto 2009Pensiero
03-04/08/2009
Il pensiero di non pensarti mi porta a pensare ciò che non penserei:
C&#8217;è un pezzettino di me che è rimasto in te e quando ti penso canta
Ed io lo ascolto cantare.
E lui canta fiabe stupende.
C&#8217;è un pezzettino di me che è rimasto in te e quando vedo quei colori danza
Ed io lo guardo danzare.
E lui danza per te.
C&#8217;è un pezzettino di me che è rimasto in te e quando sento dei profumi canta
Ed io lo ascolto cantare.
E lui racconta di te.Vai all'articolo originaleBolognadi Stefano Giolo - 2 Agosto 2009Bologna
25/05/2004
È ancora fermo a quell&#8217;ora
l&#8217;orologio della stazione.
Quando la gente saliva sul proprio sogno,
per un viaggio che non era l&#8217;ultimo
ne il più bello forse,
ma era il loro,
la vita.
Persone immerse nella routine,
tristi,
felici,
amanti,
piccoli infanti.
Ed ora sono un ora,
una crepa in un muro
coperte da torri lontane
da persone non nostre che ci fanno pensare più che loro.
(Da &#8220;Contrapposizioni&#8221; &#8211; Stefano Giolo &#8211; Il Filo Edizioni)
ANTONELLA CECI anni 19
ANGELA MARINO &#8221; 23
LEO LUCA MARINO &#8221; 24
DOMENICA MARINO &#8221; 26
ERRICA FRIGERIO IN DIOMEDE FRESA &#8221; 57
VITO DIOMEDE FRESA &#8221; 62
CESARE FRANCESCO DIOMEDE FRESA &#8221; 14
ANNA MARIA BOSIO IN MAURI &#8221; 28
CARLO MAURI &#8221; 32
LUCA MAURI &#8221; 6
ECKHARDT MADER &#8221; 14
MARGRET ROHRS IN MADER &#8221; 39
KAI MADER &#8221; 8
SONIA BURRI &#8221; 7
PATRIZIA MESSINEO &#8221; 18
SILVANA SERRAVALLI IN BARBERA &#8221; 34
MANUELA GALLON &#8221; 11
NATALIA AGOSTINI IN GALLON &#8221; 40
MARINA ANTONELLA TROLESE &#8221; 16
ANNA MARIA SALVAGNINI IN TROLESE &#8221; 51
ROBERTO DE MARCHI &#8221; 21
ELISABETTA MANEA VED. DE MARCHI &#8221; 60
ELEONORA GERACI IN VACCARO &#8221; 46
VITTORIO VACCARO &#8221; 24
VELIA CARLI IN LAURO &#8221; 50
SALVATORE LAURO &#8221; 57
PAOLO ZECCHI &#8221; 23
VIVIANA BUGAMELLI IN ZECCHI &#8221; 23
CATHERINE HELEN MITCHELL &#8221; 22
JOHN ANDREW KOLPINSKI &#8221; 22
ANGELA FRESU &#8221; 3
MARIA FRESU &#8221; 24
LOREDANA MOLINA IN SACRATI &#8221; 44
ANGELICA TARSI &#8221; 72
KATIA BERTASI &#8221; 34
MIRELLA FORNASARI &#8221; 36
EURIDIA BERGIANTI &#8221; 49
NILLA NATALI &#8221; 25
FRANCA DALL&#8217;OLIO &#8221; 20
RITA VERDE &#8221; 23
FLAVIA CASADEI &#8221; 18
GIUSEPPE PATRUNO &#8221; 18
ROSSELLA MARCEDDU &#8221; 19
DAVIDE CAPRIOLI &#8221; 20
VITO ALES &#8221; 20
IWAO SEKIGUCHI &#8221; 20
BRIGITTE DROUHARD &#8221; 21
ROBERTO PROCELLI &#8221; 21
MAURO ALGANON &#8221; 22
MARIA ANGELA MARANGON &#8221; 22
VERDIANA BIVONA &#8221; 22
FRANCESCO GOMEZ MARTINEZ &#8221; 23
MAURO DI VITTORIO &#8221; 24
SERGIO SECCI &#8221; 24
ROBERTO GAIOLA &#8221; 25
ANGELO PRIORE &#8221; 26
ONOFRIO ZAPPALA&#8217; &#8221; 27
PIO CARMINE REMOLLINO &#8221; 31
GAETANO RODA &#8221; 31
ANTONINO DI PAOLA &#8221; 32
MIRCO CASTELLARO &#8221; 33
NAZZARENO BASSO &#8221; 33
VINCENZO PETTENI &#8221; 34
SALVATORE SEMINARA &#8221; 34
CARLA GOZZI &#8221; 36
UMBERTO LUGLI &#8221; 38
FAUSTO VENTURI &#8221; 38
ARGEO BONORA &#8221; 42
FRANCESCO BETTI &#8221; 44
MARIO SICA &#8221; 44
PIER FRANCESCO LAURENTI &#8221; 44
PAOLINO BIANCHI &#8221; 50
VINCENZINA SALA IN ZANETTI &#8221; 50
BERTA EBNER &#8221; 50
VINCENZO LANCONELLI &#8221; 51
LINA FERRETTI IN MANNOCCI &#8221; 53
ROMEO RUOZI &#8221; 54
AMORVENO MARZAGALLI &#8221; 54
ANTONIO FRANCESCO LASCALA &#8221; 56
ROSINA BARBARO IN MONTANI &#8221; 58
IRENE BRETON IN BOUDOUBAN &#8221; 61
PIETRO GALASSI &#8221; 66
LIDIA OLLA IN CARDILLO &#8221; 67
MARIA IDRIA AVATI &#8221; 80
ANTONIO MONTANARI &#8221; 86
Non sapevo se inserire questa poesia come sezione &#8220;Poesia&#8221; o &#8220;Polemipolitica&#8221;, ho scelto la seconda, e poi chi ha orecchi da intendere intenda, nel 2004 quando è stata scritta il ricordo della critica che contiene era più vivo di oggi, oggi resta soprattutto il resto, il ricordo delle persone, delle vite, di quelle persone, di quei ragazzi, di quei bambini.Vai all'articolo originaleNotedi Stefano Giolo - 31 Luglio 2009Note
lente
un pianoforte
note
conosciute nel tempo navigano come onde
crescenti e calanti
Note
ed una Luna non del tutto piena osserva quanto accade
osserva due anime danzanti
osserva intrecci come fuochi fatui
osserva quel che non sarà raccontato
osserva quel che non sarà alla luce del giorno
osserva quel che non sarà
Note
Notte
SilenziVai all'articolo originaleFrange di ricordidi Stefano Giolo - 30 Luglio 2009Frange di Ricordi
30/07/2009
Malinconia del ricordo di canti
De Andrè, Battiato, un pizzico di Tozzi, i Modena
ma non importa neppure che cosa
il ricordo di sorrisi
impugno la mia penna come fosse ancora lei,
come ci fosse ancora lei
e scrivo
&#8220;io mi dico è stato meglio lasciarci
che non esserci mai incontrati&#8221;
pensando alla sua voce,
alla mia penna
alle parole
e ruoto come il seme degli aceri
ruoto nel vento
verso
lentamente
un fiore lontano
verso
lentamente
un porto
porto rosso in un bicchiere bombato
e quel mondo come in una bolla che se la giri scende la neve
quel mondo resterà conservato nel tempo
nell&#8217;anima come scritto un po&#8217; indeciso, insicuro
come con un pennino lento e riflessivo
indelebile
forte
quel mondo comunque
per sempre come volando
sfiorando
carezzando la mia testa ogni giorno
le frange di quel ricordo resteranno
-comunque sia-
dove stanno
i miei sogni di un nuovo mondo
-comunque sia-
voleranno ancora verso quel mare.Vai all'articolo originale静寂di Stefano Giolo - 25 Luglio 2009Ci sono sere, notti, lunghe ore in cui qualcosa nell&#8217;aria appare diverso, qualcosa nell&#8217;aria scivola al di sotto della pelle, lentamente.
Guardi il cielo e taci.
Lasci che questa notte, questa luce, il silenzio ti attraversino e stai lì come un lenzuolo attraversato dalla brezza della primavera, stai lì come i petali di un&#8217;orchidea che respirano il sole.
Stai lì e lasci che il mondo vada avanti da solo.
Foto di Sofia Bollo Sufei
foto di Sofia Bollo SufeiVai all'articolo originaleCasadi Stefano Giolo - 19 Luglio 2009Sono a casa,
si, a casa.
Un divano, una tv, un computer, il mio bagno.
Allungo una mano ed ho tutto.
Allungo la mano e non ho niente.
Niente.
Accendo questa TV e vomito lo schifo che c&#8217;è dentro,
guardo le notizie sui giornali,
guardo il mondo sorridente che si crea sofferenze con le telenovela e il gossip.
Osservo.
Osservo ma non ne sono partecipe.
Osservo ma penso ai giorni passati.
Penso a persone senza TV, senza un divano, senza una casa
penso a persone che per lavarsi devono fare cento metri dalla &#8220;propria&#8221; tenda
penso ai sorrisi, agli abbracci.
Non ci sto,
non ci sto,
non credo sia questo il mondo reale
non credo sia questo il mio mondo.
Non credo sia questa la verità.Vai all'articolo originale05/06/09di Stefano Giolo - 6 Giugno 200905/06/09
A te
Strano rivedere il tuo volto
dopo tanto
dopo anni
dopo chissà quante cose.
rivederlo qui a terra.
Immobile.
Il tuo sorriso semplice che non racconta chi sei:
hai imparato a fingere.
Il tuo sguardo così disarmante come di bimba.
Eppure dietro c&#8217;era altro
molto altro.
Troppo altro.
Rivederti qui a terra accanto a me che ti osservo da lontano
cosa cercavi dalla tua finestra?
Cosa cercavi quando hai deciso di scendere?
Di andare.
Ricordo quando da piccola ti schernivano
per il tuo nome Carlotta
e per le orecchie
e a me dava fastidio, eri così bella.
Ricordo il tuo sorriso che non era quello di questi anni
ricordo poi il silenzio.
Ed ora ti guardo qui
a terra dove tu non sei più e mi chiedo cos&#8217;hai cercato
mi chiedo se l&#8217;hai trovato
mi chiedo quali fossero i tuoi sogni irraggiungibili
e mi guardo attorno.
Tutto così indefinito e definitivo.
Tutto finalmente così eterno da lasciare senza respiro.
Tutto semplicemente così.
Per sempre così.Vai all'articolo originaleFu allora.di Stefano Giolo - 29 Maggio 2009Fu allora27/05/09

Fu nel momento stesso in cui la vidi che accadde
o forse quello fu il momenti in cui mi accorsi che era accaduto.
Fu il punto di non ritorno,
la fine
l&#8217;inizio.
Fu quello l&#8217;istante e dove come chi quando non importa.
Fu quello l&#8217;istante.
Fu quello l&#8217;istanteVai all'articolo originaleTempestadi Stefano Giolo - 18 Maggio 2009La mia mente è schiacciata,
il cervello in una morsa,
una tempesta di sentimenti,
ricordi,
speranze,
freni.
La mia mente vola
con pesi alle ali vola
vola lontano
vola a folle velocità
vola frenata dai tuoi sogni che sono felice tu abbia
la mia mente corre,
fugge,
rincorre
ed ancora come un cane impazzito cambia direzione
corre come nella neve,
e vola
vola nel cielo
La mia mente come vento
come nubi
come pioggia
come ricordi che saltano da un ramo all&#8217;altro
rimbalzano tra i fiori
tra i sentimenti
i ricordi
le aspettative
e i freni
e i silenzi musicati.
La mia mente vola.
La mia mente penetra.
La mia mente viola.
La mia mente.
La mia mente sfiora.
La mia mente viola, rossa, arancio, arcobaleno multicolore irridescente cambia da dove l&#8217;osservi.
Mente e non l&#8217;ascolterò.Vai all'articolo originaleDi spalle alla luce in fronte.di Stefano Giolo - 18 Maggio 2009Io non lo so il perché ho detto Addio,
non lo so perché ho voltato le spalle ad una luce nel buio,
non so cosa avessi dentro ma so che c&#8217;è ancora,
so che se tornassi indietro lo rifarei ancora
per tutto ciò che è stato
breve o lungo che sia lo rivivrei come è stato
gli stessi errori,
gli stessi sorrisi,
gli stessi istanti.
Le tue lacrime in camera e la Luna piena di sfondo a entrare dalla finestra aperta
era estate
ed io ad ascoltarti, capirti, stringerti al cuore
ed infine d&#8217;un tratto baciarti in quel momento esatto:
l&#8217;unica cosa giusta da farsi.
L&#8217;unica cosa che avesse senso in quell&#8217;istante tra le stelle.
E le notti sotto le stelle mentre tu ti avvicinavi al mio volto
ed io a fuggire le tue labbra
non volevo accettare il tuo amore
io a non cedere
io a fermare con stupide battute gli istanti
io a e cedere infine crollando sotto un tuo sguardo che mi osservava dal basso
come da un albero piantato sul tetto del mondo da cui ridere della vita
cedere ancora e ancora su di un prato,
accanto ad un castello.
E i colori azzurri che ancora porto talvolta al collo dopo anni
in inverno
Venezia
e le grigliate e l&#8217;arte delicata del movimento delle tue mani
e la tua ubriachezza da sonno
le tue paure
i miei tentativi di scalfirle
E quel bacio rubato clandestino lento lungo in una notte di fuga
la presa della Bastiglia.
Fu quanto bastò a creare un mondo segreto.
ed ancora camminare sulla via dei castelli
sotto la pioggia stretti
dall&#8217;alto della torre un bacio ed un altro ancora
e Roma,
e tante notti
e tanti giorni nel male e nel bene
nel male e nel bene,
e la mia musica, il suono del mio sax per te nella luce verde di lampadari da biliardo.
Il pane comprato appena cotto la mattina dopo una notte svegli per la città
e le colline dell&#8217;Umbria
e Verona
e ore passate assieme nel verde
e il cibo buono e il vino e le notti.
Le lunghe notti.
Le lunghe notti.
Ed ancora la tua musica mai sentita,
il suono del suo pianoforte
le ore al parco e pochi baci rubati
e il male che ti ho fatto quel giorno, di questo mi pento, si.
Ed ancora le notti di quel campo estivo
sogno clandestino davanti al fuoco
palese e clandestino
nascosto e vissuto mai a pieno eppure così pieno da essere stato pienezza pura
e vuoto e musica
e silenzi
e l&#8217;intesa, e la poesia insita nel nostro stesso esistere, nel nostro essere ciò che siamo
e tutto ciò che ha seguito quelle notti, nel bene e nel male.
Nel bene e nel male.
E le mie insicurezze
e i miei freni
e il desiderio di farti visitare luoghi come non hai mai vissuto
e il desidero di portarti lontano
di affrontare ogni sfida accanto, mano nella mano
e il desiderio e non più il sogno.
Ne sai la differenza?
Sai la differenza tra un desiderio ed un sogno?
Ed ancora,
ed ancora cercandoti in mille luoghi in mille mondi, in mille vite, anime, sguardi
ancora proseguo crescendo, crescendo, crescendo.
Crescendo.
Torneremo un giorno dove ci siamo persi.
E non vivrei più di nuovo ciò che ho vissuto perché la vita cambia
perché la vita cambia.Vai all'articolo originaleDesideriodi Stefano Giolo - 15 Maggio 2009Desiderio
(14/05/09)
È desiderio d&#8217;affetto
è desiderio di Nuovo
forte
urlo silente
misto d&#8217;urlo di battaglia e di sospiro
Squarcio dirompente di pace la confusione della vita.
È desiderio incompiuto da compiere
è desiderio il profumo nell&#8217;aria e non sogno.
Cambia il mondo.Vai all'articolo originalePetali.di Stefano Giolo - 14 Maggio 2009Petali
(13/05/09)
Petali profumati portati dal vento si posano sulla liscia pietra del quando.
Il perché vaga ancora,
tra i meandri di questa palude.
Chissà nascosto dietro un verbo verde osserva
E resta un dunque a proseguire.
Il dunque sta andando avanti.Vai all'articolo originaleMi voltai.di Stefano Giolo - 13 Maggio 2009Mi voltai
(12/05/09)

Mi voltai.
Non potevo sopportare di vedere il vento torturare e portar via i miei sogni.
Mi voltai come per fuggire l&#8217;inevitabile, il destino.
Mi voltai e mi tappai le orecchie per non sentire le urla.
Passò del tempo.
Poi mi rigirai a guardare.
Non era cambiato nulla.
Il vento imperava e con lui la pioggia.
Mi avvicinai
lo strappai con le mie mani
lasciai che lo portasse via.
Il vento.
Non potevo sopportare fosse lui a strappar via i miei sogni.Vai all'articolo originaleFruttodi Stefano Giolo - 12 Maggio 2009Frutto
(11/05/09)
Entra la brezza dalla finestra di camera mia,
brezza primaverile che scivola sulla mia pelle
sui miei pensieri
sulle mie ferite
Ed io resto qui nel silenzio
avvolto
nel suono di una chitarra classica e di un flauto
alla luce di una candela che danza.
Resto qui.
Resto a chiedermi cosa sia giusto e cosa no
a chiedermi che cosa ci sia dentro me.
Come un frutto,
come una pesca da aprire
con uno schiocco vorrei sapere cosa c&#8217;è nel nocciolo.
Dentro me
dentro me.
Nel profondo sotto la dolcezza
nel profondo sotto l&#8217;essenza stessa.
Per scoprirlo, per raggiungere il nocciolo
per raggiungere il dentro però vorrei vivere
vivere tutto ciò che c&#8217;è attorno
e non importa cosa troverò
non importa cosa c&#8217;è dentro perché avrò vissuto il gusto
avrò vissuto profumi inebrianti
avrò vissuto i colori
avrò vissuto.
Entra la brezza dalla finestra della mia camera,
brezza primaverile che mi carezza la pelle
i pensieri
le ferite
Ed resto qui nel silenzio
avvolto
nel suono di chitarra classica e di flauto
nella luce di una candela danzante.
Fiore
(30/04/09)

Ti osservo
da lontano,
per quel che posso ti osservo fiore
fiore forte
aggrappato al terreno nella tempesta di questi giorni
aggrappato
i petali si piegano al vento
segnati
feriti
i petali ricchi dei tuoi colori
il tuo profumo
il tuo profumo
il tuo profumo si spande e si mescola a quello della terra bagnata e ti osservo
non ti arrendi
lotti
forte
ma ti vorresti appoggiare
riposare
lasciare che sia il sole a scaldarti
darti vita
illuminarti
ti osservo fiore sporco di terra a lottare
ti osservo incantato
non ti si può mettere in una teca di cristallo
morresti
non ti si può proteggere in alcun modo
ma ti osservo e prego perché torni il sole
perché questa tempesta divenga rugiada
perché i tuoi colori possano tornare a splendere
e il tuo profumo spandersi nell&#8217;aria.Vai all'articolo originaleFioredi Stefano Giolo - 11 Maggio 2009Fiore
(30/04/09)

Ti osservo
da lontano,
per quel che posso ti osservo fiore
fiore forte
aggrappato al terreno nella tempesta di questi giorni
aggrappato
i petali si piegano al vento
segnati
feriti
i petali ricchi dei tuoi colori
il tuo profumo
il tuo profumo
il tuo profumo si spande e si mescola a quello della terra bagnata e ti osservo
non ti arrendi
lotti
forte
ma ti vorresti appoggiare
riposare
lasciare che sia il sole a scaldarti
darti vita
illuminarti
ti osservo fiore sporco di terra a lottare
ti osservo incantato
non ti si può mettere in una teca di cristallo
morresti
non ti si può proteggere in alcun modo
ma ti osservo e prego perché torni il sole
perché questa tempesta divenga rugiada
perché i tuoi colori possano tornare a splendere
e il tuo profumo spandersi nell&#8217;aria.Vai all'articolo originaleSguardodi Stefano Giolo - 16 Aprile 2009è stato il suo sguardo a cambiare la mia visione del mondo, è stato un istante solo a cambiarmi la vita, è stato solo quel momento che ha racchiuso tutto quello che c&#8217;è stato dopo, ne i suoi sguardi precedenti, ne quelli successivi, ma uno sguardo solo. Indelebile come un tatuaggio.
Indelebile. Poi sono nato e da allora sono passati secoli, o millenni, sono passate vite, sogni, destini, morti, sono passate anime.Vai all'articolo originaleLuce Chiaradi Stefano Giolo - 15 Febbraio 2009Luce Chiara
15/02/2009
Osservo il tuo sguardo
lucido di lacrime
gioia
comprensione
sogni
osservo il tuo sguardo che osserva a sua volta
dentro te
come fosse dentro me osservarti
E poi&#8230;
e poi d&#8217;un tratto dal banale si entra in qualcosa che è nubi
ed è cielo ed è montagna e i fiori che la popolano
e luci
e colori
e neve
e prati
e tutto
e tutto ciò che è contraddizione stessa del tutto
tutto e ciò che ancora si scontra con l&#8217;esistenza
e ciò che non esiste si trova ad essere tutto ciò che è e che ha senso
tutto ciò che credevo realtà si capovolge
tutto ciò che un giorno prima era il mio essere diviene il non essere, il perdere me stesso
tutto ciò che era il mio fuggire diviene il mio divenire
d&#8217;un tratto il cielo diventa mare e il mare cielo,
la terra innevata diviene nube bianca, le rosse nubi fiori, i fiori stelle
ed io a testa in giù cammino sulle mani e rido,
rido ancora un po&#8217; prima di saltare verso un cielo di nubi sparse,
prima di saltare tra fiori e stelle
e foglie e lucciole che erano prima stelle
e farfalle che eran prima foglie
e immagini di quadri che ora sono realtà e luoghi divenuti immagini
e sogni.
Rido ancora un po&#8217; prima di saltare e nuovamente vivere
quel che non è sogno, non è realtà, ne immaginazione ne sentimento.
Rido un po&#8217; e poi vivo.
Quel che è certo qui, è che vivo.Vai all'articolo originaleEdgar Poedi Stefano Giolo - 19 Gennaio 2009&#8220;Mi hanno chiamato folle; ma non e&#8217; ancora chiaro se la follia sia o meno il grado più elevato dell&#8217;intelletto, se la maggior parte di ciò che è glorioso, se tutto ciò che è profondo non nasca da una malattia della mente, da stati di esaltazione della mente a spese dell&#8217;intelletto in generale&#8221;.

Edgar Poe
Ricorre oggi, 19 Gennaio 2009 Il duecentenario della nascita di Edgar Poe.
Sono molto legato a lui come scrittore di poesia.
Di lui ancora molto di quanto si studia della sua vita è incerto, sbagliato o impreciso, di lui per molto ancora si parlerà e si scriverà. Precursore di molti venuti dopo, genio incompreso all&#8217;epoca, abbandonato e solo.
Edgar Poe, non Edgar Allan Poe. Lui avrebbe voluto essere ricordato con questo nome.
A..
Non m&#8217;importa che la mia terrena sorte
ben poco abbia di terreno in sè &#8211;
che anni d&#8217;amore così siano cancellati
nell&#8217;astio di un momento: &#8211;
a me non duole, o cara, che altri infelici,
di me siano più felici,
ma che tu abbia a soffrire per il mio destino,
che è solo quello d&#8217;un fuggitivo.

Vai all'articolo originaleIo sono.di Stefano Giolo - 17 Gennaio 2009Sono un illuso
-un illusore?-
Sono un sogno
-un sognatore?-
Un misto d&#8217;amore
-o di indifferenza-
e speranza
-o cinismo?
Sono tutto questo e nulla?
Chi o cosa sono?
Io lo so
-lo sai, lo sei-
Lo so chi sono
migliore di un tempo passato
-e inconsapevole-
peggiore di un tempo futuro
-e consapevole-
io sono e attendo
io suono e attendo
Io darò quel che posso,
sarò quel che posso.Vai all'articolo originaleInizidi Stefano Giolo - 26 Novembre 2008Un fuoco.
Iniziò tutto lì?
Un fuoco?
O forse prima, si
tra le costruzioni,
rialzate, tende, tavoli.
Corde e legno,
legature e sostegni.
Pochi sguardi.
Intesa.
Non servì molto altro che due parole, una battuta
uno sguardo, sfuggente
uno sguardo di simpatia
uno sguardo di interesse
uno sguardo di intesa
uno sguardo di complicità
e tutto divenne clandestino.
Ricordi confusi nel tempo,
istanti confusi come vecchi disegni in grafite sporcati, sbavati, strisciati.
Li guardo ancora ed ancora
una parte è viva,
intonsa come appena disegnata,
scolpita:
il tuo sguardo, il tuo sorriso.
Lì.
Immobili come allora.
E da quell&#8217;immagine si diramano ancora altre immagini,
torna il fuoco, il cerchio, la complicità, l&#8217;intesa,
l&#8217;interesse, la simpatia, lo sguardo sfuggente a rincorrersi per istanti qua e là.
Tu sai, io so, io so, tu sai,
e nessun&#8217;altro ancora
nessuno.
Sono passati anni ed anni sono tornati
l&#8217;emozione intonsa come i tratti d&#8217;un disegno appena fatto,
l&#8217;emozione e la poesia, pienezza disarmante.
Lo sapevi sarei tornato prima o poi,
lo sapevo.
Nel frattempo rincorsi il tuo sogno in altri sguardi, in altri volti.Vai all'articolo originaleUn&#039;Angelodi Stefano Giolo - 15 Novembre 2008Un&#8217;angelo.
Un istante
un minuto
un istante
un ora
non so,
il tempo d&#8217;osservarne il tuo volto
i capelli
-rossi
lunghi
mossi-
lunghi fin sulla schiena stendersi.
Un istante
o non so,
forse una vita.
Guardo me,
guardo dentro brutture nel cuore,
oscurità.
La osservo angelo di certo.
Guardo me,
guardo dentro e colori, e nulla,
e luce.
E poi scompare.
Per sempre?Vai all'articolo originaleNebbia….di Stefano Giolo - 10 Novembre 2008Cammino.
Nella nebbia fitta di una mattina autunnale
vorrei scrivere.
Prosa o poesia non importa
vorrei scrivere e non importa neppure cosa.
Dopo una notte insonne vago ancora nelle vie della zona industriale
a piedi
a piedi perché non ho un auto
a piedi perchè è più Vero
più vivo respirare la nebbia così e lentamente muoversi,
lentamente
pensare
lentamente
essere
vivere
E che importa essere in piedi da più di ventiquattro ore?
E la fame, e la stanchezza che importano?
C&#8217;è il tempo
mentre gli altri freneticamente iniziano la giornata,
c&#8217;è il tempo,
la consapevolezza dello scorrere lento,
c&#8217;è il tempo che rallenta
quando
lo
desidero
quanto
lo
desidero
ed è mio,
nelle mie mani c&#8217;è il tempo.
E così non serve voler essere, voler vivere, voler scrivere,
basta essere
vivere
scrivere.
Semplicemente.
Molto semplicemente.Vai all'articolo originaleIl tempo…. il tempo.di Stefano Giolo - 8 Novembre 2008Correvo, correvo.
Lavoro, sala prove, altra sala prove, da una parte all&#8217;altra della provincia, correvo senza pausa senza tempo con l&#8217;animo infervorato dei sogni che rincorro che vivo che creo tra le mani correvo veloce e d&#8217;un tratto quasi sulla rampa per entrare in tangenziale vidi un uomo
distinto
anziano ormai
d&#8217;istinto mi si fermò il cuore
lentamente
lentamente spingeva una bici.
La sua vecchia bici nera
d&#8217;una fattura che non poteva che essere di cinquant&#8217;anni fa.
Attorno campi,
campagna
e una strada veloce,
una strada che furtivamente si è inserita in quell&#8217;ambiente ancora così agricolo,
naturale.
E penso a come per me cambino i tempi, a come sia veloce ogni cosa, ogni comunicazione ogni rapporto, ogni inizio, ogni fine, veloce, veloce, ininterrotto, interrotto ma in fretta per riprendere qualcosa successivo, di corsa, e cambiare gli abiti, le auto, e cambiare i telefoni, e cambia la tecnologia e la comunicazione e cambia ancora il mondo, si trasforma, l&#8217;economia e&#8230;
e quell&#8217;uomo,
lentamente,
spinge una bicicletta ormai vecchia,
ormai antica.
Come un&#8217;immagine che si sgretola nel tempo,
come superata
bucata come da un aereo che buca il muro del suono bucata dalla mia presenza dalla mia fretta dai miei sogni che rincorro i miei obiettivi dal lavoro la musica il mio lottare per ciò che credo il non lasciare le cose il mondo mi porti via da me stesso il non lasciare che
quell&#8217;uomo mi entri dentro,
lentamente,
con la sua bicicletta antica,
ormai ricordo
di un tempo andato
ormai ricordo
di quel che era
il mondo
ormai&#8230;
e mi fermo
scendo dall&#8217;auto nel buio
mi fermo
mi sdraio sull&#8217;erba e rido
rido di me
rido
e quell&#8217;uomo mi guarda
si avvicina
fa una breve, secca risata
secca e bonaria
mi porge la sua bicicletta
&#8220;non mi serve più ragazzo,
ora è tua&#8221;
e se ne va.
Vai all'articolo originaleCammino, tra i colli veronesidi Stefano Giolo - 4 Novembre 2008Cammino, tra i colli veronesi,
odore di pioggia, vento.
Il tuo profumo mi ruota attorno come una nube,
entra lentamente,
entra con dolcezza dentro me con l&#8217;odore della pioggia,
l&#8217;erba tagliata da poco,
l&#8217;aria pulita.
Cammino, tra i colli veronesi,
ti penso,
e il tuo profumo mi ruota attorno come il vento,
entra dentro,
entra con i suoni del cielo
entra con le nubi impetuose
entra.
Cammino, tra i colli veronesi,
e improvvisamente sto prendendo il volo
tra il vento e la pioggia,
volo, come in una nube che mi ha pervaso,
volo lontano.
Cammino tra i colli veronesi ma non sono più qui,
sono già lontano,
sono altrove,
sono lì.Vai all'articolo originaleSonnet – To Sciencedi Stefano Giolo - 17 Ottobre 2008Sonnet &#8211; To Science
Science! true daughter of Old Time thou art!
Who alterest all things with thy peering eyes.
Why preyest thou thus upon the poet&#8217;s heart,
Vulture, whose wings are dull realities?
How should he love thee? or deem thee wise?
Who wouldst not leave him in his wandering
To seek for treasure in the jeweled skies,
Albeit he soared with an undaunted wing?
Hast thou not dragged Diana from her car?
And driven the Hamadryad from the wood
To seek a shelter in some happier star?
Has thou not torn the Naiad from her flood,
The Elfin from the green grass, and from me
The summer dream beneath the tamarind tree?
-Edgar Poe-
Vai all'articolo originaleKa, Ka -Tet, Khefdi Stefano Giolo - 16 Ottobre 2008Sento suoni talvolta come di ingranaggi rotti a scontrarsi nella mia testa, rumori, confusione, metalli a sbattersi, sento suoni di qualcosa che appare rotto.
Solo col tempo poi, concentrandomi, mi accorgo delle campane, dei suoni lievi, del metallo che è di battacchi che impattano.
Sono sottilità a muoversi dentro me, fuori.
La contezza.
La via.Vai all'articolo originaleRosa di Gericodi Stefano Giolo - 26 Settembre 2008Dammi solo una goccia di te e come a una rosa di gerico  tornerò a fiorire come la prima volta.Vai all'articolo originaleComplicitàdi Stefano Giolo - 2 Settembre 2008Complicità&#8230;
ho da poco acquistato il nuovo CD Live dei Bluvertigo , preludio al loro ritorno sulle scene spero con un album all&#8217;altezza di precedenti.
Beh credo che il loro brano a cui sono più legato sia complicità.

Ricordo ancora quando Lei ed io ci allontanammo, un giorno freddo di anni fa, in luogo che era così Nostro, così intimo, così privato e che oramai non è più tale, sporco dall&#8217;inciviltà di studenti e pazienti e barboni.
Addio.
Addio per sempre nel gelido freddo, gelido il tempo, gelido io, gelida lei che passeggiava raccogliendo un fiore, guardandosi intorno, parlando lentamente mentre ascoltavo. Il mio finale &#8220;Addio&#8221;.
Allontanarsi, salire in macchina ed andare. Andare dove, poi?
Andare perché?
Andare.
Lontano, non importa.
E poi un richiamo, come un sussurro nel vento.
Dove sei? Dove sei?
E scendere dalla macchina quando ormai ero lontano da quel luogo, e camminare verso qualcosa che credevo di sapere, o speravo o mi illudevo o&#8230; era lì.
E un bacio lento, lieve, lungo.
Il primo. Il primo di tanti.
E salire ancora su quell&#8217;auto, e lo stereo che canta &#8220;Complicità&#8221; dei Bluvertigo.
&#8220;Ma&#8230; sei diventato romantico? Ascolti anche questa musica?&#8221;
&#8220;No, lo sono sempre stato, vedrai&#8221;
E così iniziò un qualcosa di indefinitamente lungo che ancora vive e trascina seppur non più nell&#8217;amore, che vive e cammina vicino, distante.
Cammina.
Ci ha dato tanto, ci da tanto, che che ne dica il mondo.Vai all'articolo originalePorto rosso…di Stefano Giolo - 18 Agosto 2008Ci pensi mai al mio vestito elegante artistico trasandato?
Ci pensi mai alla notte trascorsa tra le vie di Verona?
Io penso alle tue scarpe che ti ferivano i piedi, alla tua gonna bianca.
Ci pensi mai al parlar di Jazz con un viandante, al passeggiare con te sulle spalle?
Ci pensi mai al bicchiere di Porto Rosso?
Alla complicità di quel giorno?
Di quei giorni?
Passa ogni tanto, attraversa la mia mente, scorre dolce, lieve, scorre.
Se ne va.
Ma se penso a quel che era, quello è il giorno più bello.
Era tutto già morto, tra il bello del passato e il brutto del tempo successivo.
Era il limite massimo.
Apice.
Pienezza.
E pensarci è dolce malinconia ma non tristezza.
Un ricordo che come una goccia cade e rinfresca.
Da allora è cambiato tutto eppure&#8230; eppure tu sei lì.
Sei qui.
Lotterò ancora sai?
Si.
Farò come tu mi dici e dicevi, farò così.
Perché non è vero che non ho forza, e non è vero che non so lottare per ciò in cui credo.
Farò così.
Mostrerò chi sono perché nulla può abbattermi, se non è riuscito quel tempoVai all'articolo originaleNotte…di Stefano Giolo - 8 Agosto 2008Il lago.
La notte.
Il lago nel buio la notte, tra le stelle e le luci della costa lontana,
e scivolare sulla superficie liscia, scivolare come senza attrito.
Non un sentore di umidità sulla pelle scoperta, non un soffio di vento in più ne in meno.
Scivolare nel buio della notte tra le luci tra il cielo e l&#8217;acqua, tra il silenzio e il sciacquio delle onde.
Non un filo di umidità sulla pelle scoperta.
Fermarsi. Al centro.
Nel silenzio.
Cullati dal dondolio dolce e lieve del lago.
Sia quel che sia nel mondo, sia quel che sia sulle coste ed oltre, sia quel che sia nella mia vita reale.
Ora sono qui e questo mondo è mio, questo spazio seppur piccolo è mio, nostro.
E non può essere invaso.
Il lago.
La notte.Vai all'articolo originaleFuoco dentro. Fuoco.di Stefano Giolo - 6 Agosto 2008Passarti accanto&#8230; pochi istanti fa.
Passarti di fronte e farti un cenno (tremando) di saluto.
Passarti accanto come uno sconosciuto e pensare alle parole che ti ho scritto, che ti scrivo in questi giorni (cose mie, tue, noi) e che probabilmente mai leggerai.
Passarti accanto come senza esistere.
Ignorato.
Passarti accanto mi infiamma il cuore mentre osservo il tuo volto teso a guardarti attorno e a non vedere, non vedermi.
Non sentirmi.
Brucia -nel silenzio del nostro silenzio- la mia anima.
Brucia perché io ti sentivo, sapevo eri lì, sapevo dove passare, sapevo l&#8217;istante.
Deviazione improvvisa per farlo, per seguire il fuoco che sentivo dentro.
Brucia passarti accanto, guardarti, sognare di avere il coraggio d&#8217;abbracciarti.
Brucia il desiderio di dirti mille cose non dette e di sentir le tue.
Brucia.
Passarti accanto, pochi istanti fa per un istante breve.
Brucia.
Ed il cielo intanto si muove e minaccia pioggia.
Piova, piova oggi e lavi via i sogni, piova oggi sulla mia anima, e piova anche domani per darti il respiro e nutrirti mio fiore, per darti il tempo di vivere sulla tua terra così lontana.Vai all'articolo originaleMondi, bolle, sogni realtàdi Stefano Giolo - 26 Maggio 2008Essere qui nel tuo mondo, condividere istanti di vita quotidiana, essere qui in questa bolla lontano dal mondo, lontano dalla mia vita eppure così vicino a me, dentro me.
Profondamente in me.
Essere qui a scivolar tra le lacrime di gioia per un tuo abbraccio al mattino e quelle tristi della consapevolezza di come tutta questa bolla stia per essere trascinata via lontano, lontano, lontano, lontano.
Ma quanto lontano?
Non lo so . Ho la consapevolezza che ancora non scoppierà, che ancora questa bolla non potrà andarsene per sempre. Ma potrà mai tornare? Potrà mai essere il mio mondo reale?
Già lo è.. già lo è il mio mondo reale ma io vivo altrove.
Sorrido, sorrido tanto nel mio mondo e rido e vivo, soprattutto vivo. Con pienezza, con emozione, con intensità più grandi di qualsiasi esperienza &#8220;moderna&#8221; possa dare senza il bisogno assurdo di rincorrere emozioni &#8220;forti&#8221; per riempire i vuoti dell&#8217;essere.
E questa sera sarò ancora là nel mio mondo irreale in attesa che torni, che sia di nuovo dolce come ora il mondo, che non serva di nuovo più rincorrere emozioni finte, che la mia anima si senta accompagnata dall&#8217;abbraccio accogliente del tuo abbraccio. Sarò lì finché forse col tempo, piano piano, piano piano, col tempo, piano piano, forse, piano piano col tempo, piano piano, piano piano forse col tempo, piano piano, piano piano col tempo forse, piano piano, qualcosa cambierà. Ma cosa?

&#8220;Dio mi conceda la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare quelle che posso cambiare e la saggezza di distinguere tra le une e le altre.&#8220;
-Kurt Vonnegut-

Vai all'articolo originaleCanedi Stefano Giolo - 7 Maggio 2008Come un cane impazzito dietro a sbarrecome un cane impazzito a sbattere contro sbarrecome un cane pazzo sbatto contro sbarre di ferroSono io.E sono cane e sono sbarree desiderio e razionalit&agrave;.Come un cane che sbatte impazzito contro sbarre,come sbarre su cui sbatte un animale incattivito, pazzo.Come sbarre la razionalit&agrave;.L&#8217;etica.La sopravvivenza.Come un cane impazzito i miei sogni, i miei desideri sbattono contro sbarrecome un cane impazzito contro la mia mente razionale sbattono.Come un cane impazzito.Come sbarre.Sto qui.Tra me e me.Tra ferro e carne.Sto qui.Tranquillo.Come un cane impazzito a sbattere contro sbarre.Vai all'articolo originaleLunedì nottedi Stefano Giolo - 23 Aprile 2008Lunedì mattina mentre tornavo da lavoro (alle sette e mezzo del mattino) ho scritto queste parole&#8230; poi me ne sono scordato e le ho ritrovate ora.
&#8220;Fiori viola un cancello ed un viale alberato.
Casa.
Mi manca quel luogo.
Fiori viola, campanule, e campanelli e tintinnii e suoni brillanti e il caldo di una tisana.
Mi mancano.
Ma qualcosa lontano deve ancora venire,
verrà presto.
O tardi.&#8221;Vai all'articolo originaleParadossodi Stefano Giolo - 14 Marzo 2008Paradosso.
Tu che mi hai ferito più d&#8217;ogni altra cosa in vita.
Tu che hai distrutto i miei castelli a colpi di mortaio,
che mi hai massacrato col tuo affetto senza pietà.
Tu paradosso.
Sei tu ora che curi le mie ferite,
accarezzi le mie pene.
Sei tu che senza darmi forza mi dici di rialzarmi
ed io ti ringrazio.Vai all'articolo originaleIncontro inaspettatodi Stefano Giolo - 11 Marzo 2008Inaspettato incontro
inaspettato atteso incontro
strano
ed essere come ero anni fa
essere come non ero
essere come fosse sempre stato
essere come?
Non so.
Annuso il il tuo profumo sulla mia mano.
Pongo.
Odore di pongo?
E porto rosso.
Come mi pongo?
Non importa.
Dolce parentesi.
(aperta?Vai all'articolo originaleParentesidi Stefano Giolo - 10 Marzo 2008Vorrei riuscire a far si che tu fossi solo un ricordo,
come lo sono io per te.
Vorrei far si che tutto quel che provo sia solo un dolce quadro stupendo di colori a pastello
come lo è per te.
(parentesi statica di cangianti colori,
nella tranquillità dell&#8217;acqua che assorbe le sensazioni,
sana ferite e lava.
Parentesi statica di sogno lontano da ogni realtà.
Mondo a parte.
Parentesi statica internamente ricca di dinamicità.
Parentesi dolce di sogni illusioni sorrisi e mille suoni.
Parentesi tuttavia)
Ma dovrei diventarmi un ricordo,
dovrei sparire a me stesso.Vai all'articolo originalePrimavera 2di Stefano Giolo - 1 Marzo 2008Oggi c&#8217;è il sole della primavera.
Sole dolce, caldo.
Ed io me ne sto qui rannicchiato al buio del mio letto
con una sola lacrima a scendere dall&#8217;angolo dell&#8217;occhio.
Sto qui.
Immobile.
Sto qui in attesa che anche quest&#8217;anno passo.
In attesa di qualcosa che ormai non aspetto più.Vai all'articolo originaleSognodi Stefano Giolo - 27 Febbraio 2008Svegliarsi il mattino da un sogno,
dolce sogno.
Dolce e forte desiderio.
Stupendo.
Svegliarsi un po&#8217; delusi ed accoccolarsi ancora tra le coperte sperando di tornarvi almeno un po&#8217;.
Un altro po&#8217;.
Pochi istanti.
Cullarsi nel ricordo.
E poi vivere il giorno nel ricordo di quelle sensazioni dolci.
Nel sogno.Vai all'articolo originaleFiore Strappatodi Stefano Giolo - 10 Febbraio 2008
09/02/2008
Fiore Strappato

In mano un fiore strappato.
Strappato anche dei petali.
Nudo.
I petali attaccati con lo scotch:
vano tentativo di salvare ciò che era un tempo.
Ma un fiore
-amore-
un fiore che ancora profuma
un fiore che ancora da gioia
un fiore che ancora può rinascere se curato.
Un fiore.
Pur sempre un fiore
-Folle Folletto-
Un fiore.
Un  fiore può rinascere da se ed esser ciò che era.
Migliore di qel che era.
Più forte.
Vero.
Vivo.
Vai all'articolo originaleBuio ciecodi Stefano Giolo - 10 Febbraio 2008
09/02/2008
Buio Cieco
Camminavo.
Nel buio cieco forse.
Nulla attorno a me.
Ostacoli.
Ma forse era Lui a guidarmi.
Camminavo nel vuoto di mille pensieri ricordi parole momenti.
Vuoto cieco.
Poi infine mi sedetti stanco.
Mi sedetti immobile nel vuoto e appoggiai la mano
su una mano
La tua mano
mi stringeva.
Poi tutto è cambiato.
Vai all'articolo originaleNutrirsi del male.di Stefano Giolo - 7 Febbraio 2008Nutrirsi del male.
Nel bene.
Nel male.
Nel vuoto assoluto disperso di mille perché.
Nutrirsi del male altrui.
Nasconde il proprio.
Sfoga.
Si, mi capita talvolta di nutrirmi del male degli altri, non provocandolo, questo no, mai. Cercando di curarlo, dando quel che posso, se posso.
Nutrirmi del male altrui cercando di scalfirlo, e scalfendolo scalfire il mio.
Lentamente.
Poi quando tutto sarà finito&#8230; chissà.
Chissà quel che sarà sarà.
Intanto nutrirsi, vivere, essere, condividere, dare, avere.
Essere.
Soprattutto essere.
Soprattutto essere, si.
Essere.Vai all'articolo originaleÀncora – Sognodi Stefano Giolo - 3 Febbraio 2008Un ultima volta,
tra le tue braccia,
un ultima volta nei sogni ancora
e per sempre resti vivo ogni istante
sensazione
ricordo.
Un&#8217;ultima volta ancora per favore
in quel silenzio
tra il  calore dei corpi immobili.
Un ultima notte
ancora
sogno.Vai all'articolo originaleCuoredi Stefano Giolo - 28 Gennaio 2008L&#8217;ho sentito cadere.
Ho sentito cadere il cuore.
L&#8217;ho sentito cadere.
Un vuoto enorme dentro.
Enorme.
Un vuoto terribile.
Poi più niente.Vai all'articolo originaleUn ricordodi Stefano Giolo - 27 Gennaio 2008Essere un ricordo,
stupendo, dolce, delicato.
Ma essere un ricordo.
Nulla di paragonabile a ciò che invece è.
Essere un ricordo,
essere forse eterno,
immortale,
infinito,
ma essere un ricordo e non poter più agire.
Essere solo ciò che si è già stato.
Per sempre.
Essere un ricordo
pieno di sentimento e vuoto di essenza.
Essere un ricordo e nient&#8217;altro.
Nient&#8217;altro
mentre tu vivi ancora
ciò che sei,
ciò che non puoi non essere.Vai all'articolo originalePoesiadi Stefano Giolo - 20 Gennaio 200820/01/08
Tutto questo che è stato
è stato di una purezza candida che è elevazione
un&#8217;elevazione così alta e al contempo profonda,
così vergine e limpida
che tutto quel che può essere da quell&#8217;istante
non può che essere bassezza al confronto.
Impurità.
Impudicizia per quanto vero e sincero.

Vai all'articolo originaleSbagliaredi Stefano Giolo - 9 Gennaio 2008Si, ancora, ogni istante seguo le scelte sbagliate.
Ancora. Con te e non.
Il periodo è così e così vada.
Leggo &#8220;Questo Amore&#8221; di Prevert, vorrei scrivertelo.
Non lo farò, scelta giusta probabilmente, sbagliando però a scrivere che lo avrei voluto fare.
Seguo solo il flusso dei pensieri.
Sbagliando probabilmente, ma forse ora è meglio siano altri a scegliere per me, io mi siedo un po&#8217;, ok?
Tu vai avanti, non aspettarmi.
Non lo farai lo so, che lo dico a fare?
&#8220;Vai allora, ci sono altri mondi oltre a questo&#8230;&#8221; (Cit.)
io me ne sto un po&#8217; qui solo.
per il resto sia tutto nelle mani del Ka.Vai all'articolo originaleHei me… non sei tu.di Stefano Giolo - 8 Gennaio 2008Trovare d&#8217;un tratto il mondo diverso.
Guardarsi dentro.
Chi sono?
Chi sei tu vorrai dire!?
Ma io&#8230; sono io&#8230;
Non ti conosco.
&#8230;.
Guardarsi dentro e trovare un altro al tuo posto.
Chi è?
Camminargli accanto-dentro-sopra,
la gente ti guarda in faccia dicendo che sei strano
e tu vivi&#8230;.
&#8230;Sentimenti?
No.
Emozioni forse.
O neppure?
Piattezza.
Rabbia verso cosa non so, aggressività.
Piattezza per il resto.
Prima riuscivi a a fare ciò che è giusto, sfiorare appena la gente, leggervi dentro, porgere la mano e attendere.
Ora sembra tutto rovesciarsi, tutto andare storto, al contrario.
Ferire.
Nessuna sensibilità.
Incapacità di comprendere.
Ma chi sei?
Chi sei tu e cosa ci fa qui dentro?
E dove sono andato io?
Ero lì, pronto ad uscire, ero lì col mio sorriso ritrovato, ero lì.
Ed ora?
Ed ora dove sono?
Dove sono-sei andato?
Ed il tempo passa,
perdo quel po&#8217; che avevo guadagnato,
perdo quel poco che era pressoché tutto perché era ME.
Lo perdo io?
O tu?
Lui&#8230;
insomma vago disperso
rifletto
immagini di mondi che non ricordo miei
scorrono
vorrei distruggere questo specchio ma sarebbero altri milioni di specchi a ferirmi
tagli dentro
mi tagli e vuoi spazio
non ti conosco
guardo ciò di cui sono certo e lo vedo allontanarsi
tornano alla mente ricordi d&#8217;una rosa della mia mente nel passato
-che non era la mia ma la sua-
rosa fragile da proteggere in una teca
-mente-
dove soffocherà nel silenzio
l&#8217;immagine di me-lui che spacca questa teca
e la rosa che muore nel freddo dell&#8217;inverno.
Assaggiare bevande che non sanno di nulla,
lo stomaco chiuso occupato da qualcosa di vuoto.
Quando cadrò?
Quando toccherò il fondo?
Quando potrò darmi la spinta?Vai all'articolo originaleM&#039;accorgodi Stefano Giolo - 3 Gennaio 2008M&#8217;accorgo d&#8217;essere un po criptico negli ultimi post.
Segnali a chi sa, segnali a chi non sa, mancanza di segnali, ma in pratica nulla.
Non ho scritto nulla.
Ora sto qui allora, diviso tra due sogni, da un lato un calice di Recioto dall&#8217;altro una tazza di Tè alla Cannella fatto in casa, il tè dell&#8217;accoglienza si chiamava dove mi hanno insegnato a farlo.
Solo finalmente, sul divano di casa, una casa deserta, vuota, piena solo dei suoni che ho scelto, degli odori che ho scelto, dei silenzi che ho scelto.
Il presepe che ancora attende i magi ancora lontani, su di un altro scaffale, l&#8217;albero spento.
Jazz.
E l&#8217;attesa di un sogno, di un altro.
L&#8217;odore di Cannella e di Vino dolce si spandono. Odori da gustare nel tempo ancor molto prima di saggiarne il gusto.
Gli occhi chiusi.
E il silenzio, la calma, la tranquillità.
Ebbro di tali profumi infine assaggio quel che è più consono all&#8217;istante e mi lascio scivolare addosso ciò che è la mia vita.
Sia quel che sia quel che dev&#8217;essere quel che sarà.
Sia quel che sia.
La bacchetta sbatte sul bordo del rullante, tac &#8211; tac &#8211; tac &#8211; &#8211; tatac in controtempo tac &#8211; tac &#8211; tac &#8211; &#8211; tatac, il basso parte con un semplice riff, ed infine il sax tenore inizia il suo solo, sensuale solo dal suono sornione. Si alterna col piano che fa accordi accennati.
Si unisca chi vuole alla Jam! Questa sera si suona, questa sera è Jazz!
Questa sera è Jam e non si attende che il suono di un sogno, il sogno di un suono, il rosso del caldo suono di un sorriso.
In un sogno.Vai all'articolo originaleNon sono né un artista né un poeta.di Stefano Giolo - 23 Dicembre 2007Non sono né un artista né un poeta.
Ho trascorso i miei giorni scrivendo e dipingendo,
ma non sono in sintonia
con i miei giorni e le mie notti.
Sono una nube,
una nube che si confonde con gli oggetti,
ma ad essi mai si unisce.
Sono una nube,
e nella nube è la mia solitudine,
la mia fame e la mia sete.
La calamità è che la nube, la mia realtà,
anela di udire qualcun altro che dica:
&#8220;Non sei solo in questo mondo
ma siamo due, insieme,
e io so chi sei tu&#8221;
&#8211;Kahlil Gibran&#8211;
Vai all'articolo originaleSelva di Cadore: immaginedi Stefano Giolo - 19 Dicembre 2007Freddo,
gelo.
e vuoto.
Eppure in lontananza i colori del calore del ricordo del tempo.
Vaghi tratti delle nubi rosse che lasceranno sempre traccia in questi luoghi.
E altrove.
E dentro.
Aspetto, niente altro che aspetto forse, ma aspetto.
Aspetto un ancora.
Aspetto un appiglio
vago tra monti
nelle albe vago
impreciso nell&#8217;aspetto.
Ma sto qui.
Ancora.Vai all'articolo originaleSelva di Cadoredi Stefano Giolo - 18 Dicembre 2007Ho fatto una strana vacanza.
Dovevi esserci tu e non c&#8217;eri dove ti ho conosciuta.
C&#8217;erano amici, gente nuova, gente vecchia.
Scout, gente comune.
Mondo al rovescio.
Parlare con serietà con il più casinista ed apparentemente superficiale.
Filosofia, vita.
Sciare bene su monti senza neve, vedere monti.
Non avere carta su cui scrivere ed avere da scrivere mille parole.
I Pink Floyd. Immergersi totalmente i Shine Your Crazy Diamond
Shine On You Crazy Diamond (parts I-V)
Remember when you were young, you shone like the sun.Shine on you crazy diamond.Now there&#8217;s a look in your eyes, like black holes in the sky.Shine on you crazy diamond.You were caught on the cross fire of childhood and stardom,blown on the steel breeze.Come on you target for faraway laughter, come on you stranger,you legend, you martyr, and shine!You reached for the secret too soon, you cried for the moon.Shine on you crazy diamond.Threatened by shadows at night, and exposed in the light.Shine on you crazy diamond.Well you wore out your welcome with random precision,rode on the steel breeze.Come on you raver, you seer of visions, come on you painter,you piper, you prisoner, and shine!
Splendi Diamante Pazzo (parts I-V)
Ricordi quando eri giovane, splendevi come il sole.Splendi diamante pazzo.Ora c
Vai all'articolo originaleNubidi Stefano Giolo - 4 Dicembre 2007
04/12/2007
 
Nubi

Spostai le nubi e i cieli in quei giorni
perché tutto fosse perfetto.
Spostai la luna con l&#8217;aura
ma ero solo una nube passeggera e già scompaio all&#8217;orizzonte
rarefatto dal tuo sole.
Pioverò lontano.Vai all'articolo originaleZainodi Stefano Giolo - 1 Dicembre 2007
01/12/2007
Zaino
Svuotare lo zaino che gira per casa da settimane,
pronto.
Pronto a partire.
Svuotare lo zaino e rimetterlo a posto,
lo zaino che ho riempito l&#8217;ultima definitiva volta prima d&#8217;incontrarti.
Ti incontrai e non fu più l&#8217;ultima.
Svuoto uno zaino pieno di te.
Pieno di me.
Lo svuoto e resta pieno
di me
di Te.
Resto in attesa però.
Estote parati.
Vai all'articolo originaleSognodi Stefano Giolo - 24 Novembre 2007
24/11/2007
Sogno
Incontro ancora la tua anima
nei sogni
in istanti in cui chiudo gli occhi e vedo
i tuoi occhi
il tuo volto
sorrido al bene che sei,
che mi hai dato,
sperando tutto questo sia una goccia -portata dal vento- d&#8217;un mare che sarà
quando
dove
perché
Ma se la vita è un sogno attenderò finché diventi realtà
sfiorare ancora una volta le tue labbra
-scambioscontroconfrontointeriore-
sentendo attraversare la mia anima dalla tua e mescolarsi
mescolarsi come terre
creare colori nuovi ogni volta,
gradazioni, toni, luci ed ombre,
e mescolarsi ancora in combinazioni infinite.
Vai all'articolo originaleIl nulladi Stefano Giolo - 20 Novembre 2007Un silenzio scambiato non è come un silenzio mantenuto.
Sono più spento, freddo, lontano da un po&#8217;, è vero. Non scrivo sul BLog, non studio.
Parlo poco.
Si.
Tornerò.
Tornerai?

30/07/2006
Istanti distanti

Ci sono istanti
tra un pensiero e il successivo
tra una fine e un inizio
istanti tra un durante e un dopo
sono istanti che lasciano la sensazione del ricordo
tra i ricordi delle sensazioni vissute.
Ci sono istanti come questo
istanti distanti
e ricordi d&#8217;istanti che non morranno.
i sono momenti
Continuerò a sognare ciò che ho sempre sognato



“Hold fast to dreams, For if dreams die, Life is a broken-winged bird that cannot fly, Hold fast to dreams, For if dreams go, Life is a barren field, Frozen with snow”
&#8220;Attaccati ai sogni,perche se i sogni muoiono la vita è un uccello dalle ali spezzate ke nn puo volare. Attaccati ai sogni, perche se i sogni se ne vanno, la vita è un campo ghiacciato, gelido sotto la neve&#8221;



-langston hughes-
La vita è un sogno, fanne realtà.
-Maria Teresa di Calcutta-
Continuerò a sognare.


Vai all'articolo originaleSiate il megliodi Stefano Giolo - 17 Novembre 2007Siate il meglio
Se non potete essere un pino
sulla vetta del monte
siate un cespuglio nella valle,
ma siate il miglior piccolo cespuglio
sulla sponda del ruscello.
Siate un cespuglio
se non potete essere un albero.
Se non potete essere una via maestra,
siate un sentiero.
Se non potete essere il sole
siate una stella,
non con la mole vincete o fallite.
Siate il meglio di qualunque cosa siate.
Cercate ardentemente di scoprire
a che cosa siete chiamati,
e poi mettetevi a farlo
appassionatamente.
Martin Luther King da La forza da AmareVai all'articolo originaleCascatadi Stefano Giolo - 28 Settembre 2007Labbra.
Nel silenzio
attese un&#8217;istante infinito
Brevemente lungo avvicinarsi
un tocco,
lieve
dolce,
anime che d&#8217;improvviso scorrono l&#8217;una nell&#8217;altra
come liberate d&#8217;improvviso in un tocco
scorrono veloci in un tocco
Un altro
dolce.
E ancora.
E scoprire ancora e ancora e ancora,
e mescolarsi di sensazioni nuove
inaspettate forti
e ancora volti,
occhi a guardarsi negli occhi,
e cascate
e luci
e mondi
e universi
e ancora
e ancora
e&#8230;. e poi&#8230;
e poi attendere ancora sognando quel tocco inaspettato.
28/09/2007Vai all'articolo originaleRitorno.di Stefano Giolo - 24 Settembre 2007Perderei tutto per non perdere quel che perdo ma non servirebbe che a perdere tutto.
Cado.
Come da copione.
Troverò di nuovo equilibrio una volta a terra.
Di nuovo.
Come da copione.
Tutto ora torna mio e di nessun altro.
Nessuno con cui condividere.
Torna il nulla.
Torna il vuoto.Vai all'articolo originaleTra il verde acqua e la terradi Stefano Giolo - 9 Settembre 2007Silenzio.
Paura.
Silenzio ancora,
poi lentamente
parole, parole, parole ancora
in mare aperto tra flutti e il sole.
E poi silenzioso il sorriso si avvicina,
lentamente in attesa
sogno
lentamente
Scocca l&#8217;istante tra il verde acqua e la terra
fiori rossi,
scontri
incontri.
Lentamente, dolcemente forte.
E vuol dire tutto, e non vuol dire nulla
ed è un sogno ed è realtà e non è un sogno ne realtà.
Dolce però,
stupendo.
Dolcemente forte.
Sorrido.Vai all'articolo originaleCrescedi Stefano Giolo - 25 Agosto 2007Osservarti.Osservare il tuo sguardo osservare il mio.Osservare il mio sguardo osservare il tuo che osserva il mio.Osservare il tuo sguardo che osserva il mio che osserva il tuo che&#8230;.Osservare nel silenzio di momenti lunghi ore.Osservare.Stare immobile mentre il pensiero si avvicina.
Cosa ti va di fare?
(lo sai, lo so) Non so. A te?Osservare e vivere di pienezza quel che c&#8217;è da vivere in attesa di quel che ci sarà da vivere.
E camminare accanto all&#8217;acqua,
e respirare il cielo a pieni pomoni
e scorrono le note
piano
forte
scorrono dentro.
I cigni nuotano e la luna li osserva, ci osserva
mentre qualcosa cresce lentamente
dentroVai all'articolo originaleRicordo bene il suo sguardo.di Stefano Giolo - 22 Agosto 2007
Ricordo bene il suo sguardo.
Attraversa ancora la mia anima
Come una scia di fuoco nella notte.
Ricordo bene il suo sguardo. Il resto…
Sì, il resto è solo una parvenza di vita.
Ieri ho passeggiato per le strade come una qualsiasi persona.
Ho guardato le vetrine spensieratamente
E non ho incontrato amici con i quali parlare.
D&#8217;improvviso mi sono sentito triste, mortalmente triste,
così triste che mi è parso di non poter
vivere un altro giorno ancora, e non perché potessi morire o uccidermi,
ma solo perché sarebbe stato impossibile vivere il giorno dopo e questo è tutto.
Fumo, sogno, adagiato sulla poltrona.
Mi duole vivere in una situazione di disagio.
Debbono esserci isole verso il sud delle cose
Dove soffrire è qualcosa di più dolce,
dove vivere costa meno al pensiero,
e dove è possibile chiudere gli occhi e addormentarsi al sole
e svegliarsi senza dover pensare a responsabilità sociali
né al giorno del mese o della settimana che è oggi.
Do asilo dentro di me come a un nemico che temo d&#8217;offendere,
un cuore eccessivamente spontaneo
che sente tutto ciò che sogno come se fosse reale
che accompagna col piede la melodia delle canzoni che il mio pensiero canta,
tristi canzoni, come le strade strette quando piove.
Da Poesie Inedite di Fernando Pessoa
Vai all'articolo originaleIl mio passatodi Stefano Giolo - 22 Agosto 2007
Il mio passato 
Spesso ripeto sottovoce
che si deve vivere di ricordi solo
quando mi sono rimasti pochi giorni.
Quello che e’ passato
e’ come se non ci fosse mai stato.
Il passato e’ un laccio che
stringe la gola alla mia mente
e toglie energie per affrontare il mio presente.
Il passato e’ solo fumo
di chi non ha vissuto.
Quello che ho già visto
non conta più niente.
Il passato ed il futuro
non sono realtà ma solo effimere illusioni.
Devo liberarmi del tempo
e vivere il presente giacche’ non esiste altro tempo
che questo meraviglioso istante.
Alda Merini
Vai all'articolo originaleSospesodi Stefano Giolo - 12 Agosto 2007Sospeso in volo verso cosa non so.
Resto.
Volo.
Sospeso.
Sto.
&#8220;Non pensare.
Non farlo.&#8221;
&#8220;Vola e non pensare cosa c&#8217;è sotto.&#8221;
Aspetto.
&#8220;Aspetta. E poi fallo. E sorridi intanto.&#8221;
Sorrido.Vai all'articolo originaleNubi Rossedi Stefano Giolo - 5 Agosto 2007Verdi falene volanosotto nubi rosse, variegate più lunghe o corte,Volano su rossi fiori.Essere o non essere?Quanto distano essere e non essere?Non eravamo nulla io e te non contavamo nulla, eppure eravamo in due a non contare.Eravamo in due.

Ci sono istanti tra un pensiero e il successivo,tra una fine e un inizioistanti tra un durante e un doposono istanti che lasciano la sensazione del ricordotra i ricordi delle sensazioni vissuteci sono istanti come questoistanti distantie ricordi d&#8217;istanti che non morranno.

E mentre verdi falene ruotano attorno al mio zenith, e il vento muove rosse nubi variegate di ricordo ringrazio e mi inchino a chi non conta, sotto il ricordo di quella luna, di quelle stelle, delle tante parole, dei lunghi silenzi densi.Vai all'articolo originaleIl lungo addio.di Stefano Giolo - 20 Luglio 2007Tanti anni fa, ero in prima superiore ho letto da un mio amico &#8220;Il Lungo Addio&#8221;, Dylan Dog n°74. Stupendo, una storia d&#8217;amore veramente bella. Contiene una poesia stupenda, questa:
&#8230;e lunghe ore a ingannarci così
a dire lui e lei, sempre gli altri
e i palliativi sono sempre tanti
per non ammettere che siamo qui
e Charlie Brown e Mafalda e la scuola
storie un po’ vere a volte inventate
nei pomeriggi d’inverno e d’estate
di strani voli su una parola
Quando cantavo plaisir d’amour
tu mi guardavi e ridevi più forte
non lo capivi che ti facevo la corte
o forse capivi e la furba eri tu
e mi hai sospeso su un filo di lana
e mi ci terrai ancora per molto
giovane amore, fiore non colto
o forse si, ma da un’altra mano
E chi lo sa se anche tu mi vuoi bene
a volte credo di esserne certo
a volte invece sembra tutto uno scherzo
fuggono gli occhi come falene
amica mia sorella speranza
quello che vuoi io non ti dirò
quello che voglio non sentirò
quello che c’è dietro l’indifferenza
e tutto è morto e tutto è ancor vivo
e solamente tutto è cambiato
quello che provo l’ho sempre provato
e credo ancora in ciò in cui credevo
e il fiocco nero è l’unica cosa
che mi è rimasta con la malinconia
ma insieme a questa stanca anarchia
vorrei anche te, amica mia
ma dimmi tu non è meglio così?
Immaginare ed illudersi sempre
qui ad aspettare qualcosa o niente
qui ad aspettare un no o un si
che in ogni caso sarebbero fine
di tutto questo che almeno è un ricordo
così studiato giorno per giorno
fatto di tanti cristalli di brina&#8230;
&#8211;Tiziano Sclavi, Dylan Dog n°74: &#8220;Il Lungo Addio&#8221;&#8211;Vai all'articolo originaleIl mondo di laggiùdi Stefano Giolo - 12 Luglio 2007Tutto inizia in un parcheggio sterrato al bordo del lago.
Di fronte solo il lago, l&#8217;acqua calma che ondeggia lieve, la superficie che riflette il mondo.
In fondo, dietro al lago i monti, alti, grandi, le luci dei paesi, delle città che pian piano cominciano ad accendersi, il cielo rosso che inizia a imbrunire, il sole che sta scendendo dietro ai monti lentamente.
Tutto inizia lì.
Nel silenzio, con nessuno attorno.
Poi cominciano i preparativi, tirare fuori l&#8217;attrezzatura, prepararla, montarla, controllare che tutto funzioni a dovere.
Ne va della tua vita ovviamente, e di quella dei tuoi compagni.
Vestirsi.
Entrare lentamente in acqua.
Scendere nel mondo di laggiù.
Un altro mondo.
Sotto solo il silenzio, qua e là talvolta la corrente fa sbattere qualche sasso, ma non oggi, solo il suono delle bolle che salgono.
Il buio.
Guardarsi attorno e vedere che attorno non c&#8217;è nulla se non il fondo e chilometri di buio al di fuori del fascio delle torce, vedere i colori nel fascio delle torce, i colori delle formazioni di piante intricate, i colori dei pesci sole, che ti guardano avvicinare fino a pochi centimetri senza paura alcuna, perché sanno cosa sei, sanno che non gli farai del male, piccoli lucci ti nuotano attorno, persici reali, aolette, sarde di lago, tante sarde che quasi ti vien voglia di pizza, e una sirena, una bellissima sirena.
Giu lì hai una visione del mondo che non è più la visione di fuori, i tempi sono stretti ma allungati, sai che puoi starci una quantità di tempo ridotta ma quella quantità è senza fretta, senza un solo movimento rapido. Ti lasci attraversare dal quel mondo e lasci lontano il tuo, nel vuoto, sospeso senza gravità.
Osservi in silenzio, consapevole che nessuno ti verrà a disturbare, a chiamare, a parlare. Ascolti e basta. Osservi e basta, osservi il tutto e il particolare, il vuoto che diventa il tutto.
Guardi in alto e vedi la superficie del lago muoversi, le luci lontane.
Ed infine lentamente poi torni al mondo reale, saluti quei pesci, quelle alghe, la sirena, e speri di rivederli presto. Giù, lì, ancora.Vai all'articolo originaleLe cose cambianodi Stefano Giolo - 7 Luglio 2007Sono solo a casa, da qualche giorno, ancora per diversi giorni.
La casa deserta, girando per la casa ci sono diversi mondi.
Camera mia sconvolta, disfata, in disordine, il letto sfatto.
Il salotto in ordine, pronto ad accogliere.
La cucina in fermento, ordinata, pulita ma con ancora il profumo del cibo appena cucinato, ho preparato il panino per domani, con la cotoletta e l&#8217;insalata, ho preparato la cena, carne cotta ai ferri col vino rosso, verdura.
Le tartarughe ed i pesci che mangiano felici, l&#8217;orto bagnato e sistemato.
Camera mia in disordine.
Mondi. Mondi distinti.
Il mio mondo dentro, quello che vedo io, e i mondi esterni.
Ascolto ad libitum &#8220;Alessandra&#8221; di Biagio Antonacci, di quando Biagio era un po&#8217; più&#8230; vero forse.
Non ha nulla a che fare con il mio stato d&#8217;animo ma è sempre stata una canzone di &#8220;pausa&#8221; di riflessione. Come anche &#8220;Fata Morgana&#8221; dei Litfiba, o il primo album di Carboni, &#8220;Farfallina&#8221;, &#8220;Silvia lo sai&#8221;.
Ma perché il titolo di questo testo è &#8220;le cose cambiano&#8221;?
Ho per le mani progetti nuovi, sogni nuovi, novità.
Ieri un amico mi ha guardato negli occhi e mi ha detto il mondo. In una birra.
Una &#8220;sciafa&#8221; (per gli extra veneti si legge s-ciafa e significa schiaffo) per l&#8217;esattezza, ossia -nel locale in cui andiamo- un litro di birra con dentro un bicchiere (l&#8217;intero bicchiere di vetro) pieno di Porto Rosso.
Cos&#8217;è il mondo che ho visto? La Visione, il futuro?
Nulla in realtà.
Ma il mondo cambia, ci saranno novità.
Ieri una mia amica mi ha fatto parlare del mio mondo passato.
Ricordo (ed era tanto che non ne parlavo) gli ostacoli, la corsa ad ostacoli di un tempo. Correre. Correre.
Saltare.
Aggredire l&#8217;ostacolo.&#8221;Meglio di ieri Peggio di Domani&#8221;, si Carlo, grazie di questa frase, spero che da dove sei ora tu possa ancora ripetermela cento, mille, un milione di volte: &#8220;Meglio di ieri Peggio di Domani&#8221;.
Cosa sono gli ostacoli? &#8220;Devi partire al 100% della tua forza e arrivare alla fine al 120%&#8221;
&#8220;Accelera sempre&#8221;
&#8220;Spaccalo quell&#8217;ostacolo&#8221;
&#8220;Affrontalo come fosse un muro che devi sfondare&#8221;
(Grazie anche a te Micaela, la mia maestra di vita di allora. Chissà dove sei finita, ti avevo promesso di scrivere di te e mai ancora sono riuscito a farlo.)
L&#8217;ostacolo.
Partire al 100%, dai blocchi, alzarsi entro i primi cinque-sei metri, 13 passi. Ostacolo. Tre passi Ostacolo. Tre passi Ostacolo. Tre passi Ostacolo. Tre passi Ostacolo, e se non ci arrivi con i tre passi non allungarli, accelera, accelera e basta, è contro natura, contro la mente, ma fallo, credici. Quando avrai paura di aver sbagliato, quando avrai paura di cadere, di prendere in pieno l&#8217;ostacolo allora sarà l&#8217;ostacolo perfetto, quello che salterai perfetto.
Contro natura.
Si.
Salta però ora, sei al prossimo ostacolo, e se ti sbilanci non importa, tu accelera.
E se cadi rialzati e corri.
Ricordo quella volta, prendere dentro all&#8217;ostacolo con la seconda gamba, l&#8217;ostacolo che si impiglia tra le gambe, non c&#8217;è modo di districarsi, comincio a cadere avanti, penso &#8220;ok ora mi fermo, appoggio le mani avanti e mi fermo&#8221; e le braccia che cedono, la faccia che sbatte, parte dell&#8217;ostacolo che vola sopra la mia testa, e io che inizio a rotolare, con il resto. Ogni giro penso &#8220;ok, ora appoggio la mano e mi fermo&#8221; e mi faccio male al polso e rotolo, fin addosso all&#8217;ostacolo dopo. Resto a terra, pieno di escoriazioni, la fronte, la gamba, il braccio. Botte.
Dolore.
E poi io che vado al rubinetto, mi sciacquo le ferite, rido, vado a rimettere gli ostacoli in pista e mi rimetto ai blocchi di partenza.
Via, un altro giro.
Da quanto non è così?
O forse è ancora così?
Le cose cambiano, i sogni cambiano, le parole cambiano, i tempi di recupero cambiano. I tempi di recupero, sempre stati il mio forte quando correvo. Infortuni esclusi ovviamente.
Bene.
Ora che ne dici se si riparte?
Seguire il proprio sogno, non quello di altri.
Seguire quello che si crede, e saltare l&#8217;ostacolo. Affrontarlo, spaccarlo. E&#8230;. e se cado? Probabilmente stai facendo il migliore ostacolo della tua vita, ma se cadi davvero, non sarà l&#8217;ostacolo a farti male ma la pista e non potrai prendertela che con te stesso.
Alzati e battiti, batti te stesso, il tuo personale.
Il resto attorno non conta. Sei tu. I tuoi ostacoli, la tua pista. Mangiala la pista.Vai all'articolo originalePinie und Blitz (Il pino e il fulmine)di Stefano Giolo - 5 Luglio 2007Il pino e il fulmine
Alto crebbi su uomini e animali
se parlo, con me nessuno parla
Io crebbi troppo solo e troppo alto..
Aspetto: ma che cosa aspetto mai?
Troppo vicine le nubi si addensano.
io non aspetto che la prima folgore.
Pinie und Blitz
HOCH wuchs ich über Mensch und Tier;
Und sprech ich-  niemand spricht mit mir.
Zu einsam wuchs ich und zu hoch-
Ich warte: worauf wart ich doch?
Zu nah ist mir der Wolken Sitz,-
Ich warte auf den ersten Blitz.
-F.Nietzsche-Vai all'articolo originaleIris.di Stefano Giolo - 4 Luglio 2007Incontri.
Quando non ti aspetti di incontrare.
Incontri.
E scontri anche, un po&#8217;.
Chiarezza.
L&#8217;ilarità poi scorre un po&#8217; nelle vene, nel bene e nel male, con i suoi pro e i suoi contro.
Mi guardano. Pazzo? Sei strano. Stranamente vivo.
Non che sia morto di solito, è chiaro.
Ma vivo.
Cambia l&#8217;entusiasmo, muta,
circondato da nuovi vecchi amici e vecchi nuovi amici il mondo muta.
Mi giro intorno e guardo nuovi colori spandersi nel cielo del nulla che mi circoda.
(Circondava?)
Luci, semafori mai rossi ed iris blu.
Già mi affeziono -troppo presto?- a queste immagini e colori,
scivoleranno via sulla mia pelle come il passato lontano o lasceranno segni come fossi una tela formando un quadro d&#8217;immagini inaspettate e belle?
Vivo di emozioni, ho sempre vissuto di emozioni,
e in questi giorni vivo più di altri giorni.
Grazie.Vai all'articolo originaleIl cammino.di Stefano Giolo - 24 Giugno 2007La vita.Non è forse un cammino, interiore ed esteriore?Oggi, ieri, ho camminato molto, viaggio esteriore ed interiore.Con amici.La fatica, il sudore che scende, la tua acqua che finisce, un amico ti porge la sua, e si riprende, ancora, in salita, dove non vedi nulla, dove pian piano cominci a veder e il panorama di ciò che hai passato dietro, dove poi cominci a veder finalmente una meta.E poi sei lì. Chi ha camminato sul serio e faticato, chi per un motivo o l&#8217;alto ha preso la seggiovia, che importa?Sei lì, lassù. E con gli altri puoi ridere del mondo, di quei puntini accaldati che neppure riesci a scorgere là lontano, tra il lago ed altri monti, nella pianura sconfinata, ovunque attorno a te, ma sotto di te.E osservare lontano il mondo che hai abbandonato, almeno per un po&#8217;, osservarlo con attorno Il &#8220;Nessun dorma&#8221; che impera. E poi&#8230; il vento che rinfresca, quasi il freddo, e il sole.Consumare un pasto tra amici con i Pink Floyd in sottofondo e ridere, e parlare, e confrontarsi, come il mondo la sotto non esistesse più.Scoprire una biblioteca, Gibran, Prevert, Oscar Wilde, Dickens, Dumas, Freud, Kipling, Poe, Hamingway, Nietzche, Shakespeare, Omero, libri sulle storie delle religioni, di tutte le religioni, c&#8217;è saggezza.Ti viene alla mente qualcuno da poco conosciuto, pian piano, il volerlo scoprire un po&#8217; di più, e guardare un tramonto, le luci delle città dall&#8217;alto di un monte e pensare al desiderio soffuso e diffuso di incontrarlo ancora.Presto.In questi giorni un po&#8217; del tuo futuro si sta scrivendo, decidendo, pianificando e vorresti condividerlo mentre osservi le luci della città sotto che il monte va lentamente a dormire e sopra le luci di stelle che invece staranno tutta la notte a proteggerti.E il giorno dopo tornare a casa, accaldato e felice, un po&#8217; più vivo, un po&#8217; più vero, un po&#8217; più te.E un po&#8217; più cotto.Ho camminato, cammino esteriore ed interiore, ho pensato a scelte, al futuro.Vai all'articolo originaleIncontridi Stefano Giolo - 20 Giugno 2007A volte stai camminando nel nulla, nella paura di tutto e di niente, ti giri e stancamente e lentamente di lato e vedi qualcosa, qualcuno.
Poi ti senti a tuo agio,
poi sorridi e ti rilassi.
E poi?
Scorderai, vivrai, o forse cadrai.
O forse neppure queste tre cose.
La vita prosegue comunque ma da un lato restano colori soffusi nel vuoto che è un po&#8217; meno vuoto.Vai all'articolo originaleStanottedi Stefano Giolo - 10 Giugno 2007Ti ho sognata questa notte.
Si, è vero, è stata una notte di sogni strani, ho sognato anche di essere a scuola, tra l&#8217;altro in un&#8217;altra città, ma ti ho sognata.
Perché? Come fossi rifugio, dolcezza in cui riposarsi dopo la confusione dei giorni passati.
Ti ho sognata. Te.
Vorrei specchiarmi in te, fata.
E non ricordo nulla del sogno se non che stavo bene.
Poi d&#8217;un tratto mi sono svegliato.Vai all'articolo originaleContrapposizioni   …..infine ecco la &quot;fine&quot;.di Stefano Giolo - 14 Maggio 2007
Contrapposizioni, Il Filo Edizioni è il mio primo libro edito. Vincitore di una targa e un diploma di merito al Premio Internazionale di Poesia &#8220;San Domenichino&#8221; Città di Massa è in fine giunto a scadenza del contratto.
Sarà reperibile nelle principali librerie di Verona (in particolare da Gheduzzi e al Gelso) e ordinabile in tutte le librerie italiane ancora per qualche settimana e poi non ne sarà più garantita la reperibilità.
Dalla Prefazione:
&#8220;Stefano Giolo osserva la vita attraverso un caleidoscopio di poesia che riporta le immagini di un mondo complesso. La vita appare nei suoi versi come il teatro dalle apparenti contraddizioni, in un palcoscenico di carta Stefano Giolo mette in scena l’assurdo che regola la percezione dell’essere ingabbiandola a priori in griglie di senso prestabilite. Una silloge fatta di vetri che come echi di pensieri s’infrangono nell’anima riflettendo e ricomponendo una realtè nascosta, della quale egli tenta di rivelare le profonde contraddizioni intrinseche ai diversi punti di osservazioni che si decide di adottare per comprenderla. E di svelarne la bellezza, quella che arriva improvvisa dalla vita, e che ci trova spesso impreparati di fronte a noi stessi.&#8221;
Un articolo de &#8220;L&#8217;Arena&#8221; il quotidiano di Verona:


 La silloge del giovane musicista alla Gheduzzi «Contrapposizioni» nella poesia di Giolo Prima di tutto il ritmo. Chissà se è un caso che il giovanissimo Stefano Giolo, veronese, classe 1982, suoni il sassofono nel gruppo latin rock jazz «Raku Quintet»: la sua prima prova poetica, intitolata «Contrapposizioni» (Edizioni Il Filo, pp. 103, euro 12), sembrerebbe proprio smentire la casualità. Si tratta infatti di un’agile raccolta dai tempi più vari che si caratterizza e che trova il suo elemento unificante nella musicalità: intesa non nel senso di una scelta metrica precisa, quanto come «orecchio», come naturale talento che il giovane poeta rivela nell’accostamento di termini che, vicini, producono di per sé una suggestione. Ce lo lascia intendere del resto l’autore stesso, nel capitolo VIII, che si intitola «Poesia. Per me». Vi leggiamo: «C’è qualcosa nell’aria questa sera. Ho voglia di scrivere, un po’ soffrire, senza dolore, come amare, senza dormire, come stare in un prato di notte sotto le stelle e sentire il respiro del mondo&#8230;». C’è un senso di trascinamento nelle parole, come se l’autore volesse farci intendere che questo per lui è poesia: un affidarsi delle cose ai suoni. Le cose infatti appaiono a Giolo come «contrapposizioni», la realtà è tensione tra sentimenti contrastanti, di cui è difficile intuire il senso e il destino. Nel suo lavoro giustamente Valentina Scacchi nella Prefazione che apre il volume afferma che in queste liriche «la vita appare come il teatro delle apparenti contraddizioni, in un palcoscenico di carta. Stefano Giolo mette in scena l’assurdo che regola la percezione dell’essere&#8230;Un sentimento di vertigine pervade questi versi che tentano di spiccare il volo ma sentono il peso della loro costrizione a terra». La musica, il respiro segreto della parola o, meglio, dell’incrociarsi delle parole, diventa la via necessaria a ridare un senso, un ordine alla realtà. E, nello stesso tempo, si pone come strumento in grado di liberare la lingua, a sua volta vittima della contraddizione inscritta nella vita, dalla non autenticità cui oggi è costretta: dulice liberazione dunque, la scrittura poetica, dalla prigione dell’esistenza ma anche dallo schematismo di scritture omologate. La ricerca di verità risulta per altro dominante anche nei contenuti: lo vediamo bene nella parte finale della raccolta, per esempio nella lirica, bellissima, intitolata Mirco, dove l’iterazione degli stessi termini scandisce l’autenticità della disperazione. O ancora in Elena, dove la brevità secca e aspra dei versi racconta l’asciuttezza impietrita del dolore di un’assenza. A riprova vale ancora quanto afferma il poeta. Quando parla di poesia, intesa anche come arte e dunque, in generale, come ispirazione, Giolo scrive infatti «contraddizioni assurde che per contraddizione/ spiegano la realtà/ perdendo allora la contraddittorietà». Il libro, premiato con una targa e un diploma di merito al concorso letterario internazionale «San Domenichino- Città di Massa», verrà presentato domani, venerdì, alle 18,30 alla libreria Gheduzzi-Giubbe Rosse in Corso Sant’Anastasia.-Alessandra Galetto-
 
Voglio riportare ancora una volta i ringraziamenti che compaiono alla fine del libro
&#8220;Per questo mio figlio voglio sentitamente ringraziare Assunta Reffi  che è stata per due anni, mia insegnante di lettere. Mi ha incoraggiato dopo la lettura di “Amore &amp; Pioggia” ed è per i suoi complimenti, probabilmente, che ho continuato a scrivere. Voglio ringraziare anche Manuela, altra mia insegnante per non avermi in alcun modo spinto, per non aver creduto in me, per aver spinto il mio orgoglio verso il dimostrare che si sbagliava. 
Ringrazio chi mi ha ispirato e chi crede in questo progetto e tutti gli artisti di Schegge di Cristallo (www.scheggedicristallo.com). Ringrazio tutte le persone che mi sono state vicine in questi anni e tutte le persone che ho incontrato per caso, per pochi istanti o a lungo, che mi hanno ispirato, spinto, frenato, amato, ferito, curato, che mi hanno dato motivo di scrivere. Ringrazio i sassi sulla riva dell’Adige e il ponte di Castel Vecchio, con i suoi scorci di Verona. Ringrazio chi me li ha fatti amare.&#8221;
In fine trovo doveroso aggiungere un ringraziamento al Bencio che mi ha fatto scoprire questa casa editrice, Valentina  della casa editrice stessa che con la sua simpatia mi ha accompagnato in questi due anni tra i meandri dei concorsi letterari, tutti quelli che hanno acquistato (o che lo faranno in queste settimane) il libro in tutta Italia, Mari che mi ha aiutato nella stesura definitiva, e chiunque mi abbia fornito una critica positiva o non di ciò che ho scritto.
Vai all'articolo originaleFacciamo un giochinodi Stefano Giolo - 4 Maggio 2007Cari i miei &#8220;numerosissssssimi&#8221; e &#8220;affezionatissssimi&#8221; lettori, facciamo un giochino.
Fingiamo ad esempio che questa mattina mi sia arrivata una proposta editoriale. Io ho scritto tante cose negli ultimi anni, alcune di qualità decente alcune che onestamente non varrebbero una pubblicazione cartacea. Fingiamo mi propongano carta bianca sul &#8220;sa pubblicarsi&#8221;, e supponiamo pure che io abbia pure pochi giorni per decidere il materiale da mandare.
Cosa potrei pubblicare? Una delle sillogi già &#8220;preconfezionate&#8221; (Luna nuova, Rupe, Dei Sassi Della Riva Dell&#8217;Adige, Ritratti ovviamente riveduta, ripulita e corretta prima della pubblicazione), una commistione tra le varie sillogi con i pezzi di qualche tematica particolare, un nuovo percorso con alcuni dei pezzi migliori tirati fuori qua e là, una raccolta senza alcun filo conduttore?
Infine supponiamo che nell&#8217;eventualità ci fosse una pubblicazione dell&#8217;opera effettiva ci sarebbe il vostro nome nei ringraziamenti.Vai all'articolo originaleL’Ombra di Edgardi Stefano Giolo - 13 Aprile 2007
Ognuno di noi accaniti lettori ha qualche autore a cui è particolarmente legato, fin da piccolo quando al compleanno un&#8217;amica mi ha regalato &#8220;Il Corvo ed altre poesie&#8221; di Edgar Poe io sono stato affascinato da questo grandissimo poeta. Edgar Poe. Allan è un secondo nome aggiunto per ricordarne il legame al patrigno che non lo trattò mai eccessivamente bene e che tentò di frenarlo nei suoi interessi artistici.
Poe è stato conosciuto principalmente e commercialmente per i suoi racconti horror, racconti che hanno insita una forma di malattia, di oscurità, un genio del thriller psicologico a dire il vero, più che dell&#8217;Horror, perché ha ben poco a che fare con ciò che chiamiamo Horror oggi, non vi sono mostri, sangue, violenza, ma solo atmosfere, immaginazione, psicologia.
Ma non è questo che mi fa amare Eddie ma la poesia. I racconti per cui era famoso erano il modo che aveva per sostentarsi economicamente, la poesia era il suo mondo, dove raccontava se stesso, il suo vero essere.
Le sue poesie a suo tempo sono state molto di spunto al mio scrivere, sono state ispirazione, sono state forse una delle maggiori spinte affinché io iniziassi a sperimentare, a capire che cosa era a attirare la mia attenzione, quali forme retoriche, quali tematiche.
Alle superiori ebbi uno dei tanti scontri con la mia insegnante di italiano del triennio superiore quando sostenni in un&#8217;interrogazione che Poe, e non Baudelaire fu il primo vero poeta decadente, anche perché Baudelaire tradusse molte poesie di Poe in gioventù, e probabilmente ne imparò a sua volta le tematiche e gli stili. Ovviamente fui cazziato, ma ricercando e ricercando infine scoprii di non essere l&#8217;unico a pensarla così, ma si sa&#8230; gli innovatori letterari devono essere Europei, non possono essere gli Americani a insegnarci qualcosa, almeno in questo campo&#8230;
Si è detto molto di Poe e in verità si conosce poco. Si è detto che fosse un alcolizzato, che fosse stato ritrovato in delirium tremens solo davanti ad un bar, e fosse morto successivamente all&#8217;ospedale, si è detto che fosse un libertino.
Ora provate a cercare una biografia, leggete. Troverete pareri discordanti, troverete addirittura biografie che non fanno più neppure riferimento all&#8217;alcool, per lo più troverete &#8220;morto in circostanze misteriose&#8221;.
Matthew Pearl con &#8220;L&#8217;Ombra di Edgar&#8221; cerca di far luce su quelle vicende. Dopo anni di studi e di ricerche, dà una sua visione, probabilmente la più vicina alla realtà, sulla vita di Edgar e sulla sua morte.

La storia viene romanzata come se a fare le indagini fosse un uomo vissuto allo stesso tempo di Poe. Questa è la trama: &#8220;Baltimora, 3 ottobre 1849: Edgar Allan Poe &#8211; scrittore di genio e inventore del prototipo di tutti gli investigatori, C. Auguste Dupin &#8211; viene trovato in stato confusionale e con indosso vestiti non suoi. All&#8217;ospedale, prima di morire, pronuncia frasi incoerenti e grida più volte &#8220;Reynolds!&#8221;. Quentin Hobson Clark, ricco ammiratore dello scrittore, vuole scoprire la verità sulla sua morte. Si mette così sulle tracce di Auguste Dupont, l&#8217;investigatore francese presunto ispiratore del personaggio di Dupin. Ma quando lo rintraccia, a Parigi, scopre che Dupont è ormai l&#8217;ombra del brillante detective che è stato. Dopo averlo aiutato a ritrovare se stesso proprio attraverso le storie di Dupin, Clark lo convince a indagare sulla morte di Poe. E mentre spunta una altro candidato al ruolo di &#8220;vero&#8221; Dupin, Dupont e Clark si ritrovano trascinati in un terribile vortice di ricatti, omicidi e letteratura che li condurrà da Parigi a Baltimora in un crescendo di misteri e di scoperte.&#8220;*
Alla fine del libro, dopo aver scoperto un Poe, meno lascivo, forse meno poetico/decadente ma sicuramente più umano, più reale, più vicino a noi (e tra l&#8217;altro probabilmente astemio) l&#8217;autore spiega anche le sue indagini reali e quanto del romanzo è effettivamente frutto delle sue (e di altri) ricerche e quanto è stato inventato per dare un filo alla trama.
Ho trovato questo libro davvero avvincente, indipendentemente dal mio amore verso lo scrittore americano e consiglio davvero di leggerlo.

Edgar Poe, sul mio comodino.Notare il corvo sulla spalla.
*Dalla recensione di Feltrinelli
Vai all'articolo originaleGraziedi Stefano Giolo - 16 Febbraio 2007Ho appena ricevuto una chiamata dalla mia insegnante di italiano del biennio superiore!
Sono sempre felice quando mi chiama, la cito sempre, lei, Assunta, quando parlo in pubblico di ciò che scrivo, è bello sentire la sua stima, il suo affetto, la sua accoglienza quasi come un figlio (questo è un climax!! Mi ricordo che è stata una delle prime cose che mi ha corretto!!!). In questi ultimi giorni nonostante le vendite non eccellenti (almeno tra i conoscenti) del mio libro, e nonostante l&#8217;imminente scadenza del contratto con la casa editrice (però ho in cantiere nuovi progetti&#8230; speriamo&#8230;) ho diversi rinnovi della stima rispetto a ciò che scrivo, e questo non può che rendermi orgoglioso.
Lei, zia Petunia, e altri stanno indirizzando i loro giovani virgulti scrittori verso di me perché io possa dargli consigli (mmmm&#8230;. in realtà non so cosa posso dire di molto utile data la &#8220;cattiveria&#8221; di questo mondo letterario-culturale). Grazie. Voglio ringraziarvi per la fiducia che nutrite nei miei confronti.
Spero di riuscire in qualcuno dei nuovi progetti perché ora ho più gente a cui dedicarli.
Grazie.
Grazie di cuore, e un abbraccio.Vai all'articolo originaleLa Lettera d’amoredi Stefano Giolo - 14 Febbraio 2007In questo istante ho finito di leggere &#8220;La Lettera d&#8217;amore&#8221; di Cathleen Schine.Bello. Davvero Bello.Non posso anticiparvi nulla perché già vi rovinerei il colpo di scena, posso però dirvi che parla di una storia d&#8217;amore davvero molto molto bella.Non è per nulla smelenso, è ricco di una stupenda ironia, talvolta un po&#8217; cinica forse.La protagonista è una Donna davvero stupenda, forte e sicura ma che nello scontro con l&#8217;amore riscopre tutta la sua fragilità.Mi par strano parlare di un libro d&#8217;amore, ma è davvero, davvero bello, e soprattutto ben scritto.Lo consiglio vivamente.Vai all'articolo originaleda &quot;l&#039;Arena&quot;di Stefano Giolo - 22 Settembre 2006La silloge del giovane musicista alla Gheduzzi «Contrapposizioni» nella poesia di Giolo    Prima di tutto il ritmo. Chissà se è un caso che il giovanissimo Stefano Giolo, veronese, classe 1982, suoni il sassofono nel gruppo latin rock jazz «Raku Quintet»: la sua prima prova poetica, intitolata «Contrapposizioni» (Edizioni Il Filo, pp. 103, euro 12), sembrerebbe proprio smentire la casualità. Si tratta infatti di un’agile raccolta dai tempi più vari che si caratterizza e che trova il suo elemento unificante nella musicalità: intesa non nel senso di una scelta metrica precisa, quanto come «orecchio», come naturale talento che il giovane poeta rivela nell’accostamento di termini che, vicini, producono di per sé una suggestione. Ce lo lascia intendere del resto l’autore stesso, nel capitolo VIII, che si intitola «Poesia. Per me». Vi leggiamo: «C’è qualcosa nell’aria questa sera. Ho voglia di scrivere, un po’ soffrire, senza dolore, come amare, senza dormire, come stare in un prato di notte sotto le stelle e sentire il respiro del mondo&#8230;». C’è un senso di trascinamento nelle parole, come se l’autore volesse farci intendere che questo per lui è poesia: un affidarsi delle cose ai suoni. Le cose infatti appaiono a Giolo come «contrapposizioni», la realtà è tensione tra sentimenti contrastanti, di cui è difficile intuire il senso e il destino. Nel suo lavoro giustamente Valentina Scacchi nella Prefazione che apre il volume afferma che in queste liriche «la vita appare come il teatro delle apparenti contraddizioni, in un palcoscenico di carta. Stefano Giolo mette in scena l’assurdo che regola la percezione dell’essere&#8230;Un sentimento di vertigine pervade questi versi che tentano di spiccare il volo ma sentono il peso della loro costrizione a terra». La musica, il respiro segreto della parola o, meglio, dell’incrociarsi delle parole, diventa la via necessaria a ridare un senso, un ordine alla realtà. E, nello stesso tempo, si pone come strumento in grado di liberare la lingua, a sua volta vittima della contraddizione inscritta nella vita, dalla non autenticità cui oggi è costretta: dulice liberazione dunque, la scrittura poetica, dalla prigione dell’esistenza ma anche dallo schematismo di scritture omologate. La ricerca di verità risulta per altro dominante anche nei contenuti: lo vediamo bene nella parte finale della raccolta, per esempio nella lirica, bellissima, intitolata Mirco, dove l’iterazione degli stessi termini scandisce l’autenticità della disperazione. O ancora in Elena, dove la brevità secca e aspra dei versi racconta l’asciuttezza impietrita del dolore di un’assenza. A riprova vale ancora quanto afferma il poeta. Quando parla di poesia, intesa anche come arte e dunque, in generale, come ispirazione, Giolo scrive infatti «contraddizioni assurde che per contraddizione/ spiegano la realtà/ perdendo allora la contraddittorietà». Il libro, premiato con una targa e un diploma di merito al concorso letterario internazionale «San Domenichino- Città di Massa», verrà presentato domani, venerdì, alle 18,30 alla libreria Gheduzzi-Giubbe Rosse in Corso Sant’Anastasia. Alessandra GalettoVai all'articolo originaleReading poetici e presentazione di &quot;Contrapposizioni&quot;di Stefano Giolo - 6 Settembre 2006Venerdì 22 settembre avrò l&#8217;opportunità grazie alla libreria Giubbe Rosse di presentare il mio libro &#8220;Contrapposizioni&#8221;, presentazione nella quale spiegherò come è stato costruito e di conseguenza come andrebbe letto per comprenderne a pieno i dettagli, ovviamente sempre lasciando totale e libera interpretazione al lettore. Leggerò alcuni pezzi e sarà possibile acquistare copie del libro.
Il 25 settembre invece sarà organizzata alle 21 al &#8220;Caffè X te&#8221; di via Pallone una serata di reading poetici. In tale ambito avrò occasione di leggere una quindicina di pezzi provenienti dalle mie principali raccolte quali Ballerina, Dei sassi della riva dell&#8217;Adige, Contrapposizioni, Rupe, e Luna Nuova. Durante la serata verranno presentati oltre a me alcuni altri poeti della zona.Vai all'articolo originalePremio internazionale di pesea &quot;San domenichino – Città di Massa&quot;di Stefano Giolo - 5 Settembre 2006Ho vinto il mio primo premio letterario!!! Al premio internazionale di poesia &#8220;San Domenichino &#8211; Città di Massa&#8221;
Purtroppo per una serie di problemi contingenti non sno riuscito a presenziare alla presentazione ufficiale e quindi ho dovuto accontentarmi di farmi spedire a casa il premio e i vari articoli i giornale correlati.
Ho vinto un &#8220;Diploma d&#8217;onore&#8221; 

Diploma del Premio San Domenichino
e una &#8220;Targa di merito&#8221;
Targa del Premio San Domenichino
sono davvero felice di avere avuto questa fortuna! Tra gli altro i partecipanti erano sugli 800 poeti e il mio libro è svettato tra tutti questi!
Non credo vincerò mai un altro premio quindi sono molto orgoglioso di questo riconoscimento. Le acque ultimamente si stanno un po&#8217; smuovendo, sto riuscendo a presentare o leggere qualcosina anche se putroppo tra pochi mesi scadrà il contratto con la casa editrice de da quel momento&#8230; chi può dire cosa potrà accadere?
Voglio ringraziare tutti quelli che mi sono stati vicini in un modo o nell&#8217;altro nella scrittura e nella pubblicazione di &#8220;Contrapposizioni&#8221;. Volgio ringraziare come già alla fine del libro Assunta Reffi, ma voglio ringraziare anche Silvia, Monica, Anna, Francesca perchè senza di esse molte cose non le avrei mai scritte e sopratutto Mariachiara perchè senza di lei questo libro sarebbe stato molto più povero e disorganico di quanto è invece risultato.
GrazieVai all'articolo originaleLa mia prima targa di merito!!!!di Stefano Giolo - 24 Giugno 2006Mi è appena arrivata la notifica che ho vinto la mia prima Targa con Diploma di segnalazione di mertito per opera prima con &#8220;contrapposizioni&#8221;!!!
Evvai!!!!!
Son troppo contento!Vai all'articolo originale
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		<title>Un racconto a caso</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Oct 2024 13:00:01 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
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Giustizia (stralcio di romanzo)di Stefano Giolo - 6 Gennaio 2015&#8230;..

Passai la notte stranamente rilassato, non rivedevo i miei giorni passati, non soffrivo pentendomi, la vissi come una notte normale, come se nulla di diverso dal solito dovesse accadere.

Oggi è il giorno in cui mi uccideranno, la stanza in cui mi trovo è bianca, come il tunnel che si dice ci sia dopo la morte, ma ora sono ancora prima, sono ancora di qua.L’infermiere è arrivato a prelevarmi, mi chiedo a cosa serva un infermiere, a cosa servano medici, aghi sterilizzati e quant’altro quando sappiamo benissimo che non morirò prendendo qualche malattia.Il buco per l’ago nella vena potrebbe prenderlo anche mia mamma, non mi sono mai drogato e le mie vene sono sane e ben visibili.Non avrei mai pensato di fare queste considerazioni a pochi metri dal patibolo ma che vuoi, alla fine non c’è molto altro da pensare. Colpevole? Lo sono.Pentito? E perché dovrei pentirmi? Tutte quelle persone si meritavano ciò che ho fatto. Lo meritavano i loro genitori almeno, meritavano e meritano tutta la sofferenza che vivranno per il resto delle loro vite. Trovo che sia divertente l’ironia del fatto che io invece non soffrirò più.-Prigioniero. Perché ride? Abbia rispetto per queste persone a cui ha portato via qualcuno di caro.Vorrei tanto poter morire col sorriso, ma temo che quelle iniezioni mi faranno perdere la possibilità di controllare i muscoli del volto rilassandoli come se fossi svenuto.Trovo sia davvero un peccato.Ora stanno infilandomi l’ago, sorrido al medico, all&#8217;assassino. Assassino né più né meno di me, anzi forse ne ha uccisi più lui.

&#8230;..

-da &#8220;Cuore&#8221; Stefano Giolo-Vai all'articolo originale
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		<title>I miei racconti</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Oct 2024 12:44:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Scrivere non c&#8217;entra niente col fare soldi, diventare famoso, crearsi occasioni galanti, agganciare una scopata o stringere amicizie. Alla fine è soprattutto un modo per arricchire la vita di coloro che leggeranno i tuoi lavori e arricchire al contempo la propria. Scrivere è tirarsi su, mettersi a posto e stare bene. Darsi felicità, va bene? [&#8230;]
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Scrivere non c&#8217;entra niente col fare soldi, diventare famoso, crearsi occasioni galanti, agganciare una scopata o stringere amicizie. Alla fine è soprattutto un modo per arricchire la vita di coloro che leggeranno i tuoi lavori e arricchire al contempo la propria. Scrivere è tirarsi su, mettersi a posto e stare bene. Darsi felicità, va bene? Darsi felicità.
Stephen King


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Qui trovi raccolti alcuni dei miei racconti, sono solo anteprime, ma clicca sul titolo e troverai il testo completo. Oppure clicca qui per leggere un racconto a caso.


Di nero vestiti: il piano perfetto di un dio del Maledi Stefano Giolo - 11 Giugno 2025Se io fossi una divinità del male, un&#8217;entità astuta e sottile, non mi manifesterei tra fiamme e corna, con riti oscuri e invocazioni blasfeme. Al contrario, se davvero volessi ingannare l&#8217;umanità, la strada più efficace sarebbe un&#8217;altra: creerei una religione.

Non una qualunque, ma una religione che si mascheri da religione del bene. Una fede che si presenti come l’unica verità possibile, assoluta, e che prometta amore eterno e salvezza, mentre instilla sensi di colpa, dolore, paura.

E quale miglior modello potrei usare, se non quello già esistente? Quello che ha influenzato per secoli la storia dell&#8217;umanità, la politica, la scienza e la cultura. Se fossi una divinità del male, creerei qualcosa di molto simile alla Chiesa Cattolica.

Prima di tutto, accentrerei il potere. Un mio emissario in Terra, infallibile, che parla a nome mio: il Papa. Un uomo che comanda su una rete gerarchica piramidale composta da cardinali, vescovi, preti. Tutti uomini, ovviamente, perché il potere, se deve corrompere, è più efficace se concentrato e maschile.

Questi emissari si vestirebbero di nero (con qualche dettaglio in oro, rosso porpora, bianco candido per dissimulare), predicherebbero la povertà mentre vivono tra ori, marmi e palazzi. Inviterebbero alla castità mentre abusano dei più deboli. Sfrutterebbero la fede per coprire crimini, perpetuare violenze, proteggere se stessi.

Per rendere tutto ancora più efficace, inculcherei nella mente dei fedeli l’idea che il sesso è peccato, che il corpo è corrotto, che la donna è tentazione, che l’amore libero è perversione. Così facendo, li convincerei a rinunciare a ciò che il dio buono avrebbe donato loro: piacere, libertà, bellezza, corporeità.

Ma io non sarei solo una divinità del male: sarei una divinità sadica. E cosa c&#8217;è di più soddisfacente, per un dio sadico, che vedere l&#8217;essere umano soffrire, tormentarsi, privarsi dei suoi istinti più vitali, confuso dal senso di colpa e umiliato nella sua natura?

Li osserverei inginocchiarsi su pavimenti gelidi, frustarsi le carni in nome della purezza, digiunare fino allo svenimento per pregare me, mentre rido nell’ombra. Perché il dolore, quando è scelto da chi è convinto che sia virtù, è il capolavoro della mia opera.

Creerei un sistema in cui i bambini crescano fin da piccoli nel timore, non dell’errore, ma del peccato. Un concetto astratto, spesso indefinibile, che rende tutti colpevoli. Per ogni gioia, una colpa. Per ogni desiderio, un castigo.

E se qualche animo libero si ribellasse? Se qualcuno iniziasse a pensare con la propria testa, a mettere in discussione la verità rivelata? Lo accuserei di eresia, lo metterei al rogo, lo costringerei al silenzio.

Come con Giordano Bruno, bruciato vivo per aver osato pensare. Come con Galileo, costretto a ritrattare davanti alla mia autorità per aver guardato il cielo e visto qualcosa che non volevo si vedesse.

E per evitare che altri seguissero il loro esempio, metterei al bando i libri. Ne creerei un indice, lungo, minaccioso, in cui vietare ogni parola che possa accendere una scintilla di ragione. Perché la cultura è pericolosa: fa pensare. E chi pensa, rischia di vedermi.

Il mio sistema avrebbe anche un nemico, ovviamente. Un nemico che in realtà non esiste, o che esiste ma è innocuo: Satana. Un simbolo che serve a terrorizzare, a mantenere i fedeli legati alla mia religione. &#8220;Fate il bene o finirete all&#8217;inferno&#8221;, direi. Ma quel bene lo definirei io, e coinciderebbe esattamente con ciò che mi conviene, ciò che soddisfa il mio sadismo.

E se invece quel nemico non fosse altro che il vero Dio buono? Colui che li ha creati liberi, perché potessero scegliere da soli la propria strada. Colui che ha dato loro la capacità di provare piacere, perché potessero goderne senza vergogna. Un Dio che ama davvero l’umanità, che l’ha voluta felice, creativa, libera. Ma io, Dio del male, farei in modo che lo odino. Che lo considerino debole, permissivo, falso. Lo coprirei d’insulti attraverso la mia dottrina, lo accuserei di assenza, mentre riempio io stesso il mondo di sofferenza.

Non mi limiterei a influenzare chi già mi conosce. Manderei i miei emissari in terre lontane, in nazioni che non sanno nulla di me. E lì, tra foreste e villaggi, conquistarebbero, razzierebbero, distruggerebbero culture e tradizioni millenarie. Convertirebbero con la croce e la spada. E una volta terminata la conquista, quando le urla degli oppressi si farebbero troppo forti, vestirei quegli stessi emissari da santi. Li trasformerei in missionari buoni, eroi dell’evangelizzazione, anime pie in cerca di anime da salvare.

E mentre sradicano popoli interi, intonerebbero canti in mio onore. Le Americhe, l’Africa, l’Asia: ogni continente sarebbe percorso dai miei preti coloniali, con la Bibbia in una mano e il fucile nell’altra.

Darei valore al martirio, all’autoflagellazione, alla rinuncia. Incoraggerei la sofferenza come via per la salvezza, perché nulla è più utile al male che convincere l’uomo a distruggersi da solo.

Ma la sofferenza non sarebbe solo spirituale. La imporrei con le leggi. Impedirei l’educazione sessuale, affinché i giovani vivano il corpo come minaccia. Condannerei l’aborto, anche nei casi più tragici. Difenderei il feto e ignorerei la madre. Benedirei le guerre, ma mi direi difensore della vita. Predicherei la pace, ma benedirei le armi.

E se poi le epoche cambiassero, se la modernità avanzasse e il dubbio iniziasse a serpeggiare, il mio clero si adatterebbe. Apparirebbe più aperto, più umano, più accogliente. Ma solo in apparenza: nel frattempo, continuerebbe a influenzare le leggi, a osteggiare la scienza, a condannare il suicidio assistito, la libertà delle donne, i diritti LGBTQ+.

Gestirei tesori sterminati, collezioni d’arte, immobili, banche. Manterrei un piccolo Stato nel cuore dell’Europa, immune da ogni controllo. E mentre parlo di povertà, siederei su troni d’oro. Quando qualcuno chiedesse trasparenza, risponderei col mistero, col dogma, col silenzio.

Infine, userei i simboli. Farei in modo che milioni di persone si segnino ogni giorno, automaticamente, come riflesso condizionato. Insegnerei loro a inginocchiarsi, a mormorare preghiere in lingue che non capiscono, a ripetere formule magiche. Così che la fede diventi abitudine, e l’abitudine obbedienza.

Se fossi una divinità del male, farei esattamente così. Perché non c’è forma di male più potente di quella che si traveste da bene.

E allora sorge una domanda inquietante: e se fosse già successo?Vai all'articolo originaleSpirali mentali e viaggidi Stefano Giolo - 30 Ottobre 2024Scrivo, scrivo, scrivo come sempre da sempre scrivo. Gran parte di questo blog, che per forza è di per sé scrivere, è sulla scrittura -nonostante negli anni sia cresciuta la parte sulla divulgazione tecnologica e del pensiero critico- e a volte mi piace tornare a leggere i miei vecchi racconti e le mie vecchie poesie.

L&#8217;ho fatto anche in questi giorni mentre rifacevo il make-up alla grafica, mi sono riletto racconti a caso (https://short.staipa.it/d4gs0) e poesie a caso (https://short.staipa.it/or6h1) rendendomi conto di quanto queste due pagine siano più utili a me che a chi mi segue.

Torno un poco a parlare di scrittura però, a quanto ogni parola che scorre dalla penna o dalla tastiera sembra seguire un percorso preciso, un percorso che appare lineare in un primo mentre inizia a scorrere ma che infine non lo è quasi mai. Esiste un gioco segreto tra le frasi, tra i pensieri, come se ogni storia fosse parte di un disegno più grande. Come se ci fosse un filo nascosto che attraversa il tempo, unendo passato, presente e futuro in una spirale senza fine. Anche tra queste mie parole. Ovviamente. Altrimenti non mi metterei a scrivere qualcosa di così criptico senza un motivo evidente.

Ho sempre trovato affascinate il tempo. Non quello che vediamo scorrere sull&#8217;orologio, ma quello che viviamo nella mente. Un tempo che si dilata quando ci perdiamo nei ricordi, o che accelera quando siamo immersi in una storia. In fondo, scrivere è un po&#8217; questo: piegare il tempo, farlo nostro, fargli fare ciò che vogliamo. Scrivo da sempre, e ogni volta mi ritrovo a fare lo stesso tipo di viaggio temporale.

Una spirale di Fermat. Ne ho già parlato, ho spiegato cosa sia (short.staipa.it/xqkxx), c&#8217;é qualcosa di magnetico in quella forma. Una spirale che non smette mai di avvolgersi su se stessa, che cresce ma senza mai lasciare davvero il suo centro. È un po’ come scrivere una storia: un movimento continuo, in avanti e indietro, ma che in qualche modo non abbandona mai il suo nucleo. È proprio questa la sfida più grande per chi scrive: raccontare qualcosa di nuovo che ha radici profonde, unire ciò che è stato a ciò che non è ancora. Circondare un nucleo che è il messaggio in un percorso che è la trama, il mezzo; ciò che deve avvolgere anche il lettore e in qualche modo trattenerlo, invogliarlo, spingerlo a ruotare col tutto.

Nello stesso tempo scrivere è fermare il tempo. Creare un vortice nel quale è possibile tornare, e tornare ancora, e tornare un&#8217;altra volta.

Scrivere è un viaggio che inizia sempre in un punto, e che non sai mai con certezza dove ti porterà. 

Questa riflessione sul tempo e sullo scrivere, lascia il tempo che trova, sono d&#8217;accordo.

Ma qualcosa si sta muovendo. Gira in tondo da un po&#8217;.

Ci sono vicino, vicino, vicino e poi me ne allontano inesorabilmente, ma poi si torna, e poi si va via, avanti, indietro, avanti, indietro, sempre più vicino, sempre più lontano.

Restate sintonizzati, se vi va. La spirale si avvolge, e chissà dove ci porterà.

Vai all'articolo originaleRitorno al passatodi Stefano Giolo - 24 Luglio 2024A inizio anno ho lanciato qualche messaggio criptico (https://short.staipa.it/cj6jq). Ho detto che avrei parlato meno di informatica e più di diritti, e che avrei avuto altro di interessante su cui lavorare. Tic tac, tic tac, il tempo scorre veloce e non si torna indietro. Siamo già in estate inoltrata e, oltre a scrivere più spesso di diritti e polemipolitica (https://short.staipa.it/i99wb), ho lasciato che il tempo avanzasse senza rivelare il nuovo progetto, che è in realtà un progetto vecchissimo, ormai perso nel tempo.

Oggi è quasi il momento di riavvolgere il nastro. Sarà bello poter rivedere questi messaggi, e presto si intensificheranno. Sarà interessante ripercorrerli come una spirale, prima uno, poi un altro, e così via, fino a un centro che si rivelerà essere un nuovo inizio da cui allontanarsi lentamente verso nuove direzioni.

Avete presente una spirale di Fermat? Una costruzione geometrica che rappresenta una spirale che si avvicina sempre più a un centro per poi allontanarsene inesorabilmente.



[math]r^{2}\ =\ \alpha ^{2}\theta[/math]

La formula è scritta in coordinate polari dove: [math]r[/math] rappresenta la distanza dal centro della spirale (l&#8217;origine) [math]\theta[/math] rappresenta l&#8217;angolo rispetto a un riferimento fisso, generalmente l&#8217;asse x positivo [math]\alpha[/math] è una costante che determina la scala della spirale: più grande è [math]\alpha[/math], più velocemente la spirale si allontana dal centro.

Vivo questo momento così. Un momento iniziato anni fa con segnali rarefatti, dispersi. Una lunga preparazione che sta accelerando verso una sorta di singolarità. Chi mi conosce già intuisce, lo so. Ma non è ancora il momento.

Buona estate dunque. Ci sentiremo ancora, senza dubbio prima di allora, ma sul finire dell’estate potrebbe esserci qualcosa di nuovo in arrivo.Vai all'articolo originalePassaggi temporalidi Stefano Giolo - 1 Gennaio 2024Oggi è il primo giorno dell&#8217;anno. Nell&#8217;ultima parte del 2023 ho scritto meno di informatica e più di diritti. C&#8217;è un motivo ma ancora non lo posso rivelare, ma se tutto va bene quest&#8217;anno ci sarà una novità. Lo scrivo soprattutto per chi mi segue da molto tempo, chi conosce le varie anime di questo blog e chi conosce me.

In queste ultime settimane, e nelle prossime, sto lavorando a un qualcosa su cui a tempi alterni ho lavorato per moltissimi anni in varie forme. Porta via buona parte della mia capacità di produrre testi ragionati e frutto di ricerca e anche per questo i testi che avete visto sono soprattutto su temi che &#8220;mi accendono&#8221; e non su temi di cui pianifico l&#8217;uscita nelle settimane o nei mesi precedenti. 

Parlo di capacità di produrre testi ragionati e questo credo sarà sufficiente per mettere qualche pulce in qualche orecchio di chi conosce cosa significa per me scrivere. Del progetto specifico, quasi nessuno è al corrente, ad eccezione delle persone più care e di chi ci sta lavorando con me, ma è in continuità con il mio passato. 

Man mano che si avvicinerà il momento lancerò qualche altro semino qua e là, così per ingolosire chi sa afferrare i messaggi.Queste immagini per esempio.



Ma no, non si tratta di un progetto visuale, ovviamente, con la grafica e i disegni sono una capra e queste sono solo immagini create con una Intelligenza Artificiale.

Mi è piaciuto però tornare alla Polemipolitica (https://short.staipa.it/i99wb) e uno degli obbiettivi che vorrei fissarmi per quest&#8217;anno è quello di parlare di più di questi temi. A qualche lettore danno fastidio, ma va beh, uno non scrive di questi argomenti per non dar fastidio, anzi, come ho detto più volte è il fastidio che alcune persone provano a dimostrare che scriverne è utile.

Buon inizio dunque. Ci vediamo in giro.Vai all'articolo originaleGoccedi Stefano Giolo - 13 Novembre 2019Era da diverso tempo che si faceva la stessa domanda. Aveva mangiato come al solito qualcosa al volo, non si ricordava neppure cosa a dire il vero, poi era tornato davanti al computer e si era messo di nuovo al lavoro.

Non era un periodo semplice, la pressione di Luca, il suo responsabile si stava facendo terribilmente forte. Il fatturato aziendale era in netto calo, l’azienda aveva perso un grosso cliente e per riuscire a far quadrare i conti aveva licenziato tutti i consulenti. Marco si trovava addosso tutto il peso di un lavoro che non gli era mai andato giù fino in fondo. Al culmine di una discussione aveva sbattuto i pugni sul tavolo e si era allontanato per calmarsi, era andato verso il bagno e si era rinfrescato il volto.

Si sentiva confuso. La mente annebbiata non gli permetteva neppure di ricordare che cosa lo aveva fatto incazzare pochi istanti prima. Stava uscendo di testa. Doveva tornarsene a casa. 

Si sedette sulla tazza del cesso e fu in quel momento che si accorse di qualcosa di strano sulla camicia. Erano tre gocce rosse. Nella parte bassa, poco sopra  Perfettamente tonde spiccavano sul bianco della camicia come fragole su una torta di panna. Si alzò, sistemò i pantaloni e tornò a guardarsi allo specchio.Controllò che non gli fosse uscito sangue dal naso: sembrava a posto. Eppure quelle tre gocce rosse erano lì, assieme a qualcosa che spingeva nel fondo della mente per emergere. Cercò di tornare indietro col pensiero: che cosa aveva mangiato? Era passato poco più di un’ora dalla pausa pranzo. Eppure qualcosa gli impediva di ricordare. Non era stato un panino? Gli pareva di sì. Ma cosa conteneva? Melanzane, zucchine… c’era o non c’era del pomodoro?Osservava le macchie e le macchie sembravano osservare lui.Un brivido gli scorreva lungo la schiena mentre cercava di ricordare cosa avesse mangiato a colazione. O che cosa avesse generato quelle macchie. In genere mangiava biscotti con il caffè latte, solo raramente marmellata sulle fette biscottate. Era uno di quei giorni?No. Aveva l&#8217;impressione che dovesse essere estremamente ovvio da dove venissero quelle gocce ma non riusciva a ricordare. Come se la i ricordi si stessero ritirando ed avvicinando sempre più all&#8217;adesco, come se il prima stesse cessando di esistere.Tornò in ufficio. -Luca, scusami, mi sento poco bene, avrei bisogno di tornare a casa, è un problema? &#8211; Disse.Chiuse il portatile, indossò il soprabito e si allontanò senza aspettare una risposta.Fuori, il cielo era azzurro e luminoso. Troppo azzurro. Troppo luminoso per guardarlo. Avrebbe preferito di gran lunga che il mondo sentisse addosso il peso che sentiva lui e invece sembrava che tutto cospirasse per far sì che il suo mal di testa riuscisse a spaccargli il cranio.Nella mente l&#8217;immagine delle tre fragole esplodeva come dei flash. Fragole scomposte, slabbrate, probabilmente marce o avvelenate.Questa immagine stava mangiandolo da dentro, mordeva e scricchiolava dentro il suo cervello facendosi strada.

Si accorse di essere immobile davanti alla porta della palazzina nella quale lavorava. Era uscito e si era fermato a guardare il mondo.Una signora camminava spingendo un passeggino, dentro un bambino sorrideva felice. Marco si chiese che fine avrebbe fatto quel bambino tra settant’anni, ancora chiuso in un ufficio, ancora a tagliare pezzi di carne in macelleria o a spalare merda in qualche altro modo. O forse neppure, forse sarebbe finito sotto un ponte sostituito da una macchina che avrebbe fatto il suo lavoro.-Ridi, ridi finché puoi, perché poi arriverà la vita- Pensò guardandolo.

Sentiva il sole scaldargli la schiena mentre lentamente camminava verso casa, sentiva il profumo nauseante dei fiori che stavano sbocciando, le risate dei bambini alla scuola elementare che finalmente potevano giocare fuori e trapanargli i timpani con i loro urletti striduli e fastidiosi. Lui non ne avrebbe mai avuto uno.

Un agente di polizia gli passò accanto osservandolo e Marco si irrigidì improvvisamente. Non aveva neppure idea di perché gli stesse succedendo ma non voleva essere guardato, controllato, visto.Tornò a pensare a quelle tre macchie, a quelle maledette tre macchie rosse schifose. L’agente era passato e Marco si voltò a controllare di non essere seguito. Un movimento privo di raziocinio ma non aveva saputo resistere alla tentazione di guardare. Solo questo ci voleva, essere fermato per qualche sorta di controllo e magari finire in qualche guaio. Non bastava il lavoro, la gente felice, i bambini, il sole, le stramaledette noie della stramaledetta vita. Non bastava aver trovato in casa quel bracciale da uomo. Sotto il comodino. Sotto quel fottuto comodino che gli aveva regalato sua suocera. Ci sarebbe mancato anche un arresto per qualcosa a caso. Eccesso di assenza di empatia. Furto di speranza a mano armata. Che poi che colpa ne aveva lui di tutto quello che stava accadendo nella sua vita?Che colpa ne aveva se non aveva mai avuto il coraggio di affrontare la verità fino a quel giorno?

Continuò a passeggiare. Mancava poco ormai per arrivare a casa.Come l’avrebbe trovata?Non era importante. Ormai non la sentiva neppure più casa sua. L’aveva comprata, aveva fatto un mutuo, sì. E poi? E poi era stata Anna a scegliere gli arredamenti, metà dei quali erano arrivati da sua madre. “Roba usata! Roba garantita! Questo è un Luigi XVI!” O qualunque Luigi o Giovanni fosse. Compreso quel cazzo di comodino. Quel cazzo di comodino con sotto quel cazzo di bracciale. Da uomo.

E di che uomo, tra l’altro! Un genio. Nome, cognome e data della prima comunione, c’erano. Nome, cognome e data della prima comunione. Sotto il comodino. Nella casa di un altro. Accanto al letto.

Con il passo pesante Marco attraversò il vialetto di casa. Lóna, il cane, non abbaiò. Si chiese distrattamente se l’avrebbe mai più sentita abbaiare mentre tornava a pensare a quei tre piccoli cerchi rossi che avevano insozzato la camicia per ricordargli cosa fosse successo. Stava iniziando ora a ricordarlo. Stava lentamente tornando lucido. 

Aprì la porta ed entrò in casa. Si tolse il soprabito e lo appese all&#8217;attaccapanni.C’era silenzio. Solo il ticchettio dell’orologio scandiva il passare del tempo. Quanto ne era passato? Quanto ne avrebbe dovuto passare ancora? Tic. Tac. Silenzio. Tic.Tac.

Silenzio. 

Si sedette al tavolo della cucina, era ancora tutto lì.La busta. I fogli. Tutti quei documenti. La penna.Tic. Tac. Silenzio.  La prese in mano, come aveva fatto ogni giorno di quella settimana. La mano tremava. Appoggiò la penna sul foglio, ancora una volta. Poi la rialzò, ancora una volta.

Tic. Tac. Silenzio.

Aveva scelto di farlo con l’inchiostro rosso, con la stessa penna a calamaio con cui le aveva scritto la prima lettera d’amore.Inchiostro rosso, chissà se sarebbe stato valido, ma per lui era importante usare quello.

Tic. Tac. Silenzio. 

E fu con quello che firmò il divorzio. Vai all'articolo originaleSe stai guardando Greta Thunberg stai guardando un ditodi Stefano Giolo - 28 Settembre 2019In questi giorni si fa un vociare enorme su una ragazzina di sedici anni o giù di lì. Parlano tutti di lei. Chi la osanna come salvatrice del mondo e i dintorni, chi dice che sia controllata dai poteri forti, chi sospetta che ci sia una dietrologia segreta, chi si lamenta che non abbia citato questa o quella nazione perché loro inquinano di più di noi.Di nuovo come ormai tutto in questa società si sta riducendo la situazione ad un tifo. O sei a favore di Greta o sei contro Greta. Giornali sprecano pagine e pagine a lamentarsi o osannarla. Moltissimi giovani (e non) sono scesi in piazza a manifestare la propria opinione sull&#8217;argomento di cui Greta parla e tutti hanno cominciato a parlare di questi giovani. Chi li apprezza per l&#8217;impegno, chi si lamenta che vogliono solo saltare scuola, chi nota il fatto che abbiano tutti un cellulare o che inquinino, tutti che discutano sul fatto che siano le persone adatte o non adatte a questo genere di manifestazione, a questo genere di argomenti.

I ragazzi. Greta. Gli attivisti. Il Milan. La Juve. I Comunisti. i Fascisti. Il Bianco. Il Nero. I Giornalisti. Gli Studenti. I Presidi.

Sì. Ma l&#8217;argomento di protesta? Il significato della manifestazione?Proviamo a vederlo con una metafora&#8230;

Sei seduto sui binari di un treno, ti ci sei messo tu. Ci hai messo un divano, una tv, il carica batterie del telefonino e ti sei seduto comodo comodo. Poi ad un certo punto è arrivato un tizio con la divisa delle ferrovie e ti ha detto &#8220;Ehi, amico, meglio che ti sposti perché sei sul binario del treno. Non che ti stiano per investire ma il rischio è comunque concreto.&#8221;Tu sei abituato a mettere in dubbio le cose: pensiero critico lo chiamano. Non sei come la massa di scemi che credono a tutto. Hai aperto lo smartphone, hai digitato &#8220;percentuali di rischio di essere investiti da un treno&#8221;, hai scoperto che in genere le persone vengono investite nelle stazioni o nei passaggi a livello. Tu non sei ne in stazione ne su un passaggio a livello. Tutto tranquillo.Frughi sotto il divano, trovi la caffettiera, la prepari e la metti sul fuoco.Il tizio dopo un po&#8217; ha cominciato a dirti che tra un tot di minuti passerà il treno diretto per Milano. Che insomma ora le cose si fanno concrete e che c&#8217;è pure un orario preciso entro cui se non ti sposti finirà male. Ti spiega che il treno non lo può fermare lui da solo perché senza la tua collaborazione lui può solo limitarsi a verificare dati e darti degli allarmi.Tu hai di nuovo controllato: non sei in stazione, non sei ad un passaggio a livello. Il tizio deve certamente avere un secondo fine. Vuole rubarti la poltrona? Fa parte di un&#8217;industria di poltrone e vuole venderti la sua peggiore della tua? Potrebbe anche essere una vittima inconsapevole guidata da un potere forte e non sapere neppure lui cosa ci sta dietro. Ma tanto tu sai di non essere ne in stazione ne su un passaggio a livello quindi non importa. Tu sei più intelligente di lui. Professorone che non è altro.Dopo un po&#8217; il tizio comincia ad urlare, agitarsi, girarti attorno e dirti che sei pazzo, che stai per morire, che se non ti sposti sta per finire.Sicuramente il fatto che si stia agitando è la prova che stai vincendo tu. I poteri forti dietro le sue spalle devono essere davvero tanti.Nel frattempo vedi passare un uomo vestito da idraulico. Lui ti saluta e tu lo saluti, ma poi ti viene un dubbio. Decidi di chiedergli cosa ne pensa di questo tizio che continua a strillare e lui ti risponde &#8220;Non so, io non me ne intendo di treni, però ho sentito dire che anche se il treno stesse arrivando più indietro c&#8217;è uno scambio e girerà.&#8221;Tu ti senti rassicurato e continui ad ignorare il ferroviere. Se qualcuno la pensa come te, significa che sei nel giusto.Qualche tempo dopo arriva una ragazzina che sembra George in IT, e ti dice &#8220;Ciao, volevo dirti che io ho sentito il ferroviere. Mi sembra una persona competente e credo abbia ragione. Se non ti sposti tra cinque minuti passerà il treno per Milano e ti verrà addosso. Vedi? Questo è l&#8217;orario.&#8221;Forse un minimo di dubbio ti viene ma poi ci ripensi e dici &#8220;Ma come? Si tratta di una bambina! Perché ascoltarla? L&#8217;idraulico dice che va tutto bene!&#8221; Così cominci a bullizzarla. Ti ricordi che ti hanno dato dello stupido da bambino e quella lì ha quella faccia strana, è sicuramente scema. Che poi chi si crede di essere? Un ferroviere? Come può permettersi di dirti cosa fare? E così ti perdi a pensare a lei, a lamentarti del fatto che sia lì che ti osserva con quell&#8217;aria inquietante. Poi pian piano un sacco di altri stupidi ragazzini si mettono accanto a lei. Mostrano cartelli, lanciano slogan. Vogliono tutti che ti sposti. Stupidi ragazzini plagiati dai poteri forti. Probabilmente il tizio di prima dei divani ha trovato la via giusta: paga la ragazzina che aizza i ragazzini così sembra tutto più reale. Ma tu sai di essere più intelligente. Sai che non sei in stazione, non sei su un passaggio a livello e soprattutto l&#8217;idraulico ha detto che qualcuno gli ha detto che c&#8217;è uno scambio più indietro. Stupidi ragazzini.Poi d&#8217;un tratto senti il fischio forte, sembra si avvicini.Stupida ragazzina. E stupidi i ragazzini plagiati che le vanno dietro.Tu lo sai cos&#8217;è quel suono, è solo il caffè che avevi messo su qualche tempo prima.Stupida ragazzina. E stupidi i ragazzini plagiati che le vanno dietro.Tu non sei in una stazione. Tu non sei su un passaggio a livello. E poi l&#8217;idraulico ha detto che c&#8217;è uno scambio.

La gran parte della gente la sta vedendo esattamente così. E con questo non voglio dire che Greta abbia ragione o torto. Che ci siano o non ci siano poteri forti. Ho una mia opinione (che per la cronaca sta con il 99% dei climatologi, perché so come funzioni una ricerca scientifica e il peer review), quello che voglio dire che è dovreste tutti concentrarvi su se quel treno stia per spiattellarvi o no. Greta indica qualcosa e voi guardate lei e chi le sta attorno invece di guardare quello che vi sta indicando. Giudicate se sia coerente, vestita bene, intelligente, informata, bella, brutta e non guardate cosa sta cercando di farvi guardare.

Quando il dito indica la luna lo stolto guarda il dito.Proverbio Cinese

E la gente in questi giorni lo sta facendo benissimo.Ad esempio sono sicuro che buona parte di quelli che ora leggendo stanno borbottando si focalizzeranno sul fatto che ci ho messo una caffettiera ma non un fornello, invece di focalizzarsi sul tema.Vai all'articolo originaleIncipiente finedi Stefano Giolo - 7 Luglio 2019Il respiro non si ferma.Sento i polmoni riempirsi e svuotarsi. Riempirsi e svuotarsi. Riempirsi e svuotarsi. Ad un ritmo che non so più controllare.Riempirsi svuotarsi riempirsi svuotarsi riempirsi li sento e ancora e ancora, sbatto i palmi delle mani sul vetro, mi giro. Vetro, vetro, ancora vetro. Sbatto coi pugni mentre dall&#8217;alto mi cade addosso acqua fredda ma non importa, perché il gelo è dentro, è solo dentro mentre sento riempirsi svuotarsi riempirsi svuotarsi i polmoni. Riempirsi e svuotarsi.Osservo fiorire un male, un dolore, impotente. Lo osservo fiorire come una rosa che un tempo era una piccola radice partita da un seme.Non l&#8217;ho sentito crescere.Non l&#8217;ho sentito piantare le sue grinfie dentro i miei organi, non l&#8217;ho sentito fare capolino tra uno e l&#8217;altro, non l&#8217;ho sentito.Sento solo il freddo, i miei polmoni riempirsi, svuotarsi, riempirsi, svuotarsi ma so che dentro lui cresce, fiorisce, mette germogli e mentre lui fiorisce io avvizzisco.Si nutre di me come io mi sono nutrito della carne, del pane, del vino.Si nutre di me per fiorire stupidamente, senza sapere che alla fine lo porterò con me.Sento i polmoni riempirsi, svuotarsi, riempirsi, svuotarsi, riempirsi, svuotarsi e non li riesco a fermare.E vorrei avere qualcuno con cui sfogarmi, vorrei spezzare queste lastre di vetro che mi circondano, anche solo per tagliarmici le vene ma sento solo il freddo, quello fuori, quello dentro, i polmoni, il respiro, il fiore maledetto che cresce, io che avvizzisco e niente.Niente.Niente altro.Vai all'articolo originaleSalidi Stefano Giolo - 23 Ottobre 2018I sali essenziali de&#8217; gli Animali possono essere in tal guisa preparati e conservati,che un Uomo d&#8217;ingegno custodisca nel suo Studio un&#8217;intera Arca di Noè,e a suo piacimento possa resuscitare la Forma perfetta d&#8217;un animale dalle relative Ceneri.In virtù dell&#8217;istesso procedimento un filosofo può,senza macchiarsi di criminale negromanzia,richiamare alla vita uno qualunque dei suoi predecessori,facendolo sorgere da&#8217; sali essenziali e dalla polvere in cui il corpo fu a suo tempo consumato.&nbsp;H.P. Lovecraft -Il caso di Charles Dexter Ward-&nbsp; 

Non avrei mai pensato a quali risultati la mia ricerca avrebbe portato né quali drammatici eventi avrebbe riesumato dalle tenebre dopo quasi un secolo. Avrei potuto pensarci dato lo stato di conservazione perfetto della bambola ma ero accecato dal desiderio, come spinto da una forza superiore, è stato giusto ne pagassi le conseguenze. Tutto è iniziato quando da ragazzo lessi per la prima volta Il caso di Charles Dexter Ward di H.P. Lovecraft. Non che ci abbia mai creduto, ero convinto si trattasse per lo più di fantasia, ma l’idea di riportare in vita qualcuno credo sia un sogno che attraversa tutti noi almeno una volta nella vita. Il mio era quello di riportare alla vita mia nonna.



Ho avuto la fortuna di nascere in un periodo storico ricco di novità e sull’orlo di un cambiamento tecnologico che ci ha permesso di avere letteralmente tra le mani la conoscenza dell’uomo o almeno i mezzi per trovarla e consultarla. Ho visto nascere Internet quando ero un ragazzino ed ho avuto la fortuna di vederla crescere da strumento per pochi a rivoluzione tecnologica, a rivoluzione sociale, fino al deperimento di oggi in cui le informazioni si trovano solo scavando tra infinità di foto da egocentrici, opinioni di ignoranti e falsità. La chiamo fortuna perché conservo il ricordo di come si usasse la rete prima dei social network e di come si faccia sondarne gli anfratti per trovarne il vero. Mio padre è stato un uomo forte e solido di sani principi. Nato alla fine della seconda guerra mondiale ha conosciuto la depressione, quella economica, ed ha saputo guidarmi e crescermi, rendermi curioso di scoprire e supportarmi durante la mia di depressione, questa volta non certo economica. Tra le curiosità che mi ha trasmesso probabilmente la più grande è quella verso la nostra storia.&nbsp; Mio padre crebbe presso una struttura come orfano di guerra, anche se non si sa con certezza se lo fosse davvero. Sua madre, mia nonna, morì di parto dandolo alla luce e di lei si sa solo che gli aveva lasciato una casa in eredità, di suo padre invece non si sa nulla anche se forse la sua eredità è rimasta chiara nel nostro DNA. Entrambi, io e mio padre, abbiamo dei tratti somatici particolari, potrebbero essere di origini mediorientali, forse ebraiche. Certo potremmo averli ereditati dalla nonna ma in tal caso probabilmente non avremmo ereditato la casa e forse non saremmo neppure nati dato il periodo in cui è vissuta. Di fatto quello che sappiamo delle nostre origini è nulla.&nbsp;&nbsp;&nbsp; Compiuti i diciotto anni mio padre è tornato a vivere nella casa in cui è nato, una signora del paese l’aveva tenuta pulita e l’aveva arieggiata regolarmene in attesa del momento in cui sarebbe di nuovo stata abitata. L’unica cosa che questa donna ci trasmise, casa a parte, fu l’amore con cui nonna era ricordata. Quando provai a chiederle qualcosa relativa a mio nonno le risposte erano tutte un &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; – L’è passà massa tempo, son vecia! Sa vuto che me ricorda? –&nbsp;&nbsp; &nbsp; mentre le domande relative a nonna ricevevano solo risposte su quanto fosse buona, su quanto la sua vita fosse stata difficile, su come abbia sbagliato fin da piccola con gli uomini ma mai nulla di specifico. Ovviamente anche mio padre aveva interrogato lei ed altri del paese quando non erano ancora abbastanza vecchi da usare la vecchiaia come scusa ma l’immagine del nonno è sempre rimasta avvolta nel mistero e nei segreti. La casa di nonna è la stessa dove mio padre ha vissuto con mia madre e dove poi io sono cresciuto. I mobili e gli elettrodomestici sono stati rinnovati negli anni, le mattonelle sostituite da un elegante parquet in legno, la soffitta controllata, svuotata e riadattata a studiolo. Dei tempi passati restano ormai solo le pareti in pietra e un piccolo mobile di legno intarsiato su cui poggia una teca di vetro e nella teca una piccola bambola di ceramica. È vestita con un abito che potrebbe essere da battesimo, bianco e con del pizzo ed ha un enorme fiocco bianco sulla fronte. I capelli sono raccolti dietro la schiena in due trecce e il trucco è forte con le guance rosa scuro e le labbra marcatamente rosse. Nella parte posteriore alcune piccole macchie marrone scuro. Mi ha sempre fatto impressione. Forse per lo sguardo triste o lievemente spaventato o forse perché non sono mai stato abituato a bambole di questo genere. Mi è sempre parsa fuori luogo e se possibile evitavo di restare in quella stanza da solo. Mio padre diceva che dovevamo tenerla, era l’unica cosa che gli rimaneva di sua madre. Gli chiesi diverse volte perché quella bambola dovesse essere così importante da essere l’unico oggetto rimasto di una donna adulta, ma non sapeva rispondermi.

L’idea di provarci sul serio mi venne ormai una decina di anni fa. Se davvero quella bambola era appartenuta a mia nonna era possibile vi fossero ancora tracce di lei. Sono cresciuto nell’epoca di Jurassic Park e della ricerca biomedica ma l’idea di riportare in vita una persona dal suo DNA per quanto irrealizzabile rimaneva insensata per il semplice fatto che una bambina nata dalle stesse cellule non avrebbe avuto i ricordi della donna adulta che aveva generato mio padre. Lessi per la prima volta del viaggio che Lovecraft sembra fece nel 1925 nel Polesine, poco distante da dove sono nato e cresciuto, il viaggio da cui sembra possa aver tratto le idee niente di meno che per il suo Ciclo di Cthulhu traendone ispirazione dai Racconti del Filò, racconti locali su mostri ibridi tra uomo e pesce. Mi chiesi se ne trasse ispirazione o se piuttosto trovò conferma delle teorie che stava scrivendo sotto forma di racconti. Non scrisse forse che di Cthulhu si parlasse in ogni luogo del mondo in forme diverse e in diverse leggende? Mi misi a studiare dettagliatamente i suoi racconti, cercarne le fonti, capire se contenessero parti di verità e quali. Mi chiesi soprattutto da dove trasse ispirazione per Il caso di Charles Dexter Ward. La risposta più ovvia fu Salem, la cita più e più volte nel romanzo stesso e lì doveva stare la spiegazione di tutto. Cominciai a studiare il caso del famoso processo alle streghe del 1692 e trovai le dichiarazioni della schiava Tituba sul coinvolgimento di diversi animali negli atti di stregoneria dell’epoca. Fu immediato leggendole tornare all’incipit del racconto che stavo studiando “I sali essenziali de&#8217; gli Animali possono essere in tal guisa preparati e conservati, che un Uomo d&#8217;ingegno custodisca nel suo Studio un&#8217;intiera Arca di Noè,e a suo piacimento possa resuscitare la Forma perfetta d&#8217;un animale dalle relative Ceneri.”&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Tituba parlò di credenze e superstizioni di origine europea mescolate alle proprie di origine caraibica ma nonostante avesse confessato un omicidio, fosse schiava e di colore non fu processata né condannata, semplicemente se ne persero le tracce. In un paese in cui le streghe ree confesse venivano abitualmente impiccate alla voce di «Non lascerai vivere colei che pratica la magia» (Esodo 22:17)? Tituba il cui nome significa espiare o senza fine in lingua yoruba. La mia ricerca si accese di speranze e proseguì di fatto quasi trasformandomi in quel Charles Dexter che aveva rievocato il proprio avo. Io stesso scordando di temere i pericoli di quello che stavo provando a realizzare.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;

La rete mi diede non solo il modo di raccogliere informazioni ma anche di sapere dove trovare le informazioni che non contiene, visitai negli stati uniti la biblioteca di un paese vicino a Salem, di cui non voglio riferire il nome perché nessuno mi segua sulla quella strada. Trovai i tasselli che mi avrebbero portato in dieci anni di ricerca al risultato che volevo ottenere. O almeno ad essere in grado di ottenerlo. La bambola rimase rinchiusa in quella teca dove è ancora fino a quel giorno. La estrassi solo qualche minuto cercandone le tracce della bimba che l’aveva posseduta, e trovai con un misto di gioia e di orrore che le piccole macchie marroni non erano che sangue coagulato. Ne grattai via il più possibile e la rimisi nella teca prima effettuare il rito che avrebbe dovuto portarmi a conoscere il mio passato.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;

Non era il sangue di mia nonna. Fu solo quando ne vidi il volto, i denti storti sporchi, i capelli sporchi e sudici avvicinarsi improvvisamente a me, quando lo sentii dentro, quando la mia mente si mescolò alla sua che compresi, quando divenni l’uomo che avevo evocato. Compresi che non avrei conosciuto il mio passato, né la storia dei miei avi.&nbsp;&nbsp;&nbsp; Improvvisamente mi ritrovai catapultato nel 1935, ero povero e solo. Nella mia testa scorrevano vite. Era come se dentro di me ci fossero infinite altre anime e voci e ricordi. Era come se fossi stato molti e fossi appena diventato nuovamente uno. Provavo un unico desiderio davanti ad un altare che non conoscevo, davanti a un rito che non ricordavo. Uscii dalla chiesa in cui mi trovavo e corsi per chilometri cercando di fuggire al mio desiderio, di fuggire le pulsioni che dal basso mi spingevano. Mi masturbai. Mi masturbai ancora ma non passava, quel desiderio non passava. Compresi tutto quando vidi una bimba giocare con una bambola bianca di ceramica, compresi tutto guardandomi violentarla senza pietà. Piangevo, e godevo, e soffrivo. E non voglio raccontare oltre. So per certo che quella bambina, divenuta donna non giocò mai più con quella bambola, lasciandola intonsa se non per alcune piccole macchie di sangue ma mi chiedo perché la conservò. So che mi presero solo due anni dopo mentre uccidevo un’altra bimba innocente, so che mi linciarono e mi appesero ad un albero per il collo, dove quando smisi di dondolare gli uccelli mi cavarono gli occhi. &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;

Con orrore mi ritrovai precipitato nel mio tempo e nel mio corpo, consapevole di aver vissuto mille vite e incerto di quale fosse la mia. Con la stessa sete che avevo vissuto nell’uomo che aveva violentato mia nonna. Avevo solo una cosa da fare. Una sola. Trovai il taglierino che avevo usato per grattare via il sangue e con quello mi sgozzai. &nbsp; Ora sono qui. Nel tuo corpo e non so per quale motivo tu abbia scelto per evocarmi, attraverso quale desiderio io sia passato ma so che voglio vivere. Essere. Continuare.&nbsp;&nbsp;&nbsp; Io ora sono te.Vai all'articolo originaleTeletrasportodi Stefano Giolo - 16 Ottobre 2018&#8220;Ma stai scherzando?&#8221; mi disse. &#8220;Sono quanti anni che tutti usano il teletrasporto? Ti rendi conto che è un mezzo estremamente sicuro? Molto più sicuro delle skycar o dei jet-x. Se guardi le statistiche gli incidenti in teletrasporto sono un infinitesimo anche rispetto a quelli a piedi! Come fai ad avere paura del mezzo più sicuro di trasporto?&#8221;&nbsp;Lo diceva ridendo, ridicolizzandomi come se fossi uno scemo.&#8220;Non capisci quello che intendo.&#8221; risposi &#8220;Non è questione di rischio di incidente. So perfettamente che i casi di smembramento sono meno di 10-15, e tutti dovuti al non aver seguito le norme di sicurezza, ma non ha nulla a che fare con quello che sto cercando di spiegarti. Io sono convinto che ad ogni singolo teletrasporto la persona muoia, o gli succeda comunque qualcosa di terribile. Ogni singola vol..&#8221;&#8220;Non essere ridicolo&#8221; mi interruppe &#8220;io l&#8217;ho fatto ormai decine di volte e sono qui. Migliaia di persone lo fanno tutti i giorni e anche loro sono al loro posto, che senso ha dire che ogni singola volta il passeggero muoia?&#8221;&#8220;È così invece!&nbsp;È per forza così! Quando entri nella macchina il tuo corpo viene smembrato, molecola per molecola, atomo per atomo. Poi dall&#8217;altra parte un oggetto non molto diverso da una stampante 3D genera una tua copia, atomo per atomo, molecola per molecola. Ma la tua anima? La tua vera essenza dove rimane?&#8221;&#8220;Qui!&#8221; rispose lui, &#8220;che poi non credo funzioni così, viene creata una specie di Wormhole che ti trasporta fisicamente attraverso una connessione spazio-temporale&#8221;&#8220;No, possono dirci quello che vogliono ma ci vorrebbe troppa energia per creare un wormhole e sarebbe troppo instabile, non può essere che come ti sto spiegando io. Distruzione, ricostruzione. Per questo non ci vogliono spiegare il funzionamento.&#8221;&#8220;Dai, non essere complottista, l&#8217;ho usato decine di volte. Anche fosse come dici tu io sono me stesso, la mia anima è la somma dei miei atomi, è come dire il software che gira nell&#8217;hardware del mio cervello, viene ricreata tale e quale&#8221;&#8220;Questo è il punto! Viene ricreata. L&#8217;essere che viene creato dalla&nbsp;stampante&nbsp; è una copia perfetta di te, ha i tuoi ricordi, ha la tua mentalità, ha una perfetta continuità con te, è convinto di essere te. Ma tu dove sei? Tu sei la copia della copia, di un altra copia di te. Per tutte le volte in cui sei entrato in quella macchina infernale. E tu? Il primo te che fine ha fatto? Cosa ha provato venendo smembrato?&#8221;Rimase a guardarmi in silenzio alcuni secondi. Per un momento credetti che mi avrebbe preso sul serio. Poi intervenne nuovamente.&#8220;Non dire cazzate. Non ha alcun senso quello che dici. Prima di tutto l&#8217;anima non esiste, ed in secondo luogo pensi che se fosse così non avrebbero bloccato il tutto?&#8221;&#8220;No, non se nessuno ci ha pensato prima, perché comunque chi passa dall&#8217;altra parte non ne ha percezione. Cosa pensi accadrebbe se quella che chiamo&nbsp;stampante facesse più copie di te? Quale saresti tu?&#8221;&#8220;Lo hanno vietato, dicono che ricreando due volte uno stesso essere umano siano successi dei problemi tecnici che hanno costretto ad abbattere entrambi&#8221;&#8220;E che senso avrebbe questo? Se l&#8217;anima non esiste ed è solo il software che gira nel cervello riprodurne due sarebbe possibile no? Che prove ci sono che non sia stato fatto ma che non lo vogliano dire per evitare danni? Tutti i teletrasporter sono di proprietà governativa, non si può aprirli, vedere come funzionano, provare a riprodurli. Perché se è un mezzo così normale e sicuro? Perché non è come le vecchie automobili che ormai le puoi costruire in kit di montaggio? Perché il presidente viaggia ancora in jet-x?&#8221;Non era stato in grado di rispondermi ma non aveva mai smesso di viaggiare con il teletrasporto e io non vi avevo mai viaggiato.La prima volta mi accadde sei anni dopo. Era un emergenza, mia madre era stata male. All&#8217;epoca vivevo a cinquemila chilometri da casa dei miei e viaggiavo comunque in jet-x per spostarmi. Il viaggio durava poco più di due ore escluso il tempo perso in aeroporto e trovavo stupido dover risparmiare quelle due ore. Non lo trovai stupido quel giorno. La società per cui lavoro era una delle poche dotate di un teletrasporter, era permesso l&#8217;utilizzo solo da parte dei dirigenti ma mi permisero di viaggiarvi per l&#8217;occasione. Mia madre sarebbe probabilmente morta in meno di quaranta minuti ed io ebbi il tempo giusto di firmare le liberatorie e farmi teletrasportare nell&#8217;ospedale. Mi lasciava perplesso, nella convinzione che sarei morto, l&#8217;idea che negli ospedali ci fosse un teletrasporter per far arrivare malati che sarebbero comunque stati uccisi nel tragitto.&nbsp;Riuscii a salutare mia madre prima che partisse per il suo viaggio e solo dopo ebbi il tempo ed il modo di chiedermi chi io fossi. Ero davvero l&#8217;uomo che era partito da cinquemila chilometri o ne ero la copia? Mia madre mi aveva incontrato prima di morire o aveva incontrato un me morto qualche minuto dopo nell&#8217;aldilà? All&#8217;epoca non ero neppure sicuro esistesse un aldilà. Io stesso non credevo in una vera anima e ritenevo che fosse solo legata al corpo, quello che mi lasciava dubbi era la coscienza del sé. Cosa sarebbe successo alla coscienza del sé del teletrasportato?Solo anni dopo avrei capito la verità, ossia che all&#8217;epoca della morte di mia madre io non esistevo ancora.



Avevo viaggiato diverse altre volte con il teletrasporto, la mia vita era cambiata, ero andato avanti. Non saprei dire quante volte ma abbastanza da scordarmi di averne paura. Abbastanza da convincermi che da giovane ero stato stupido. L&#8217;ultima volta, che poi fu di fatto comunque la mia prima è stata pochi istanti fa. Ho messo piede sul teletrasporter con tutta la calma del caso, senza preoccupazione alcuna e ho salutato l&#8217;operatrice. Ammetto che ne ero leggermente infatuato, ricordavo di averla incontrata diverse altre volte e di non aver mai avuto lo spunto per approcciarla ma nel contempo non sapevo che era la prima volta che la incontravo, ne che sarebbe stata l&#8217;ultima.&nbsp;Come di consueto il cilindro si chiuse attorno a me e lo scanner scese a registrarmi. Poi come se il tempo rallentasse vissi gli ultimi decimi di secondo della mia vita normale come fossero durati decine di minuti. Lo smaterializzatore partiva dal basso. Una scelta tecnica per diminuire l&#8217;usura. Ogni micron di te viene smaterializzata dal basso in modo che sia la forza di gravità a far scendere lo strato successivo. I primi modelli partivano dall&#8217;alto con un braccio semovente ma in qualche rara occasione il braccio si era bloccato lasciando parte dell&#8217;uomo a sanguinare morto nel cilindro e così avevano deciso che fosse meno cruento, pericoloso e usurante per la macchina smaterializzare dal basso.Fu come mettere i piedi sulle braci. Solo che i piedi non c&#8217;erano più e il bruciore saliva già per le gambe e poi fino alle ginocchia. Non è facile descriverne il dolore perché non era la stessa cosa di una ferita. Una ferita rilascia segnali elettrici nel corpo e questi segnali elettrici con una certa velocità arrivano al cervello, ma se la parte dove hai provato dolore scompare prima che il dolore arrivi al cervello e un altra ondata parte e questo accade in maniera continuativa da ogni parte del tuo corpo è come vivere un onda in crescita ininterrotta. Il cervello quasi esplode prima di scomparire a sua volta.&nbsp;Ora sono qui.La mia coscienza è qui. Non vedo nulla, non provo nulla ma se&nbsp;cogito ergo sum è valido io sono. Non posso spostarmi perché il concetto di spazio non esiste, non posso vedere perché senza il concetto di spazio non esiste la luce. Non sono neppure certo che esista il tempo. Potrei essere qui da meno di una frazione di istante o da secoli e non sarei in grado di distinguerne la differenza. Ripeto questo racconto nella mia mente e lo ripeto ancora. Ed ancora lo ripeto e poi ancora ed ancora.&#8220;Ma stai scherzando?&#8221; mi disse. &#8220;Sono quanti anni che tutti usano il teletrasporto? Ti rendi conto che è un mezzo estremamente sicuro? Molto più sicuro delle skycar o dei jet-x. Se guardi le statistiche gli incidenti in teletrasporto sono un infinitesimo anche rispetto a quelli a piedi! Come fai ad avere paura del mezzo più sicuro di trasporto?&#8221;&nbsp; Vai all'articolo originaleNulladi Stefano Giolo - 27 Agosto 2018Non c&#8217;era nulla. Ma non è facile spiegare cosa significhi il non esserci nulla. Quando tu guardi un cassetto vuoto e dici che dentro non c&#8217;è nulla non è vero, c&#8217;è l&#8217;aria. Ma non è tanto quello, la questione è che comunque c&#8217;è il cassetto, un contenitore. Un bicchiere vuoto è comunque un bicchiere, un lago prosciugato è comunque una conca piena di sabbia o pietre, un deserto per quanto vuoto è sempre un deserto. Là invece non c&#8217;era nulla. O forse è più corretto dire che c&#8217;era nulla. Il nulla normalmente non c&#8217;è ne nel cassetto vuoto, né nel bicchiere, né nel lago prosciugato né nel deserto. Lì invece era il nulla, guardarvi dentro era esattamente come essere cechi. Non è possibile spiegarlo meglio anche perché nessuno di noi è mai stato cieco probabilmente ma se dovessi immaginare di esserlo lo immaginerei in quel modo, non era nero, non era un buco, non era quello che vedi in una grotta profonda perché tutte queste cose danno una speranza, la convinzione certa che accendendo un lumino qualcosa apparirebbe, anche fosse solo la tua mano. Là dentro no. Solo a guardarlo avevi la certezza che un proiettore luminoso non avrebbe sortito differenze a puntarcelo contro, e che a infilarvelo dentro avrebbe semplicemente cessato di esistere, il proiettore e tutto quello che vi sarebbe entrato.



Guardarlo era come guardare dentro te stesso con gli occhi di qualcun&#8217;altro che stai guardando. Una continua vertigine del guardare il nulla e sentire il nulla osservarti dentro mentre lo osservi guardarti dentro. Come ad inquadrare con una telecamera lo schermo su cui proietta l&#8217;immagine. Ma tutto questo era solo emotivo, non aveva nulla a che fare con la visione, anzi la&nbsp;non visione di quel niente. Era&nbsp;Nietzsche a dire &#8220;Chi lotta con i mostri deve guardarsi di non diventare, così facendo, un mostro. E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l&#8217;abisso scruterà dentro di te&#8220;? Il&nbsp;nulla tuttavia non era neppure un mostro, o un abisso, altrimenti sarebbe stato qualcosa ma era lì ed era impossibile distogliere lo sguardo. Paura e desiderio di entrarvi, desiderio e paura di conoscerlo, di farne parte, di esserne parte, di esserlo a mia volta. Era lì, nel paradosso di non essere ma di avere un luogo, un confine che se prima era lontano, nel tempo era divenuto poco distante dal mio volto. Avrei potuto allungare una mano e toccarlo, entrarvi, scoprire cosa fosse o non fosse. Non riuscivo neppure a distogliere lo sguardo per osservare le mie dita prima di spingerle nella sua direzione, non riuscivo neppure più a chiudere le palpebre e il mio respiro accelerava.

Poi una voce mi chiamò alle spalle. Fu allora che riuscii a voltarmi, a distogliere la vista. Quando tornai a guardarlo era scomparso, o al contrario era riapparso il mondo.Non vi era più&nbsp;nulla, ma tutto.Vai all'articolo originaleDi me in me, ossia la storia di chi potevamo nasceredi Stefano Giolo - 25 Giugno 2018Ci ho riflettuto molto in questi anni, ogni volta che mi è successo, o che non mi è successo. Ho fatto ricerche, mi sono documentato: schizofrenia hanno detto.           Non lo è, per il semplice fatto che è reale, che ricordo dettagli che non potrei ricordare se fosse immaginazione. Dicono che negli anni mi si sia strutturata nella testa tutta una quantità di cose che non ho affrontato e che questo abbia costruito dei ricordi che si possono assimilare a ricordi reali ma che non lo sono, come sogni. Io non ricordo il dolore nei sogni.          Non mi sono mai svegliato dai sogni provando sulla pelle o nelle ossa il ricordo fisico del dolore. Ovvio, dicono che mi sia addormentato in una posizione che mi ha causato dello spasmo, ci sono infinite giustificazioni ma non sono sufficienti. Non lo sono mai del tutto, anche perché non si tratta di sogni: attraverso il confine e vivo l’altra parte, e accade da dopo la prima volta in cui sono morto.Le obbiezioni quando dico queste cose sono sempre le stesse. Dicono che tutti muoiono ma che si muore una volta sola. Io non lo so, e non lo sanno neanche loro perché non sono mai morti per la prima volta.       La chiamo la prima non perché ce ne siano state altre, so che dovrò morire ancora. Come tutti. Ma credo di dover morire ancora due volte. Una di qui e una di là, perché non è un sogno, non più di quanto io stesso sia un sogno proveniente dal di là del confine.

Ero un ragazzino la prima volta che sono morto, avevo sette anni, due mesi e tre giorni. Un ragazzino normale come tanti. Fino a quel momento avevo avuto una normalissima vita.     Una, normalissima vita.    Avevo appena terminato la seconda media, era il 19 di giugno. All’epoca portavo i capelli a caschetto in stile tazza che andavano di moda negli anni novanta, portavo quasi sempre una tuta di felpa grigia e uno zainetto pieno dei miei tesori, un piccolissimo coltellino trovato per terra, una lente di ingrandimento, una fionda che mio padre aveva piegato su un tondino di ferro e a cui aveva fissato la camera d’aria di una bicicletta, del nastro isolante, un paio di sassi dalla forma strana. Quel giorno avevo appena litigato con Giulia, la mia fidanzatina. Pensavo che il mondo sarebbe crollato perché anche se litigavamo un giorno sì e uno no, nel giorno sì per me tutto si oscurava.  Quello era un giorno sì.    Credo fosse l’emulazione dei nostri genitori a farci vivere in quel modo, i suoi li avrei visti divorziare pochi anni dopo se fossi rimasto vivo, e in effetti li vidi nonostante fossi morto quel giorno. Lo so, non è facile da comprendere ma quel giorno scappai fuori dalla ringhiera del condominio, c’era un albero che sapevo mi avrebbe permesso di arrivare abbastanza alto da salire in piedi sulla scatola di cemento dei contatori elettrici, non era in vista dalla finestra da cui mamma controllava il mondo come il faro di un carcere e con un po’ di fortuna sarei riuscito a scendere dall’altro lato poggiando i piedi sul cofano di un’auto. Fu così. Lo ricordo perfettamente perché i ricordi prima della morte restano vividi nella testa come ad averli vissuti a rallentatore, e perché è l’ultimo ricordo di un me stesso unito e apparentemente indivisibile come ognuno si aspetta di essere.

A volte mi ritrovo a pensare al fatto che tutto questo mondo è fatto di infiniti centri dove ogni essere umano percepisce la vista, lo spazio, il tatto, gli odori, i suoni in un suo modo unico e con l’impressione di esserne al centro. Mi soffermo a pensare che io sono una comparsa per uno sconosciuto che passeggia nel mio campo visivo, che potrebbe non avermi visto e potrei non esistere per lui. Ma questa è una sensazione che tutti provano, quello che fatico ad esprimere è l’essere due. Non due menti in una testa ma due corpi in mezza mente. Ero appena sceso sul cofano di quell’auto e dal cofano sull’asfalto, c’era una piccola rosa quasi viola a spuntare dal muretto, piccola e solitaria. Il mio ultimo ricordo.Il mio primo ricordo.         Da quell’istante non sono più stato uno.

In genere mi capita quando sono stanco, credo
sia capitato a chiunque quello che io chiamo rimbalzare nel sonno. In ufficio,
o quando stai leggendo un libro o guardando un film la mente si estranea per
qualche secondo e non stai più seguendo quello che stavi facendo, le palpebre
si abbassano quasi impercettibilmente. la testa spesso si abbassa un po’ e il
movimento risveglia l’apparato vestibolare dando quella minuscola carica
adrenalinica che costringe le palpebre a spalancarsi e il collo a irrigidirsi
riportando in posizione la testa, dopo qualche minuto il processo riprende con
le palpebre che si abbassano, la testa, l’apparato vestibolare, la carica
adrenalinica, le palpebre a spalancarsi, la testa a rialzarsi e ancora fino a
scegliere di bersi un caffè, un grande bicchiere di acqua, lavarsi la faccia,
andare a letto o qualsiasi scelta si possa fare per uscire dal ciclo, per
smettere di rimbalzare. Quello è un luogo, o un tempo, di sottilità. Dove lo
spazio e il tempo sono sottili tanto da sfiorare altri mondi, e non intendo tra
il mondo reale e quello onirico anche se forse è proprio questo il concetto.
Una sottilità tra più spazi e più tempi. Non ho ancora imparato ad
attraversarla consapevolmente per quanto ci abbia provato negli anni, ma so che
è possibile. La parte difficile è riprendere il controllo senza svegliare il
corpo di qua, senza che l’apparato vestibolare ti costringa a ritirare la mano
con cui hai attraversato la superficie che come un lago verticale divide un
mondo da un altro.

Quella piccola rosa era davanti a me e da quel
momento, dal momento immediatamente successivo per essere precisi, ho due
ricordi perfetti e precisi. Nel primo, quello che non mi porta qui, sorridevo
pensando che al mio ritorno avrei dovuto coglierla e portarla a Giulia ero
pervaso da un improvviso stato di benessere consapevole che tutto sarebbe
andato nel migliore dei modi, è così la mente dei bambini. Un istante piangi
come se tutto l’universo ti fosse contro e l’istante dopo il mondo sorride e
non ricordi neppure perché la rabbia ti aveva fatto fuggire. Mi voltai e feci
tre passi oltre il muso dell’auto parcheggiata, al quarto divenne tutto buio.
Ricordo il tempo rallentare e riesco ancora a guardare tutto come in un film
con il grandangolo. Se guardo in alto vedo il cielo azzurro e due nuvole
bianche, più in basso invece la vista si offusca da sinistra a destra con un
oggetto che lentamente invade la vista, uno scatto improvviso che spegne tutto
il lato sinistro dello schermo ed infine vedo spegnersi anche il lato destro.
Se guardo più in basso vedo il mio corpo contorcersi a partire dall’anca che
ruota disarticolandosi dalle spalle e si alza verso destra mentre la testa
rimane immobile. Il tutto poi venire poi sostituito da una superficie bianca
azzurra lucida, ma l’azzurro potrebbe essere il riflesso del cielo. Ho tutto il
tempo di chiedermelo ma non riesco a decidere comunque. Poi tutto si spegne e
diventa nero. Pochi istanti prima mi ricordo a guardare quella piccola
rosellina e pensare che avrei potuto portarla a Giulia, sicuramente ero in
tempo per riparare il danno e vedere le lentiggini sulle sue guance muoversi
sul suo sorrisone, ero pervaso da un improvviso stato di benessere consapevole
che tutto sarebbe andato nel migliore dei modi, è così la mente dei bambini. Un
istante piangi come se tutto l’universo ti fosse contro e l’istante dopo
sorridi consapevole che il mondo è buono e ti proteggerà sempre. La colsi e
tornai senza pensare verso il cancelletto di casa. Sapevo che mia madre mi
avrebbe scoperto e sgridato ma non c’era un modo sicuro di rientrare oltre la
ringhiera e poi dovevo tornare da Giulia con il mio trofeo il prima possibile.
Non avevo un’avventura da eroe da raccontarle per il coraggio di recuperare per
lei un fiore da fuori del regno della regina cattiva?

Quando torno a pensare a questi due ricordi e
ai successivi non li so distinguere. Ho la certezza di essermi risvegliato in
un altro mondo dopo l’incidente, un mondo di mortali e non un paradiso o un
inferno per quanto un bimbo innocente possa finirci. All’inizio non ricordavo
di essere morto, né di Giulia o della rosa, non ricordavo nulla. Mi ero
svegliato come da un sogno in un letto. Ricordo come mi facessero prurito le
gambe e di come dei lacci mi impedissero di muovere le braccia per grattarmi.
Credevo di essere in un incubo ma il dolore che sentivo al piede era troppo
reale per essere finzione. Quando arrivò l’infermiera mi resi conto dal suo
sguardo, e dai suoi vestiti, che qualcosa non andava. “Piccolo, come stai?
Abbiamo dovuto legarti ma non temere” disse. Indossava un vestito verde con
molte macchie scure e il suo sguardo era triste. Riuscii a stento a guardarmi
attorno e vidi che in questo ospedale non c’erano pareti ma altri letti con
bambini, adulti, moltissimi letti e pochissimi infermieri. “Ti va se ti libero
la mano?” disse. “Sì”, risposi. “Però…” sospirò “non riesco a dirglielo”
mormorò tra sé e sé.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; 

Non mi sembra un ricordo meno vivo di quello
in cui mia madre urlava dalla finestra “Cosa ci fai fuori? Adesso vengo giù e
te ne buschi un paio di quelli giusti” e scendeva con la furia di un caccia
bombardiere a colpirmi con due missili di mano pesanti come macigni. Li presi
stoicamente stringendo forte il gambo della rosa dietro la schiena. “Cosa ci
facevi là fuori?! Non azzardarti mai più a farlo! Adesso subito su in castigo!”
questo non l’avevo previsto. E Giulia? E la rosa? Quando mi capita di
rimbalzare sul sonno talvolta oscillo. Oscillo tra i mondi e i ricordi e sono
il bimbo in quell’ospedale, e sono il bimbo attaccato da quel caccia
bombardiere di madre, e ho colto la rosa e non l’ho colta. Quando smetto di
rimbalzare mi alzo in piedi e per andare a sciacquarmi la faccia e so solo in
quell’istante quale di quei due bambini sono.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; 
Quello in grado di alzarsi in piedi sulle proprie gambe.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; 

Dopo che l’infermiera mi aveva liberato la mano la prima cosa che feci fu allungarmi per togliermi quel prurito e cercare di capire perché il piede mi facesse male ma qualcosa non era come mi aspettavo. “Non ricordi, vero?” disse l’infermiera. “Cosa?” dissi io gelato nonostante il caldo torrido. “Non c’è un altro modo per dirtelo, Ahmed. Una mina. Sei finito su una mina. Come Jūl̊yā ieri, ma tu sei stato più fortunato.”        “Jūl̊yā?”“Sì, la tua amica, non ricordi?”   Non avevo più le gambe. Le sentivo, sentivo il dolore al piede come fosse ancora lì ma il lenzuolo era inesorabilmente vuoto. Non c’era niente là sotto. Niente.

Anche da questo lato della realtà ho spesso provato dolore a quel piede dopo aver rimbalzato sul sonno, dopo aver oscillato. Mi hanno detto sia un problema di circolazione sanguigna. Sì, potrei crederci se non fossi certo che non è così. Se non ricordassi i mesi di riabilitazione, l’ospedale di Emergency, l’infermiera Sara, la dottoressa Alice, il dottor Mark. Se non ricordassi la difficoltà di crescere e diventare grande. Eppure ho due gambe, un po’ di acciacchi dovuti allo scarso sport e allo stare spesso seduto, sono un ingegnere di discreto successo e Giulia è viva anche se si è sposata da poco con quello sfigato di Andrea.O forse è morta su una mina accanto a me.   Ricordo anche tutta la fatica per provare a raggiungere una nazione che non fosse l’Iraq in cui ero nato. Credo di essere arrivato qui. E per qui intendo qui. Nella mia città.           In realtà lo so. Perché sono qui, e sono stato picchiato, ho dormito al parco scendendo e issandomi da solo sulla sedia a rotelle che mi è stata data. Una sedia degli anni 70 pesante non so quanti kg ma abbastanza per muovermi e chiedere l’elemosina. Forse dovrei incontrarmi. Forse dovrei vedermi con me e darmi qualcosa per stare meglio, fare qualcosa. Ma in fondo non saprei come aiutarmi, e mi vergognerei di me stesso.        Forse è meglio dare ragione al mondo, devo essere schizofrenico.         Devo. Essere schizofrenico.Vai all'articolo originaleTraccedi Stefano Giolo - 9 Aprile 2018Gocce rosse. Questo erano e questo sarebbero potute restare. Solamente delle stupide gocce rosse sul selciato di arenaria rosa in una piazza piena di gente. Stupide gocce rosse. Forse avrei potuto continuare a pensare che il mondo fosse un mondo normale, dove le persone sono al sicuro e al massimo ti aspetti di incontrare qualcuno di cattivo umore che ti tratta male per rimuginarci su. Ed invece no. Mi accorsi quasi subito che quelle erano macchie di sangue, piccole ma ravvicinate. Venivano da una parte ed andavano dall&#8217;altra. Difficile sapere da quale a quale. Rimasi ad osservarle un po&#8217; mentre tutto attorno le persone continuavano a camminare troppo indaffarate per vedere quello che stavo osservando io. Le tracce giravano attorno all&#8217;angolo di un palazzo e fino a dove riuscivo a vedere proseguivano lungo la facciata. Non sembrava esserci nulla di anomalo, ci fosse stato probabilmente ci sarebbe stata dell&#8217;agitazione, polizia, croce rossa, qualcuno. Stavo per andarmene quando una punta da dentro mi si piantò da qualche parte, e se qualcuno stava male ed ero l&#8217;unico ad essersene accorto? Come un topolino che scava nel cervello quell&#8217;idea si fece sempre più forte. Sapevo avrebbe continuato a scavare e scavare e scavare fino a che non fossi andato a controllare da dove provenissero quelle gocce, fino a che mi fossi assicurato di non lasciare un essere umano in pericolo. La cosa poteva essere accaduta in piazza e la persona camminare verso la stazione, decisi di seguire le tracce dietro all&#8217;angolo del palazzo. Le gocce erano di circa due centimetri di diametro, qualcuna un po&#8217; più piccola e qualcuna un po&#8217; più grande, non erano molto distanziate il che mi faceva pensare che chi le aveva perse non stava correndo. Immaginavo qualcuno che dopo essersi tagliato avesse cercato di tamponare una ferita con un fazzoletto e il fazzoletto che una volta imbevuto perdeva goccia a goccia. Non doveva essere una arteria recisa, il sangue sarebbe stato a schizzi ma comunque la quantità di gocce non era da trascurare, in alcuni punti erano più ravvicinate, forse si era fermato a chiedere aiuto, in alcune invece si distanziavano che quasi rischiavo di perderne la traccia. Molte erano sbavate, rovinate, calpestate dai passanti che non si erano accorti di nulla, camminai per qualche decina di metri poi persi le tracce. Lo trovai strano. Se il ferimento fosse avvenuto lì ci sarebbe stato più sangue, forse in quel punto la persona era salita su un mezzo, per un istante pensai che comunque fosse a quel punto non era affar mio. Sentii però il roditore scavare ancora. Poteva essere sceso da un mezzo e forse all&#8217;altro capo di quella collana di perle rosse avrei trovato risposte. Le seguii a ritroso. Cercai di ragionare sulla direzione che potessero indicare ma non mi venne un modo per farmene un&#8217;idea, poi persi le tracce più o meno a metà della facciata del palazzo. La ricerca era finita pensai, non aveva portato a niente ma forse era positivo. Forse era meglio non aver trovato nessuno. Continuai a passeggiare sovrappensiero. Ne vidi un&#8217;altra. Piccola. Una piccola macchia tonda e rossa. Mi fermai e mi guardai attorno, guardai più avanti. Proseguivano, ce ne erano delle altre. Tic. Toc. Tic. Toc. Cominciavo a sentirmi come se tutte le persone attorno avessero cessato di esistere, come se nulla a parte quel pavimento lastricato esistesse, come se quelle gocce scandissero il tempo e l&#8217;universo fosse riassunto in quei pochi metri di campo visivo. Poi me lo trovai di fronte.Era in un angolo buio, tra il palazzo stesso e l&#8217;antica cinta muraria, c&#8217;era solo un cassonetto a nasconderlo. Lui era lì. Mi guardai attorno prima di avvicinarlo, le persone camminavano a pochi metri ma sembravano ignorare completamente quell&#8217;angolo abituate a camminare di corsa a non pensare di sbirciare in una zona dove non c&#8217;era altro che un cassonetto al buio, accanto al palazzo più visto e conosciuto di questa città. L&#8217;uomo era chinato a terra, le gambe piegate e il corpo raccolto in posizione fetale, la testa appoggiata al muro. Le gocce arrivavano fino a sotto di lui. Aveva capelli radi e bianchi, lunghi e sporchi e le sue spalle si alzavano e abbassavano in sincronia con una nuvola di vapore che si alzava ad ogni respiro.&#8220;Signore, tutto bene?&#8221; chiesi, &#8220;Signore?&#8221;.Nessuna risposta.&#8220;Ha bisogno di aiuto? Posso fare qualcosa per lei? Chiamo i soccorsi?&#8221;L&#8217;uomo rimase immobile, il respiro regolare. Mi guardai intorno, avrei potuto chiedere aiuto a qualcuno se mi avesse assalito, magari aveva un coltello o magari&#8230; mi parve un pensiero stupido e ordinai al topo nella mia testa di starsene calmo mentre mi avvicinavo all&#8217;uomo e gli mettevo una mano sulla spalla.&#8220;Signore&#8230;&#8221; non so dire se stessi chiamando il vecchio o invocando il santissimo, il volto di quell&#8217;uomo aveva qualcosa di inspiegabile a parole. Non posso dire fosse un mostro ma aveva un&#8217;inquietudine nello sguardo che andava oltre il mio livello di comprensione. Gli occhi sembravano quelli di un giovane guerriero, quasi senza rughe, le guance invece erano segnate dalla vecchiaia e forse da un tumore alla pelle. Il topo nella mia testa stava correndo all&#8217;impazzata nella sua rotellina, incapace di allontanarsi ma voglioso di farlo, i miei muscoli rimasero bloccati per qualche secondo mentre pensavo cosa avrei dovuto fare. Tra le braccia del vecchio c&#8217;era un gatto, un gatto bianco e arancione a pelo lungo, il pelo sporco di sangue, la lingua grigia e morta che spuntava dalla bocca, la pancia aperta da cui uscivano le interiora. Non sapevo se agitarmi o rilassarmi. L&#8217;uomo in fondo stava bene.&#8220;Il gatto è suo? Ho visto le macchie di sangue per strada, immagino sia stato investito qui vicino, temo non ci sia molto da fare. Se vuole la accompagno da un veterinario che conosco ma&#8230;&#8221;L&#8217;uomo si girò di scatto a guardarmi. Mi guardava negli occhi con uno sguardo che diceva tutto e niente. Diceva &#8220;taci&#8221; e &#8220;non voglio sentire altre inutili stupide parole&#8221; e niente. Mi sentii gelare l&#8217;anima mentre guardandomi fisso iniziò a muoversi. Con una mano teneva fermo il corpo del gatto con l&#8217;altra scavava nel corpo con due dita come cercando qualcosa, solo quando riuscì a trovarlo tirò e strappò via un piccolo fagiolo scuro, supposi fosse un rene, e se lo mise in bocca. Continuava ad osservarmi fisso negli occhi mentre masticava lentamente.Mi voltai in cerca dello sguardo di chiunque, di qualunque persona, di un poliziotto, della semplice realtà a cui appigliarmi per non cadere dentro la mia mente. Sentii uno schiocco, per qualche istante pensai al topo nella mia testa che sembrava immobile. Ogni pensiero mi parve congelato. Poi sentii di nuovo quello schiocco, era dietro alle mie spalle. Mi girai a guardare e vidi quell&#8217;uomo, quel mostro, con in mano una zampa del gatto. Dopo averla strappata aveva iniziato a mangiarla così come era. I peli rimanevano attaccati al volto sporco di sangue sotto quegli occhi immobili che continuavano a fissarmi. Mi sedetti accanto a lui e mi porse un&#8217;altra zampa. Doveva essere stata questa la causa del secondo schiocco. Non so dire cosa mi fosse successo ma dividemmo quel pasto, in silenzio. Senza scambiare una parola. Non venne nessuno a cercarci, nessuno si avvicinò al cassonetto. Finito di mangiare mi alzai e me andai. Non vidi più quel vecchio e non ne sentii mai parlare, ogni tanto guardandomi allo specchio passo le dita sulle rughe che ho sul volto, sono passati anni, decenni ormai e ogni tanto mi chiedo che cosa fosse accaduto. Guardo i miei capelli bianchi, radi e nella mia mente il mio volto si confonde con quello del vecchio.Oggi un gatto miagolava fuori dalla porta di casa mia, non avevo più pensato a quel giorno.Forse mai, ci avevo pensato.Vai all'articolo originaleTorna da medi Stefano Giolo - 29 Novembre 2017Aveva sognato ogni giorno di rivederlo, ma non avrebbe mai pensato sarebbe potuto accadere in questo modo. Il suo fratellino se ne era andato ormai da due anni, un anno, sette mesi e ventidue giorni. E tre ore per l&#8217;esattezza, o almeno così avevano detto quelli della polizia. I minuti non era dato saperlo perché il corpo era stato trovato troppe ore dopo e la precisione di queste cose diminuisce nel tempo. Lo avevano trovato in un prato, stringeva forte il suo Batman, l&#8217;eroe che avrebbe voluto essere ma che quella volta non era riuscito a salvarlo. Non aveva piovuto, era un giorno di un tardo settembre e il bel tempo aveva contribuito a mantenere le tracce pulite e a non adulterare il piccolo corpicino in anticipo. L&#8217;avevano trovato sdraiato a faccia in giù nella terra senza nessun segno di violenza ma troppo lontano da casa per poter esserci arrivato da solo. Solo ad un esame più approfondito trovarono nel sangue Arsenico e nello stomaco una discreta dose di Coca-Cola. Probabilmente una forma moderna dell&#8217;acqua Tofana offerta da chissà chi. Il corpo era poi stato pulito in ogni suo punto, rivestito e lasciato in quel punto senza lasciare traccia alcuna. Neppure nelle celle telefoniche, neppure orme nel prato. Non vi erano tracce di violenza, non vi erano tracce e basta. Arsenico a parte. Quello era stato lasciato come a indicare volutamente la causa della morte. Una domanda rimasta inespressa era stata quella di perché occuparsi di far sparire ogni traccia ma non usare un metodo meno palese&nbsp;dell&#8217;arsenico. I colpevoli non furono mai trovati.

Aveva sognato ogni giorno di rivederlo, ma non avrebbe mai pensato sarebbe potuto accadere in questo modo. Era un mattino di un anno, sette mesi e ventidue giorni e tre ore dopo del momento, che le avrebbe cambiato per sempre la vita e suo fratello, congelato nei sei anni che aveva quando aveva lasciato questo mondo era&nbsp;lì di fronte a lei immobile dall&#8217;altra parte della stanza. Poteva essere solo un&#8217;ombra, un&#8217;allucinazione, una delle tante volte che lo aveva immaginato fino quasi a vederlo, poteva essere una di quelle immagini che vedi di sfuggita con la coda dell&#8217;occhio e poi se ne vanno quando le focalizzi ma era lì. Era ancora lì nonostante gli si stesse avvicinando. Il volto era più magro di come lo ricordasse, come se la pelle faticasse a rimanere su e tendesse a cadere come nel volto di un vecchio, sembrava quasi trasparente e fragile come carta velina, chiara e incartapecorita. Eppure sembrava così lui, così vivo, così rosa al contempo. La osservava silenziosamente con quel suo sguardo che ti trapassa, non sbatteva mai le palpebre. Non lo noti mai che una persona le sbatta, ma fu il contrasto forte di non vederlo accadere che le gelò il sangue e la fece fermare.
&#8220;Andrea. Sei tu?&#8221; disse.
&#8220;Anna, sei tu?&#8221; rispose lui.
Lacrime calde e copiose sgorgarono come una cascata improvvisa dagli occhi della ragazza. Le sue preghiere erano state esaudite?
Il bambino alzò le braccia allungando le mani verso lei, il palmo di una mano aveva qualcosa di strano, che tolse d&#8217;improvviso l&#8217;entusiasmo alla ragazza. Il bambino iniziò ad avanzare lentamente con movimenti innaturali come se le ginocchia riuscissero a muoversi solamente di pochi centimetri, come se le caviglie non fossero in grado di flettere. Il palmo della mano avvicinandosi mostrò che cosa lo rendeva strano, la pelle era aperta e attraverso si vedeva un osso.
&#8220;Andrea&#8230; sei tu?&#8221;
&#8220;Agggnna, ffei gù?&#8221; rispose lui.
Prima, quando lo aveva sentito parlare aveva sentito parlare aveva questa stessa pronuncia strascicata e marcia o le era sembrato normale? Non ne era più sicura. Non era più sicura di nulla se non del gelo che sentiva partire dal petto verso il collo. Solo una volta ricordava di essere rimasta così bloccata dal terrore. Era piccola e doveva lanciarsi da quello scivolo altissimo al parco acquatico, era stata poi spinta da un bambino ed era caduta nello scivolo, presa dal panico aveva rischiato di affogare una volta arrivata alla piscina e il bagnino l&#8217;aveva salvata, ora provava quel terrore ma anche il soffocare di dentro all&#8217;acqua e non sarebbe arrivato nessun bagnino.
Sentì la pelle di suo fratello toccare l&#8217;avambraccio, una pelle molle come frutta andata a male e ruvida come cartapecora. La parte molle doveva essere quella più vicina all&#8217;osso. Una pelle fredda come non aveva mai sentito nulla. Le provocò un brivido che la scosse abbastanza da strappare via il proprio braccio dalle grinfie di quella cosa.
&#8220;Gnaggna noo puuura&#8221; disse quella cosa ma era già alle spalle mentre la ragazza prendeva lo slancio per correre.



Era accaduto solo poche ore prima, o almeno quella era l&#8217;impressione. Aveva lasciato casa di Giovanni giusto dall&#8217;altra parte della via e stava andando a casa. La mamma di Giovanni aveva appena chiamato mamma per avvisarla, c&#8217;era freddino ma Andrea pregustava già il caldino che avrebbe trovato in casa e le braccia amorose che lo avrebbero accolto, aveva una bella famiglia lui, non come quella di Giovanni che aveva il papà che lavorava sempre via. Fu mentre era immerso in questi pensieri che vide arrivare un&#8217;auto veloce, gli frenò accanto. Per un momento aveva pensato che sarebbe stato investito ed invece no, non accadde. La mamma si sarebbe arrabbiata tantissimo se fosse stato investito. Fece per girare attorno alla macchina ma un uomo scese e lo guardò fisso.
&#8220;Ciao bambino, che ne dici, lo vuoi un dolcetto?&#8221;
Andrea rimase un paio di istanti a penarci. Troppi. Mezzora dopo era in un posto che non conosceva. Aveva dormito durante il viaggio. Doveva essere sotto terra, o forse erano solo le finestre chiuse ma era buio. Vide accendersi delle candele attorno. Era sdraiato su di una pietra fredda, sembrava il piano della cucina di mamma ma molto più grande, e non bianco. Non riusciva a vedere molto perché non riusciva a muovere la testa se non di poco, sentiva le braccia e le gambe bloccate ma era stanco, troppo stanco per cercare di spingere di più.
&#8220;Tranquillo piccolo, non muoverti, sono la dottoressa&#8221; disse una voce accanto a lui. Non era una voce familiare ma non ricordava la voce della dottoressa. Anzi era quasi sicuro di aver avuto un dottore. &#8220;Se non ti muovi non ti farà male&#8221; continuò la voce. Il dottore glie lo diceva sempre prima di fagli le punture. Ed era vero. Una volta aveva provato a muoversi e si era staccato l&#8217;ago e gli aveva fatto tantissimo male, e mamma si era agitata e anche il dottore e poi aveva pianto e alla fine la puntura glie l&#8217;avevano fatta di nuovo da un altra parte quindi probabilmente era davvero meglio stare fermo.
Le candele si erano accese una ad una attorno a lui, erano a cerchio. Non aveva mai visto una medicina così, e a dire il vero non gli sembrava di essere ammalato.
&#8220;Dov&#8217;è mamma?&#8221; disse.
&#8220;Tranquillo, è qui. Dall&#8217;altra parte della porta, ti senti stanco vero?&#8221;
&#8220;Sì&#8221;
&#8220;Sei stato poco bene. Mamma ti ha portato qui, e ora ti dobbiamo curare, ma tu stai fermo e tranquillo vedrai che tra poco starai bene&#8221;
Vedeva attorno delle ombre muoversi ma non capiva la direzione da cui arrivava la voce, era come se molte voci sotto questa sussurrassero, gli ricordava un po&#8217; il rosario, o le litanie in chiesa. Lo facevano sentire tranquillo perché don Mario è un uomo buono e anche se si annoiava tanto a sentirlo sapeva che gli faceva bene anche se non aveva mai visto il dottore con don Mario nella chiesa. Aveva l&#8217;impressione di poter girare la testa e riusciva a muovere le braccia.
Fu una sorpresa riuscire a girarsi del tutto e trovarsi a faccia a faccia con un bambino identico a sé. Stava volando a faccia in giù su un bambino identico a sé. Salì più in alto osservando la dottoressa e gli infermieri muoversi nel buio. Indossavano strani vestiti come quello di mago Merlino ma neri. Poi tutto scomparve all&#8217;improvviso.
Era in salotto. Era in salotto immobile in piedi e Anna stava entrando dalla porta. Sembrava strana, come fosse diventata più alta. I capelli erano diversi, con delle strisce più chiare, e il viso era un po&#8217; più allungato, era strana.
&#8220;Andrea. Sei tu?&#8221; le sentì dire, era come se la voce venisse da lontano, come essere dentro a una scatola e sentire il suono provenire dall&#8217;esterno.
&#8220;Anna, sei tu?&#8221; non gli venne niente altro di più intelligente da dire ma anche il suono della propria voce sembrava distorto e lontano, aveva avuto l&#8217;impressione che muovere le labbra e la lingua fosse terribilmente difficile, ma questo non aveva a che fare con il fatto che il suono era come non provenisse da dentro di se ma da fuori da una scatola. La lingua, la bocca, le gambe, le braccia, tutto sembravano come quando capita di sedersi troppo a lungo sulla gamba e questa perde sensibilità. Era così l&#8217;intero corpo.
Anna sembrava strana, quasi allarmata, forse doveva solo andare da lei e abbracciarla. Probabilmente e un abbraccio forte avrebbe fatto bene ad entrambi. Le braccia sembravano così pesanti alzandole.
&#8220;Andrea&#8230; sei tu?&#8221; sentì dire come se la voce provenisse da ogni direzione. Qualcosa non andava. C&#8217;era qualcosa di strano e forse quella non era sua sorella. Perché sembrava così cresciuta?
&#8220;Anna, sei tu?&#8221; disse. La ragazza, sua sorella, sembrava bianca e spaventata, era rimasta immobile con la bocca aperta. Andrea decise di avvicinarsi a lei e toccarle il braccio. Avrebbe sempre potuto scegliere se scappare o abbracciarla.
&#8220;Anna, ho paura&#8221; disse. Lei strattonò via il braccio e cominciò a correre.
&#8220;No Anna, aspetta&#8221; disse provando a seguirla. Lei era sempre stata più veloce ma questa volta raggiungerla sembrava ancora più difficile del solito. Era come se le gambe rispondessero in ritardo e il sentirle intorpidite non aiutava. Ad ogni passo sembrava cedessero anche se non sentiva il consueto formicolio.

&#8220;Gno Gnnana aappaasaaa&#8221; quell&#8217;essere continuava a urlare alle sue spalle, non aveva il coraggio di voltarsi. Entrò in camera e sbatté la porta. La chiuse a chiave e si infilò sotto la scrivania. Cosa sta accadendo? Rimase in attesa con la testa tra le mani e le lacrime che piovevano come una fontana. In casa non c&#8217;era nessuno che avrebbe potuto aiutarla e salvarla. Salvarla da cosa poi? Cos&#8217;era quella cosa? Forse se l&#8217;era solo immaginata.In fondo non c&#8217;era più alcun rumore da un po&#8217;. Forse avrebbe dovuto uscire da quella stupida scrivania e tornare fuori dalla stanz TUMP, TUMMP. TUMP. La cosa batteva alla porta e faceva i suoi versi, era ancora lì.

Ci aveva messo più del previsto a raggiungere la porta, Anna si era chiusa dentro a chiave.
&#8220;Cosa succede Anna? Perché sei scappata? Ho paura!&#8221; disse mentre batteva sulla porta con i palmi&nbsp; delle mani. Avrebbe voluto piangere ma non sgorgavano lacrime. Batté più forte ma dopo alcuni tentativi accadde qualcosa che non credeva possibile. Tre dita della mano si ruppero senza dolore. Erano piegate verso il centro della mano. Si fermò a guardarle e si sedette a terra.
&#8220;Ti aspetto qui&#8221;, disse &#8220;quando stai bene.&#8221;

La cosa fuori dalla porta smise di battere. Passarono alcuni minuti e di nuovo le parve che la realtà si aggiustasse, è strano come siano veloci ad attenuarsi nella le situazioni assurde. O che riteniamo assurde. Passarono solo alcuni minuti prima che ricominciasse a pensare che doveva essere stato tutto un sogno. Non c&#8217;era niente fuori di quella porta al di fuori dell&#8217;immaginazione, niente di cui aver paura. Presto sarebbero arrivati mamma e papà e avrebbero sorriso di tutto questo quando glie lo avrebbero raccontato. Non c&#8217;era nulla da temere.
Si alzò e avvicinandosi lentamente alla porta ascoltò con attenzione i suoni.
Nessun rumore.

Anna finalmente aprì la porta, sembrava ancora un po&#8217; spaventata ma molto meno di prima, era il momento di abbracciarla, sarebbe stata di sicuro subito meglio, e sarebbe stato meglio anche lui. Era il momento giusto.

Quella&nbsp;cosa era ancora lì, non fece in tempo ad evitarla. Le braccia molli e secche al contempo avevano una forza spaventosa mentre bloccavano il collo della ragazza. Provò a dimenarsi ma non riusciva a colpire quello che sembrava così tanto il suo fratellino, non riusciva ad opporsi rischiando di farne violenza. Si mise a piangere mentre faticava sempre più a respirare. Pianse. Non le era rimasto altro.
Pianse mentre osservava, da fuori, il proprio corpo a terra.
Andrea, bello come era stato due anni fa, le porgeva la mano ed assieme si allontanarono da quello che ormai era un guscio di carne morta.Vai all'articolo originaleSogno concentricodi Stefano Giolo - 27 Ottobre 2017Non avrei dovuto uscire di casa con questa stanchezza addosso, lo so. Ma non posso farci niente se devo andare proprio ora a... dove sto andando. Ho talmente sonno che non ricordo esattamente dove volevo andare. Ma sono qui e&#8230; D&#8217;un tratto, improvvisamente mi sveglio. Merda stavo addormentandomi alla guida?Il guardrail è pericolosamente vicino al fianco, giro il volante, le ruote fischiano&nbsp;o sto dormendo? Sono nel mio letto che dormo&nbsp;o il sonno alla guida mi sta stordendo? Sembra quasi che il tempo rallenti e tanto vale la lasci andare questa macchina, mi sveglierò, no?&nbsp;O mi ritroverò schiacciato nei resti di un&#8217;auto contorta, schiacciato.&nbsp;No. Sto dormendo ed è tutto un sogno e niente altro&nbsp;mentre il frastuono del metallo contro il metallo riempie ogni parte del mio cervello buttando fuori ogni pensiero,&nbsp;non provo dolore -ancora- deve essere un&nbsp;sogno di poter svegliarmi al di fuori di un&nbsp;sogno.E poi buio.Buio.Vai all'articolo originaleOradi Stefano Giolo - 23 Ottobre 2017Oggi sono andato a correre. È stato strano. Mi sembrano secoli che non andavo a correre al tramonto, forse mi ricorda un po&#8217; quella volta che al tramonto sono andato a camminare con lei, con i capelli del colore del sole, ma da quello sembrano passati millenni. C&#8217;era quell&#8217;atmosfera di freddo pungente che si contrappone al caldo del mio corpo e di caldo del mio corpo che si contrappone al freddo dentro. Una sensazione strana, mi ricorda di quella volta in cui sono stato investito.
Questo lo ricordo come fosse ieri. Sono sensazioni che difficilmente scivolano via dall&#8217;anima, te le porti dentro comunque vada.
Quel giorno credevo fosse uno come un&#8217;altro, avrei dovuto andare a correre il giorno dopo ma sarebbe stato un mese da che mi frequentavo con Lei. Avrei dovuto andare a correre il giorno dopo ma quel giorno non avevo di meglio da fare se non correre, sfogare il corpo e l&#8217;anima, tornare a casa, cucinare per Lei che mi avrebbe raggiunto più tardi. Certo avrei potuto leggere quel libro che stava sul mobiletto, avrei potuto studiare inglese, avrei potuto organizzare quel viaggio a Parigi, ma volevo correre e uscii. Mi sentivo in discreta forma nonostante il mio stato fisico e lo scarso allenamento, la musica sparata in cuffia era un tonico per la mente e per il corpo ma già solo il pensiero di Lei sarebbe stato sufficiente per rendermi un supereroe.
È stato improvviso. Come quelle cose che vedi solo nei film quando l&#8217;attore un&#8217;istante prima c&#8217;è e un&#8217;istante dopo al suo posto c&#8217;è un pullman. Nel mio caso era un suv. Non saprei dire il modello, non saprei neppure dire chi lo guidasse se ci penso. Non ricordo assicurazioni, ospedale, preoccupazioni, ma in ogni caso ricordo fosse un suv. Bianco ovviamente. Prima c&#8217;ero io e poi un&#8217;istante dopo il suv. Non so bene dove fossi finito. Nessun suono perché forse non aveva neppure frenato, solo la musica che ancora pulsava dall&#8217;auricolare nel mio orecchio sinistro. Il destro non lo ricordo più. Credo di non aver provato dolore, solo dentro la schiena come un movimento, come lo schiocco di quando ti scrocchi le dita ma molto più potente. Nella zona lombare e più in su alla radice del collo. L&#8217;orecchio destro forse l&#8217;ho sentito quando ha toccato la mia spalla sinistra ma credo sia stata più una sensazione che il senso del tatto, più una percezione dovuta alla prospettiva della mia vista che in qualche modo vedeva alle mie spalle e non più di fronte. Non ho provato nessuna sensazione fisica se non questo e poi era come se il mondo fosse rallentato. Nella mia testa tutto quel movimento era durato minuti, forse ore ma infinitamente meno rispetto al tempo trascorso dopo. Come guardarsi dietro e vedere una scia allungata, sempre più veloce man mano che è lontana, sempre più lenta man mano che arriva all&#8217;ora. E l&#8217;ora è come un tempo immobile. Mi rendo conto solo ora di dove sia collocato questo ora, mi rendo conto solo ora che il tempo dall&#8217;altra parte della scia, il tempo davanti è altrettanto immobile. Il tempo in cui dovrei cucinare per Lei è lì davanti, quello in cui lei dovrebbe arrivare infinitamente lontano, il tempo in cui avremmo dovuto fare l&#8217;amore infinite volte quell&#8217;infinito, e ancora. Il tempo è immobile.
Qui.
Ora.Vai all'articolo originaleIl di dentro di medi Stefano Giolo - 10 Settembre 2017Non è semplice avere un super potere. La parte più difficile è saper controllarlo. Evitare che ti trasformi in un mostro, o che il mostro che hai dentro ti uccida.
Il processo è stato lento, lungo, passo a passo fino a svuotare tutto ciò che era rimasto dentro di me.
La prima parte a morire è stata l&#8217;intestino. Dal basso. Era lì che sentivo la tensione la pressione forte e la costrizione dell&#8217;ansia, della paura di perdere qualcuno. Era lì che sentivo il desiderio di amarti per quanto la gente parli di cuore. Era lì che bruciavi di più. Volevo dimenticare quello, cessare di provarlo e basta ma a morire fu soprattutto l&#8217;ansia. La paura. Cessai di essere capace di provarne. In effetti aveva i suoi lati positivi. Non era il risultato che avrei voluto ottenere ma non avere paure, non avere ansie, aveva il suo lato positivo.
Non era sufficiente perché lo stomaco bruciava.
Non provavo ansia ma era lì dentro lo stomaco che succedeva il resto. Un fuoco. Come un roditore che rode e morde e consuma, come una ruota dentata, mille ruote dentate a girare e rotolare, pezzi di vetro spezzati da ruote dentate dentro lo stomaco a ruotare e accumularsi fino a riempirlo e sputare e vomitare sangue e vetro e sabbia. Ho dovuto uccidere il mio stomaco. Escluderlo da ogni emozione. Escluderne ogni sensazione, strapparlo da dentro di me. Non avrei più sentito la tensione della rabbia, del rimorso, della vergogna.
È stato quello il momento in cui mi sono accorto di non essere più in grado di respirare. Erano i polmoni ad opprimermi, erano i polmoni. Sentivo il freddo, il gelo fermarli, renderli incapaci di muoversi. Non era ansia, quella non la provavo da tempo, ne assenza, ne altro di cui fossi in grado di comprendere il motivo. O forse solamente una parte di tutte queste. Sentivo il rantolo della vita opprimere il mio essere, l&#8217;assenza di aria, l&#8217;incapacità di respirare e non esisteva luogo o situazione da cui uscire. Ovunque fossi l&#8217;oppressione era la stessa. Ogni luogo era un fuori luogo, come un pesce fuori dal&#8217;acqua od un uomo che affoga nessuno e nulla era ciò che doveva essere. Decisi di togliere anche i polmoni. Decisi che era l&#8217;unica soluzione.
Rimbombava, il cuore. Rimbombava nel vuoto di una cassa toracica divenuta di risonanza. Rimbombava forte perché ti avevo incontrata ancora. Rimbombava come un martello che rintocchi su un gong amplificato da una stanza vuota e piccola fino a farmi esplodere le orecchie, fino a farmi esplodere il cervello rimbombava. Lo sentivo premere nel collo gonfiare le vene, spingere. Ogni volta che nella mia mente tornava a profilarsi il tuo volto, il ricordo del tuo sorriso, del tuo sguardo. Di ciò che mi avevi fatto e di ciò che avresti potuto ancora farmi. Rimbombava come un suono ridondante, come rocce che rotolano giù da un dirupo. Lo spensi. Spensi anche il cuore e lo estrassi.
Rimase il vuoto. Niente altro dentro che il vuoto. Il silenzio.
E il fuoco.
Dentro il fuoco. Come guardare in alto in una grotta e vederne dall&#8217;interno le pareti rosse, nere di carne bruciata e piaghe. Il fuoco che non sterilizza, non cauterizza. Asciuga piaghe che vomitano pus e quando si ritira le crea di nuovo e in quella grotta ovunque cade liquido giallo e virulento e sangue che accende ancora quel fuoco che asciuga e brucia e chiude piaghe per aprirne altre ed ancora e ancora e ancora.
Decisi infine che l&#8217;unico che doveva essere distrutto era il mio cervello. Schiacciato come a schiacciare una noce quando per aprirla ci si mette troppa energia.
Tutti questi pensieri avrebbero cessato di esistere. Tutti questi ricordi sarebbero scomparsi per niente. Non avrei più pensato al futuro.Vai all'articolo originaleLa bestiadi Stefano Giolo - 22 Agosto 2017Questo sarà il resoconto fedele di quanto accadde realmente quella notte di tredici anni fa, perché tutto quello che si è detto, le leggende che ne sono nate sulla mia persona non sono più reali di una fiaba per bambini. Non racconterò di quello che già sapete, di come affrontai il mostro e di come lo uccisi se davvero questo è quello che è accaduto, non mi soffermerò su quanto già scritto nei resoconti pubblici che ormai tutti avete letto e riletto, ma solamente su quanto in quei resoconti non è stato scritto. Su quanto non ho mai confessato ad anima viva. Ad anima. Viva.Perché ora dopo tredici anni scelgo di scriverne? Perché sento che le forze mi stanno abbandonando, che il processo iniziato quel giorno sta arrivando a compimento, perché sappiate che cosa dovrete affrontare quando io me ne sarò andato. Io lo compresi quasi immediatamente, quando dopo essermi pulito di tutto quel sangue, dopo che il mio corpo fu recuperato alla fine di quella battaglia memorabile mi ritrovai a guardare nel piatto che sarebbe stata la mia cena. Quando mi guardai allo specchio e notai i primi impercettibili cambiamenti.La domanda che mi è stata posta più spesso è certamente come sia stato possibile sopravvivere ad un simile scontro, si dice che nessun essere umano fosse in grado di affrontare la bestia, che non fosse possibile abbatterla con mezzi umani tanto che da quel giorno mi consideraste quasi un semidio o qualcosa di più. La risposta temo fosse che avevate ragione voi. Nessun essere umano ha la forza, il potere, il coraggio, l&#8217;arguzia o quello che volete, o meglio l&#8217;insieme di tutto questo per avvicinarsi neppure alla bestia. Accanto a lei non esiste altra scelta che soccombere o fuggire. Niente altro. Mi trovai io stesso a scegliere tra le due strade e scelsi la seconda. Fuggii prima di soccombere, o almeno ero convinto di aver fatto questo. Lo so che la delusione in molti di voi vi porterà ad odiarmi per l&#8217;immagine che avete creato su di me, per l&#8217;aspettativa, ma quando fui abbastanza vicino da vederla in tutta la sua interezza nonostante i mesi spesi nella ricerca, quando la vidi negli occhi fuggii in quella valle oscura, attraversai il ponte e fuggii via. Fu in quel momento che iniziò la battaglia vera e propria quando dall&#8217;altra parte del ponte trovai nuovamente quegli occhi a guardarmi. Ero suo. Non mi ero mai chiesto davvero come avrei potuto fermarla, l&#8217;impavida gioventù e la certezza in una morte eroica me lo avevano impedito. Non mi era più data la scelta tra fuggire e soccombere, ero stato un vile, un coniglio ma non era bastato a salvarmi. Rimasi immobile mentre invece di mordermi alla giugulare come mi aspettavo prese le mie armi, una ad una e le rivolse verso di me.&#8220;Sono belle, forti&#8221; disse. Lo disse con voce suadente, più come un complimento che come un&#8217;accusa. &#8220;Raramente ho visto armi di tale fattura&#8221; aggiunse. Mi mostrò come usarle meglio di quanto avrei mai potuto fare. Meglio di come Cort, il mio maestro, mi avesse mai insegnato. Mi mostrò come avrei potuto usarle per ucciderla e poi le posò a terra. Non ebbi più il coraggio di impugnarle. Sarebbe stato più vile che fuggire, sarebbe stato più debole di morire. Fece l&#8217;amore con me. Come non lo avevo mai fatto, come non lo avrei mai più fatto. Mi chiese di usare una delle mie armi su di lei, mi chiese di punirla e ferirla, di farle del male ma non lo feci. Prese lei quell&#8217;arma e si tagliò fino a perdere più sangue di quanto credevo possibile e rimase a guardarmi mentre stava per morire. Lasciarla morire sarebbe stato più vile che usare contro di lei le mie armi come mi aveva insegnato a fare. Lasciarla morire sarebbe stato più vile di qualunque altra cosa. La salvai. Ne leccai le ferite perché altro non avevo per pulirne i lembi e li ricucii come lei mi mostrò. Ne bevvi il sangue e la ricucii. La bestia mi sorrise guardandomi ricoperto del suo di dentro, del suo odore ferroso e forte. Ne avevo la bocca, il viso, il collo, l&#8217;intero corpo ricoperti. Non so per quanto tempo mi tenne con sé, voi dite poche ore io ricordo secoli. Ricordo di essere invecchiato accanto a lei e morto e rinato e aver vissuto altre vite, ed altre ancora. Voi dite minuti io ricordo millenni di cui ricordo ogni istante e potrei raccontarvi resoconti di intere civiltà morte e sepolte e rinate e fiorite e morte e divenute polvere dalla cui polvere sono nati mondi. Rimasi lì accanto al mostro, alla bestia come se io fossi la regina e lei il re, lei la divinità di interi universi ed io l&#8217;umile messia. Persi le forze nel tempo. Invecchiai nei millenni ma era come se fossero durati pochi istanti come se ogni energia di cui ero in grado mi venisse succhiato e mentre invecchiavo io, lei, la bestia, ringiovaniva e diveniva più forte.Un giorno infine svenni. Privato di ogni energia dopo aver visto nascere e morire l&#8217;ultimo degli universi possibili svenni. Quando mi risvegliai ero ancora ricoperto del suo sangue, le mie armi a terra come mi avete ritrovato, il mostro se ne era andato ed io ero divenuto un eroe.Fu quando potei pulirmi e lavarmi dopo aver dormito non so quanto che osservai il mio volto, la forma dei miei denti, lo sguardo. Era cambiato qualcosa di impercettibile ma mi sentivo diverso. Fu quando mi portaste la cena che il mio sguardo era attratto più dal gocciolio lieve e rosso della carne che da qualunque altra cosa. Mi chiesi per la prima volta cosa sarei diventato.Mi chiesi per la prima volta davvero come si potesse fermare la bestia.Me lo sto chiedendo ora. Qui. Mentre vi scrivo.Non so se riuscirò a fermarla, o se ci riuscirete mai voi.Vai all'articolo originaleSono diventato te. Nel tempo.di Stefano Giolo - 3 Agosto 2017Sono diventato te. Nel tempo.
Sono diventato te.
Ricordo ancora il primo istante in cui ti ho veduta. Troppo grande ho pensato. Eri grande. Sì. Non avevo idea di quanto, di cosa e in che senso lo fossi. La prima impressione era che tu fossi di età troppo avanzata, troppo grande sì. La seconda era che tu fossi eccessivamente sovrappeso, troppo grande. Mi ci volle poco tempo per capire che dentro ci fosse uno spessore diverso, che non eri come le altre che avevo incontrato, tra giovani si sarebbe detto che eri una grande, troppo grande.  Eppure non avevo capito nulla di quello che contenevi. Di quello che c&#8217;era dentro come fossi stata un grande contenitore, troppo grande. Non l&#8217;avevo capito. Negli anni ho visto molte di queste cose dentro, delle tue parti, dei tuoi pezzi. Eri una specie di enorme puzzle che portava sul proprio corpo i segni di errori e di gioie e di ogni momento. Li portavi con fierezza ed eri in grado di fare cose, di vivere cose, di sopportare cose, di affrontare cose, di insegnare cose, di mostrare cose, di vivere cose, di essere cose. Troppe per la mia piccola mente ristretta, per l&#8217;anima rinchiusa che mi ritrovavo. Troppo piccola per contenerti, e te troppo grande.
Solo per questo ho deciso di farti a pezzi.
Ho pensato che scomponendoti avrei potuto riuscire a viverne una alla volta le parti, di affrontarne una ad una le parti con calma e non sarebbero state ognuna troppo grande, non sarebbero state presa una alla volta troppo. Quella sera non te lo saresti mai aspettata. Non ci si vedeva da parecchio, da troppo tempo, un tempo troppo grande per quantificarlo. Non ci si vedeva da tanto.
Avevo ancora le chiavi di casa tua quindi non fu difficile farti questa sorpresa, i tuoi orari erano ancora quelli di un tempo e il gatto in fondo era solo felice di rivedermi dopo tanto. Il gatto o il suo fantasma, non saprei. Ti aspettai sul divano guardando la TV. Non c&#8217;era molto da fare di meglio.
Guardavo l&#8217;ora. Guardavo qualche puntata della serie TV che avevamo iniziato assieme. Guardavo l&#8217;ora. Avresti dovuto entrare a minuti e a minuti arrivasti preannunciandoti con il suono della tua vecchia macchina e con il fascio dei fanali entrati nella piccola corte.
&#8220;Cosa ci fai qui tu?&#8221; furono le parole esatte con cui mi accogliesti. Il tuo viso era distorto da qualcosa che interpreterei come timore misto a stupore ma era ancora bello come un tempo. Peccato mancasse quel sorriso che tanto ricordavo, quel grande, enorme sorriso troppo grande.
&#8220;Cosa ci fai qui?&#8221; dissi di nuovo &#8220;Hai ancora le chiavi?&#8221;
&#8220;Sì. Cara.&#8221; furono le uniche due parole che dissi. Non credevo ne sarebbero servite altre mentre infilavo nel tuo corpo la lama del tuo coltello di ceramica. Tu dicesti solamente &#8220;Oh.&#8221; e niente altro. Quella sera anche tu eri di poche parole. Ci stava troppo sangue dentro tutto quel corpo contenitore, non so dire quanti litri ma una quantità che non avrei mai potuto prevedere, fortuna che soffrivi di pressione bassa, eh? Non mi inondasti, il sangue usciva veloce ma non a getti, probabilmente avevo colpito una vena e non un&#8217;arteria. Meglio così perché sarebbe stato fastidioso non vedere più per il sangue sulla faccia. Lo shock ti spense in fretta e ti accasciasti quasi schiacciandomi in un&#8217;abbraccio. Cercai di ricordare se avevo mai avuto l&#8217;occasione di provare ad alzarti di peso ma non me ne ricordai con certezza. Da qualche parte nei cassetti dovevi avere un sega ossi elettrico, te lo avevo visto usare quella volta delle costolette. Ti appoggiai a terra e mi misi a cercarlo. Il sangue continuava ad uscire, rischiava di finire sotto la porta di entrata. I tuoi vicini non erano particolarmente invadenti ma non sarebbe stata comunque un&#8217;idea intelligente. Corsi a tamponare con degli stracci e scivolai tutta quella pozzanghera troppo grande. Credo di essere svenuto per una decina di minuti mi risvegliai con i vestiti inzuppati, poi finalmente trovai il sega ossi. Nel freezer giù non ci saresti stata tutta intera ma a pezzi sì, che poi era comunque quello che intendevo fare quindi cominciai a dividerti.
Pezzo per pezzo, funzione per funzione, ricordo per ricordo, istante per istante come una scatola dei ricordi delle cose che abbiamo fatto assieme.
Mi nutrii di questo. Per mesi, per mesi mi nutrii del cibo che potevi fornirmi, mi nutrii di tutto quello che eri stata per me, di quello che avevamo vissuto. Di tutto. Fino a diventare te.
Mi accingo a vivere quello che eri. Ad essere te alle prese con me, a vivere quello che ti ho fatto vivere. Sono diventato te. Nel tempo.
Sono diventato te.Vai all'articolo originaleLa mia prima volta (Il sangue)di Stefano Giolo - 6 Giugno 2017&lt;- La mia prima volta
&lt;- La mia prima volta (La vita)
&lt;- La mia prima volta (L&#8217;anima)
Ricordo la prima volta come se fosse appena accaduta. I suoi capelli erano lunghi fino quasi a metà schiena castano scuro, lisci e morbidi. Tendevano a stare con la riga in mezzo come li aveva tenuti probabilmente per anni ma la sua mano continuava a scompigliarli dandole un movimento fluido e compatto posizionandoli ogni volta in maniera diversa. Ricordo perfettamente il bianco chiaro del suo corpo, la sua pancia piatta ma morbida di quel lieve strato di adipe che ogni donna dovrebbe avere, ricordo parte di me scivolarle liquida sulla pelle della pancia ed entrare nell&#8217;ombelico fino a farlo traboccare e poi scendere di lato accanto all&#8217;osso del bacino. Lentamente. Fu quello probabilmente a scatenare il tutto di ciò che avvenne successivamente. Era una sera come un&#8217;altra una sera come tante e lei ancora non l&#8217;avevo mai incontrata. Credo mi abbiano colpito per prima le labbra imbronciate e poi quei capelli lanciati da un lato all&#8217;altro da un braccio bianco e chiaro zeppo di lentiggini. Era triste, seduta su di una panchina al parco, al buio.
&#8220;Tutto bene?&#8221; le dissi.
&#8220;No&#8221; rispose.
Niente altro. Mi sedetti accanto a lei e non si spostò.
Il suo profumo era un profumo unisex, non saprei dirne il nome ma lo avevo già sentito altrove, sfiorava i meandri profondi della mia mente.
Restammo seduti uno accanto all&#8217;altra per minuti, decine di minuti, forse anche più di un&#8217;ora senza rivolgerci la parola poi lei si alzò e si allontanò lentamente.La vidi anche il giorno dopo. La scena fu simile ma non parlammo. Questa volta portava una T-Shirt bianca con una scritta grigia, non ricordo quale, ma mi rimasero impressi i pantaloni slavati e leggermente macchiati. Sembrava avesse deciso di lasciarsi andare. Non parlammo neppure questa volta ma le rimasi accanto. Anche il suo volto aveva delle lentiggini che il buio nascondeva ma quando i fari di un&#8217;auto passavano riuscivo a distinguerle leggermente sulla superficie del naso. Lei teneva lo sguardo basso.
Fu la terza sera che le chiesi gentilmente se avesse voluto usufruire dei miei servigi. Indossava ancora gli stessi pantaloni e la maglia che indossava era strappata in basso. Attraverso si vedeva il bianco del suo corpo, lì apparentemente privo di lentiggini. Si alzò dalla panchina e mi diede uno schiaffo fortissimo quando glie lo chiesi, tanto da farmi schizzare sangue dal naso. La vista del mio strumento doveva averle causato un moto di timore ma alla fine non si mosse confermandomi che tutto sommato desiderava quello che le stavo proponendo. Mi alzai a mia volta cercando di fermare il getto di sangue che stavo perdendo e le spinsi le spalle per farla sedere, si lasciò muovere docile e una volta seduta sulla panca la feci sdraiare. Lo stava aspettando quel momento, nonostante lo schiaffo non disse una parola. Quando le tirai su la maglietta fino ad esporle il seno un altro fiotto del mio sangue finì sulla candida carne morbida che avevo esposto, il sangue rosso chiaro  scivolò nella fossa del suo ombelico riempiendolo in fretta e colando di lato giusto sopra l&#8217;osso del bacino. Mi chinai a leccarlo, a leccare il mio stesso sangue a leccare quella pelle, a sentire il misto tra il metallico e il salato, tra il male ed la purezza.
Lei rimase in silenzio ancora. Mi guardava fremendo leggermente con lo sguardo di un agnellino che attende gli eventi. Reggevo forte nella mano ciò che avrei usato su di lei e lei lo guardava quasi con bramosia. Avrei voluto infilarglielo con forza dentro senza preamboli ma decisi di farlo lentamente, di godere il momento che avrei ricordato per tutta la vita. Lo posai sulla pelle del suo sterno e lo feci andare leggermente avanti ed indietro, lasciava un lieve segno su tutto quel candore poi, ruotandolo, con la lama tagliai la stoffa che univa le due coppe del reggiseno. Lei parve gioire in un istante di ritrovata libertà mentre i suoi seni lanciavano di lato gli scampoli di stoffa rimasti appesi solo alle spalle e dietro la schiena. Osservai quelle morbidezze mentre il sangue dal naso smetteva di scendere poi feci scorrere la lama del mio strumento dallo sterno al pube lentamente premendo a poco a poco di più, quel tanto da segnare la pelle sotto la pressione che la schiacciava verso il basso comprimendola ma non abbastanza da tagliare. Nei suoi occhi vidi per la prima volta la paura, come avesse cambiato idea, come se volesse che mi fermassi. Lo fanno sempre pochi istanti prima del momento, è quello l&#8217;istante in cui bisogna agire, il culmine massimo del piacere prima che arrivi il terrore, prima che arrivino le urla. Non lo sapevo ancora in quel momento ma era l&#8217;istinto a guidarmi. Razionalmente lo avrei compreso solamente anni dopo. Feci entrare la lama poco al di sotto dello sterno bucando i polmoni ed il cuore. Vidi i suoi occhi e le sue labbra spalancarsi come a provare un orgasmo prima che un fiotto del suo sangue le uscisse dalla bocca scendendo sotto un orecchio. Avrei voluto sanguinare ancora, mescolare il mio sangue al suo, mescolare i miei liquidi ai suoi ma mi limitai a leccare i suoi dall&#8217;orecchio, da sotto l&#8217;orecchio. Non respirava già più. La lasciai lì, in quel contrasto del rosso e del bianco, con quel segno uscirle dalle labbra come un rossetto sbavato in una serata di passione.
Le avevo donato ciò che desiderava, avevo portato via con me quello di cui desiderava liberarsi e questo mi faceva sentire particolarmente sereno, in pace col mondo. Avevo trovato il mio posto nel mondo, il mio ruolo.
Quella fu la mia prima volta, la prima di tante altre in cui donai i miei servigi a persone che non erano più in grado di scegliere di essere o di non essere, né di sopportare gli oltraggi dell&#8217;iniqua fortuna né di prender le armi contro il mare di triboli.
Ero diventato il braccio della vecchia signora.Vai all'articolo originaleLa portadi Stefano Giolo - 1 Giugno 2017Ed è ancora quella porta
-maledetta oscura-
che chiudo alle mie spalle una volta ancora.
Era così semplice oltrepassarla un tempo quando non provavo più sentimento alcuno.
Ancora quella porta un tempo introvata passata ancora una volta oltre cui inizia la ricerca in terre desolate.
E nuovamente quella porta, mentre ogni volta mi sento più vecchio
-sono più vecchio-
come si ripetesse da millenni.
E dopo la strada, dopo morti e battaglie ancora.
Ed è ancora quella porta
-maledetta insicura-
chiusa mi sbarra la strada per poi aprirsi a fatica e mostrare nuovi mondi
terre desolate e silenzi e ancora solitudini e fatiche da affrontare fino a raggiungerla
fino a raggiungere quella porta
-rossa oscura-
da abbattere aprire sfondare oltrepassare
e rabbia, e la forza di un guerriero
-stanco, abbattuto-
che lotta per raggiungere infine quella porta oltre cui nuove terre
-desolate, aride, piene di animali marcescenti-
dove affrontare nuove avventure e combattere e finalmente raggiungere
quella porta
-oscura maledetta-
mentre il mondo è andato avanti
l&#8217;anima come un telo un tempo bianco ora consunto che si strappa ad una carezza
sporco e secco del fango e della pioggia e del sale del mare
un telo antico con le tracce del sangue e del piscio e del silenzio.
Ma finalmente arrivo alla porta
-rossa maledetta oscura-
abbattendola vedo oltre,
vedo il mio destino,
le terre desolate e lontane e le lotte e lontano una porta
e ancòra. Àncora. Ancòra.
Ancòra àncora quella porta.Vai all'articolo originaleLe domande del vivodi Stefano Giolo - 24 Maggio 2017Ci sto pensando da un po&#8217;. Al togliersi la vita, non specificatamente al togliermi la vita. Ne ho scritto un po&#8217; &#8220;Una società incapace di comprendere il suicidio e la droga&#8220;, ma non come avrei voluto. Recentemente sembra che il suicidio stia diventando particolarmente mainstream, tra la mezza bufala del Blue Whale,  13 Reasons Why  che ne da una visione piuttosto romanzata e meno drammatica ma che potrebbe aiutare molti a capirne almeno parte dei meccanismi, il suicidio di Chris Cornell. Un mito della gente della mia età, uno che almeno una volta nella vita avresti voluto essere al suo posto, su quel palco, davanti a migliaia di fan in deliro, un uomo da invidiare.
Non credo sia un male parlarne. Credo che la società dovrebbe essere maggiormente in grado di recepire il suicidio come realtà possibile e comportarsi di conseguenza, non tanto per evitarlo come fatto in sé quanto per evitare che le persone che abbiamo accanto soffrano al punto di arrivare a questa scelta.
Le domande che invece la società si pone finiscono per essere sempre quelle che può fare chi vede le cose da fuori, e le domande del vivo diciamo.
Ci si chiede se sia giusto togliersi la vita lasciando gli altri nel dolore, ci si chiede se ci fosse qualcosa che si sarebbe potuto fare, ci si chiede come si possa uccidersi al cospetto di tanta gente che invece vorrebbe vivere e non può farlo. Si guarda il mondo, come purtroppo naturale, dal punto di vista di chi resta, dal punto di vista di chi non si toglierebbe mai la vita. Si dimentica che esiste questo grande parolone che è depressione, si dimentica che dietro questo parolone ci sono dei significati che il più delle persone non conoscono, non hanno vissuto, non riescono a capire. Un parolone che rivolta completamente il significato del mondo, delle parole, della vita e della morte. Ma anche dire depressione è una semplificazione che ci impedisce spesso di scendere più a fondo. Là dove risiedono le emozioni. Là dove risiedono le cose che ci muovono davvero.
Ci ho provato diverse volte a scriverne come sto facendo ora. Non serve. Non verrebbe compreso. C&#8217;è un altro modo che mi appartiene, come scrittore, c&#8217;è uno che credo possa essere forse l&#8217;unico efficace, vogliatemi scusare se per qualcuno possa essere forte.
Ci ho pensato. Ci ho pensato decine di volte. Centinaia. Probabilmente è tutta la vita che ci penso se di vita si può parlare della mia. Ci penso, ci arrivo vicino, guardo giù dall&#8217;orlo e poi qualcosa, per caso, passa a salvarmi. O forse fino ad oggi è stato solo l&#8217;istinto di conservazione, sarebbe bastato il vento che ora ho alle spalle per spingermi giù. Quello che mi ha fatto finalmente lanciare. Credevo facesse più paura ma è stato come staccare la mano dal bordo della piscina. Niente più. Dopo anni attaccato al bordo ora ho semplicemente lasciato la mano e me ne sono andato per sempre. Un sollievo. Niente altro. Mi sono sempre chiesto prima di sentire questo vento che cosa avrebbero pensato le persone che sugli spalti di questa piscina sono rimasti a guardarmi, mia madre, mio padre, Luca, Arianna&#8230; penso che in realtà non me ne frega nulla perché tra poco io cesserò di esistere e loro per la prima volta si accorgeranno che ero nell&#8217;acqua invece che accanto a loro. Sono sempre stato nell&#8217;acqua. E glie l&#8217;ho sempre fatto notare. Ho fatto di tutto per farglielo notare, ho alternato il mio umore per farlo notare, ho urlato in faccia che stavo male, l&#8217;ho fatto in mille modi. Soffriranno sì, ma il mio cuore è talmente freddo, oggi, che non mi importa. Che lo trovo quasi giusto. Il contrappasso. Io ero qui nell&#8217;acqua e loro mi davano la mano giusto il tempo di sollevarmi un po&#8217;, poi si voltavano a chiacchierare d&#8217;altro e a lasciarmi precipitare giù. Non è colpa loro, lo so, sono io che ero sbagliato, sono io che non sono mai riuscito ad esprimermi ed è giusto sia io ad andarmene e la pace che ne deriva, alla deriva, è così dolce che a sparire ogni rabbia, ogni tristezza, ogni risentimento. Si chiederanno se c&#8217;è una causa, se ne addosseranno colpe, diranno che è colpa di Arianna che mi ha lasciato. E sbaglieranno tutti. O avranno tutti ragione. Non importa. Questo non lo capiranno. Non capiranno che non importa. Che quando hai lasciato il bordo della piscina non conta più nulla. Potrei pensare alle cause, forse sforzandomi riuscirei a trovarne anche una più importante delle altre ma è un filo. Un filo continuo, un filo che parte dal giorno in cui sono nato e arriva ad oggi. Sono sempre stato qui nell&#8217;acqua. Forse ne sono uscito una volta. Forse davvero ne ero uscito una volta, ma quando ci sei stato serve un motivo per non tornarci. Serve un motivo per rimanerne fuori. Non c&#8217;era. Le altre volte sì, le altre volte un motivo lo avevo sempre trovato, era sempre arrivato al momento giusto, all&#8217;istante giusto. Quando meno te lo aspetti dicono. A volte invece quando meno te lo aspetti le cose non arrivano. Questa volta non è arrivata. E i miei figli?  Staranno meglio senza di me.  I mie soldi li hanno non avranno il mio peso. Né ora né quando sarò vecchio, né il peso della mia sofferenza. Se ne faranno una ragione. La natura vuole che i padri muoiano prima dei figli, no?
Non serve ve lo spieghi perché mi sono tolto la vita perché nessuno di voi lo capirebbe, o ognuno capirebbe un piccolo angolo, un piccolo morso infinitesimo di un grande quadro che nessuno sarebbe in grado di comprendere. Come essere in piedi su un gigantesco Pollock e cercare di trovarne un senso vedendone un pezzetto parziale. Ognuno la sua piccola colpa, ognuno la sua grande assoluzione del fatto che in fondo se io fossi stato capace sarei riuscito a spiegarmi. Eppure i segnali ho provato a lanciarli. A lanciarne ancora, ed ancora. Quelli che per loro sembravano capricci, stranezze. La verità è che è stata la solitudine ad uccidermi. Non la solitudine di non avere qualcuno con cui uscire, con cui bere due birre, con cui guardare la partita, con cui parlare di politica e di arte e di quale sia l&#8217;hamburger più buono o la soubrette più figa. Qualcuno a cui parlare di cosa mi accadesse dentro. La solitudine di sentirsi diverso da chi mi circonda, la solitudine di non avere nulla da condividere, per cui valga la pena lottare per condividere con gli altri. C&#8217;era stata lei un tempo. Per lei avrei rovesciato il mondo, per lei avrei svuotato questa piscina e l&#8217;avrei riempita di terra e ci avrei coltivato ortaggi e fiori e non avrei mai più permesso si allagasse, e mi avrebbe aiutato, a farlo ed io avrei aiutato con tutta la mia acqua a far fiorire il suo mondo. Ma sono stato incapace di esprimermi e l&#8217;ho perduta. L&#8217;ho lasciata andare, arrabbiata con me, perché non sono mai riuscito a dirle ti amo. Penserà &#8220;ma se avesse detto&#8230;&#8221;. Sì. Se avessi detto il mio mondo sarebbe cambiato, e il tuo, e forse sarebbe cambiato il mondo di un sacco di altra gente e tutto sarebbe stato magnificamente qualcos&#8217;altro. Ma non l&#8217;ho fatto. Non l&#8217;hai fatto tu, non lo hanno fatto loro. Ma non l&#8217;ho fatto io. Non c&#8217;è molto altro da aggiungere. Ma non c&#8217;è un evento scatenante, non c&#8217;è una colpa specifica, non c&#8217;è nulla. Solo la mia mano che ha lasciato il bordo della piscina.
E poi silenzio.
E poi pace.
E poi nulla.Vai all'articolo originaleLa mia prima volta (L’anima)di Stefano Giolo - 14 Aprile 2017&lt;- La mia prima volta
&lt;- La mia prima volta (La vita)
Ricordo la prima volta come se fosse appena accaduta. I suoi capelli erano mossi, castano chiari, ricordo che a far scattare il tutto fu un ricciolo sbarazzino sulla fronte, si staccava dal resto dei capelli per spingersi fiero verso il centro e risalire. Quel ricciolo aveva attratto la mia attenzione, sembrava richiedere tutta la mia attenzione, sembrava volere che la mia attenzione si concentrasse solo su di lui quasi ignorando il resto della figura che lo portava. Avevo tredici anni ed eravamo a scuola nell&#8217;aula magna, non ricordo esattamente per cosa fossimo lì perché la mia attenzione era rivolta altrove. Non avevo idea di chi fosse perché era in un altra classe ma quel ricciolo spavaldo era in qualche modo un simbolo nella mia testa, il simbolo che avrebbe scatenato tutto il resto. Ci avevo già provato in passato in maniera meno concentrata e motivata ma questa volta sarei arrivato fino in fondo anche se non lo sapevo ancora. Non ricordo quanto ci volle per sapere che il nome della ragazzina fosse Chiara e che fosse in terza B. Io se non ricordo male ero in F ma lei, ne sono certo, era in B. Di questo sono sicuro.
Dicono che la prima volta non si scordi mai. Io penso che siano le sensazioni provate a non essere scordate, l&#8217;atto in se purtroppo va perduto nei meandri della mente ricoperto dalla ripetizione ad libitum dell&#8217;atto stesso. Mi chiedo se lei invece abbia ancora memoria del risultato, visto che durante l&#8217;atto non era presente. Le scrissi la mia prima poesia a scuola, durante l&#8217;ora di inglese. Non ricordo le parole e mi chiedo se ci siano ancora nel suo diario di allora, se abbia ancora il diario di allora. Come in ogni prima volta però ricordo le emozioni provate. Non scrivevo realmente a lei, ma a quel riccio che ricordo ancora perfettamente più di quanto ricordi il suo viso, scrissi a me stesso mentre parlavo di quel riccio. Non partii con una classica ode a una donna ma con una specie di ode a dei capelli. D&#8217;altronde non conoscevo altro di lei.
Ricordo tutto il riempirsi dentro come di una bolla che si gonfia, come un liquido che sale dal basso fino ad allargarmi il torace, a silenziarmi la gola, ad entrarmi in testa e spingere forte. Le persone che mi stanno accanto l&#8217;hanno spesso interpretato come se volessi isolarmi ed entrassi in una forma tra autismo e depressione, ognuno ha sempre avuto il proprio modo di interpretarmi in quello stato ma per me è solamente parte del processo. Della mia dipendenza se vogliamo. Una delle tante dipendenze. Ricordo perfettamente la sensazione di estraneazione, di stacco dal mondo, di isolamento non tanto dagli altri quanto da me stesso. Il desiderio che spinge, un desiderio che non avevo idea di da dove venisse né cosa desiderasse né dove e come sfogarlo. Presi in mano la penna, una stilografica blu in plastica gialla tutta mangiucchiata e scrissi a quel riccio, che poi quello che scrivevo arrivasse a Chiara era un fattore secondario. Scrissi di getto ma non so cosa scrissi. Alla fine il mio corpo, la mia anima, la mia mente parvero svuotati. Tutto quel liquido accumulato dentro che schiacciava e premeva su ogni mio organo, pensiero, su ogni parte di ciò che ero allontanandomi da me stesso ed ovattando tutto, era scomparso. Era scomparso con una forma di piacere quasi fisico che avrei imparato più tardi ad assimilare all&#8217;orgasmo. Seppure non fosse la prima volta che usassi la vena creativa per scrivere questa fu la mia prima volta, quella in cui ne compresi il potere terapeutico. Pensai che sarebbe stata comunque l&#8217;ultima. Cosa mai avrebbe potuto nuovamente scatenarmi una simile sensazione? E cosa avrei potuto scrivere di altrettanto forte? E poi queste cose belle a forza di ripetersi perdono forza, perdono valore ed infine si abbandonano, no?
Ne scrissi altre due o tre credo, sempre al ricciolo di Chiara, consegnandole a Chiara perché il ricciolo potesse leggerle mentre le leggeva lei. Credo di averci fatto una passeggiata e ballato un lento e niente altro. Le promisi che un giorno le avrei fatto capire che per me non era solo un gioco, che non l&#8217;avrei dimenticata, e in qualche modo sto mantenendo la promessa anche ora anche se probabilmente non lo saprà mai. Anche se la promessa non era fatta a lei. Ho scritto molto anche sull&#8217;incavatura della sua schiena che ho toccato ballando quell&#8217;unico lento, Independent Love Song di Scarlet. Ma questo accadde più di quindici anni dopo e ha più a che vedere con il mio modo di scrivere e di pescare nei ricordi che con lei. Come tutto il resto d&#8217;altronde.
Scrissi dell&#8217;altro nell&#8217;anno successivo e probabilmente quello dopo ancora. Mi ero illuso che quella sensazione potesse tornare e mi convinsi che il problema fosse non tanto nello scrivere quanto nell&#8217;amare. Non ero in grado di provare quello che avevo provato per lei. Per il ricciolo praticamente. Fu quando incontrai il mio primo amore, amore vero, che mi accorsi che il mio scrivere aveva poco a che fare con il mio amare gli umani e che quando mi chiese &#8220;Ti è piaciuto?&#8221; risposi &#8220;Sì, è quasi come scrivere.&#8221;
Avevo ripreso a farlo da poco. I cambi, le rivoluzioni, le stranezze dell&#8217;adolescenza e degli ormoni stavano facendomi impazzire, ero un adolescente atipico in un mondo tipizzato, dovevo essere ciò che ero mascherandomi da metallaro, o da bravo ragazzo, o da musicista jazz, o da latin lover, o da timidino. Ero già consapevole di chi volevo essere ma la società non era in grado di accettare che lo fossi quindi dovevo raccontarmi a me stesso per avere la mia direzione. Scrivevo. Scrivevo sopratutto a me stesso. Scrivevo rinchiuso nella mia stanza. Quando tutto si riempiva di quel liquido soffocante che mi obbligava a farlo lo facevo e ogni volta mi dava piacere uscendo da me attraverso la penna. Ero praticamente rinchiuso in me, tra me, con me, all&#8217;interno di me. Iniziai a portarmi dietro un Moleskine, non perché lo avessero fatto Oscar Wilde o Ernest Hemingway ma semplicemente perché era comodo. Potevo scriverci per diminuire il liquido dentro e arrivare fino al momento in cui avrei potuto isolarmi e buttarlo fuori del tutto. Scrivevo sull&#8217;autobus, per strada, nei locali davanti ad una birra, nelle pause durante gli allenamenti. Scrivevo. Scrivevo delle cose che può scrivere un adolescente e di qualche altra. Non pensavo sarebbe durato a lungo. Finii di scrivere il mio primo libro nel giro di pochi mesi, era una raccolta di poesie, o quantomeno di pensieri. Aveva un inizio, uno svolgimento ed una conclusione come un romanzo, una storia organica e precisa di crescita. Pensavo non avrei mai più scritto altro. Conoscevo Rimbaud e mi piaceva l&#8217;idea di chiudere con la scrittura come aveva fatto lui, il poeta dell&#8217;adolescenza. Avevo scartato moltissime poesie che ritenevo buone, alcune ottime. Poesie sulla morte, sul senso della vita, sulle contraddizioni del mondo, poesie troppo sperimentali ma interessanti. Fu in quei giorni che tirai fuori dall&#8217;armadio il cappotto di pelle che avevo messo via la stagione precedente, infilandoci una mano in tasca ne trovai una pallina di carta. La aprii e dentro vi trovai scritto &#8220;Rievocazione dei sensi&#8221;, lo avevo scritto quasi un anno prima in una sera in cui avevo voglia di isolarmi dal mondo. I miei amici avevano preso l&#8217;autobus ed erano in centro ad aspettarmi, io avevo deciso di perdere l&#8217;autobus e di farmela a piedi anche se in venti minuti sarebbe arrivato il successivo. Attorno c&#8217;era nebbia, probabilmente era un novembre o un marzo, un giorno di mezza stagione. Camminavo come ho sempre amato fare nelle parti vietate della zona merci della stazione dei treni. Mi era venuta in mente solo quella frase, avevo una penna, un foglietto ma non il Moleskine. L&#8217;avevo scritta e messa in tasca. Poi tra una cosa e l&#8217;altra avevo finito per appallottolarla e ritrovarla mesi dopo. Fu una frase profetica e una rivelazione. Iniziò a prendere corpo quello che sarebbe stato il mio secondo libro iniziato, anche se ci misi anni a terminarlo, e fu probabilmente il mio quarto finito. Iniziò a prendere corpo Contrapposizioni, tra giochi e sperimentazioni e temi alternativi. Senza fretta. Senza volerlo realmente terminare era il coperchio sotto cui poteva stare molto del materiale che avevo scartato in precedenza. Ero convinto non lo avrei mai terminato, e avrei smesso preso di scrivere come Rimbaud, ma ero lontano dai diciannove anni.
Il secondo libro lo scrissi di botto, in poche settimane dopo aver chiuso con il primo amore ed averne incontrato un&#8217;altro fuggevole ma estremamente provante dal punto di vista personale. Una persona più strana di me, più complicata di me, più estrema di me con cui confrontarsi e chiedermi chi fossi fino al nostro esplodere in una favilla luminosa. Cominciavo a pensare che forse dopo tutto avrei potuto continuare a scrivere un altro po&#8217;. Ma presi una pausa. Così, perché amo contraddirmi.
Sembrava non esserci più nulla da scrivere, si era esaurito il filone e forse mi andava bene così. Scrissi un po&#8217; usando la tecnica e non la passione, scrissi altri pezzi di Contrapposizioni fino quasi a completarlo riempiendolo di esperimenti, giochi di parole, tecnica talvolta fredda. Poi come per ogni droga, per ogni dipendenza, per ogni fuga incontrai qualcuno che mi diede una scossa, che mi lanciò nel baratro o me ne estrasse. Che mi fece capire cos&#8217;è la dipendenza. Che mi fece capire cos&#8217;è la depressione. Che mi fece capire cos&#8217;è la vita. La prima volta che capii come sarebbe andata a finire fu sul suo letto quando iniziò a leggermi Prevert. Non avevo mai letto Prevert. Parlammo ore di poesia, giorni, mesi. Mi accorsi di come le sperimentazioni che avessi provato non fossero davvero così inutili, leggendole lei mi mise in mano Pessoa. Non avevo mai letto Pessoa e fu una rivoluzione. Ricordai come all&#8217;inizio la spinta fossero le poesie di Edgar Poe ma capii come ambissi involontariamente, pur non conoscendolo a Pessoa. Ne lessi la prosa e capii che come il mondo fosse più ampio. Fu lei che mi portò a terminare Contrapposizioni, a spingermi fino a farmelo pubblicare. Oggi lo rileggo e nel suo piccolo lo trovo ancora rivoluzionario. Trovo che sia ancora la cosa più bella che io sia mai riuscito a creare. Può non piacere, è ovvio, ma la portata che ha per me, la profeticità dei contenuti per me sono come se il me giovane avesse scritto al me di oggi cose che potrà capire solo il me di domani. Di tutta la mia produzione è stato fino ad oggi l&#8217;apice. Scrissi in quel tempo anche un&#8217;altra raccolta di poesie, ed un&#8217;altra ancora. Dalla prima all&#8217;ultima, ad eccezione del solito Contrapposizioni, che prometto non nominerò più, sono stati un percorso collegato, da una fine all&#8217;inizio successivo, da una fine al successivo ed ancora. Ne scrissi cinque con pause più o meno lunghe. Il cammino di un adolescente che cercava di crescere, di superare le paure, di lanciarsi da una rupe convinto di poter volare, di cadere ed infine di riprendersi. Arrivai a schifarmi di quello che scrivevo. A non voler più quella fuga, avrei voluto qualcosa di più, di più forte. Ero dipendente ma l&#8217;assuefazione aveva fatto il suo corso dopo più di seicento pezzi scritti e catalogati. Qualunque cosa provassi a scrivere mi risultava vuota, già scritta, già vista, inutile. Cominciai a cercare emozioni di altro genere. Di molti altri generi. E poi ancora una volta incontrai l&#8217;amore. Un amore strano e complicato seppure semplice. All&#8217;epoca avevo spostato il mio scrivere alla creazione di questo blog. Ci scrivevo già da qualche anno a dire il vero e scriverlo era stato probabilmente il motore per far nascere questo nuovo amore che quietò apparentemente il mio bisogno. Si spense il blog, si spense tutto. Fu il motivo per cui smisi di scrivere. Nel bene e nel male.
Scrivere aveva preso a farmi schifo. Se provavo a scrivere e mi leggevo mi sentivo come un alcolizzato che si renda conto di essersi ubriacato contro il proprio volere l&#8217;ennesima volta. E tutto ciò che scrivevo mi dava il voltastomaco, era inutile, ripetitivo, vuoto. Il liquido che mi si formava dentro era stagnante e puzzolente. Si formava ma liberarlo dava prevalentemente olezzo. Ogni tanto pensavo a quel ricciolo di tanti anni prima, e mi dicevo che forse avevo finalmente raggiunto i diciannove anni di Rimbaud. Ne avevo trenta, ma era uguale. Non provavo più l&#8217;orgasmo dello scrivere ma sentivo ogni istante me stesso pieno di quel liquido che mi estraniava da me e dal mondo ma ero incapace di svuotarmene, privo del desiderio di svuotarmene. Mi stavo allontanando da tutto. Anestetizzato, arido, lontano. Poi l&#8217;amore finì, come era naturale che fosse, e con esso in qualche modo l&#8217;embargo che mi ero imposto. Non che fosse merito della fine dell&#8217;amore ma semplicemente fu un cambiamento abbastanza importante da impormi di riprendere in mano le cose.
Provai a scrivere nuovamente in poesia schifandomi ancora come sempre e allora decisi di scrivere un romanzo. Avevo scritto racconti negli anni, avevo provato a scrivere racconti lunghi ma non mi era mai riuscito di superare poche pagine. Decisi di scrivere un romanzo su di me, per me, da tenere per me. Una forma di auto analisi. Lo scrissi in pochi mesi, era breve e non saprei dire neppure quanto bene fosse scritto ma dopo essere stato mesi a scrivere rinchiuso in casa avevo ritrovato me stesso. Il desiderio, la voglia di buttare fuori tutto, il contatto con il mondo e la realtà. Ed avevo goduto un universo intero. L&#8217;anestesia non era terminata però. L&#8217;aridità. Il distacco dal mondo. L&#8217;incapacità di provare emozioni positive o negative che fossero. L&#8217;apatia. Trovai il modo di emulare le emozioni, di viverle apparentemente, di simularle, di stimolare i ricordi per indurle. Era scriverle, scriverne. Per evocarle, per esorcizzarle, per vivere. Non molto diverso da alcune droghe o dell&#8217;autolesionismo era diventato il mio modo di provare qualcosa, qualunque cosa fosse pur di sentire di essere in vita.
Quello è stato il momento in cui il blog è rinato con dodici gradi e con gli altri racconti che da allora mi accompagnano e hanno sostituito le sensazioni di cui un tempo avevo bisogno continuando ad alimentare la mia dipendenza e svuotare il mio dentro dal liquido che lo invade. Ho scritto un altro libro, di racconti da allora o meglio due libri concentrici. Il titolo del progetto nella mia testa era Anestesia ma sarebbe stato stupido fosse il titolo reale perché era costruito esattamente sul percorso e le sensazioni consce ed inconsce di un&#8217;anestesia totale, e dell&#8217;anestesia che stavo provando. Avrei rovinato al lettore (me stesso) il viaggio. Poi come sempre è quando hai bisogno di qualcosa di più forte che incontri qualcuno in grado di dartene. Ho incontrato la persona più importante degli ultimi anni per la mia dipendenza. Mi ha preso per mano e guardato negli occhi dicendo solo io credo in te. Se un giorno i frutti di quello che ho fatto in questi anni si vedranno il merito sarà più suo che di tutta la fatica fatta -che poi non è fatica- in questi anni. Mi ha guardato negli occhi mentre il liquido mi riempiva e isolava dal mondo e mi ha infilato nella pancia un coltello per aprire una breccia e farlo uscire. Il piacere che ne ho ricevuto, in ogni senso, in ogni modo è stato il più sconfinato e dura ancora ogni giorno anche se non ci credo. Ed ancora ogni volta mi sembra l&#8217;ultima. Costringendomi ad iscrivermi alla scuola palomar che avevo scoperto per caso mi ha messo davanti al fatto che era il momento di provare davvero a seguire un sogno. Ho scritto il mio primo romanzo completo, completo di ogni punto fondamentale. Migliorabile, sicuramente, ma ho superato il mio limite di non riuscire a scrivere più di un racconto lungo. Quel che ne sarà è da vedersi ma oggi scrivo ancora, mi riempio di quel liquido dal mondo e lo butto fuori. Scrivo su questo blog o altrove ed ogni singola volta mi sembra l&#8217;ultima. O la prima. Guardo ciò che ho scritto e mi chiedo come farà a venirmi in mente qualcosa di nuovo fino alla volta successiva ed ancora ed ancora ed ancora ed ancora. Non so quanto durerà. Se mi fermerò di nuovo infine, ma scrivo ancora ed è ancora tra tutte l&#8217;emozione più grande, il piacere più forte.
Creare mondi. O raccontare mondi che esistono davvero ma altrove, in luoghi che gli altri  non possono visitare ma tu sì.
Non so quanto durerà. Se mi fermerò di nuovo infine.
Non importa.

Post Scriptum: Solo dopo aver scritto tutto questo il caso mi ha portato ad un&#8217;intervista dello scrittore che stimo di più e che ha segnato maggiormente la mia fantasia. Cercavo su internet &#8220;Dipendenza da scrittura&#8221; per trovare un&#8217;immagine interessante da allegare e come a volte capita è piovuto qualcosa.

Mi ricordo quando ero uno studente che scriveva storie e romanzi, alcuni dei quali furono poi pubblicati, altri no. Era come se la mia testa stesse per esplodere, talmente tante cose volevo scrivere in una volta. Avevo un sacco di idee, tutte intasate. Come se avessero bisogno di chiedere il permesso per uscire. C’era questa falda acquifera sotterranea di storie che volevo raccontare e dovevo solo conficcarvi una tubatura per far sì che tutto fiottasse fuori.
I can remember as a college student writing stories and novels, some of which ended up getting published and some that didn&#8217;t. It was like my head was going to burst – there were so many things I wanted to write all at once. I had so many ideas, jammed up. It was like they just needed permission to come out. I had this huge aquifer underneath of stories that I wanted to tell and I stuck a pipe down in there and everything just gushed out. 
Stephen King in un intervista a Rolling Stone.


La mia prima volta (Il sangue) -&gt;Vai all'articolo originaleFuga dal mondo. Parte 3di Stefano Giolo - 7 Aprile 2017&lt;-Fuga dal mondo. Parte 1
&lt;-Fuga dal mondo. Parte 2
L&#8217;uomo gigantesco indossava degli enormi pantaloni di stoffa marroni, a guardare bene era una salopette enorme e marrone. Gli scarponi al bambino sembravano essere due grosse barche piene di terra. Oltre alla salopette il gigante indossava una camicia a scacchi rossa ed aveva una folta barba nera e unta, e dei capelli altrettanto unti.
&#8220;Cosa ci fai qui?&#8221; disse con voce baritonale.
Il bambino rimase a guardarlo in silenzio fino a quando il gigante lo prese per un orecchio e lo trascinò lontano fino ad un capanno.
&#8220;Dov&#8217;è la tua mamma? Dovremo di certo avvisarla!&#8221; disse l&#8217;orco.
&#8220;No, la prego signore, la prego! Non dica niente alla mia mamma, si arrabbierebbe moltissimo se lo sapesse, e non dica neppure nulla alla maestra!&#8221;
&#8220;La maestra? Quale di maestra parli?&#8221;
&#8220;Quella della scuola, la scuola che c&#8217;è di là della rete. Io vengo da lì, la prego mi riporti alla rete non le darò fastidio e farò come se non fosse successo niente. La prego!&#8221;
&#8220;Di quale scuola parli? Non c&#8217;è alcuna scuola qui vicino, siamo nel bosco&#8221; disse.
&#8220;Nel bosco? Ma no guardi signore, al di là della rete c&#8217;è la mia scuola, controlli!&#8221;
L&#8217;orco indicò al bimbo la finestra ed il bimbo osservò fuori la valle che si vedeva al di sotto. Un fiume scorreva lento e placido verso una pianura lontana e poco distante un enorme cane nero lo osservava con aria aggressiva.
&#8220;Ma&#8230; &#8221; disse il bimbo &#8220;Non capisco.&#8221;
&#8220;Non capisci che cosa bambino? Io non capisco perché tu ti sia spinto fino a qui, nel mio bosco e sia venuto a disturbare Lupo.&#8221;
&#8220;Lupo?&#8221;
&#8220;Lupo. Sì. Il mio lupo da guardia.&#8221;
&#8220;Ma non è un lupo.&#8221; disse il bimbo.
&#8220;Sei venuto qui anche per contraddirmi ora? Non ti è bastato infastidirmi?&#8221;Vai all'articolo originaleLa mia prima volta (La vita)di Stefano Giolo - 30 Marzo 2017&lt;- La mia prima volta
Quando Marco mi fece provare non sembrava nulla di che. Alla fine lo facevano tutti, o almeno lo facevano le persone che io ritenevo le più intelligenti, le più sensibili, quelle di cui preferivo circondarmi. Ero un ragazzo, eravamo tutti ragazzi e sembrava una cosa figa.
Provi. Tanto hai tutta la vita davanti, anzi ai tuoi piedi. Perché a quell&#8217;età non hai idea di cosa sia la vita ne davanti ne dietro, sai cos&#8217;è l&#8217;oggi, l&#8217;adesso. Il domani tuttalpiù è il tempo che ti separa tra l&#8217;adesso e un evento interessante. Non sapevo ancora che un giorno sarebbe diventato un mondo di possibilità, di scelte, di fatica, fino a quel giorno non esisteva, e basta.
Il gioco è stato divertente, quando me lo ha proposte mi sono chiesto &#8220;cosa succede se provo? Cosa se non provo?&#8221;. L&#8217;unica risposta che mi sono dato è che se non lo avessi fatto sarei stato uno sfigato, che Marco non mi avrebbe considerato all&#8217;altezza. E così l&#8217;ho fatto.
Sapevo perfettamente non fosse una cosa di quelle cose che fanno i bravi ragazzi ma non avevo mai ambito ad esserlo, sinceramente non mi piacevano le categorizzazioni, quindi neppure questa. Ero consapevole che proprio il mio essere intelligente ed attento mi rendeva in grado di controllare la situazione e di non rischiare troppo tutto quello che i grandi dicevano fosse pericoloso o senza via di ritorno. Non sono mai stato una persona da festoni e casino ma questa esperienza mi univa comunque di più al piccolo gruppo di amici, non farlo me ne avrebbe probabilmente allontanato, tanto valeva provare. Non ne rimanei particolarmente colpito, non che facesse schifo o che fosse privo di effetti ma nella mia breve vita avevo provato vari generi di emozione, questo era uno dei tanti. Andrea invece lo trovava entusiasmante, la cosa più bella che mai avesse provato nella sua vita diceva, Marco stesso che ne era il promotore era rimasto stupito dalla reazione di Andrea.
All&#8217;epoca facevo atletica leggera, avevo iniziato qualche anno prima ed avevo fatto qualche garetta amatoriale, nei primi anni l&#8217;allenatore mi aveva fatto fare un po&#8217; di tutto, lancio della pallina, velocità, salto in lungo, salto in alto. Io adoravo il salto in lungo anche se ero un po&#8217; scarsino. Il calcio non mi piaceva e gli sport di gruppo non erano il mio forte. Forse per il fatto che portavo gli occhiali e quindi non ci vedevo benissimo o più probabilmente per attitudine, sono sempre stato un po&#8217; un solitario. Uno di quei giorni l&#8217;allenatore mi chiese di partecipare ad una gara per il fine settimana. Non mi disse la specialità e io non ci feci caso. Avrei dovuto aspettarmelo che mi avrebbe giocato uno scherzo ma non ci pensai. Era inverno e la gara sarebbe stata una indoor, c&#8217;era una piccola pista al coperto che veniva montata in fiera ricordo che il numero del padiglione fosse il 18 prima che li rinumerassero tutti. La pista era di gomma su una struttura di legno, era lì che ci allenavamo ed era lì che si sarebbe svolta la gara, non era la prima che facevo. Quando arrivai chiesi quale fosse la specialità e l&#8217;allenatore rispose corsa ad ostacoli.
&#8220;Non l&#8217;ho mai fatta!&#8221; dissi.
&#8220;C&#8217;è sempre una prima volta&#8221; mi rispose.
&#8220;E se non riesco? E se inciampo e mi faccio male? E se&#8230;&#8221;
&#8220;Ce la farai&#8221; disse.
&#8220;Ma non mi ci sono mai allenato!&#8221;
&#8220;Ce la farai&#8221; ripeté nuovamente.
Dentro di me scattò qualcosa di nuovo. Un misto di paura, quasi terrore e di sfida. Un misto di non posso farcela e di devo farcela. C&#8217;è sempre una prima volta aveva detto, c&#8217;è sempre una prima volta.
Ricordo i blocchi di partenza, da quel punto gli ostacoli sembravano un lungo corridoio. Guardandoli dal basso tutti quei rettangoli uno dentro all&#8217;altro sembravano un tunnel. Avrei dovuto passarci sopra, ovvio, ma trovai affascinante l&#8217;idea. Alla fine della pista, lunga solo una sessantina di metri, c&#8217;era la salita che ero abituato a fare in curva. Nelle piste indoor spesso la pista tonda è di soli duecento metri invece dei classici quattrocento e le curve sono rialzate ed inclinate per permettere agli atleti di girare con un raggio così stretto. La pista degli ostacoli si trova al centro di questo cerchio, posta in maniera longitudinale e termina su quella che è la curva. Guardare tutto questo da quel punto è stata una delle emozioni più grandi che avessi mai provato. Ricordo il vuoto ed il silenzio assoluto tra le parole
&#8220;Ai vostri posti&#8221;.
&#8220;Pronti&#8221;
Il tempo si era fermato mentre il giudice poco distante da me alzava la pistola.
Poi finalmente lo sparo.
Non ho idea di come sia andata la gara, sicuramente non sono arrivato primo e neppure ultimo, ma era la sensazione dell&#8217;energia che mi spingeva oltre ogni ostacolo, il sentire l&#8217;odore della pista, il vedere il tempo rallentato passo per passo, passo per passo, l&#8217;ostacolo avvicinarsi e passare dietro.
La sera stessa volevo raccontarlo ai miei amici, era la sensazione più bella che avessi mai provato. Andrea invece era più spento del solito, voleva andare al parchetto anche questa volta, io ci sarei anche andato ma non a fare quello che voleva fare lui, ci sarei andato a chiacchierare e raccontare, ma ancora più volentieri sarei andato a fare un giro in centro in mezzo alla gente, bere qualcosina e poi are gli scemi in piazza Dante. O al cinema per dire. Lui voleva viaggiare invece.
Non ho mai capito perché trovasse il suo viaggiare così importante, fondamentale. Nel tempo lo vidi allontanarsi sempre di più, non era facile tenerlo vicino, non era facile cercare di fargli capire che anche andare al cinema a vedere un bel film poteva essere un viaggio, non che i suoi fossero brutti ma vedevo il mondo come una quantità enorme di esperienze diverse da provare. Potevo anche comprendere che la mia amata corsa ad ostacoli non fregasse niente a nessuno, non obbligavo tutti ad amarla dicendo che chi non la capisce non capisce come funziona il mondo.
Nessuno di noi ha mai demonizzato necessariamente dividersi tra divertimenti classici e divertimenti in stile Andrea, ma ci sembrava stupido dover rinchiudere tutto nel trovare un modo di fuggire dalla realtà. Fuggire, viaggiare, ha un suo perché, un suo fascino ma anche la realtà ha un suo perché.
Nel tempo tutti noi abbiamo smesso. Io anche per la questione che per gareggiare dovevo mantenere il mio corpo e la mia testa pulite, non sono mai diventato un campione ma ci credevo davvero. Così alla fine alcuni di noi si sono persi, altri si sono tenuti in contatto. Qualche volta ho ancora incontrato Andrea, non è mai sembrato essere cresciuto, si vestiva ancora come un adolescente era semplicemente invecchiato nelle stesse vesti. Un adolescente invecchiato. Dimostrava realmente parecchi anni di più di quanti ne avesse tra l&#8217;altro. L&#8217;ho rivisto ieri al supermercato con suo padre, sembravano entrambi molto stanchi, lui in particolare stentava quasi a farsi capire biascicando le parole. Mi chiedo se mi abbia riconosciuto davvero o se abbia finto di ricordarsi.
Non so cosa abbia vissuto da quando ci siamo allontanati, come sia andata la sua vita fino ad ora né come proseguirà, penso solo che forse sia stato semplicemente meno fortunato di me, che avrei potuto essere io al suo posto.
La realtà è che non lo saprò mai.
La mia prima volta (L&#8217;anima) -&gt;
La mia prima volta (Il Sangue) -&gt;Vai all'articolo originaleChiudere gli occhidi Stefano Giolo - 26 Marzo 2017L&#8217;ho sempre fatto. Quando sono stanco, quando nella testa le cose non mi ci stanno più e devo lasciare che decantino, chiudo gli occhi. Ormai è un riflesso incondizionato che credo di portarmi dietro fino da quando ero un bambino. Non è solo riposare gli occhi si tratta proprio di non farci entrare più dentro le cose, la luce, le persone, i luoghi e lasciare per un po&#8217; che i pensieri e tutte le cose che già ci sono entrate si riposino, un po&#8217; come aspettare a versare in un imbuto e guardare l&#8217;acqua che ruota nel gorgo e scende. Quel tanto da lasciare che ci sia altro spazio. Allora posso riaprirli. Il meccanismo è talmente consolidato che ha dei suoi automatismi e dei suoi riti. Se la luce è troppa devo necessariamente posare la parte rigonfia ed esposta dell&#8217;attaccatura dei pollici alla mano sugli occhi e strofinare, li sento secchi e resto immobile così per qualche secondo. Se invece sto camminando in genere prendo un riferimento a terra, la linea delle mattonelle ad esempio e continuo a camminare con gli occhi chiusi. Poi li riapro e guardo se sono rimasto a camminare in linea retta o no. In genere ci riesco e poi mi chiedo se qualcuno che mi veda da fuori si accorga o meno, se facendolo io barcolli o sembri camminare normalmente. Spesso mi succede in auto, quando sono passeggero, e le persone parlano a voce alta di cose inutili e che non mi interessano ma che non riesco a scodare abbastanza in fretta da ignorare. Le cose dette entrano dalle orecchie nella gran parte delle persone ma nel mio caso chiudere gli occhi equivale comunque a staccare dal mondo, come se fosse la luce, l&#8217;immagine a fissare le parole nella testa.
Oggi le cose da pensare venivano da dentro, dai ricordi, dalle stronzate dette da qualcuno, dalle scelte. Oggi chiudere gli occhi era necessario perché le cose non entrassero più ma anche perché l&#8217;imbuto si svuotasse sia dal basso che dall&#8217;alto lasciando travasare tutto purché qualcuno smettesse di versare ancora. Un buon amico mi ha chiesto di uscire, sapeva di non potermi svuotare la testa ma sapeva anche che a volte urlare le cose, in faccia a qualcuno è meglio che tenersele dentro. Un buon amico queste cose le sa, le percepisce. Sa che è utile anche solo a rimetterle in ordine e guardarle una ad una. Mi ha dato appuntamento al Dubliners. Non ci andavo da&#8230; dall&#8217;ultima volta. Lo ricordo perfettamente da quanto, 76 giorni. Circa. Giorno più giorno meno. La chiamata ricevuta quel giorno, gli eventi precipitati. Tutto.
Ho chiuso gli occhi.
Li ho chiusi mentre Gazzè cantava la sua Comunque vada. Dalle casse stavano uscendo le sue parole Scappa via scappa via cosa mai sarà/scappa via scappa via non tornerà/Ma resto chiuso e un&#8217;amica si frantuma/in un istante un grido svaniscono parole quasi mute/immagini sfinite e il sogno delle sue bugie/marcite intorno alla mia stanza/Curiosità lontana torna fra i pensieri/come giovani farfalle provano le ali/sconnetto me da tutto e tutti si sconnettono.
Sessantaquattro secondi. Sessantaquattro prima che la sua voce e quelle note venissero coperte da un frastuono improvviso. Li ho tenuti chiusi gli occhi. Sarebbe stato comunque tardi per cambiare il tempo ed avevo già compreso cosa stesse accadendo. Prima che il caldo della pelle colpita dall&#8217;airbag mi inondasse il volto ed il rumore dentro la testa della cartilagine del naso spiccasse tra il resto dei suoni prima del silenzio.
Non aveva più senso aprire gli occhi a quel punto.
Lasciai defluire tutto.
Lasciai defluire.
Tutto.Vai all'articolo originaleFuga dal mondo. Parte 2di Stefano Giolo - 22 Marzo 2017&lt;-Fuga dal mondo. Parte 1
Fu quello il momento in cui sentì il cane. Non lo sentì arrivare, non stava abbaiando. Stava ancora osservando la bambina dall&#8217;altra parte della rete, dall&#8217;altra parte del giardino, dall&#8217;altra parte del mondo, in un altro mondo. Il cane lo sentì sulla caviglia, sentì prima l&#8217;alito caldo poi il naso umido che risaliva la gamba sulla stoffa della tuta grigia. Aveva il terrore dei cani e se avesse anche solo immaginato che al di là della rete, al di qua ormai, ce ne fosse stato uno non si sarebbe mai avventurato. Sentì il naso del cane risalire fino alla propria vita, doveva essere davvero grande. Il terrore lo attanagliò. Non aveva preso in considerazione questa eventualità e non aveva idea di come comportarsi. Eppure non aveva sempre saputo che dall&#8217;altra parte ci fosse un cane? O erano più di uno? I grandi dicevano sempre di stare fermo. Se stai fermo il cane resta tranquillo. I cani sentono la paura. Sentono se hai paura. Dicevano anche questo però. I cani sentono la paura. Quanto tempo sarebbe dovuto rimanere immobile? Abbastanza perché le mastre si accorgessero che era scappato vanificando tutto? Abbastanza che il cane decidesse che la paura c&#8217;era e quindi valeva la pena assaggiare un pezzo di bambino impaurito? Sentì il muso del cane tastargli prima il sedere e poi infilarsi al di sotto della felpa. Il naso era caldo. Umido, quando il cane respirava il bambino sentiva il vapore scaldare la pelle. Si mise a correre a perdifiato, a correre lontano verso la direzione opposta alla scuola. Non aveva idea se il cane lo stesse seguendo, se lo stava facendo lo stava facendo in silenzio. Lo capì quando sentì poco dietro la caviglia il suono secco di fauci che si chiudono, e solo dopo un ringhio breve e un abbaio.
Un ringhio breve ed un abbaio. Trovò il coraggio di guardarsi alle spalle ed il cane meno grande di quanto gli fosse sembrato correva alle sue spalle. Un cane di una razza indefinibile dal pelo mediamente lungo e nero brizzolato. Correva con la lingua fuori dalla bocca quasi a penzoloni a pochi centimetri dalle gambe. Doveva guardare avanti per non inciampare ma doveva guardarsi dietro per non farsi raggiungere. Vide le fauci stringersi e mancarlo e po impattò contro qualcosa di morbido.
&#8220;Ehi ragazzino, che ci fai qui?&#8221; disse la voce di un uomo gigantesco. Non che fosse gigantesco davvero ma rispetto al bambino lo era. Lo aveva preso in braccio ed il cane dal basso saltava e abbaiava. Saltava e abbaiava.
&#8220;Che ci fai qui?&#8221; ripeté la voce. Non era cordiale. Non era per nulla cordiale.Vai all'articolo originaleLa mia prima voltadi Stefano Giolo - 14 Marzo 2017La prima volta che lo feci non sembrava nulla di che. Alla fine lo facevano tutti, o almeno lo facevano le persone che io ritenevo le più intelligenti, le più sensibili, quelle di cui preferivo circondarmi. Ero un ragazzo, eravamo tutti ragazzi e sembrava una cosa figa.
Provi. Tanto hai tutta la vita davanti, anzi ai tuoi piedi. Perché a quell&#8217;età non hai idea di cosa sia la vita ne davanti ne dietro, sai cos&#8217;è l&#8217;oggi, l&#8217;adesso. Il domani è tuttalpiù il tempo che ti separa tra l&#8217;adesso e un evento interessante. Non sapevo che un giorno sarebbe diventato il tempo che mi separava tra l&#8217;ultima volta e la prossima, niente altro.
Il gioco è stato divertente, me lo ha proposto Marco e mi sono chiesto &#8220;cosa succede se provo? Cosa se non provo?&#8221;. L&#8217;unica risposta che mi sono dato è che se non lo avessi fatto sarei stato uno sfigato, che Marco non mi avrebbe considerato all&#8217;altezza. E così l&#8217;ho fatto.
Ero consapevole che non fosse una cosa di quelle che si dicono&nbsp;cose buone ma avevo la testa sulle spalle ed ero perfettamente in grado di controllarmi. Proprio il mio essere più sensibile della media, il mio guardare dentro le persone e capirle, era la cosa che mi rendeva più forte ed in grado di controllare me stesso in ogni situazione. Non ero una persona molto socievole, anzi lo ero, ma i miei spazi interiori erano fondamentali, ricavarmi momenti per rimanere da solo e per riflettere, per isolarmi dal chiasso del mondo. Le prime volte lo facevo con gli altri, non l&#8217;isolarmi ovviamente, lo facevo con gli altri perché era un modo di fare gruppo, di essere gruppo, di appartenere a qualcosa. Poi mi resi conto che forse in qualche modo stavo un po&#8217; esagerando. Gli amici me lo fecero notare. &#8220;Cos&#8217;è? Non ti sai divertire senza? Ultimamente sembri strano, va tutto bene? Anche sta sera? E se andassimo al cinema invece?&#8221; la cosa mi dava fastidio perché mi faceva vedere un po&#8217; più debole ai loro occhi. Mi dava fastidio anche perché non mi va di parlare troppo di me se non ho voglia di farlo io. Ne parlo quando decido e non mi piace ricevere troppe domande insistenti. Iniziai a farlo nei momenti di solitudine. Era consolatorio, mi aiutava ad aprire maggiormente la mente, ad essere maggiormente in comunione con me stesso e con il mondo. In fondo il mondo non era in grado di comprendere le cose che avevo dentro e questo mi aiutava a far maggiormente coscienza all&#8217;interno di me. Qualunque cosa volesse dire. Poi quando fai cose incontri sempre prima o poi persone che fanno le stesse cose. Alla fine anche nella solitudine l&#8217;uomo è un animale sociale. Frequentavo ancora i miei vecchi amici ma tra quelli nuovi qualcuno mi conosceva meglio, o quantomeno conosceva meglio il mondo interiore che mi ero creato perché era lo stesso che si era creato lui. Imparai cose nuove, nuove esperienze da provare, mi sembrò di ritrovare me stesso in queste esperienze, di avere finalmente un obbiettivo ed un motivo di vita. Mi sentivo rinascere perché dentro queste esperienze tutto il brutto del mondo scompariva e mi ritrovavo con la parte più vera di me in una continua spirale tra riflessione e urla di piacere, tra distorsione della realtà e realtà più vive di quelle che avessi mai provato. Credo sia stato il periodo più bello della mia vita, il più spensierato. I miei vecchi amici continuavano a chiedermi cose, non ricordo neppure cosa ma non mi importava, erano di certo cose inutili, quasi tutti avevano smesso ed io non trovavo molto da condividere con loro. I nuovi invece mi insegnavano la vita. Correvo. Correvo e ridevo. E viaggiavo. Qualunque cosa intendessi per viaggiare viaggiavo. Fu crescendo che mio padre si accorse che qualcosa non andava bene. Secondo i suoi canoni intendo, perché dal mio punto di vista andava tutto alla grande. I soldi che prendevo in prestito da lui erano troppi diceva. Io non gli avevo mai detto che li stavo prendendo, e neppure quanti fossero. Fece in modo di non farmeli più trovare ed il periodo più bello della mia vita si trasformò lentamente in qualcos&#8217;altro. I primi tempi i miei nuovi amici mi supportavano e mi davano una mano con le spese importanti, quelle che io ritenevo importanti, anche i miei vecchi amici per un po&#8217; mi aiutarono senza chiedermi mai a cosa mi servissero quei soldi poi smisero. Prima i vecchi amici e poco dopo i nuovi. I vecchi si allontanarono, o accettarono il mio distacco non saprei dire, i nuovi diventarono aggressivi. &#8220;Abbiamo gli stessi bisogni amico, siamo sulla stessa barca ma chi non contribuisce al bene è meglio scenda.&#8221;. Avrei fatto meglio a scendere. Sì. Non furono rare le volte in cui nella mia mente facevo paralleli tra lo scendere dalla chiatta e lo schiattare. Una delle due sarebbe valsa tranquillamente l&#8217;altra. Ma quei viaggi, quelle emozioni, quelle esperienze valevano tutta la mia vita. Almeno così mi pareva, e se un modo c&#8217;era per viverli valeva la pena vivere la mia vita. Trovai modi alternativi per procurarmi il necessario. I primi furono dei piccoli furtarelli ma era difficile rubare soldi. Le casse dei negozi sono troppo controllate e non mi andava di fare una rapina. Le vecchiette portavano la borsa in quel modo fastidioso sotto il braccio che per strappargliela dovevi per forza fargli del male. Solo le ragazzine portano ancora la borsa alla leggera che glie la puoi portare via in un momento, ma non sempre ero fisicamente in grado di correre veloce, più veloce dei loro ragazzi o della gente. Così le usavo solo quando ero in forma, quando non era passato troppo tempo tra l&#8217;ultima volta e la prossima. Ero un bel ragazzo e scoprii presto che alcuni uomini sarebbero stati disposti ad aiutarmi se io avessi aiutato loro e così lo feci, feci il possibile per soddisfarli e così riuscivo a soddisfare me, la mia brama di viaggiare. Ci volle diverso tempo prima di cominciare a farmi schifo da solo. Non succede mai tutto di un botto ma comunque mi ce ne volle più di quanto ce ne voglia ad una persona normale. La mia vita era come una sinusoide, su, giù, su, giù, su giù. Il ciclo iniziava sempre dall&#8217;ultima volta. Subito dopo l&#8217;ultima volta ero un dio. Subito dopo l&#8217;ultima volta il mondo era bello e se anche era brutto non me ne fregava un cazzo. Poi l&#8217;ultima volta cominciava ad allontanarsi e vedevo il mondo diversamente. Vedevo me stesso diversamente. Stavo invecchiando precocemente, stavo distruggendomi ed era ora di chiudere una volta per tutte. Non era quello il punto più basso. Il punto più basso era più avanti, non a metà tra l&#8217;ultima volta e la successiva. Spesso era più vicino alla successiva. Il punto più basso era il momento in cui il desiderio tornava a farsi forte, il momento in cui mi rendevo tragicamente conto che non potevo fermare il ciclo. Non questa volta. Lo avrei fermato alla prossima tuttalpiù. Tornavo a compiacere qualche uomo, o a portare via la borsa qualche sciacquetta, o peggio nel tempo. O peggio. E poi finalmente potevo ricominciare il ciclo. Ero nuovamente un dio e fanculo a tutti.
Per un po&#8217;.
Ancora oggi non sarei in grado di dire di non farlo. Perché la mia vita è stata fantastica in questi pochi anni che ho vissuto. Non sono in grado di dirti che i miei viaggi non siano stati epici, che non lo rifarei. Guardo mio padre negli occhi mentre mi guarda negli occhi. Sa che vivrà più di me. Sa che un padre non dovrebbe mai vivere più a lungo del proprio figlio ma sembra più giovane di me. O io sembro più vecchio di lui. Ormai sono anni che gli uomini non mi vogliono più per compiacersi e le rapine ho dovuto imparare farle, qualche volta ho dovuto trovare il coraggio di strappare la borsa a qualche vecchietta perché non ce la faccio più a scappare dai morosi delle squinze. Una volta uno di quei ragazzi mi ha pestato a sangue e poi sono stato arrestato. Il carcere è stato il periodo più brutto della mia vita. Non potevo viaggiare. Non potevo fare ed avere esperienze. Quando ne uscii mi dicevano &#8220;Ora sei pulito! Cambia la tua vita!&#8221; ma io mi sentivo sporco. Sporco e schifoso. Anche in carcere avevo dovuto compiacere alcuni per sopravvivere ma non mi importava, dovevo solo aspettare il tempo di uscire. Il tempo della prossima volta.
Mio padre sa che me ne andrò presto, e lo so anche io, e lo sanno questi medici che non fanno che farmi la morale e dirmi che sono le conseguenze della vita sregolata che ho avuto. Hanno ragione. Sì. Hanno tutti ragione. Avete tutti ragione. Sbaglio solo io. Ma l&#8217;avete provata voi quella prima volta? Quella sensazione di sentirsi speciali, quella voglia di rovesciare il mondo, quella consapevolezza? L&#8217;avete provata? Allora no. Non lo potete capire perché un uomo può ridursi così.
Se vi consiglierei di farlo? Sì. Se volete rimanere da soli, guardarvi avanti ed accorgervi che domani non esiste. Guardarvi dietro ed accorgervi che ieri è terra bruciata. Guardarvi ora ed accorgervi che non siete più nulla se non un pezzo di carne che pulsa ancora un po&#8217;.
La mia prima volta (La vita) -&gt;
La mia prima volta (L&#8217;anima) -&gt;
La mia prima volta (Il Sangue) -&gt;
Vai all'articolo originaleFuga dal mondo. Parte 1di Stefano Giolo - 11 Marzo 2017&#8220;E se scaviamo una buca per passarci sotto?&#8221;
&#8220;Ci vuole un sacco di tempo!&#8221;
&#8220;Sì, ma la maestra non ci vede, possiamo farlo tutti i giorni fino a quando si passa!&#8221;
I due ragazzini avevano otto anni, attorno quasi tutti gli altri stavano correndo o urlando, in molti si erano organizzati per giocare a calcio occupando la gran parte del giardino. Le maestre chiacchieravano tra loro dall&#8217;altra parte ed un cespuglio proteggeva la privacy dei due aspiranti fuggitivi.
&#8220;Forse hai ragione. E se invece ci fosse un buco da qualche parte?&#8221;
&#8220;Possiamo provare a fare il giro. Ma dobbiamo controllare che non ci guardino.&#8221;
Il più alto dei due indossava una tuta grigia con sulla parte davanti il disegno di un supereroe sconosciuto, probabilmente inventato da chi produce la tuta. Portava degli occhiali quadrati e decisamente anni settanta, il più basso aveva un paio di Jeans ed un maglioncino rosso di cotone. Sembrava il più sveglio dei due.
&#8220;Facciamo così&#8221; disse &#8220;Io mi muovo verso quell&#8217;angolo controllando, tu fai da palo e guardi se le maestre si insospettiscono, va bene?&#8221;
&#8220;Va bene&#8221; rispose il più alto voltandosi nella direzione delle maestre. Sembravano intente in una discussione accesa, cose da grandi sicuramente, politica o scarpe, o magari parenti, cose così. Quando si voltò a guardare il suo amico sembrava scomparso. In un angolo in fondo la rete era piegata in un punto in cui non era fissata al terreno ed era possibile passarci al di sotto. Probabilmente era uscito di lì senza dire nulla, o forse l&#8217;aveva detto ma lui era stato troppo concentrato a guardare le maestre. I compagni sembravano tutti distratti a giocare a calcio, le compagne a parte qualcuna stavano facendo un qualche gioco in un&#8217;altra zona del giardino, probabilmente giocavano alle mamme o a qualche cosa da femmine che a lui comunque non interessava. Era il momento giusto per fuggire. Per scoprire cosa fosse il mondo oltre alla scuola e a casa di mamma. E soprattutto era l&#8217;unico modo per raggiungere il suo amico, ovunque si fosse ficcato.
Fece un grande respiro e si avvicinò lentamente al buco, si voltò nuovamente a controllaree sembrava che nessuno stesse guardando nella sua direzione. Provò ad alzare un po&#8217; la rete e non sembrava difficile passarci sotto, ma si fece prendere dalla paura.
E se fosse stato scoperto? Non era il caso di pensarci meglio? Presto però sarebbe finita la ricreazione, sarebbero rientrati ed avrebbero scoperto l&#8217;assente, avrebbero controllato centimetro per centimetro il giardino e scoperto il buco e lo avrebbero chiuso. Non ci sarebbe stata una seconda occasione. Alzò la rete e vi si infilò sotto. Iniziò infilandosi di testa ma un&#8217;estremità puntuta della rete si impigliò nella tuta, era la sua tuta preferita ma strattonò comunque strappandolaun po&#8217;. Una volta arrivato sull&#8217;altro lato rimase sdraiato e si voltò a a guaradre il giardino. Nessuno si era accorto di niente.
Anzi no.
Una bambina lo stava guardando seria, era quella che gli era sempre piaciuta di più ma non aveva mai avuto il coraggio di rivolgerle la parola. Lui portò l&#8217;indice sulle labbra e le fece segno di non dire niente a nessuno, lei sorrise e annuì.Vai all'articolo originaleTra tutti i giorni in cui potevi partiredi Stefano Giolo - 9 Febbraio 2017Tra tutti i giorni in cui potevi partire perché hai pensato proprio il lunedì? (Cit. Carmen Consoli)
Mi chiedo se sia stata la tua ironia o il voler iniziare col tuo nuovo lavoro ad inizio settimana, o se tu abbia voluto non rovinarci la domenica che ti era sacra per il riposo. &#8220;Si riposa prima di un lungo viaggio&#8221; e forse hai fatto così.
Ricordo la tua espressione di quando dicevi queste frasi, con quell&#8217;aria un po&#8217; stanca ed un po&#8217; severa, come fossero regole che tutti avrebbero dovuto imparare che so, a catechismo assieme ai dieci comandamenti. Ci tenevi che fossero regole ovvie. Un&#8217;altra era &#8220;Ridi sempre che ridere che è una cosa seria&#8221;. E così ti guardo lì steso in quella bara, nella camera ardente e mentre gli altri non mi osservano mi viene da ridere. Un riso sincero sai? Perché alla fine hai scelto tu il giorno, il momento e ci hai sempre detto &#8220;il momento non lo sapete&#8221; ma tu era come se il tuo lo conoscessi da una vita. Ci hai preparati lentamente rendendoci tutti in grado di vivere senza la tua presenza, trasmettendoci ogni istante il tuo sapere, la tua esperienza, la tua ironia. Pensavo giusto qualche tempo fa quanto tu avessi dato a tutti noi, e giusto poco dopo, eccoti. Ti volti con quel tuo sorriso, ti togli il cappello e saluti con una risata, la tua risata che sembrava un colpo di tosse secca. Non se lo aspettava nessuno ed anche qui ci hai preso in giro con uno dei tuoi colpi di teatro, non se lo aspettava nessuno.
Mi sembra quasi di vederti ghignare sdraiato, come quando si capiva che avevi preparato uno scherzo ma non si riusciva a capire quale fino al momento in cui sarebbe accaduto, come quando mettesti nel contenitore del sale della carta da forno e sopra il pepe, o quando a Natale nel pacco regalo col mio nome mettevi una Barbie ed in quello di Michela un Big Jim, ti divertiva vedere le nostre facce a guardarci i regali scambiati e vederti ridere faceva ridere noi. Mi sembra quasi di vederti ghignare sdraiato e penso che da un momento all&#8217;altro ti alzerai ridendo e dicendo &#8220;Pensavi davvero che me ne sarei andato quando stanno per aprire l&#8217;Ikea? Senza portarmi via delle polpettine svedesi e la marmellata di mirtilli?&#8221;.
Ma non lo farai. Non questa volta.
Forse il tuo scherzo più grande è questo, farci credere che non te ne saresti andato così, di lunedì, ed invece andartene davvero.
È stato il più grande colpo di teatro andartene ora, quando nessuno ti guardava e tutto quello che eri l&#8217;avevi donato. Quando di te hai lasciato più tracce in noi di quanto ci saremmo mai aspettati.
Il tuo più grande colpo di teatro, serve a farci capire chi siamo.Vai all'articolo originaleSilenzioso desertodi Stefano Giolo - 5 Febbraio 2017Osservo attorno a me. Sabbia e deserto e null&#8217;altro, e silenzio. Nessun uomo ha mai visto il deserto come lo sto vedendo io ora, nessun uomo ha mai vissuto il silenzio come lo sto vivendo io.
Ed è pace eternamente immobile. Non c&#8217;è vento qui. Non c&#8217;è pioggia. Non c&#8217;è vita.
Questo è il primo momento in cui posso davvero guardarmi attorno senza l&#8217;ansia di cosa possa accadere, prima dell&#8217;ansia di cosa possa accadere. Ironico che sia anche l&#8217;ultimo momento che passerò qui. La prossima volta sarà qualcun&#8217;altro al mio posto, o forse chissà un giorno&#8230;
Da qui il mondo è così piccolo, infinitesimo. Come guardare uno di quei souvenir che si comprano nelle grandi città: la Tour Eiffel in una sfera di cristallo, il Colosseo. Una sfera di cristallo da prendere e ruotare per vederci scendere la neve. Non è molto più di questo il mondo quando lo osservi da qui. Eppure l&#8217;unico souvenir che avrò sarà qualche roccia ed il ricordo indelebile, tatuato per sempre di come l&#8217;intera umanità se ne stia a litigare dentro un piccolo ricordino da viaggio.
&#8220;Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini.&#8221;, lo aveva detto Jurij.
Penso a come lì, in quella piccola sfera uomini convinti di essere al centro dell&#8217;universo abbiano combattuto guerre, e siano morti, o semplicemente si siano sentiti in dovere di far sapere al mondo delle proprie avventure sentimentali, universitarie o che cosa stessero cucinando in quel momento, convinti di poter cambiare tutto, di fare la differenza.
Da qui posso prendermi un istante per osservare come tutto quello sia incredibilmente ridicolo.
Ora che sto per lasciare tutto questo silenzio, tutto questa sabbia su cui ho lasciato orme che rimarranno nei millenni, ora che sto per tornare laggiù su quella sfera ho un momento di paura. Non temo il viaggio, ci siamo arrivati qui, torneremo a casa, ma il contatto di nuovo col suono. Come sarà il contatto col suono? Con la frenesia della vita in quegli spazi ristretti che sono case, o uffici o palazzi?
Mi chiedevo quale sarebbe stata la colonna sonora migliore qui. Ma ho capito solo venendoci che i suoni che sento, il mio respiro ed il silenzio assoluto sono una colonna sonora che nessuno mai potrebbe immaginare, rovinare, storpiare con i suoni del mondo. Fermare il respiro ed ascoltare il silenzio fa venire voglia di non respirare più per non infettare l&#8217;universo di suoni che fuori da questa tuta sarebbero comunque silenzio assoluto.
Provo nostalgia di questa sabbia, di questo luogo che sto lasciando e mentre alzo il piede per salire la scaletta del Lem so che è inutile cercare di comprendere l&#8217;eterno, l&#8217;abisso. Va solamente vissuto.
Va solamente vissuto.
Ascoltando.Vai all'articolo originaleAlex pt2 (Umanità)di Stefano Giolo - 31 Gennaio 2017(Precedente: Alex pt1)
Non puoi capire come gli innesti cibernetici ti cambino fino a quando gli innesti cibernetici non ti hanno cambiato. Non puoi capire fino a che punto tutte quelle stronzate del fatto che ti facciano perdere umanità non siano affatto stronzate. Il primo innesto l&#8217;ho fatto quasi per gioco, per moda. Non avevo ancora i miei seguaci all&#8217;epoca ma ero entrato nel gruppo da poco. Ognuno di loro aveva la propria caratteristica speciale, che lo rendeva più minaccioso. Gli anni dei tatuaggi, dei piercing o delle creste in testa erano passati, cioè voglio dire tutti li avevano e non era più un segno di distinzione, era quasi conformismo almeno tra chi viveva nei bassifondi, gli innesti sottocutanei tradizionali erano anche questi roba passata. C&#8217;era chi si era fatto innestare un braccio bionico solo per il gusto di averlo e di essere più forte senza dover sostituire necessariamente un braccio non più funzionante, c&#8217;era chi si era fatto innestare mezza calotta cranica in acciaio a vista, chi denti in titanio affilati. Quello con i denti in titanio tra l&#8217;altro si tagliava spesso mangiando, anzi si taglia ancora, è quello che uso come capo apparente, quello che in formazione sta davanti a tutti fingendo di essere me. Io sono sempre stato un ragazzo timido almeno all&#8217;apparenza, un ragazzo dimesso. La prima installazione che mi sono fatto fare è stata una sostituzione dell&#8217;iride. La prima versione che avevo installato si limitava ad illuminarsi di rosso quando lo sceglievo. Mi permetteva di rimanere anonimo ma diventare minaccioso al bisogno, non era ancora una versione come quella di oggi con la sostituzione completa del bulbo oculare per avere la visione a zoom ed il mirino migliorato. Ce l&#8217;ho su un solo occhio comunque, per evitare problemi nelle zone in cui è richiesto lo spegnimento delle attrezzature cibernetiche. Almeno l&#8217;altro occhio continuerà a vedere. Solo le funzioni di vista aggiuntive le ho ad un solo occhio, le illuminazioni ed i cambi di colore li ho ad entrambi ovviamente. Ma in genere li tengo normali su un banale colore marroncino chiaro. Non sentii nessun cambiamento particolare al primo innesto. Più avanti dopo l&#8217;incidente sostituii il braccio destro. Mi era rimasto maciullato e a ripararlo non sarebbe più venuto bene, lo sostituii comunque con un modello similumano, senza metallo a vista, e cose tamarre. Mi piace l&#8217;idea di rimanere anonimo, di non essere troppo notato. Certo la forza del braccio è un tantino migliorata, e con essa la precisione di tiro. Il puntamento con l&#8217;occhio è automatico e la precisione farebbe impallidire un cecchino, era di dotazione in offerta nel prezzo e così ho fatto installare la nuova versione di occhi, anche se me piacciono ancora le lame. Certo anche il lancio di coltelli è agevolato comunque ma preferisco lavorare da ravvicinato quando posso. Nadja quasi non si accorse del cambiamento, nel periodo dell&#8217;incidente eravamo forzatamente lontani e preferii non coinvolgerla, si accorse della differenza una sera.
&#8220;Tutto bene?&#8221; disse. &#8220;Sembri freddo, quasi inumano.&#8221; disse.
Io risi. Non avevo ancora capito.
Il terzo innesto che installai furono dei filtri ai polmoni. Dei filtri avanzati. Era accaduto di trovarmi in un tafferuglio con gli sbirri ed avevo scoperto che non amo molto respirare fumogeni. Mi pareva una buona soluzione ed avevo abbastanza soldi in quel momento. Le modifiche mi stavano rendendo migliore. Mi stavano rendendo migliore degli umani comuni. Stavo diventando superiore ai comuni umani.
Il quarto innesto fu un cuore avanzato, in grado di pompare il sangue più velocemente in caso di emergenza e di rallentare quando necessario per non causare l&#8217;affanno. Accoppiato ai polmoni bionici controlla ed ottimizza la resistenza fisica e lo sforzo. Hanno dovuto iniettarmi in circolo una sostanza simile a silicone per rinforzare le vene e le arterie, in passato c&#8217;erano stati casi di aneurisma da sovrapressione, ictus e altro.
Ora ero davvero superiore agli umani. Sotto ogni punto di vista. Superiore. Fu un momento iniziare a snobbarli, a non considerarne neppure l&#8217;uso in attacchi di scarso valore, inaffidabili, facili a rompersi. Un giorno guardai Nadja e mi chiesi per quale motivo dovessi stare con una donna così. Non era più in grado di resistere a letto il tempo che desideravo, e spesso piangeva per motivi futili. La notte non mi era più così necessario dormire perché l&#8217;ossigenazione migliorata del sangue era in grado di tenermi sveglio molto più a lungo, lei invece aveva sempre bisogno di ricaricarsi e dormire. Se non lo faceva di notte doveva comunque farlo il giorno dopo ed io mi trovavo in difficoltà a seguire i suoi cicli di sonno e d&#8217;altro genere. Mi resi conto in fretta che stare con un&#8217;umana era un inutile perdita di tempo. Fu così che la lasciai la prima volta. Fu così che la persi assieme alla mia umanità.Vai all'articolo originalePerché vivo?di Stefano Giolo - 27 Gennaio 2017“Non sei tu il mio problema. Voglio dire, che sì, ci sto male, mi si strappa l’anima ma il mio problema non sei tu.&#8221; era seria mentre lo diceva, molto seria. &#8220;Piuttosto ho creduto che tu potessi esserne la soluzione. Che tu mi avresti portato via da tutto questo. E non è colpa tua se non l’hai fatto, se le mie aspettative sono state disattese, è stata la mia fuga, il mio usarti come mia fuga.”
Mi accorsi solo in quel momento che il cielo plumbeo alle sue spalle sembrava essere lì a sottolineare le parole che lei stava pronunciando. Come se avesse organizzato lei tutto questo, e forse è così. Mi accorsi solo in quel momento anche del rossetto scuro che evidenziava le sue labbra. Non lo aveva mai messo prima, o almeno non che io ricordi. Mi ero mai accorto davvero di come si truccasse?
Rimasi in silenzio. E lei abbassò le spalle come arrendendosi alla mia stupidità.
“Non lo capisci vero? Io non ho davvero nulla contro di te e non voglio recriminare nulla, ti sto dicendo solo perché sto male, anzi non perché sto male ma perché non ci sto a causa tua.”
Il vento le aveva portato una ciocca lunga di capelli ad appiccicarsi di sbieco sul viso, attraversando quelle labbra scure fino all&#8217;altro lato. Ci mise qualche secondo a trovarlo e rimetterlo a posto. Giusto mentre mi stavo accorgendo della sottile linea di eyeliner, non avevo mai fatto caso neppure a questo, se mai lo avesse usato prima.
“Non capisco” dissi. “Hai ragione, non capisco, ma cos&#8217;è allora che non funziona tra noi?”
Mi guardò come fossi uno stupido, ruotò gli occhi verso l’alto con l’aria sfinita e si prese qualche secondo prima di rivolgermi nuovamente la parola. Eravamo in piedi uno di fronte all&#8217;altra, sul marciapiedi.
“Non c’è nulla che non funzioni tra noi, sono io il problema, è dentro di me il problema.”
“Ne vuoi parlare?” le dissi immediatamente quasi interrompendola mentre una nuova folata di vento le spostava i capelli. Probabilmente di lì a poco si sarebbe messo a piovere e rimanere qui in piedi impalati come due scemi a prendere freddo non mi sembrava l’opzione migliore. Ma credo sarebbe stato peggio proporle in quel momento di entrare nel locale.
“No”. Rispose.
“Va bene” dissi prendendomi una pausa “va bene, allora, probabilmente è meglio così.”
“No! Non c’è nulla che vada bene invece! Proprio nulla!” Mi aggredì in quel momento. “Il problema è la mia vita, semplicemente l’ineluttabile fallimento completo della mia vita!”
Rimasi in silenzio a guardarla, non avrei saputo come reagire diversamente.
“Guardami. Tutto quello che sognavo di fare l’ho fatto. Oppure ho capito che non faceva per me, che non avrei dovuto lottarci ulteriormente. Tutto quello che mi resta è nessun amico, nessuna aspirazione, nessun desiderio”
“Io non sono un’amico?”
“No.” Mi guardò con aria torva.
“E cosa sono allora?”
“Nulla. Non sei nulla, non più, sei stato la mia fuga da tutto questo, la mia illusione di fuga ma ora ti guardo e sei lì a guardarmi come uno scemo come se stessi guardando un film e non ti rendi neppure conto di cosa stia succedendo, come non mi sono resa conto io che stavo proiettando in te solo stupidi desideri.”
Rimasi di nuovo in silenzio.
“Ti sei mai chiesto perché? Sei vivo?”
“No. Voglio dire, sono vivo perché mi hanno messo al mondo.” Risposi.
“Già, e perché sei ancora vivo?”
“Perché non sono morto prima. Credo.”
“Sei vivo perché hai dei sogni, un motivo di vivere, un motivo di andare avanti.”
“Tu no?” dissi stupito.
“No.”
“Come no?”
“Questo è il male che mi mangia dentro. Semplicemente questo”. Rimase in silenzio a guardarmi.
Io non sapevo come comportarmi e continuai a guardarla provando a sostenerne lo sguardo ma non era semplice. Avrei voluto essere in qualunque altro posto, o essere in grado di dirle la parola giusta se esiste una parola giusta in questi casi.
“Lo sai invece perché non sei ancora morto?” mi disse con aria di sfida.
Rimasi un po’ ancora in silenzio prima di rispondere “Credo per lo stesso motivo.”
“Quasi.” Disse. “Perché non hai un motivo di morire. Ci ho pensato spesso alla morte, i suicidi lo fanno spesso per rivalsa, per far soffrire qualcuno, per lanciare un messaggio, per avere la magra consolazione che qualcuno li piangerà. Morire non è una fuga ma un’atto di eroismo e ogni atto di eroismo è volto verso qualcuno”
“Eroismo?”
“Sì, è come mettersi a dieta, o uscire a correre, è uno sforzo aggiuntivo che devi fare all&#8217;alzarti dal divano. Una persona come me, una che non ha più un motivo di vivere non ha neppure un motivo di alzarsi dal divano. Figurati se ha la forza, l’impeto, il desiderio di fare qualcosa di così complesso come togliersi la vita.”
Cominciava ad agitarsi, sembrava più tetra e al contempo più bella, paradossalmente più viva. Una piccola vena le pulsava sulla tempia.
“Non sono ancora morta perché nessuno mi piangerebbe” aggiunse “perché nessuno soffrirebbe davvero della mia morte”.
Stavo per intervenire in mia difesa quando mi interruppe “No. Neppure tu. Piangeresti un giorno, forse due, poi in breve ti scorderesti di me, di tutto. Sono ancora viva perché non ho un valido motivo di uccidermi.”
Rimasi di nuovo in silenzio a guardarla.
“Anche solo una sfida, un testa o croce di qualcuno che mi sfidi, anche solo un dimostrare qualcosa a qualcuno potrebbe spingermi. Spingere da una parte o l’altra l’ago della bilancia. Anzi da una parte sola, visto che finché vivo l’ago è comunque chiaramente dall&#8217;altra.”
“Un testa o croce?” dissi con voce sospesa.
“Sì. Vuoi giocarci?”
“Cosa?” dissi non capendo.
“Vuoi giocare a testa o croce con me?” Sembrava improvvisamente più rilassata.
“Va bene” dissi insicuro, non avrei saputo rispondere altro. Qualunque cosa mi avesse chiesto in quel momento non avrei saputo rispondere altro.
“Lancia una moneta.” Ci misi un po’ a trovarne una, in fondo alla tasca dei jeans c’era una moneta da due euro la lanciai senza neppure chiedermi nulla e quando la fermai in mano lei rimase a guardarla qualche secondo.
La vena sulla tempia aveva smesso di pulsare ed il vento sembrava leggermente calato, iniziava a scendere qualche goccia invece. Poco o nulla, ma presto si sarebbe trasformato in uno scroscio e ci saremmo completamente bagnati se non ci fossimo spostati. Lei rimase in silenzio a guardarmi negli occhi. Si aspettava le chiedessi cosa avesse puntato immagino, ma la mia testa in quel momento era altrove. Vuota e altrove.
“Io vado” mi disse dopo alcuni secondi. Prima che intervenissi si era già voltata e si stava allontanando.
Non la seguii.
Fu l’ultima volta che la vidi.Vai all'articolo originaleIl mago di Oz (La porta del paese delle meraviglie – Sequel)di Stefano Giolo - 18 Gennaio 2017Fu sul tragitto di quella strada,
su quei mattoni gialli che affrontai infine il destino che attendevo.
Fu quando scoprii il mago dietro al telo,
quando dietro al telo scoprii lo specchio che mostrava il mago.
Mi scoprii con un cilindro in mano,
mi scoprii con una mano nel cilindro,
ma non c&#8217;era pubblico a cui mostrarlo.
Mi scoprii il mago,
e il pubblico,
e tutto,
e nulla.
Tirai fuori la mano ma il coniglio era già fuggito.
Tirai fuori la mano e trovai un orologio rotto.
Il pubblico non applaudì.Vai all'articolo originaleLe sfiorò le manidi Stefano Giolo - 12 Gennaio 2017Era una serata come un&#8217;altra, come mille o come nessuna. Attorno le auto in movimento erano poche, finite le feste la gente era ormai stufa di andare in centro ed era il momento giusto per frequentarlo prima che alla gente tornasse la smania degli acquisti grazie ai saldi.
Era in piedi, era ormai il momento di salutare gli amici dopo una serata piacevole seppur breve, s&#8217;era parlato di ogni cosa, di forse e di ma e di certo e di altro ed ancora. Una serata come altre. Di fronte a lui a ridere e parlare un vecchio amico, e due nuove e la distanza frapposta della novità, del non essere nella zona di confort seppure confortato da una situazione piacevole.
Lui le sfiorò le mani. Voleva sentire solo la consistenza di quei guanti di pelle morbida e niente altro. Lui le sfiorò le mani e mentre le sfiorava le mani il mio sguardo cadde su quelle quattro mani, sulle due a stringere le altre due, e sullo sguardo di lui. Rideva con assoluto candore, guardando quelle mani e non lo sguardo che stava poco dietro. Quello sguardo si fece un&#8217;istante serio, o forse fu una mia impressione. Si fece serio il mio indubbiamente, involontariamente mentre dentro di me qualcosa di caldo si scioglieva dalle pareti alte del mio interno precipitando improvvisamente verso il basso come in un vortice che non riuscivo a comprendere.

La ragazza voltò lo sguardo verso di lui e parve un&#8217;istante accorgersi di cosa accadeva nella sua mente. Un&#8217;istante prima che la strada si inclinasse. Mentre la strada si piegava in un imbuto i palazzi attorno si alzavano e le macchine parcheggiate cominciavano a muoversi verso di loro, tutto divenne in qualche modo liquido e mentre cadevano sembravano fondersi in un unico nulla di unico gorgo nero. Tutto attorno a lui era improvvisamente scomparso. O apparso. Quando aprì gli occhi viaggiava su di un treno. Gli parve di averlo aspettato secoli quel treno. Di fronte a lui seduta una donna, aveva lunghi capelli neri con dei riflessi rossi di hennè, il suo viso era rilassato e dolce, gli occhi grandi, le sopracciglia curate ed un piccolo piercing a luce nell&#8217;incavo del naso. Era in sovrappeso ma nascondeva molto bene la cosa valorizzando con vestiario le parti migliori. Si sarebbe detta una madre ideale. Al di sotto del mento un taglio netto le aveva aperto il collo in una linea dritta da una parte all&#8217;altra e lei aveva continuato a sorridere nonostante. Le braccia erano stese aperte con le mani appoggiate ai sedili accanto come per alzarsi, le dita spiegate ed allargate. Il sangue aveva smesso di uscire da un po&#8217; ed aveva sporcato tutto lo scompartimento. Il ragazzo riusciva a vedersi dallo specchio sopra la testa di lei e da quello vedeva lo specchio dietro di sé. Si guardò il corpo, non vi era alcuna traccia di sangue, e pur sedendosi sul sedile sporco non si sporcava. Aveva in mano un bisturi però. Questo sì, sporco di sangue.
Si allontanò dallo scompartimento con calma camminando nel corridoio, aveva lasciato la porta scorrevole aperta e camminando guardava stancamente come tutti gli altri posti fossero vuoti. Camminò fino all&#8217;ultimo vagone senza incontrare anima viva o morta che fosse. Aveva ancora il bisturi in mano, lo osservò. Il sangue era secco, il sangue stesso nello scompartimento era secco seppure il colore fosse vivido e forte come fosse stato nuovo.
Il treno era in movimento ma all&#8217;esterno il mondo non sembrava più reale di un film i cui fondali fossero disegnati malamente e gli pareva continuassero a ripetersi, ripetersi, ripetersi incessantemente. Provò ad aprire un portellone e non accadde nulla, provò a tirare il freno di emergenza e di nuovo non accadde nulla.
Appoggiò la lama al proprio collo e spinse con forza. Un getto nero uscì inondando a schizzi l&#8217;ambiente circostante, una quantità enorme e troppo scura di liquido lo avvolse e tutto divenne nero, il liquidò gli entrò in bocca soffocandolo, nei polmoni, dentro al corpo e si fissò dentro all&#8217;interno come attaccato a pareti di una grotta.
&#8220;Bene, allora noi andiamo, dai magari la prossima volta ci si vede per un aperitivo, no?&#8221; disse l&#8217;altra ragazza, quella senza i guanti di pelle.
&#8220;Sì, potrebbe essere.&#8221; rispose lui.
Un&#8217;auto li illuminò un&#8217;istante con i fari mentre passava lì accanto. I tre si allontanarono e solo quando rimase solo premette il tasto sulla chiave, salì in macchina e l&#8217;avviò per tornare a casa.

Aria

Alchera MyspaceVai all'articolo originaleImmemori battaglie pt6: Da dove proveniva il lampo. Da dove proveniva il tutto.di Stefano Giolo - 3 Dicembre 2016Da dove proveniva il lampo?
Sono sicuro di aver premuto io il grilletto, ho sentito anche il botto.
Ma allora perché sono riuscito a vedere così bene il volto dell&#8217;uomo dall&#8217;altra parte, a vederne l&#8217;uniforme? Era identica alla mia.
Era identica alla mia.
Il buio è tornato e gli occhi abbagliati dal lampo, forse dai lampi mi impedisce di guardare ancora quell&#8217;uomo ma sento il fischio di un proiettile nella mia direzione, tra pochi decimi di secondo sentirò il botto provenire dalla direzione di quell&#8217;uomo se non mi sto sbagliando e l&#8217;unico movimento che riesco a fare e quello per toccare la tasca sinistra e vedere che lì c&#8217;è ancora il nuovo feticcio che potrei non consegnare più. Che non avrei mai consegnato comunque.
Poi come un tarlo nella testa sento un dolore cupo avanzare tra i pensieri, qualcosa che scardina ogni altro pensiero, inaspettato. Un ricordo, una rivelazione, una comprensione tragica e forte di cosa mi abbia portato qui e di quale fosse stata la mia missione.
Si fa strada spostando ricordi, istanti, distruggendo, aprendo.
Apro gli occhi.
“Quindi? Hai deciso?” mi dice l&#8217;uomo di fronte a me.
Mi ricorda me stesso, me stesso invecchiato. Ha perso gran parte dei capelli e le rughe gli segnano il volto. La carnagione sembra più chiara, forse ha problemi di pressione bassa?
Sembra consumato e magro.
&#8220;Qual&#8217;è la tua scelta definitiva?&#8221; mi dice.
&#8220;Fallo&#8221; rispondo.
Appoggiato sulla scrivania uno stiletto lucido e perfetto di acciaio. L&#8217;uomo con tutta calma lo raccoglie e mi gira attorno mentre resto immobile e chiudo gli occhi. Sento le sue braccia cingermi un attimo e spostarmi i capelli poi la lama mi sfiora sotto l&#8217;orecchio sinistro, la punta scorre lentamente fino al punto dove la mascella si unisce al cranio e rimane ferma un secondo mentre l&#8217;uomo cerca la giusta inclinazione. Poi quasi senza dolore sento la lama entrare nel mio collo. Dura un&#8217;istante solo come la puntura di una siringa prima che vada a recidere il midollo tra due vertebre staccando di fatto ogni sensazione del corpo.
Tutto sommato è stato gentile.
Apro gli occhi ed il cane è ancora lì.
Dall&#8217;altra parte della rete.
Abbaia e ringhia.
Ringhia.
Lo so che è dall&#8217;altra parte della rete e non potrà farmi male ma sono un bambino e il terrore mi sta paralizzando. Cerco la mano del nonno ma non la trovo e non riesco a fuggire.
Non vedo altro attorno, non riesco neppure a voltare lo sguardo.
Cerco di svegliarmi, ma mi accorgo che il dolore al ginocchio sbucciato è reale.
Cerco di svegliarmi.
Ma sono lì.
Sono lì.Vai all'articolo originaleImmemori battaglie pt5: -lampo-di Stefano Giolo - 28 Novembre 2016Non è lo sparare l&#8217;atto principe dell&#8217;azione, è solo la conseguenza. Tutto l&#8217;insieme dell&#8217;atto è soprattutto nella respirazione e nell&#8217;attesa. Un susseguirsi di momenti in cui riempi i tuoi polmoni, stabilizzi il corpo e attendi un susseguirsi di istanti che sarebbero quelli sbagliati. Dal puntare al momento in cui premerai il grilletto passano solo pochi secondi di inspirazione, attesa, stabilizzazione della mira. Poi arriva l&#8217;istante esatto, subito dopo è troppo tardi. La mano incomincerà a tremare, il peso dell&#8217;arma a pesare, il cuore accelererà pompando il sangue e non potrai fare altro che abbassare l&#8217;arma e ricominciare un nuovo ciclo.
Il nemico è là, in fondo alla canna del mio fucile, allineato al mirino, poco più in basso per bilanciare la curva della traiettoria lunga. Il vento è calato in questa notte fredda e lo vedo mentre mi cerca col lo sguardo. Il colpo che ha appena sparato gli ha fatto perdere il punto, o forse non si era accorto fossimo in due quando ha ucciso il mio compagno.
Passano nella mia mente infinite cose mentre inizio ad inspirare l&#8217;aria nei miei polmoni, passano i nomi degli uomini di cui ricordo il volto nella morte, passa l&#8217;impressione di essere già stato a questo punto come in un dejavu, mi sembra anche di ricordare come sia andata a finire ma il ricordo si ferma un&#8217;istante prima di arrivare alla mia mente cosciente. Non riesco a farlo.
Un tempo ero stato spietato, e non mi occorreva pensare, i movimenti immediati in una successione unica erano oliati di anni di esercizio e non serviva ragionare, le mie mani non tremavano neppure sotto la più grande pressione ma questa volta sto involontariamente lasciando al nemico il tempo di armarsi di nuovo e di puntarmi. So che se vedrò un lampo avrò ancora solo il tempo di premere il grilletto prima di sentire il colpo addosso e poi il botto, e non avrei il tempo di sapere dove sia finito il mio proiettile ma so anche che non avrò una seconda possibilità.
Potrei nascondermi ed aspettare che vengano a prenderci tutti.
Potrei urlare e svegliare i miei e nella loro agitazione prendere quello zaino e fuggire evitando forse i loro spari alla schiena.
Potrei invece essere uomo ed uccidere il cecchino prima di svegliare i miei e fare il mio lavoro.
&#8220;Quindi hai deciso?&#8221; mi rimbomba nella testa la voce.
Mi sento come quando hai il terrore dei cani e c&#8217;è un cane dall&#8217;altra parte della ringhiera, quando sai che non potrà farti male ma hai il desiderio forte di fuggire lo stesso, quando hai le spalle al muro e sai che ormai è tardi per fuggire e che l&#8217;unica cosa che puoi fare è affrontare quella paura. Non temo l&#8217;uomo che ho di fronte, ne la sua pallottola, ne la morte. Temo di fallire la mia missione, non quella di questi uomini, non quella per cui sono vestito in questo modo, ma la mia missione, quella per cui sono nato.
Ho il ricordo fisso di avere già usato questa metafora, o forse è solo un ricordo di quando da piccolo provavo il terrore per i cani per colpa di quel bastardo che mi ha morso.
Il fucile di quell&#8217;uomo è puntato verso di me ora. Ora so che non avrò un altro tentativo, ne la scelta di fuggire. Conta solo chi dei due avrà per primo le mani ferme.
“Quindi? Qual’è la decisione? Il tempo non è infinito e la fuori molte pedine si stanno muovendo.” mi rimbomba nella testa la voce.
Sento il cane abbaiare e qualcuno recita i nomi delle persone che ho lasciato indietro, sembra la voce del biondo, nella mia testa. Solo nella mia testa.
Quanto sarà passato, tre secondi? Non è ancora il momento, non lo è ancora, la mano trema sotto il peso del feticcio, la mano trema come a sostenere un peso che va al di là di quello di questo fucile, la mano trema. Non è ancora il momento.
&#8220;Quindi? Hai deciso?&#8221; ancora nomi, credevo fossero meno, credevo di aver lasciato meno persone dietro.
Abbai di cane rabbioso. Nella mia testa. Nella mia testa.
Questo è il -lampo- momento.Vai all'articolo originaleImmemori battaglie pt4: Spari?di Stefano Giolo - 21 Novembre 2016&#8220;Puzzi di grappa Baffo.&#8221;
Nessuna risposta.
&#8220;Puzzi di grappa, Stronzo mi vuoi dire che hai fatto la sta notte? Sei rimasto a scolarti la bottiglia? Non sembrerebbe, è ancora quasi del tutto piena!&#8221;
Nessuna risposta.
&#8220;Hai una bottiglia nascosta da qualche parte?&#8221; si stava alterando.
&#8220;Senti Biondo. Lo sai che non bevo, non troppo almeno.&#8221; Baffo sembrava realmente dispiaciuto e altrettanto dispiaciuta parve la risposta di Biondo.
&#8220;Lo so, qui beviamo tutti, non c&#8217;è modo di sopravvivere a questo senza bere ma non mi piace affatto come ti stai comportando, sembri bloccato, in panico, e lo sembri da giorni. Allunga un braccio in avanti.&#8221;
Baffo allungò in avanti il braccio, la sua mano tremava. Lui rimase in silenzio.
&#8220;Ti rendi conto che tu sei probabilmente il miglior tiratore tra di noi? Non spari un colpo da giorni, forse da settimane&#8221; Biondo stava osservando Baffo con uno sguardo grave, parlava a bassa voce. &#8220;La mia sopravvivenza, quella di tutti gli uomini che abbiamo attorno dipende anche da te. Credi non mi sia accorto che punti il fucile assieme agli altri e poi non spari? Che le uniche volte che lo fai spari volutamente fuori bersaglio?&#8221; Baffo guardava in basso, in silenzio. Osservava le proprie mani tremare e provava con scarso impegno a concentrarsi per fermarle.
Attorno il vento fischiava nella notte, era una notte umida e fredda, folate di neve entravano nella trincea e gli uomini non di guardia cercavano inutilmente di dormire.
&#8220;Credi che io possa fare la differenza?&#8221; disse Baffo, guardava lo zaino pronto con la coda dell&#8217;occhio.
&#8220;Tu credi di no? Credi che potresti prendere quello zaino e fuggire? Ci sei in mezzo ormai. Ci sei in mezzo con tutte le scarpe, ci sei in mezzo con tutta la vita. Se provi a scappare qualcuno ti sparerà alla schiena come disertore. Non sarò certo io, sia chiaro ma qualcuno di certo se ne occuperà. E lo stesso potrebbe accadere quando qualcun&#8217;altro si accorgerà che hai smesso di sparare. Il tuo cibo è il cibo di tutti, la tua acqua l&#8217;acqua di tutti, le tue munizioni le munizioni di tutti. Non puoi sprecarle e startene seduto qui in attesa che qualcosa accada. Se attendi la morte tanto vale indossare ora quello zaino e fuggire, almeno ti sparerebbe qualcuno di noi e non attireresti l&#8217;attenzione del nemico.&#8221;
Baffo rimase in silenzio di nuovo, guardò lo zaino senza nascondersi, poi strinse le mani, ne sfilò il feticcio ed iniziò a farlo ruotare tra le dita. Aveva incontrato un uomo che faceva lo stesso con una pallottola ed ipnotizzava la gente ma lui era in grado solo di ipnotizzare se stesso.
&#8220;Siamo di guardia, io e te&#8221; continuò Biondo, &#8220;io e te e nessun&#8217;altro. Cosa pensi accada se ci attaccano e tu non spari, se te ne stai lì immobile in silenzio mentre arrivano e ci massacrano tutti? Se puoi fare la differenza? Puoi far si che tutti questi uomini vivano o muoiano. Ognuno di loro, ognuno di noi può fare la differenza ogni istante, e non sai chi la farà, quando la farà. Siate pronti. Non è questo che ci hanno ripetuto mille volte? Siate pronti. Lo hanno detto a me, lo hanno detto a te, lo hanno detto ad ognuno di questi uomini. Tu non puoi salvare te stesso, sono loro che ti salveranno e loro, ognuno di loro non può salvare se stesso senza l&#8217;aiuto degli altri. Credi possa mai uno solo di noi sopravvivere da solo?&#8221;
Baffo rimase ancora in silenzio, scosse leggermente la testa mentre si toccava la camicia sulla tasca, sul cuore. Aveva rimesso il feticcio al suo posto ma subito dopo tornò a toccarlo e ancora se ne allontanò come un fumatore che avesse aperto il pacchetto anche se aveva deciso di smettere.
&#8220;Baffo. Davvero. Pensi di farcela? Credi di essere in grado di riprenderti prima che sia troppo tardi?&#8221;
&#8220;Non lo so.&#8221; rispose Baffo. &#8220;Non lo so.&#8221;
Un istante prima del botto Baffo fece in tempo a vedere un lampo e a sentire un fischio ed un rumore sordo come di un cocomero colpito da un martello. Il lampo era alle spalle di Biondo, poi arrivò il botto e quasi contemporaneamente pezzi mollicci e caldi gli arrivarono sul volto e sulla tasca, e altrove. Fece in tempo a vedere un buco nella faccia di Biondo, un buco nero che aveva portato via una parte del naso e si univa all&#8217;orbita di un occhio non più presente.
Si alzò urlando e puntò il fucile nella direzione da cui aveva visto il lampo.
&#8220;Maledetto! Ti ammazzo!&#8221; fu il suo grido. Solo nella testa.Vai all'articolo originaleImmemori battaglie pt3: Lettere e nottidi Stefano Giolo - 19 Novembre 2016Succede in notti come queste, notti subito prima o subito dopo di una battaglia, notti insonni, che accade. Dovresti pensare a fare un briefing per il giorno successivo o un debriefing del precedente ma non importa. Non ci riusciresti comunque. E forse è la grappa che hai buttato giù per non pensarci o il manto stesso della notte, del silenzio attorno mentre il mondo sembra scomparso e così lontano ma le inibizioni se ne sono andate, resti solo con te stesso e con i demoni che questa guerra avrebbe dovuto esorcizzare, i demoni da cui volevi scappare il giorno in cui hai iniziato questa strada ti osservano e ti ruotano attorno. Osservi il tuo zaino. Sai che è pronto, non ti serve neppure controllarlo. Sai che è pronto per fuggire al primo cenno di pericolo eppure lo hai scelto. Lo hai scelto tu questo percorso, hai scelto tu di lottare per questa causa, hai scelto tu di andare verso la gloria o la morte. Guardi anche il fucile del tuo compagno e lo carezzi, vorresti puntartelo sul mento e premere quel cazzo di grilletto, sarebbe una fuga così semplice, così veloce eppure non sei uomo neppure per andartene così.
Ci sono cose che hai deciso non avresti mai più detto, persone a cui avevi deciso non le avresti più dette eppure la notte, o forse quel sorso di grappa&#8230; era solo un sorso, non abbastanza ma ti ritrovi con un foglio in mano ed una penna e stai scrivendo parole che vorresti dire, vivere qualcosa che per esplicito ti è stato chiesto di non vivere, ed allora prendi un altro po&#8217; di grappa, lo versi su quel foglio e poco prima di dargli fuoco ti rendi conto che qualcuno da lontano potrebbe vederlo, avresti potuto attirare il nemico. Ti tendi conto che ciò che hai scritto non solo è vero, ma resta indelebile nelle tue mani. Così asciughi il foglio e lo riponi nella tasca della camicia, la tasca sul cuore. Domani puzzerai ancora di grappa e ti daranno dell&#8217;alcolizzato e non potrai dire quanto vicino alla morte sei stato, quanto vicini alla morte tu abbia portato i tuoi compagni, annuirai e dirai solo &#8220;Sì.&#8221; pensando che forse hai un nuovo feticcio perché non ne bastava uno, non bastava quello che incessantemente ti fai ruotare tra le mani, non bastava il cazzo di feticcio che ti ricorda ogni giorno perché sei lì, perché sei finito i quel mondo, non ti bastava.
Ed è ora di infilarsi nel sacco a pelo, forse è la volta che ti si chiuderanno gli occhi.
Forse è la volta che i tuoi occhi si chiuderanno. O si apriranno forse.Vai all'articolo originaleImmemori battaglie pt2: “Quindi? Hai deciso?”di Stefano Giolo - 10 Novembre 2016&#8220;Quindi? Hai deciso?&#8221;
La persona da cui proveniva la voce lo stava guardando con aria interrogativa dall&#8217;altra parte di una scrivania. Lui era immobile, nel suo completo elegante leggermente stropicciato.
&#8220;Sì, non è stata chiara la mia risposta?&#8221;
Sembrava stupito del sentire nuovamente chiedere in merito alla decisione, era molto sudato ma apparentemente era come se qualunque fatica avesse fatto fosse relegata al di fuori di quella stanza, in una specie di oblio di cose dimenticate.
&#8220;Ricordi cosa hai risposto poco fa?&#8221; disse la persona dall&#8217;altra parte della scrivania.
&#8220;Certo ho detto che&#8230;&#8221; il volto dell&#8217;uomo si rabbuiò qualche istante. &#8220;Ho detto che&#8230;&#8221; Una vena gli si gonfiò sulla fronte, pulsava mentre si copriva il volto con le mani scuotendo la testa.
&#8220;Cazzo.&#8221; aggiunse. &#8220;Non avevo detto questo, solo pochi istanti fa ero certo del contrario! Ero sicuro che la decisione più sensata fosse&#8230;&#8221;
&#8220;Quindi? Hai deciso?&#8221; ripeté nuovamente l&#8217;altra persona.
L&#8217;uomo alzò la faccia dai palmi delle mani poco prima di urlare &#8220;Che cazzo mi avete dato da bere?&#8221;
&#8220;Nulla.&#8221; rispose la persona di fronte con tutta la calma del mondo.
La vena dell&#8217;uomo continuò a pulsare mentre lui rimaneva in silenzio.
Passarono alcuni minuti.
&#8220;Allora respirare, qualcosa? Qualche siero della verità?&#8221;
&#8220;Sei sicuro che sia questa la verità? Che sia la tua risposta definitiva?&#8221;
&#8220;Cazzo. No. Non è un siero della verità, non lo è perché la verità sarebbe una ed una soltanto, non è un cazzo di siero della verità, cosa mi avete dato?&#8221;
&#8220;Non ti ho dato nulla. Quello che sta accadendo sta accadendo solo grazie alla tua mente, a ciò che tu pensi. Ma non hai ricevuto nessuna sostanza ne da me ne da nessun altro.&#8221; La voce era assolutamente calma e rilassata, forse parlava leggermente a rilento &#8220;Ora è il momento di prendere una decisione, non c&#8217;è più tempo. Vuoi combattere o arrenderti? Ci credi ancora nonostante tutto o hai deciso che sia il momento di lasciarti andare?&#8221;
&#8220;Sei tu a controllare la mia mente. Sei tu che devi avere qualche potere, qualche cosa. Mi stai manipolando con le cose che dici&#8221; l&#8217;uomo sembrava agitarsi sempre di più, il pulsare della vena pareva volerla fare esplodere e le gocce di sudore avevano ripreso a scendere copiose. &#8220;Parli in maniera melliflua e mi fai cambiare idea, mi fai sragionare.&#8221; batté il pugno sul tavolo.
&#8220;Quindi? Qual&#8217;è la decisione? Il tempo non è infinito e la fuori molte pedine si stanno muovendo.&#8221;
&#8220;Fanculo! Non credo di potercela fare! Mi è già stato detto che non ha senso, che non c&#8217;è speranza, che non c&#8217;è modo di affrontare quella battaglia, chi mi fa fare di lottare per qualcosa che non può che portare alla distruzione?&#8221;
&#8220;Il tempo sta per scadere, sarà qualcun&#8217;altro a decidere per te.&#8221;
L&#8217;uomo rimase in silenzio, i suoi occhi si muovevano velocemente in tutte le direzioni, cercava un appiglio, una certezza ma la stanza era vuota, non vi erano finestre e non si vedevano gli spigoli delle pareti. Tutto era di un bianco abbacinante tranne la sedia su cui era seduto, la scrivania e la sedia su cui era seduto il suo interlocutore. Vestito a sua volta di bianco.
All&#8217;esterno, qualunque cosa fosse l&#8217;esterno vi erano voci di persone, chiacchiere, risate.Cercava di isolarne le voci e di capire se qualcuno potesse comunicare con lui. A volte gli pareva di riconoscerne qualcuna, forse erano ricordi. Una frase gli ruotava in testa, gli pareva di vederla scritta, non aveva mai sentito una frase così pesante, schiacciante, pregna di responsabilità. La battaglia forse stava tutta in quella frase, il senso della battaglia, della sua vita stessa stava forse in quella frase e in niente altro. Era il peso che lo portava a cedere e la forza che lo portava a lottare. Allo stesso tempo.
Il ticchettio di un orologio segnava il tempo ed evidenziava il silenzio di quel luogo mentre la persona di fronte a lui lo fissava senza proferire parola.
Passarono ancora alcuni secondi che parvero ore.
&#8220;Quindi? Hai deciso?&#8221; disse l&#8217;uomo.Vai all'articolo originaleImmemori battaglie pt1: La fine.di Stefano Giolo - 26 Ottobre 2016Sembrava quello il giorno.
Dietro di me una vita di scontri, di lotte. Davanti finalmente l&#8217;obbiettivo di una vita, di molte vite. Troppe. Lì, in tutta la sua mirabile essenza. Di fronte a me.
Ebbi il tempo di fermarmi ad osservarne l&#8217;intera figura e ricordare. Non ero in grado di fare l&#8217;elenco di tutti gli uomini, gli amici, che avevo lasciato dietro alle spalle. Delle vite perdute nell&#8217;obbiettivo comune di raggiungere questo che ora stavo osservando. Ci provai, provai a ricordare i volti ma mi apparivano distorti, con le bocche aperte o le teste esplose, nei miei ricordi stessi riconoscevo corpi da medagliette o dettagli che ricordiamo solo delle persone importanti. Innumerevoli persone importanti. Ero rimasto solo. L&#8217;ultimo era morto pochi giorni prima parandosi di fronte a me un istante prima che qualcosa mi colpisse e venendone colpito al mio posto.
Ho sempre odiato tutto questo, ho sempre odiato le battaglie e uccidere, ammazzare. Avrei potuto dire che avrei dato l&#8217;anima per non farlo ma era evidente non fosse così. Alla fine io stesso avevo strappato vite, lo avevo fatto di nemici valorosi e di amici, perché lì in mezzo alla fine sei sempre solo, lo sei anche quando accanto a te c&#8217;è la persona che ami di più forse. Ma su questo ero fortunato: l&#8217;amore mi era stato strappato tanto tempo prima, mi era stato strappato il giorno in cui era iniziato tutto. Il giorno in cui avevo smesso di avere qualcosa da perdere. Probabilmente è stata questa la mia forza, il motivo della mia assenza di paura: non avere nulla da perdere.
E a quel punto mancava solo un ultimo passo da affrontare. Portavo ancora quel feticcio, da un lato lucido come nuovo e dall&#8217;altro rovinato e distrutto quel giorno. Trascinato sull&#8217;asfalto. Mi ricordava il bene ed il male, un po&#8217; come una mia versione dello yin e dello yang, molto più prosaica, mi ricordava perché ero in quel campo, quanto di quello che avevo dietro era distrutto e quanto forse il poco che rimaneva davanti fosse la cosa che poteva più somigliare alla luce.
La solitudine. L&#8217;aver perso ogni cosa, ogni anima affine, ogni persona della propria vita è una sensazione che ognuno dovrebbe provare. Vivere morti in vita. Non per un giorno, ne per cento, ma per anni dovrebbe essere simulato nella testa di ognuno perché possa capire quanto di bello sta ignorando perché possa imparare ad avere qualcosa per cui lottare pur non avendo nulla da perdere. Non lo provano in molti, per lo più non vi si avvicinano neppure o avvicinandovisi cadono inesorabilmente. Io ero un sopravvissuto, i corpi esplosi, crivellati, morti che chiamavo amici nella mia testa erano invece caduti.
Ero lì. Finalmente. Pronto a&#8230; a cosa? All&#8217;ultimo attacco. O alla resa. O alla pace. O alla morte. Davanti a me c&#8217;era quello per cui da quel giorno avevo iniziato a lottare facendo a pezzi la mia vita con le mine, accoltellandomi pezzi dell&#8217;anima e ricostruendo ogni giorno meticolosamente curandomi da solo le ferite.
Ero lì.
Uscii allo scoperto.
Fu un lampo. Mi trafisse qualcosa.
Il lampo non veniva da ciò che mi aveva trafitto ma dalla mia testa, dal dolore lancinante che avevo provato decine di altre volte ma che questa volta sembrava avere un qualcosa di più definitivo. Sembrava contenere tutte le ferite di una vita più un&#8217;altra ancora nuova. Caddi.
Mi cedette un ginocchio e caddi a terra non ancora esanime.
Feci in tempo a guardare un&#8217;ultima volta nella direzione a cui agoniavo e da quella vidi partire un&#8217;oggetto che non potei evitare. Mi resi conto della mia vecchiaia in quel momento, della mia impotenza, del tempo perduto che non sarebbe più tornato. Misi la mano sul feticcio ed attesi che la granata mi esplodesse addosso portandomi via il feticcio e la mano e tutto il resto.
Ora sono qui. Al punto in cui iniziò tutto. Il feticcio ancora tra le mani, su un lato lucido e chiaro, come nuovo, sull&#8217;altro annerito come da un&#8217;esplosione, graffiato come trascinato sull&#8217;asfalto. Lo faccio ruotare sul tavolo, come sempre. C&#8217;è un uomo poco distante, è vivo. Credo di esserlo anche io almeno fisicamente. Qual&#8217;è la direzione verso cui devo andare? Ho come un vago ricordo di aver appena perso qualcosa, la testa mi rimbomba come dopo un botto, ma so cosa devo raggiungere, l&#8217;obbiettivo di una vita. Devo solo trovare la direzione, non ho più nulla da perdere ormai e quell&#8217;uomo forse potrebbe essermi d&#8217;aiuto.
Mi alzo mentre il ginocchio sinistro ha un momento di cedimento, poi mi incammino verso quella direzione.Vai all'articolo originaleOre sognidi Stefano Giolo - 1 Giugno 2016L&#8217;idea solo che da lì a poche ore, o giorni avrei potuto incontrarne lo sguardo mi tenne sveglio per giorni. Ero consapevole che non sarebbe accaduto niente di diverso dal solito nulla, era il nostro ruolo che ciò accadesse in questo modo. Ma era qualcosa dentro, qualcosa che non avevo scelto. La cosa che faceva sì che incontrassi quello sguardo in un mondo o nell&#8217;altro, da una parte o dall&#8217;altra del confine onirico. A intervalli regolari. Ed era l&#8217;incontrarla di rado a farmi invecchiare in fretta tra una volta e l&#8217;altra pur di accelerare i tempi.
Non fu che un giorno normale, forse più lungo, forse più silenzioso. Veloce e forte sentivo il mio battito nel vuoto tra le clavicole come a rimbalzare. Fu un giorno come non poteva non essere.
Come non poteva non essere, e nulla più.
Avrei voluto ogni istante poter entrare nel suo mondo. Incontrarla ancora nel suo mondo e scoprirlo vicino o lontano dal mio. Conoscerne sfaccettature che non conosco, amarlo od odiarlo. Avvicinarmi o fuggirne. Esaminare l&#8217;ascendente che nonostante tutto continua ad avere su di me.
Ma era un giorno come un&#8217;altro, come ce ne saranno ancora. Come ce ne sono già stati. Solamente un giorno, un momento, un nulla.
L&#8217;idea solo che da qui a pochi giorni, potrò reincontrarne lo sguardo mi tiene sveglio da giorni, o forse anche ora sto sognando e tutto questo è solo l&#8217;immagine del libro che ho chiuso prima di sdraiarmi.Vai all'articolo originaleLa torre.di Stefano Giolo - 19 Maggio 2016Esiste una torre lontana, odiata da tutti, odiata dalla tua genia.
Si staglia contro il mondo con sfacciata inutile superiorità.
Esiste una torre lontana, visibile da ogni landa di questa terra stanca in cui il mondo è andato avanti.
La sorveglia dall&#8217;alto, ridendo con i suoi occhi rossi.
La sorveglia dall&#8217;alto, irridendo con i suoi occhi rossi.
Ma io la amo quella torre.
Non per ciò che rappresenta ma per ciò che mi rappresenta.
Il luogo lontano verso cui guardare e sapere che tu esisti, che sei lì, che lotti, che lotterei accanto a te.
Il luogo lontano, all&#8217;orizzonte verso cui guardare per cercare la forza che vive ai suoi piedi.
Chiedimi ancora una volta delle scelte che ti sembrano pavide.
Chiedimi ancora il perché.
Fammi le domande giuste e non ascoltare le risposte.
Guardami solo negli occhi.
Guarda questa luce.
Contiene ogni risposta, ogni coraggio.
Ogni perché.Vai all'articolo originaleLo scorrere del tempodi Stefano Giolo - 9 Maggio 2016&#8220;&#8230;e poi comincerà a sentire le palpebre pesanti, sempre più pesanti&#8221;
&#8220;uno&#8221;
&#8220;due&#8221;
&#8220;tre&#8221;
Un orologio. Un orologio da taschino.
Si muove a destra e sinistra, lentamente. Lo vedo accelerare quando scende e rallentare fino a fermarsi qualche istante quando sale. Prima da un lato e poi dall&#8217;altro.
Troppo lentamente per essere credibile.
La lancetta dei secondi non si muove.
&#8220;quattro&#8221;
L&#8217;orologio è rotto, segna le sette e diciannove.
Oscilla. Continua nel suo moto imperturbabile.
Lento. Lento e mosso da una catenella in bronzo brunito.
Lento. Lento e mosso da una mano in un guanto di pelle bianca.
È rotto l&#8217;orologio. Segna le sette e diciannove.
&#8220;Cinque&#8221;
È un coniglio.
È un coniglio bianco a reggere l&#8217;orologio. Indossa un panciotto.
Sorride e mi guarda il coniglio bianco. Da sopra quel panciotto elegante.
Mi guarda.
&#8220;Sei&#8221;
Devo fuggire. Non guardarlo.
(Non guardarti).
Devo fuggire mentre l&#8217;orologio si ferma qualche istante a destra del suo volto e scende.
-Sette e diciannove-
Fermo.
E si muove accelerando.
&#8220;Nove&#8221;
Non mi sta più guardando il coniglio bianco, nel suo panciotto, nei suoi guanti.
Non mi sta più guardando il coniglio bianco.
Ha voltato la testa il coniglio e guarda di lato.
C&#8217;è un albero piantato in mezzo al prato.
C&#8217;è un albero piantato in mezzo al prato.
E sotto l&#8217;albero un buco, una tana.
C&#8217;è un albero piantato in mezzo al prato.
&#8220;Dieci.&#8221;Vai all'articolo originalenel tempodi Stefano Giolo - 29 Febbraio 2016Era mentre osservavo quegli occhi, i tuoi, i suoi, quelli di Lei che sta accadendo, proprio ora mentre osservavo nei tempi antichi la loro luce, e mentre stava accadendo come un fiore la mia corolla si apre, lentamente i petali si stanno schiudendo e lasceranno entrare questa luce che sta scaldando il mio corpo, illuminando l&#8217;interno del mio corpo, scaldando quello che era il mio corpo, la mia mente schiusa alle emozioni che non avevo mai incontrato prima. Fu quel giorno che amai l&#8217;ansia, che amai il battere forte del cuore in gola ed i tremori e il non sapere quale direzione prendere, l&#8217;inadattezza di vivere che solo oggi ho visto per la prima volta e che amai da allora, come amai la paura, il terrore nei miei occhi che guardano i tuoi occhi, il tremore dei miei occhi che guarderanno i tuoi per la prima volta guardare i miei. Ed è per questo che amerò il non sapere cosa fare, amerò il non aver saputo scegliere quando il mondo mi fu avverso e il desiderio di fuggire, e il cadere e la tristezza che mi ha provocato e che il mondo porta sulle spalle, perché tutto questo è vita, e ringrazierò mille volte i suoi occhi severi quando mi sgridarono e guarderanno con sdegno. Tutto questo è vita, tutto questo è ciò che mi ha fatto incontrare quegli occhi e quegli occhi furono ciò che amai, ed è mentre gli osservavo che tutto inizia.Vai all'articolo originaleOradi Stefano Giolo - 21 Febbraio 2016Non avevo mai compreso fino a quel momento ciò che mi dicevano degli uomini, non avevo mai compreso fino a quel momento ciò che volesse dire umanità. Ero giunto in questo mondo per vie che voi non comprendereste, ero giunto in questo mondo per mezzo di ciò che voi chiamereste dolore, di ciò che voi definireste sofferenza. Non le conosco, non ancora, queste cose, non mi appartengono questi termini. Ero giunto in questo mondo come ognuno giunge al proprio, un istante prima non esistevo, il successivo ero qui con una storia davanti ed una dietro, un puntino in movimento su di una linea infinita pronto ad andare avanti nel tempo e non tornare mai indietro. Come tutti voi.
Avevo sentito i vostri cuori battere e visto i vostri occhi inumidirsi, avevo sentito parlare di cose che non comprendevo, avevo sentito dire che la mia storia era triste, che ero forte, che sentirla e vedere qualcuno superarla rendeva felici ma non conoscevo queste parole, non avevo mai vissuto nulla di ciò che sentivo raccontare. Non avevo mai compreso il significato intrinseco dei gesti, del cingere persone con le braccia o del guardare negli occhi.
Solo un giorno d&#8217;improvviso fu come entrare davvero in un corpo o come se una pelle si togliesse, fu come sentire qualcosa di stretto infilarsi caldo sul corpo o di freddo sfilarsi.
Fu guardando il tuo sguardo ma non fu quello sguardo, sembra un tempo remoto ma mi guardo indietro ed è accaduto oggi, solo poche ore fa, pochi minuti, sta accadendo ora, in questo esatto momento, adesso. Ed è un&#8217;abbraccio, ed è un bacio ed è il caldo ed il freddo, il cuore che batte, trabocca, il cielo dentro e la testa che non può contenere ogni cosa e vortici e il silenzio e la musica e non importa il dopo, il domani, il tra poco, sia quel che sia ho provato questo infinitesimo istante.
Sono a casa.Vai all'articolo originaleAchilledi Stefano Giolo - 17 Ottobre 2015Fu così che infine scelse di pugnalarsi nell&#8217;unico punto in cui il suo corpo era vulnerabile, non lo fece per morire, ne scelse di voler soffrire per punire una propria scelta od errore.
Si pugnalò nell&#8217;unico punto in cui avrebbe potuto creargli dolore, forse morte, e scelse di farlo accanto ad una persona che conosceva appena, una persona di cui aveva però piena fiducia.
&#8220;Questo è il più grande dono che possa farti&#8221; disse.
&#8220;Questo è il dono della conoscenza di ciò che sono, il dono della mia stessa esistenza&#8221;
Fu così che scelse di porgergli l&#8217;elsa dell&#8217;arma.
&#8220;Questo è il più grande dono che possa farti&#8221; disse.
&#8220;Non importa cosa sceglierai di farne&#8221;.Vai all'articolo originaleFumodi Stefano Giolo - 15 Ottobre 2015&#8220;Ricorda di quando iniziò ad avere queste fantasie?&#8221;
Fantasie?
&#8220;Si, omicidi morti, cose di questo genere&#8221;
Io non ho di queste fantasie, e soprattutto non vedo perché dovrei averne, al limite ho fatto qualche sogno, poco altro.
&#8220;Bene, ricorda quando è iniziata questa sua ossessione, questa serie di sogni, questo suo pensare alla morte di donne?&#8221;
Non credo di esserne ossessionato, nel modo più assoluto, mi capita qualche volta di pensarci, si come può capitare di pensare nuda una bella donna che passa, ma non direi di esserne ossessionato o dipendente, io sono uno che sta ben alla larga dalle dipendenze e cose simili, sto lontano dalle droghe, dal fumo, dall&#8217;alcool, si qualche birretta a volte tuttalpiù, ma niente di che.
&#8220;Cosa le viene in mente pensando parola ossessione?&#8221;
I fumatori.
&#8220;Lei si sente ossessionato dai fumatori?&#8221;
No, i fumatori sono ossessionati dal fumo
&#8220;Provi a parlarmene&#8221;
Li guarda mai? Sembra come se la presenza stessa del fumo li attorni, come chiocciole che si portino dietro il propri guscio, loro si portano dietro il fumo, l&#8217;alone di puzza, il bisogno di fumare, la sigaretta in tasca sempre pronta e se non lo è la comprano o la rollano ossessivamente, continuamente. Il loro bisogno di uscire ogni ora a respirare da quel loro rotolino di morte, di respirare la morte passo passo, piano piano, ogni giorno più e più volte, e ogni volta ancora non ne sono soddisfatti. Sa, da piccolo ho letto Momo, di Michael Ende, non so se ha presente, mi sono rimasti impressi nella testa, proprio dentro, tatuati i personaggi cattivi: degli uomini grigi che si nutrivano del tempo sottraendolo alle persone, uomini in giacca e cravatta e con la valigetta, ma soprattutto uomini con il sigaro. Il sigaro e fatto con le foglie -o i petali non ricordo- del tempo essiccati ed arrotolati, ne erano talmente dipendenti da dover fumare ogni istante e dover accendere un sigaro ogni volta con quello che stava finendo. Lo vedo così il fumatore. Mi sembra come un malato bisognoso di una flebo, incapace di viverne senza ma come se la flebo fosse contemporaneamente veleno e piacere, lo vedo come una persona sopraffatta dal bisogno impellente di assumere qualcosa di esterno per riequilibrare qualcosa di interno, quasi come se non lo assumesse il cuore dovesse esplodere o il cervello spegnersi. Lo vedo come un malato che non si rende conto di essere malato, come uno zombie che non si sia reso conto di essere morto, lì attaccato a questa sua sigaretta a credere di aspirare la vita mentre è il fumo ad aspirarla via. Non credo di saperne rendere l&#8217;idea fino in fondo ma penso al fumo che invade i bronchi come a veder fumare l&#8217;uomo invisibile e questo fumo entrare poi nelle vene e dalle vene entrare nel cervello, negli organi e colonizzarli, colonizzane i desideri come un parassita, mille parassiti, milioni di parassiti che necessitino di nutrirsi ancora con una nuova boccata e vedo il fumatore ignaro, incapace di capire come ognuna sia un darsi ulteriormente a questo demone. Vedo il corpo marcire dentro partendo dai polmoni ed irrorando il marcio a raggiera seguendo le vene e via via fino ai capillari e mentre vedo il corpo marcire li vedo attaccati a quel bastoncino fumante come se non fosse capace di staccarsi, mi sembra uno di quei topi a cui hanno dato un tasto che stimola il piacere e che muoiono di fame a forza di stare a stimolare quello, come una lumaca attratta dal sale che a poco a poco si scoglie ed ho la consapevolezza che non servirà a nulla dirglielo, farglielo notare, perché otterrebbe lo stesso scopo.
“Quindi li vede senza speranze in qualche modo?”
Si, anche se alcuni si salvano o sopravvivono a lungo.
“Capisco, ed invece come vede le donne? Come è il suo rapporto con esse?”
Non credo valga la pena parlarne, non credo che abbiano questa importanza da doverne discutere, no?
“Eppure in questi incontri lei me ne ha parlato spesso, ha spesso parlato di fantasie che le riguardano”
No, non credo lo siano. Non credo siano fantasie quantomeno.
“Cosa sono se non sono fantasie?”
La seduta è finita.
“Cosa sono se non sono fantasie?”
La seduta è finita.
“Ritorneremo sull’argomento alla prossima seduta”Vai all'articolo originaleAttesedi Stefano Giolo - 6 Ottobre 2015Cosa ci faccio qui seduto su questa panchina? La ricordavo diversa, ma non la ricordo davvero. Le mie mani sono mani di un vecchio, tremano, mani spoglie e rugose con una fede al dito, le vene ingrossate e le dita ossute, magre con nocche nodose quasi come noci.
La panca su cui sono seduto è di metallo verde, credo sarebbe scomoda con i calzoncini da bimbo con tutti quei buchi ma io la ricordo di legno. Era appena stata inaugurata questa stazione dei bus ed io qui aspettavo mano nella mano con mia madre per andare verso la scuola nel paese vicino.
Non c’era la paura di oggi, ci lasciavano andare e sapevano saremmo tornati, allora non c’era la paura. Poi crescendo iniziai a venire qui da solo da casa senza che mi accompagnassero, sedevo sempre qui di fronte alla porta perché mi piaceva osservare le persone entrare, perché mi piaceva immaginare, indagare nelle loro vite o nei miei sogni che attribuivo a loro, mi piaceva gustarmi ogni istante di chi arrivava a volte trafelato e sudato per prendere un biglietto e fuggire via come il vento, o chi sognante si sedeva sulla panca in attesa di un bel momento, un bel luogo verso cui andare. Qualche volta mi capitava di vedere una donna o un bimbo piangere e cercavo di immaginare cosa ci fosse dietro quel volto, quale fosse la storia.
Non accadde da subito, non dalle prime volte, iniziai a pensarci solo dopo quella volta della porta misteriosa.
Sedevo sempre qui. Sulla parete alla mia destra già allora vi era questa mensola e dietro la mensola attraverso una finestra la signora dei biglietti chiacchierava e chiedeva e chiacchierava e chiedeva e chiacchierava ed io la ascoltavo ed ascoltavo le storie, i ricordi, le emozioni delle persone mentre osservavo chi sedeva sull’altra panca giusto sotto gli orari. Le ascoltavo all’epoca non mi veniva in mente di cercarle, di immaginarle, di scavare tra i lineamenti i colori dei vestiti, le espressioni delle persone ignare.
Entra una signora, ora. Porta i capelli lunghi raccolti in una lunga coda ed ha un grande cane bianco, non me ne intendo di cani ma sembra come quello delle pubblicità della carta igienica solo più grande. Sembra affettuoso e lei è distesa e sorridente. Porta un vestito grigio/marrone ma in qualche modo allegro, ricco di movimento, la maglia è morbida e larga e le maniche corte sono a sbuffo e così anche la parte attorno al seno e il collo, la gonna lunga la fa sembrare quasi una donna dei miei tempi, così larga a pieghe morbide. Fa il biglietto alla macchinetta &#8211;Dio quanto era bella la signora dei biglietti quando ero piccolo e chissà che fine avrà fatto, la sua finestra ormai è chiusa da anni&#8211; è così giovane, nel fiore dell’età la immagino felice in questo inizio estate avrà appena finito gli studi e starà andando in collina a ridere e correre con il suo cane e magari con un ragazzo. La immagino con a casa una vespa del modello vecchio, bianca e con i girasoli, non so perché debba prendere il bus se ha una vespa ma probabilmente è per portare il cane con se. La sua aria distesa distende a mia volta la mia anima mentre si siede giusto sotto la bacheca e si accorge che la sto guardando ti accorgesti che ti stavo guardando, non credo avessimo più di dodici anni e il mio sguardo schizzò sulla bacheca all’improvviso fingendo di non starti osservando. Rimasi qualche minuto ancora ad osservare i foglietti appesi sotto quel vetro mentre con la coda dell’occhio cercavo di osservare il tuo volto, il tuo profilo, cercavo di spiare se mi guardassi, di scorgere un lieve rossore, un segno, un sentore. Di non lasciarti scorgere il lieve rossore che sentivo divamparmi dalle orecchie.
Il bus arrivava sempre troppo presto e tu salivi correndo e ti sedevi accanto al tuo gruppo di amiche, io ti osservavo ancora un istante mentre salivo ed andavo a sedermi lontano in attesa di essere trasportati verso scuola.
La porta accanto alla “tua” panca mi era sempre parsa misteriosa. Nei miei sogni poterla aprire era il più grande desiderio, paura, gioia, terrore che potessero esistere. Immaginavo dietro di essa ogni volta un mondo diverso ma sempre in qualche modo misterioso, immaginavo talvolta che fosse solo uno sgabuzzino, altre volte che fosse l’accesso ad una vasta cantina che poteva nascondere di volta in volta incredibili tesori, segreti, delitti. Talvolta credevo vi si nascondesse tutta una base segreta dei militari o l’accesso ad un mondo sotterraneo, o ancora l’ingresso ad un treno sotterraneo o verso l’interno del caveau di una banca, credevo né potessero uscire mostri o agenti segreti o diavoli direttamente dall’inferno o gli antichi egizi.
Di volta in volta, qualcosa di più bello e fantasioso. Passarono anni credo da quando iniziai a fantasticarvi a quando potei scoprire l’ovvia verità.
Una volta quando mi capitò di essere lì da solo, mi alzai e furtivo mi ci avvicinai a quella maniglia sempre fingendo di osservare gli orari, rimasi immobile e teso diversi minuti prima di prendere finalmente il coraggio, ma poi infine trovai la forza di posarvi la mano quasi temendo di ustionarmi o congelarmi o che sarebbe accaduto qualcosa di terribile, che si sarebbe aperta all’improvviso verso l’interno risucchiandomi in un luogo di paura o in un’avventura alla Tom Sawyer. La abbassai il più possibile lentamente ma mentre la sentivo cigolare sentii urlare “Hei ragazzino!”. Finsi di stare perdendo l’equilibrio e di essermi appoggiato solo per quel futile motivo e mi allontanai di corsa.
Ebbi però una soddisfazione, un piccolo passo verso la conoscenza: ora sapevo che la porta era chiusa a chiave e che la signora dei biglietti ne era l’inflessibile guardiana. Lei doveva sapere cosa vi fosse dietro, doveva essere a conoscenza del segreto.
Ho dimenticato tanto nella vecchiaia, mi sembra di perdere pezzi per strada e di non ricordare la mia stessa vita, avrei voluto saperne scrivere, non perché gli altri leggessero ma per poterla leggere io ora e ricordarmi ogni dettaglio come ricordo oramai solo quelli più lontani. Forse per questo sono tornato qui, mi sono come risvegliato qui seduto.
Quella macchia accanto alla porta. Quella macchia accanto alla porta, non quella scura fatta dall’usura dallo scrostamento dell’intonaco, quella più chiara che sta sotto. Ricordo ancora quel giorno in cui Marchetto fu spinto dai bulli contro la parete.
Marchetto era un ragazzino mite e un po’ sottomesso ed era il preferito dei prepotenti, era il preferito perché si offendeva ma non poteva rispondere, perché era buono e non si sapeva difendere. Non quella volta. Quella volta li vidi arrivare dal corridoio di sinistra, schivarono per un soffio la panca dove ero seduto, Marchetto sbatté contro la panca a destra e dopo aver appoggiato il sedere alla stessa si rialzò arrancando verso la porta a vetri; i tre gradassi invece lo spinsero di lato e andò a sbattere giusto contro lo stipite sinistro. Era in lacrime ed urlava “lasciatemi stare, non vi ho fatto niente, lasciatemi stare!”. In mano aveva uno dei primi succhi di frutta Yoga, probabilmente era stato questo ad attirare su di lui le ire dei compagni. Riuscì miracolosamente a divincolarsi dalle le braccia degli aggressori e in un incredibile impeto di rabbia scagliò contro di loro la bottiglietta che andò a fracassarsi giusto in quel punto sporcando quella parete. Lo vidi aprire la porta e correre, scappare fuori e poi li vidi rincorrerlo un istante prima che tutti uscissero dal campo visivo che la porta mi lasciava a disposizione mentre si chiudeva.
Non so come sia finita perché io ero seduto sulla solita panca ed osservavo il mondo intero da lì. Me lo immaginai a correre e correre come un forsennato e poi girarsi di scatto poco prima che lo raggiungessero per stenderli con un bel pugno sul naso. Un bel pugno a testa e poi fermarsi con le mani ai fianchi a contemplare la propria opera. Non credo andò esattamente così, qualche giorno dopo lo incontrai ed aveva al braccio un gesso e portava dignitosamente un occhio pesto.
Mentre fantasticavo su questo però ero rimasto seduto sulla panca e nel mentre accadde l’inaspettato, l’incredibile. Sentii ancora una volta urlare “Hei Ragazzino!” e poco dopo sentii netto il rumore di una serratura. Istintivamente voltai lo sguardo prima verso la finestra della vendita dei biglietti e la vidi per la prima volta senza la sua signora e subito dopo verso la porta misteriosa.
Mi parve come se il tempo si fermasse o rallentasse all’estremo.
Vidi la maniglia scendere di pochi millimetri, la vidi ritornare al suo posto e poi nuovamente la inclinarsi sempre di più fino a fermarsi, come se il cigolio fosse lungo minuti, ore anni tra l’inizio del movimento e la fine della sua corsa.
Rimase ferma un secolo o due e poi la vidi avanzare un po’, rientrare e nuovamente avanzare con tutta la porta. Vidi la fessura tra la porta e lo stipite aprirsi e vidi da dentro la luce artificiale formare da prima una linea sul pavimento e poi la linea allargarsi e divenire un cuneo. Non credo vi fosse sufficientemente buio perché la luce dalla stanza risaltasse così tanto ma nella mia mente era la luce del paradiso o dell’inferno o di entrambi, la luce di un altro mondo.
Quando la porta fu aperta abbastanza ebbi la sorpresa.
Non sapevo se essere deluso o stupito o entrambi. Dalla porta non spuntò un mostro e neppure il re, e neppure il diavolo o Gesù, dalla porta spuntò la signora dei biglietti con in mano uno straccio ed uno spruzzino.
La signora dei biglietti con in mano uno straccio ed uno spruzzino! Ed aveva le gambe ed un corpo! Non mi ero mai posto prima il problema del fatto che potesse avere delle gambe ed un corpo sotto le spalle e mi accorsi solo ora che le avesse, che fosse una signora come quelle che prendono l’autobus, come quelle che camminano per strada, che dovesse tornare a casa la sera, avere forse dei figli un marito, una vita. Mi cambiò molto questo fatto. Capii allora che tutte le persone hanno dietro una storia, hanno dietro qualche cosa che non si può sapere, e pensai a tutto questo mentre cercava invano di far andare via quella macchia di succo ottenendo solo il risultato di allungare la striscia e sbiadirla un po’.
Anche oggi quando vedo un ombra arrivare ad oscurare il vetro della porta aspetto con ansia di vedere la sua mano raggiungere la maniglia all’esterno della porta centrale, di vedere la maniglia abbassarsi, di vedere il cuneo della luce sul pavimento ed in esso il riflesso della persona che sta entrando, quasi con lo stesso stupore della volta che si aprì invece la porta misteriosa. Questo è un signore distinto di mezza età, ha in mano un libro, il suo portamento è quello di un uomo che ha vissuto molto ma anche quello di uno che ha ancora molto da vivere. Sicuro di se ed al contempo umile. Fa un cenno alla ragazza col cane e si siede sulla panca di fronte a leggere con le gambe accavallate. Credo che questo sia il suo momento di rilassamento, il momento in cui con soddisfazione può leggere in pace forse tra una giornata di lavoro e il rientro in una famiglia piena di ragazzini allegri e rumorosi, deve averne più di uno perché sembra benestante ed ha il volto di un brav’uomo. Di certo almeno uno perché quella macchia di cioccolato all’altezza del ginocchio, di lato, sembra essere la bocca di bambino felice.
Porta scarpe eleganti come quelle del controllore che ogni giorno saliva sul bus e ci controllava i biglietti. La prima volta che qualcuno di sconosciuto mi rivolse la parola fu proprio lui “Ti piace proprio tanto quella ragazzina, vero? Perché non ti fai avanti?” disse. Io negai tutto ma aveva ragione, seduto lontano alcuni posti più dietro e sull’altro lato ti osservavo incantato, osservavo il tuo profilo dolce e la tua gota sinistra mentre ridevi con le tue amiche parlando di cosa non so. La osservavo gonfiarsi e sgonfiarsi, osservavo la fossetta crearsi e ricrearsi, riuscivo a vedere anche i bianchi denti talvolta.
Era come un sogno, e parlarti era come interromperlo, e poi parlarti come, dicendoti cosa?
Ti scrissi un bigliettino, non ricordo le parole, sono passati decenni, ma ricordo ancora dove lo misi: sotto la bacheca, poco più a destra del centro vi era una fessura tra il muro ed il legno, giusto sopra a dove in genere ti mettevi. La vedo ancora da qui seduto quella fossetta, il mio scrigno del grande sogno, sperai per giorni che lo notassi, sperai per giorni che facesse da ambasciatore, da colomba, da messaggero. Ma non accadde mai che ti accorgessi della sua presenza. Non ero sicuro neppure che davvero mi avessi mai notato quando avevo l’impressione che i nostri sguardi si incrociassero.
Poi non ricordo molto altro di quel tempo, come se anche questo sia stato cancellato, non ricordo per quanto andai avanti in quel sogno.
Fu solo molti anni dopo, quando ti incontrai, quando ci incontrammo di nuovo e ci amammo che ti portai a prendere quel foglietto e a leggerlo per riderne assieme, ma la tua reazione non fu quella che mi aspettavo.
Stavamo assieme da un po’, non ricordo quanto tempo e tu non credevi che il mio pensiero di te durasse da ormai anni, credevi ti prendessi in giro, fu per questo che ti portai qui, in questa piccola stanza di questa stazione e una volta arrivati alla bacheca ti chiesi di guardare sotto, di vedere il piccolo pezzetto di carta incastrato nella fessura, niente di più di un biglietto del bus con sopra una scritta. Io ridevo, lo trovavo divertente ma poco dopo che le tue dita tastarono la carta e riuscisti ad estrarre ed aprire quel messaggio la tua reazione fu completamente diversa da quella che mi aspettavo: scoppiasti in lacrime abbracciandomi come fosse stata la rivelazione più grande di tutti i tempi, lacrime di emozione, di commozione, di amore immenso scaturito come cascata dal tuo volto. Sentii il calore del tuo respiro sul lato del mio viso e la morbidezza del tuo corpo stringermi forte, sentii le tue lacrime scorrere sulla mia guancia, il profumo del sale e della tua pelle e “Grazie, grazie, grazie”. Fu la prima volta che ti sentii pronunciare le parole “ti amo” la prima di una vita che però sta cadendo a pezzi momento per momento.
Li sto perdendo tutti, li sto perdendo tutti i ricordi di te se non quelli legati a questa panchina e a quel giorno in cui piangendo mi abbracciavi e quell’altro giorno in cui ci hai lasciati. Non ricordo il momento in se, non ricordo il giorno ma l’assenza successiva. La mancanza. Per anni, decenni hai portato al collo una medaglietta con dentro il mio bigliettino, quel giorno -da quel giorno- l’avevo io in mano, una mano non ancora vecchia come quella di oggi ma ancora più tremante. Una medaglietta e due o tre ricordi sono l’unica cosa che mi resta di te, l’unica cosa che resta di te se di noi quello che resta è il ricordo.
L’ho ancora al collo ora. Non l’ho mai aperta, come la porta misteriosa ho sempre temuto ne uscissero mostri, ricordi terribili per quanto belli, ricordi che mi facessero precipitare nell’abisso dentro di me, ricordi che mi facessero sorridere e rimpiangere di essere ancora qui dopo tutti questi anni. Ma non è forse di ricordi che sono in cerca ora? Non è forse per i ricordi che il mio corpo in un momento senza mente ha voluto portarmi qui?
L’assenza. Come è possibile ricordare un’assenza ancor più di una presenza? Una mancanza ancor più che un’intera vita?
Osservo le mie mani tremanti mentre si avvicinano al mio collo, mentre armeggiano per trovare la catenella. La temo e la bramo, ne fuggo e ne desidero la scoperta e mentre le mani tremano la sento cadere e sbattere nuovamente sul mio petto, poi di nuovo le mani a muoversi quasi ansiose quasi non fossero le mie quasi a vederle osservando il mondo da fuori da seduto su una panca di una stazione mentre ti passa accanto.
Sono vecchie le mie mani, tremanti e vecchie e secche mentre premono il tastino sul lato e la aprono
Armeggiano e mentre il pendaglio si apre vi vedo dentro due piccoli foglietti.
Le mani ne prendono uno e lo aprono, lo conosco, è un biglietto dell’autobus, un biglietto vecchissimo e sopra vi è scritto “Ciao, mi piaci. Se mi vuoi conoscere domani vieni qui con un fiore!”. 
Sento scendere una lacrima lentamente mentre osservo le mie mani ancora. Hanno ripiegato il foglietto ed una lo tiene tra l’anulare il mignolo e il palmo mentre entrambe stanno aprendo l’altro. Un altro biglietto dell’autobus, vecchio ma non antico. 
“Non avere paura, ti ho cercato amato e conosciuto anche senza un tuo messaggio, dove vado io non c’è bisogno di ricordi, né di paure”.
Vedo un ombra avvicinarsi ora ad oscurare un po’ il vetro della porta da fuori, è un ombra bassa di una ragazzina, la vedo alzare il braccio verso la maniglia e vedo la maniglia abbassarsi senza fare alcun rumore. Vedo anche la maniglia non abbassarsi e mentre osservo la porta aprirsi so che non si sta aprendo affatto.
La vedo lo stesso, la vedo entrare la bambina od attraversare la soglia chiusa, cammina verso di me e ne osservo l’assenza di un riflesso sul pavimento. Sorride, sorridi.
Hai un fiore tra i capelli, un fiore di lavanda, e mentre mi alzo dandoti la mano mi accorgo che anche io sono un bimbo.
Vai all'articolo originaleMathildedi Stefano Giolo - 12 Settembre 2015La sua infanzia non fu delle più felici, non che le mancassero gli affetti, i giochi, gli amici, non che la sua famiglia fosse particolarmente povera o disattenta, la causa scatenante fu certamente un evento della durata di poco più di quindici minuti, una frazione di questi quindici minuti durata forse non più di dieci. Una visione sola di un solo istante e di nuovo tutto ciò che ci sta attorno dilatato nuovamente in quello che significavano quei quindici minuti ed infine verso tutto il resto della vita a partire dal centro del tempo, del corpo, dell’energia, dal centro dello stomaco. La sua nascita fu semplice e veloce e in breve si trovò tra le braccia di una mamma medio borghese e di cultura abbastanza alta e quelle di un padre altrettanto medio borghese ma di una cultura ben più elevata, una famiglia ricca sia del tempo che delle sostanze, una famiglia accogliente e di sani principi, quasi da film americano. Non sempre però è tutto questo quello che serve ad una figlia per crescere o non sempre tutto questo può rimanere il tempo giusto per darle il tempo di conoscere il mondo ed abituarvisi. Crebbe come una bimba felice e sorridente, lo fu sempre in ogni fase della sua vita ad eccezione di quella fase dell’adolescenza che quasi tutti passano, la fase degli scontri generazionali, della ricerca dell’identità, e della fuga da qualcosa che in lei risultava irrisolto ed incomprensibile. Dimenticato e al contempo indimenticabile. Quest’ultima, la presenza costante di un mostro, per fortuna della maggior parte delle persone non è una fase fondamentale, ma fu questa probabilmente la cosa che la rese ciò che fu, nel bene e nel male. Nella forza e nella debolezza qualunque delle due parti fosse l’una e qualunque l’altra. Erano tempi di un passato quasi fiabesco in cui ancora i ritmi erano blandi, in cui per comunicare si usavano lettere di carta, telefoni con i fili, tempi in cui era necessario essere in casa per ricevere una telefonata ed aspettare per ricevere risposte scritte, tempi in cui si comunicava a parole e discorsi e non a faccine ed abbreviazioni. Suo padre però aveva la consuetudine pochi istanti prima di tornare a lavoro di alzare la cornetta del telefono e fare il numero di casa, un singolo squillo e da quel momento partiva il tempo. Mathilde da quell’istante contava quindici minuti esatti, non uno di meno e non uno di più e poi correva alla porta ad attenderlo, puntualmente sentiva le chiavi appese alla cintura di suo padre tintinnare su per le scale, fino a davanti alla porta, poi nuovamente tintinnare più forte e la serratura girare, la porta aprirsi e poi vedeva spuntare quelle grandi manone forti e la pancia tonda ma non grande sovrastate da due spalle grandi e lontane lontane lassù in alto e più in su ancora la sua barbuta faccia allegra che si avvicinava scendendo, abbracciandola e dandole un bacio grande sulla fronte. Quella volta accadde qualcosa di diverso. Quella volta suo padre doveva passare a prenderla per portarla al compleanno della sua migliore amica e lei era vestita a festa, il vestito intero azzurro e rosa con la gonna poco sopra le ginocchia, la schiena un po’ scoperta e le braccia completamente. Di profilo un po’ di seno iniziava a spuntare in un misto di apprensione e di aspettativa, sentiva di stare crescendo di fuori ma si sentiva ancora bimba dentro ed il rossetto un po’ vistoso e le unghie con lo smalto colorato di colori vivaci aumentavano questo contrasto in modo visivo e lo facevano uscire dalla sua testa per concretizzarsi. Non avrebbe mai più indossato dello smalto colorato, né un rossetto forte, ne molti altri dei trucchi che ne modificavano la gioventù e la facevano essere quasi adulta e al contempo bimba ma non avrebbe ricordato per anni il perché di questa scelta inconsapevole. Quella sera i quindici minuti passarono in fretta, come se l’orologio corresse, come se il mondo precipitasse in fretta verso una singolarità nel tempo e passata quella al contrario parve dilatarsi, rallentare, rallentare fortissimo e disperdersi. Poi squillò il telefono, squillò di nuovo mentre mamma si avvicinava lentamente come già aspettandosi qualcosa, bianca in volto “pronto”, disse. E niente altro per un tempo interminabile e poi “va bene”. Si vestì in fretta, senza dire nulla, con il volto come congelato, immobile, inespressivo. La spinse dolcemente ma risolutamente in macchina e la portò alla festa. Attese qualche istante dopo che la porta della casa che ospitava la festa fu chiusa ma non abbastanza perché l’urlo non si sentisse sopra al rumore del motore dell’auto accesa, sopra la musica e le urla dei ragazzini, non lo sentì quasi nessuno, tranne Mathilde che lo dimenticò secondi o anni dopo. Suo padre non era più. Vi era da qualche parte un corpo privo di una mente, di un’anima, di una personalità, un corpo spento che non poté più abbassarsi a stringere, né a baciare ma non le fu concesso di saperlo, non le fu concesso di salutarlo, non le fu concesso nulla di quello che forse sarebbe bastato a salvarla. Qualche ora dopo la madre tornò a prenderla. Dal suo punto di vista l’aria degli adulti era particolarmente mesta, non solo quella di sua madre ma quella di tutti indistintamente; aveva passato la festa mangiando per non parlare con gli altri, per non dover spiegare perché non avesse voglia di giocare, per non spiegare che era offesa perché era accaduto qualcosa e nessuno aveva avuto la decenza di spiegarglielo ed ora tutto quel cibo pesava nel suo stomaco come un macigno enorme mentre nella conferma di uno stato alterato del mondo la sacca si stringeva in un pugno. Sua madre la portò a casa e dopo averla lasciata in camera si chiuse a sua volta nella propria nel silenzio. Non disse una parola per tutto il tragitto, non disse una parola in casa mentre la casa stessa era come un enorme cuscino schiacciato sulla faccia della vita che era esistita fino a quel momento. Solo un tempo lunghissimo più tardi bussò alla porta e disse “Mathilde, ti devo parlare, è successa una cosa a papà” le raccontò una favola come la si racconta ai bambini, le raccontò che suo padre se ne era andato via e che non sarebbe tornato mai più. I bambini non temono la morte, i bambini hanno piena coscienza della morte del cessare di esistere e lo vivono come un fatto naturale, triste ma naturale, è tutto ciò che gli adulti vi costruiscono sopra a creare il problema e questo fu il suo personale di problema, il suo specifico, enorme personale problema, non il fatto che suo padre non sarebbe tornato. Non il fatto che suo padre avesse cessato per sempre di esistere. Il mondo era improvvisamente divenuto falso. Il mondo stava improvvisamente mentendo. Ascoltò sua madre parlare e piangere e parlare ancora e giustificarsi per cose inesistenti e piangere ancora fino a quando concluse “C’è pronto da mangiare. Ti va di mangiare qualcosa? Non mangi da un po’. Vai a lavarti le mani”. Annuì e il suo stomaco ancora pieno, bloccato si strinse fino a divenire una nocciolina. Si alzò e andò in bagno: fu questo il momento. Questo e nessun’altro. Lo stomaco orma pieno, bloccato, cementificato volle svuotarsi e lei si chinò a vomitare nel gabinetto, in un misto di schifo e liberazione, di sofferenza e di gioia, di acido e liberatorio. Si pulì la bocca con la carta igienica e per un istante si fermò dicendo “Mam…” e poi pensò che forse sarebbe stato peggio per entrambe. Fu la prima volta che si sentì grande, fu la prima volta che ebbe il sentore che avrebbe dovuto cavarsela da sola nella vita. Ma il momento nel momento, il momento chiave di tutti i momenti fu quando allungò la mano, prese distinto l’asciugamano di suo padre e vi pianse dentro. Quando l’odore della pelle misto al dopobarba entrarono dritti nel suo cervello, entrarono come un colpo di pistola, come una penjet di benzodiazepine diretta nell’ippocampo e le lacrime di rabbia, di impotenza, di gioia sgorgarono contemporaneamente come in un fiume di emozioni. Suo padre sembrava ancora lì, ancora presente, era in definitiva davvero parte di lui e attraverso i polmoni entrava in lei. “Mathilde! Dai è pronto!” era lui ad averle dato quel nome, il nome di un asteroide scoperto cento anni prima. Nascose l’asciugamani nel suo posto segreto e come se niente fosse andò a cena.Vai all'articolo originaleStrettodi Stefano Giolo - 3 Settembre 2015Mi sento soffocare,nel silenzio.Mentre con occhi enormi mi guardi e non comprendi, occhi vitrei e&nbsp;vuoti, giganteschi come quelli di una bambola mi osservi e non&nbsp;comprendi, sento il tuo calore stringermi, sento il tuo cuore battere lento ma in&nbsp;contro tempo rispetto al mio veloce.Sento le tue dita stringermi e non capisci.Soffoconon respironon c&#8217;è spazio per i miei polmoninon c&#8217;è&nbsp;spazio per la mia pelle a respirarenon c&#8217;è spazio per il mio cuore&nbsp;che batte-vorrebbe battere-veloce.Non c&#8217;è spazio.Non capisci.Non capisci che potrei essere il tuo principe che&nbsp;potremmo essere padroni di un regno tutto nostro, di un disegno, di&nbsp;un grande infinito universo di Noi?No. Non capisci e ridi inconsapevole crudele, ridi e mi guardi, guardi la mia faccia buffa e sorridente e ridi come a guardare un clown mentre dentro me solo so la verità, so chi o cosa sono. Chi o cosa sono stato un tempo prima di tutto questo, prima di essere ridotto dagli eventi in questo stato. Ridi, e ridi e ancora ridi e mi indichi e ti scatti fotografie con me come per ricordare per sempre di avermi tenuto in mano, di avermi tenuto in tuo potere.Sento le energie andarsene, prima lentamente e poi più velocemente e fatico a non svenire osservandoti mentre sono immobile, immobilizzato, incapacitato, terrorizzato, mentre sento esplodermi la testa e smettere di esplodermi e l&#8217;aria mi manca, mi manca insopportabilmente mi manca e tu ridi e mi fotografi perché mentre non comprendi ti appaio buffo, perché mentre la mia bocca si inarca con gli angoli verso l&#8217;altro anche la tua lo fa e mostri i denti ma quello che credi essere un sorriso non lo è davvero, non lo è dentro, è solo un riflesso condizionato.Vorrei poter baciare quelle labbra, vorrei potessero baciarmi e rivelare il vero, rivelare quello che sono dentro, o vorrei poter almeno fuggire da te, allontanarmi in un balzo e non sentire più il tuo odore, non sentire più palpitare la tua pelle mentre la mia soffoca, mentre il mio cuore ormai rallenta mentre il mio cuore forse si sta fermando, mentre tu credi che questo sia un sintomo di rilassamento e non di svenimento, mentre tu mi interpreti con gli occhi della tua esperienza completamente diversa da quella che può essere la mia, probabilmente per sempre diversa da quello che sarà la tua.Ma ridi e ridi ancora facendomi carezze che ritieni dolci sulla testa, stringendo il mio cuore nel pugno, soffocandomi ancora ed ancora.Provo a parlarti -unica speranza- provo a dirti ciò che credo ma so che non capirai&nbsp;mai.&#8220;Cra. Cra. Cra.&#8220;&#8220;Cra. Cra. Cra.&#8220;E solo allora, chissà perché, mi posi a terra.Vai all'articolo originaleEsplodedi Stefano Giolo - 30 Agosto 2015Con la schiena inarcata, quasi sdraiato, le spalle appoggiate sulla nuda roccia, la nuca ripiegata indietro ascolto. Ascolto i suoni, ascolto il vento, ascolto le stelle muoversi e voci lontane, lontane.Lontane.Inesistenti forse.Ascolto il mondo ed ascolto il mio corpo e le sue sensazioni, ascolto l&#8217;universo entrarmi dentro ed uscire, ascolto l&#8217;universo nascere al centro del mio corpo in sensazioni multiforme e al contempo univoche e monolitiche come una e molte e molte ed una irradiarsi dal centro del mio corpo.Apro gli occhi lentamente e al di sopra di me vedo allargarsi le braccia di una croce di ferro che come un albero, una torre, un oggetto inquisitore e non, si staglia sopra di me pesando e al contempo portando la mia mente oltre l&#8217;infinito verso l&#8217;alto verso dove potrebbe esserci o non un dio o un altro mondo o semplicemente nulla ma un nulla pieno di stelle e di luci che si accendono nella mia testa e sopra la mia testa e sopra quella croce e attorno alle mie mani che sfiorano ciò che ha innescato questo processo&nbsp;ciò che rende il mio viaggio più grande e lontano e al centro dell&#8217;essenza di ciò che è l&#8217;uomo di quanto avrei mai creduto.Attorno sento solo i suoni dei monti, il brucare bovino incessante, il vento a muovere l&#8217;erba ed il suo vociare, ululare, borbottare lontano tra le fronde di alberi nel bosco vicino mentre il mio corpo, da dentro, da fuori, dal punto stesso in cui viene immessa energia sprigiona energia come sostanza a sua volta radiante dentro nella pancia, nel petto, nelle spalle e nel collo e dentro il centro del cervello e dal centro del cervello all&#8217;esterno e verso gli occhi e gli orecchi uscire verso l&#8217;universo e rientrarvi in un circolo di infinita elevazione mentre attorno il mondo sta dormendo e le luci delle città lontane iniziano a spegnersi ed il traffico a calare e quasi sembra fermarsi anche il fiume laggiù mentre qualcosa sta esplodendo, mentre qualcosa sta accendendosi come una fiamma di un fiammifero grande come un mondo.Mentre qualcosa esplode come galassie che collidono e pianeti si scontrano e stelle mangiano pianeti e stelle mangiano stelle e sistemi inglobano altri sistemi e si distruggono e si scontrano e cadono lune e satelliti e d&#8217;un tratto torna il silenzio di un equilibrio ritrovato, di stelle ancora una volta ad illuminare nel loro nuovo posto pianeti di nuovo in pace e su uno di questi pianeti su un monte neppure troppo alto una croce e sotto una croce qualcosa che è accaduto, lì tra i movimenti del vento, proprio lì accanto all&#8217;erba brucata.Nel silenzio o nella sinfonia di un&#8217;istante.Vai all'articolo originaleFessura nel tempodi Stefano Giolo - 27 Agosto 2015Sento ancora scorrere le mie dita, due, nella fessura sul tuo corpo, lentamente.Come fosse oggi le sento scivolare dall&#8217;alto al basso ripercorrendola tutta mentre stiamo abbracciati. I muscoli della tua schiena né rilassati né contratti, lisci sotto il vestito, sotto quella maglia bianca di lino con sul petto un apertura ricoperta di azzurro quasi come un pizzo e quelle maniche lunghe che scendono con i polsini allargati a strascico e le mie dita a scorrere sulla fessura che i tuoi muscoli sulla schiena lasciano a nascondere la colonna vertebrale. Ho i tuoi capelli accanto al mio zigomo, il loro profumo, chiaro, chiari, il loro profumo, i tuoi capelli come se fossi stata creata per essere tutt&#8217;uno con me, con il mio corpo danzando lentamente al suono di musiche del tutto nostre. Sono passati anni -decenni- da allora, sono passati anni -decenni-. Siamo invecchiati nel tempo, certamente anche tu, lontani nel tempo, lontani, siamo invecchiati. Ti feci una promessa allora -non la ricorderai- ed oggi mentre la ripenso, mentre ti ripenso, mentre penso alle mie dita nella fessura della tua colonna vertebrale mi chiedo come sia oggi la tua schiena, come sia il profumo dei tuoi capelli, come siano cambiate le nostre altezze e provo ad immaginare se tra le mie braccia il tuo corpo possa stare ancora perfettamente come quella volta, quell&#8217;unica volta, prima ed ultima, inizio e fine.Vai all'articolo originaleAvantidi Stefano Giolo - 30 Luglio 2015Non è necessario siano dodici i gradi,è l&#8217;umidità che conta,il vento e l&#8217;aria elettrica di ora,sono le sere in cui non c&#8217;è davvero freddo ma senti comunque i brividi,che ti verrebbero anche se ti coprissi,che mentre sei fermo a fare benzina o passeggi con un gelato in mano senti gli oggetti tintinnaree ti guardi attorno come dovesse succedere qualcosa,come se dietro le ombre si potessero nascondere altre ombre,le sere in cui ti siedi in macchina e senti un profumo che non può essere lì come se accanto ci fosse stata Lei,come se mentre eri girato tra le ombre fosse passata davvero un ombra o una luce un&#8217;istante.

La sua pelle,l&#8217;odore la sua pelle,l&#8217;odore del profumo sparso sulla sua pelle.

E vorresti prendere e fuggire,prendere e rincorrere,prendere e come in una ruota da tortura spaccarti in due per seguire le tue folli parti,la tua razionalità ed il desiderio,la follia,e vorresti farti trovare là dove non devi,dove potresti al massimo far trovare dei fiori come in passato,dove non saresti accolto o lo saresti troppodove ogni movimento sarebbe frainteso o forse profondamente compreso,dove ogni movimento, parola, istante sarebbero vere quanto lo sono su un palco,poco per chi non sa e troppo per chi conosce.

Ed il vento scompiglia i tuoi capelli,ed il freddo che non c&#8217;è congela ogni tuo muscolo impedendoti di muoverti,di essere,di aspirare,di respirare,di pensare se non che quel profumo è così reale,reale tanto da bruciare i polmoni,tanto da far tremare le mani,reale tanto da.

E poi d&#8217;un tratto come un orgasmo che muore riprendi la tua strada e cerchi di dimenticare,vai avanti lasciandoti seduto in un angolo da qualche parte nella tua testa,lasciandoti seduto a fare quello che vuoi fare, non importa ma fallo da solo, fallo senza di te, fallo lontano che tu devi andare avanti, avanti, avanti sempre ancora.Vai.Vai all'articolo originaleEuropa 3di Stefano Giolo - 16 Luglio 2015“Partirà nella notte qui l&#8217;han chiamato Europa 3 

Nello spazio infinito che fa sentire vicino a dio cercherò il futuro là nasceranno altre città 

Certo che mi mancherà questa vecchia gente che mi saluta spera solo in me che ho paura da nascondere su una stella nuova per ritrovare quello che qui non c&#8217;è”

-Timoria-



L’immagine della terra come la si rappresentava nelle antiche cartine verdi e azzurre è oramai un ricordo del passato, oggi è ormai arancione e grigio, le calotte artiche sono quasi irrimediabilmente sciolte e se ne vede vagamente traccia guardando il mondo da fuori come due piccole zone di un grigio più chiaro, non bianco.  Quello che resta delle calotte artiche è ormai ricoperte delle polveri grigie che inglobano nei cicli in cui la superficie si scioglie e si congela di sei mesi in sei mesi ed ogni volta si congelano più piccole.

Nel giro di pochi anni il processo potrebbe invertirsi verso una nuova glaciazione, l’atmosfera è divenuta irrespirabile 

Non vi è più traccia di azzurro e verde osservando da fuori il nostro pianeta ma oramai grigio e ocra sono i colori predominanti, intervallati talvolta da nubi spesso di colori iridescenti ricche di anidride solforica ed altre sostanze, non si vedono più luci ovunque negli scorci notturni ma solo localizzate in pochi centri, non più di un paio per continente, tutti ricoperti da enormi calotte di vetro, il resto della civiltà o della vita in genere sembra aver lasciato posto ad un grande deserto.

L’hanno mangiato i nostri padri e i padri dei nostri padri ed abbiamo continuato a mangiarlo noi ignorando volutamente ciò che stava accadendo attorno a noi.

Visto dalla terra il cielo è ormai divenuto rosso carminio e le temperature innalzate negli ultimi decenni, la fine delle risorse del pianeta azzurro. Sembra di essere in un eterno tramonto come se tale tramonto fosse in effetti il tramonto non solo di una civiltà ma di tutto ciò che un tempo la circondava. Visto dal basso al di fuori delle cupole si vedono solo rovine antiche di quelle che potevano essere città, rovine che nonostante gli anni sono state intaccate solo dai crolli e dalla polvere che come in una sabbiatrice leviga gli spigoli e distrugge i colori, nessuna traccia della natura che con la vegetazione tenti di riprendersi il suo territorio, nessuna traccia di nulla che possa dirsi vivo. Il mondo all’esterno è di gradazioni tra il rosso e il giallo e niente altro. Lo abbiamo mangiato, lo abbiamo mangiato, Abbiamo distrutto tutto nella Grande Guerra, abbiamo distrutto tutto. Non era bastata l’atomica, la bomba H, Hiroshima non ci ha insegnato nulla. I positroni. La bomba a positroni. Neppure l’estetica ormai anacronistica di un fungo atomico ma solo morte silenziosa ed immediata, da una parte all’altra del pianeta, distruzione, auto distruzione, nel giro di pochi secondi come un lampo che provenisse da un lato della sfera entrasse all’interno in direzione perpendicolare e poi si allargasse come un cilindro a riempire tutto il volume e la superficie. Poi colori cangianti, l’aria stessa rarefatta, cadaveri ovunque, cadaveri nelle città, cadaveri nella savana cadaveri galleggianti sulla superficie del mare, anche mostri marini sconosciuti, calamari giganti in superficie spinti da questa forza distruttiva ed uccisi e piante distrutte cadute ancora verdi ma prive di vita, intere foreste di conifere abbattute, con ogni singolo albero sradicato e comunque morto dentro cellula per cellula infinità di insetti caduti dal cielo o morti nella terra o nelle piante senza sapere neppure di esserlo, infiniti batteri, amebe, esseri monocellulari le cui membrane si sono rotte lasciando i citoplasmi uscire come uova rotte.

Gli unici esseri viventi salvatisi furono qualcosa come dieci o dodici comunità sparse per il mondo di cui attualmente solo alcune sono in grado, o vogliono, comunicare con le altre e parlare delle loro posizioni geografiche

Le comunità più colte tra le più ricche pochi anni prima dell’aggravarsi della situazione bellica mondiale avevano costruito degli scudi positronici i una potenza sufficiente a deviare il fascio positronico più potente conosciuto all’epoca 

Enormi bunker sotterranei in piombo ricoperti sulla superficie di un materiale riflettente polarizzabile a cariche negative erano stati costruiti in alcune zone del mondo, ovviamente vennero popolate nella situazione di emergenza da persone potenti o importanti strategicamente come scienziati, costruttori, ingegneri. Molte di queste strutture vennero spazzate via piegandosi come scatolette e lasciando entrare radiazioni e particelle facendo esplodere una ad una le cellule che componevano i corpi di queste persone. Senza quasi dolore, o forse un dolore immenso concentrato in un istante di una brevità dell’ordine del millesimo di secondo. Come un raggio improvviso ogni corpo rimase come molle e privo di vita, della consistenza della verdura scongelata.

Gli unici bunker che ressero realmente erano in alcuni centri scientifici dove il lavoro fu fatto con l’intelligenza e non con il profitto Da allora i centri di “civiltà” ancora presenti sono delle specie di riserve indiane. Qui in una di esse vive il nostro protagonista “Non credevo saremmo arrivati a questo punto, non lo credevo” Un uomo, un uomo come lo erano in tanti altri, i tratti asiatici tradiscono gli danno un aria forse più giovane ma i capelli brizzolati ne tradiscono un’esperienza maggiore di quanto appaia. Indossa una tuta azzurra, omaggio al colore della terra, larga e morbida, una tuta spaziale. Ai polsi sono presenti anelli per l’aggancio di guanti e alla collo un anello più largo per l’aggancio del casco. Non vi sono loghi ne bandiere “Le bandiere non hanno più senso in un mondo dove nessuno vuole distinguersi e sentirsi più potente di un altro” ne nessuna immagine distintiva. Non vi sono telecamere di grandi annunci ma tutti i due o trecento abitanti radunati attorno a lui e ad altri due uomini ed una donna vestiti allo stesso modo. L’unica scritta è impressa sulla carena dell’enorme mezzo alle spalle dell’uomo, “Europa 3”. Il mezzo è al contempo avveniristico ed artigianale, la livrea bianca e lucida riflette la luce rossa come nei grandi momenti ma il mezzo è costruito di materiali di recupero. Un tempo questa doveva essere una base di lancio per satelliti televisivi o sonde di qualche genere. Ma anche i loghi di questa società o base sono stati deposti, non c’è modo di sapere cosa fosse e probabilmente non importa. I tre motori a reazione sono spaiati diversi tra loro, il corpo dell’astronave somiglia vagamente a quello di uno shuttle ma le dimensioni sono decisamente ridotte rispetto a quest’ultimo, ha più l’aria di un grande aereo. “Signori e signore ecco a voi Europa 3, la speranza per la rinascita di una nuova civiltà altrove, lontano da qui, è equipaggiata con il meglio della tecnologia recuperata”

All’interno, accanto alla console di guida vi è un computer con cabinet vecchio stile, fissato con viti alla struttura stessa della console di guida, sta girando un software di diagnostica che sembra effettivamente in grado di visualizzare le componenti della navetta nonostante sia esteticamente un comune PC

“ed è probabilmente l’ultima speranza per un mondo migliore, possiamo andare a recuperare i mezzi abbandonati su Marte”

Marte, visto da lontano non sembra più rosso e morto come un tempo, sulla sua superficie vi sono diverse cupole ricche di vita floreale ed alcune sembrano dei giganteschi zoo pieni di animali. Tutto però sembra abbandonato, non sembra esserci presenza umana ma tutto è fatto da automi che si occupano dell’approvvigionamento di risorse, della coltivazione, della produzione di cibo per gli animali e per le piante. Dei sensori indicano che le percentuali di gas nell’aria all’interno delle cupole è ottimale per l’uomo. Ogni cupola è collegata alle altre da tunnel stagni e talvolta si vedono aprire i portelloni tra una cupola ed un tunnel e passarvi attraverso un mezzo automatizzato che trasporta materiale da una all’altra parte, ogni cupola è dotata di una base di lancio e al centro della disposizione delle cupole stesse vi è una gigantesca base di lancio. I vettori presenti sulle varie basi di lancio sono numerosi anche se la gran parte è assente.“Non abbiamo più modo di comunicare con il pianeta dopo l’esplosione ma stimiamo che i mezzi automatici dovrebbero aver continuato a funzionare nonostante l’abbandono e dovrebbero esserci ancora diversi vettori funzionanti. Dovrebbe essere possibile recuperarli”Vai all'articolo originaleViscidodi Stefano Giolo - 12 Luglio 2015Ti osservo da un po’, sei lì, seduto immobile con gli occhi chiusi.È ora di svegliarsi mio amato, è ora di vegliarsi.Scuoto il pavimento.Ti osservo mentre improvvisamente apri gli occhi, lo sguardo allucinato con il quale ti guardi attorno, spaventato attonito incredulo nel buio.Ti osservo.Senti il morbido di quel molle pavimento sotto il tuo corpo.Viscido.Senti le pieghe morbide e tumide su cui sei seduto.Viscido.Ti osservo mentre come cieco abbassi le mani e lo tocchi, ne saggi la consistenza, cerchi di comprenderne il significato mentre la tua mente torna lentamente attiva, lentamente.Ti metti a carponi mentre speri che il tuo sguardo si abitui al rossastro buio che ti circonda.Ti metti a carponi e tocchiviscidociò che ti circonda.Vedo nei tuoi occhi la paura, il dubbio, l’incomprensione prima e poi lentamente montante dal nulla all’estremo il panico.Ti alzi in piedi e urli a squarciagola, urli, urli come se qualcuno potesse sentirti ma solo iodentro di meposso sentire la tua paura il tuo terrore.Guardi la discesa di fronte a te, il buco pulsante e scuro che ti porterebbe dove non puoi sapere e mentre gli occhi si sono abituati sono più grandi, più velocisi muovono senza tregua attorno con le tue mani, con la tua testa con il tuo colloscivoliper un momento scivoli verso la fossail bucol’uscita sbagliatama ti aggrappi, ti aggrappi alle tumide pieghe rosse e non caditi arrampichi, sali, ti arrampichi e torni in posizione sicura.Ti osservi attorno circondato di questa molle situazione mentre osservi in alto e guardi l’altra possibile uscita.Sei nella follia del panicosei nel non controllo della paurasei nell’ossessiva ricerca di comprensione di qualcosa che non puoi capireurli ancora.

Urli.

Calci la parete molle accanto a te, le dai pugni, le dai calci ancora e ancora pugni urlando e non ti accorgi che in tutto questo si muoveciò che ti circonda si muove e si agita mentre io ne godoma non è ancora il momento di lasciarti andare, non è ancora il momento.

Ti fermi e controlli nelle tua tasche ciò che puoi avere.Nulla ovviamentema tu controlli e speri ricordando di aver scordato qualcosa

Ti siedi nuovamente sconsolato.Con una mano carezzi una molle piega su cui seduto mentre sei sovrappensiero e questa ancora in uno spasmo si muove,ti sposta, ti allontanagioisco nel mentresorridoIl tuo sguardo si rabbuia qualche istante, vedo le tue sopracciglia avvicinarsi tra loro, le pupille puntare verso il basso come a cercare concentrazione, il tuo sguardo si sposta leggermente di lato, verso destra,ricordo quella tua espressione, quella di quando frughi nella tua testolina a cercare un’idea, un ricordo, un appiglio.Non mi serve supporre o immaginare ciò che stai per fare ed infatti porti la mano alla fronte e ti massaggi le sopracciglia mentre osservi qualcosa di inesistente oltre la tua mano o meglio dentro la tua testa. So già contare i secondi che ti ci vogliono prima di vederti alzare, togliere la mano dalla faccia e guardare in basso col collo incurvato quasi a guardare così in basso da guardare sotto il tuo stesso braccio poi dopo aver fatto due passi provi ad arrampicarti sulla superficie ruvida e ricca di pieghe e mentre ti arrampichi le pieghe stesse si allargano, si muovono, si agitano sempre di più ed io ti osservo e rido e penso a quanto ti amo e quanto nella mia vita tu sia stato un punto di riferimento e al contempo rido di questa tua situazione.Ridoe mentre rido tutto attorno a te si muove ancora si agita come se ciò che ti contiene fosse preso da convulsionima non è ancora il momento, sto godendo della situazione ma come se stessi facendo l’amore con te non voglio arrivare subito al momento fatidico, voglio gustarmi ancora la tua situazione mentre scivoli e ricadi nuovamente sul fondo e scalci a terra e dai pugni con la faccia della rabbia, con la faccia di chi vorrebbe una mazza per spaccare tutto anche se non c’è niente.

Ti fermi.

Osservi.

Per un istante hai nuovamente l’aria di chi ha capito e ricominci ad arrampicarti, incessantemente nonostante le scosse, nonostante i movimenti inconsulti sali attaccato come un ragno o un geco alle pieghe e mentre queste si muovono, mentre si scuotono, mentre cercano di cacciarti tu resti aggrappato fina a giungere quasi all’uscita.

È quello il momento in cui una scossa più forte mi dice che è il momento del piacereil momento in cui ti lascerò andare fuori per sempre dalla mia vitail momento in cui il mio stomaco ti sputerà fuori da questo mio mondo nel cesso di un bar schifoso dietro la cui parete amici sorridenti ed ignari mi aspettano.

E ti osservo mentre risali il mio esofago impigliandoti un istante nel cardias come per trattenerti, spinto dagli acidi in cui neppure ti accorgevi di essere.

Mi sembra di vederti un istante in mezzo alla cena di questa sera mentre premo il tasto dello sciacquone, mi sembra di sentirti urlare mentre soddisfatta mi pulisco la bocca e risistemo il trucco, mentre la bolla attorno a me scompare.

Ora posso tornare a sorridere, ora posso tornare da loro.Vai all'articolo originaleCome una freccia lanciata nel cielodi Stefano Giolo - 12 Luglio 2015Finalmente ciò che avevo iniziato e nato dagli esercizi di stile recenti e da dell&#8217;altro è terminato, ha una sua dignità un suo essere ed è ora per me di lasciarlo andare non tanto alle spalle quanto per la sua strada qualunque essa sia.Verrà a chiamarmi quando sarà ora, a bussarmi alla spalla dicendo &#8220;Hei, io sono qui, è il momento&#8221;.

Come un arciere lancia una freccia in una direzione ma non avrà mai la certezza di dove questa sia arrivata fino a quando non la vedrà piantarsi.

Un tributo ad Elisabetta Grieco che ha così celermente e precisamente trasposto su carta l&#8217;idea che avevo in testa nell&#8217;immagine che aveva in testa lei pur non avendo ancora letto una versione completa dell&#8217;opera stessa e pur non avendola io ancora finita nel mentre.Mi sono reso conto solo a posteriori che rappresentava ciò che vi è dentro molto più di quanto avrei mai potuto immaginare in quei giorni.



Ora arriveranno probabilmente altri esercizi, simili ma diversi in un mondo che si sta creando nella mia testa. Credo che il genere rimarrà ancora lo stesso per un po&#8217;, poi si vedrà dove cadranno le frecce, poi si vedrà come cambierà il mondo.Vai all'articolo originaleSpleen et idéaldi Stefano Giolo - 15 Giugno 2015Tengo chiusi gli occhi ancora un po&#8217;, attorno a me il buio filtra tra le palpebre ed il silenzio mi avvolge, lo vivo, me ne lascio pervadere, mi lascio attraversare mentre osservo i tuoi occhi.Capita talvolta osservando&nbsp;troppo un flash, una luce forte, il sole che questo si imprima in qualche modo sulla retina e che chiudendo gli occhi essa appaia ancora impressa come dentro le palpebre, come sospesa a qualche centimetro dagli occhi a seguirti in qualunque direzione osservi. Tutto ciò che vedi non puoi che vederlo attraverso quella palla al centro in qualche modo iridescente, mutante ma stabilmente immobile al centro del tuo sguardo.Sono così i tuoi occhi per me, immobili al centro, privi quasi di un viso che resta evanescente, bianco&nbsp;quasi trasparente, nascosto nel buio come un fantasma. Al centro i tuoi occhi non chiari eppure neppure scuri di un colore indefinibile perché definirlo sarebbe come perdersi nell&#8217;infinità di un abisso, &nbsp;così vivi da non poter non esserne attratto come due buchi neri in grado di assorbire la luce ma non come buchi neri perché in grado di emettere una brillantezza che neppure alla perla più preziosa sarà mai concesso; indefinibili perché impossibile osservarli senza&nbsp; sentircisi l&#8217;anima trascinata giù&nbsp;e al contempo impossibili da non osservare per comprenderli.Li vedo ancora qui, di fronte a me dagli occhi chiusi e non voglio&nbsp;sporcare questa vista col mondo, mi sento quasi soffocare da questa immensità come un peso sulla trachea come se l&#8217;aria pesasse, come il silenzio di tutto questo fosse così eterno da non aver bisogno di essere conservato nei ricordi.Apro lentamente gli occhi, perché so che infine prima o poi lo dovrei fare comunque e nel buio assoluto vedo ancora queste due immense sfere, questi astri lucenti ed attorno ad essi sfumato un volto bianco, truccato per sembrare più smunto, un volto quasi impercettibile.Provo a ruotare lentamente lo sguardo ma ancora, ovunque vedo i tuoi occhi, quegli occhi che ormai sento in qualche modo miei, come fossero parte di me. Resto ad osservarli ancora mentre i miei si abituano lentamente, molto lentamente al buio. Penso ai pochi istanti passati assieme o ai moltissimi, penso a cosa sei stata o sono, o siamo mai stati, e mentre penso mi accorgo che nulla di questo conta quanto conta ciò che vedo ora, ciò attraverso cui vedo ora.Il senso di stretto alla gola si fa più pressante, non lo comprendo ma non rappresenta un problema in grado di distrarmi mentre il tuo volto si avvicina, truccato in modo stravagante davvero e poi si allontana un po&#8217; e torna ad avvicinarsi ancora, osservo le occhiaie attorno a quei due portali verso l&#8217;infinito, così scure mentre la testa mi gira, mi gira mentre il tuo volto immobile ondeggia con me stabile al centro, si avvicina lentamente, si allontana, si avvicina.Osservo le sopracciglia, la fronte liscia mentre gli occhi si abituano ma comincio a scorgere qualcosa che non torna, qualcosa di te che non ricordavo, una cicatrice che mi fa arrivare alla mente ricordi improvvisi che mi fanno sentire ancora più il peso di quest&#8217;aria assente.E mentre quel volto si avvicina, si allontana mi accorgo che lentamente il tuo sguardo è scomparso nei meandri di un ricordo di un istante di un passato di un sogno di una racconto di una fiaba di un libro non scritto e quel volto, bianco, smunto, con nere occhiaie mi accorgo essere lentamente il mio che si allontana, si avvicina, si allontana, si avvicina.Provo ad alzare una mano per toccarlo, per toccare il mio ma non mi è possibile e mentre dondolo avanti, ed indietro, avanti ed indietro davanti allo specchio di questo armadio ricordo all&#8217;improvviso di un anello che portavo al collo e che non vedo più nel riflesso al suo posto, di un anello che vedo ondeggiare in alto&nbsp;dietro la mia nuca legato al filo che lo reggeva, legato a qualcosa più in alto e che non vedo nel buio, mi accorgo l&#8217;aria nei polmoni non c&#8217;è più, che i polmoni non chiedono più aria. Mi accorgo che non so come io sia finito qui se per errore o desiderio ma che non rivedrò più quel ricordo di un istante di due immensità e del loro sorriso lucente e del riflesso del mondo attraverso di esse.Vai all'articolo originaleOltre il murodi Stefano Giolo - 30 Maggio 2015Non ho voglia di svegliarmi, non credo sia ancora il momento, voglio rimanere ancora qui un po&#8217; nel letto a ricordare la serata di ieri.Quando mi sono vestita per lui e&#8230;&#8230;cos&#8217;è successo ieri? Perché non riesco a ricordare?Il letto non è affatto morbido, ed è freddo, ed ho un dolore forte al centro del petto.Dove sono?!Attorno a me buio, non sento il ticchettio della sveglia, ma è qui, la tocco ma sono sul pavimento e attorno sento solo la sveglia che non fa rumore e non sento le fughe delle mattonelle.Sono seduta e gli occhi si stanno abituando all&#8217;oscurità, il pavimento di questo luogo è nero e lucido, somiglia a vetro ma è in qualche modo più solido del vetro, quasi fosse una pietra vetrosa, liscia, infinita. Non vedo niente altro attorno a me. Tranne la mia sveglia a terra, ferma a segnare le dodici, mezzanotte credo data la stanchezza che sento nel corpo.Mi guardo attorno e mi viene da piangere perché non so cosa fare qui, non c&#8217;è lui, non ho modo di contattarlo, e non c&#8217;è nessuno.&#8220;Hei?! C&#8217;è nessuno?! C&#8217;è nessuno qui? Dove mi trovo?&#8221;.Sento il mio cuore battere forte e tremo, l&#8217;aria mi manca.&#8220;Calmati, su, calmati, cerca di capire cosa è successo, calmati&#8221;Mi alzo e comincio a camminare, mi sento tremare, sento caldo, freddo.Cammino avanti ed indietro in questo buio, in questa assenza di mondo, cammino e non riesco a stare ferma, avanti, indietro, avanti indietro, ma dove vado?&#8220;Calmati, calmati, ragiona, calmati&#8220;Mi viene da piangere, mi viene da piangere e non so cosa fare.

Poco distante comincio a scorgere un grande specchio, mi ricorda l&#8217;armadio a specchio che ho in camera ma ha più le proporzioni di una porta. Cos&#8217;altro ho da fare se non andare a vedere di cosa si tratta?&#8220;Cos&#8217;ho da fare se non andare a vederlo?&#8220;Porterò con me la sveglia, per quel che può servire, è pur sempre un pezzo della mia vita, anche se in questo momento ricordo solo la sveglia e che ero uscita per lui. Non ricordo il suo volto, non ricordo il suo nome e non ricordo il mio, e non ricordo chi fossi io ne niente altro, forse ho preso una botta, non ricordo di essere una che beve molto ne che si droga.&#8220;Non mi hanno drogata, non mi sento drogata, mi devo calmare&#8220;Il mio lavoro è invece qualcosa che ha a che fare con &#8230; una stella, un simbolo, alloro.

Mal di testa, una fitta, alla testa ed al petto, sto sudando tantissimo, sento l&#8217;odore del mio sudore, e il freddo.

Sono arrivata allo specchio, è grande pressappoco come una porta ma privo di maniglie, ha solo un bordo dove potrebbe esserci quello di una porta stessa ma dietro c&#8217;è un pannello nero e niente altro. Si tratta di un normale&nbsp;specchio per quanto sembri spuntare dal pavimento con soluzione di continuità.&#8220;Uno specchio.&#8221;&#8220;Sono una bimba?&#8221; Una bimba un po&#8217; gotica però. Appena truccata indosso una maglia con sbuffi di pizzo sul petto e maniche fini quasi trasparenti, una gonna a falde di stoffe delle varie tonalità del nero,&nbsp;asimmetrica e degli stivaletti con il tacco, il tutto in toni di nero.Qualcosa mi dice che non sia un vestiario tipico per una bambina che potrebbe avere meno di dieci anni.La mia pelle è stranamente bianca, quasi da bambola di ceramica e con i capelli lisci e biondo scuro do l&#8217;impressione di una metallara un po&#8217; prematura, anche se non porto unghie nere o borchie o pendagli strani.Mi siedo dando le spalle allo specchio e metto le faccia tra le mani.Devo riuscire a ricordare chi sono, da dove vengo, cosa ci faccio in questo strano ambiente, è come se questo specchio ne fosse in qualche modo l&#8217;entrata, o l&#8217;uscita, il talismano, il centro. Il centro di un nulla però.

&#8220;Le mie mani&#8220;Le mie mani non sono quelle di una bimba, le dita sono lunghe, fresche di manicure, affusolate, porto unghie perfette, di media lunghezza e&nbsp;con le cuticole ben curate-&#8220;Di chi sono queste mani?&#8220;-&nbsp;smalto trasparente.Formicolio che attraversa le spalle, muscoli che si irrigidiscono, mi alzo e mi allontano dallo specchio, cammino, avanti e indietro, avanti e indietro, avanti ed indietro.&#8220;Calmati, calmati&#8220;La gamba che involontariamente vibra, si muove&#8220;Chi cazzo sono?! Chi sono?!&#8221; urlo.Il vestito è quello che ho visto ma non sono una bambina, non ho gambe da bambina, non ho il petto piatto di una bambina.Ma non so chi sono.Mi giro di scatto a guardare nuovamente lo specchio, e mi vedo adulta, indosso un tailleur grigio antracite, con una borsa bauletto più chiara, e delle scarpe nere con tacco, i capelli raccolti di lato sulla spalla destra, credo&nbsp;abbia a che fare con&nbsp;il mio lavoro, ma il mio corpo, quello reale, quello che posso toccare continua ad essere vestito di nero, con quella gonna, quei tacchi quelle maniche.Il mio riflesso si muove come me, ha le stesse unghie curate, la stessa espressione perplessa ma indossa un vestito da rappresentanza, nel riflesso, dietro di me compare per un istante un cartello con scritto&nbsp;&#8220;Agenzia investigativa HL&#8221;.

Mentre il cuore comincia a battere meno forte sento forse l&#8217;ultima goccia di sudore scendere dall&#8217;attaccatura dei capelli giù per il mio visto, sfioro le labbra con la mano e riaffiora qualche ricordo.&#8220;Agenzia investigativa HL&#8220;

Stavo seguendo un caso, un uomo aveva ucciso diverse donne, o almeno diverse donne erano morte: due? Tre? Forse anche una bambina.&#8220;Investite&#8220;Lavoravo da poco per l&#8217;agenzia, una giovane spavalda rampante appena arrivata, ma pare che quell&#8217;uomo prediligesse giusto le ragazze giovani ed io potevo&nbsp;sembrarlo ancora&nbsp;più di quanto lo fossi. Si fidavano di me perché avevo una buona capacità di correlare dati ma non ero mai stata sotto copertura, non è neppure una pratica che queste agenzie facciano in genere, troppo rischioso. Eravamo stati ingaggiati da una famiglia la cui figlia era scomparsa, all&#8217;inizio avremmo dovuto solo trovarla ma quando la trovammo schiacciata ci chiesero di proseguire l&#8217;indagine senza coinvolgere le istituzioni ufficiali. Credo che il mio capo accettò solo per l&#8217;offerta economica notevole, perché invadere questo genere di indagine per un&#8217;agenzia rischia di essere più un danno che un guadagno.Non eravamo mai riusciti a risalire all&#8217;auto perché le stordiva o uccideva&nbsp;prima di investirle e quindi non faceva danni tali da dover riparare il mezzo o comprare ricambi, e non avevamo neppure idea di che modello fosse.&nbsp;Gli omicidi che supponevamo essere&nbsp;stati effettuati dallo stesso autore erano avvenuti in posti apparentemente slegati tra loro, nessun legame se non il gusto nel vestirsi di nero, e le modalità estremamente simili.

&#8220;Il gusto nel vestirsi di nero.&#8220;

E poi c&#8217;era lui, lo vedo ora nello specchio dietro di me ad osservarmi col suo sorriso ironico di quando mi osservava convinto di non essere visto, quel suo sguardo ironico ed innamorato che tante volte ho spiato mentre lui pensava di spiare me, avrei potuto lasciarlo fare per ore.Ma non avrei mai dovuto innamorarmi di lui non avrei mai potuto immaginare che avrei finito per farlo quando sono stata inviata ad indagare da vicino, avevamo pensato che potesse essere il nostro uomo solo grazie ad una segnalazione anonima&nbsp;su un auto sporca di qualcosa che poteva essere sangue.Anonima.Ma con il cachet proposto non potevamo dire che&nbsp;ce ne stavamo con le mani in mano,&nbsp;non avevo la certezza fosse lui, anzi non c&#8217;era nessuna prova che lo fosse,&nbsp;ma era l&#8217;unica pista disponibile ed io mi trovavo abbastanza bene nell&#8217;ambiente che frequentava.Avevo scelto di non innamorarmi di lui nonostante quelle spalle non grandi ma fiere, nonostante il suo modo di farmi ridere.

La prima volta che un brivido mi prese fu passeggiando, quando la sua mano sfiorò per un istante la mia, non saprò mai quanto fosse reale, casuale, o manipolatorio quel tocco, ne i successivi, ne quel bacio sulle labbra&nbsp;mancato che doveva essere un normale saluto sulla guancia, ma a pensarli mi fanno ancora sorridere di piacere, sento ancora sulla nuca salire qualcosa tra i capelli.

Il momento in cui mi accorsi che il danno era fatto fu però quando una sera parlando di un&#8217;amica descrisse con dovizia di particolari il&nbsp;cappottino sfiancato, verde scuro di velluto raso con la cintura in vita, il suo stupido papillon da uomo indossato su una camicia viola con uno strano scollo e perfino l&#8217;anello&nbsp;con pietra ovale viola. Stupido non lo disse lui ovviamente, e questo mi fece capire che ne ero gelosa, che non avrei voluto mi fosse portato via neppure da me, dal mio lavoro. Fu il modo di descriverla, così ricco di particolari, così fatto di pregi di poca importanza eppure così piccoli da dover richiedere un interesse nel dettaglio che non aveva con me.

Cominciai ad accorgermi dell&#8217;odore della sua pelle quando mi passava accanto, della pelle del suo collo, ricordava i particolari di altre e mi faceva incazzare quando non ricordava la collana che avevo indossato il giorno prima, o&nbsp;forse lo faceva apposta per farmi rodere e trattenermi un po&#8217; più accanto.

Mi convinsi che&nbsp;avevamo sbagliato obbiettivo, mi convinsi che quella persona non poteva essere un assassino, che dalla sua gentilezza d&#8217;uomo d&#8217;altri tempi non potesse scaturire violenza, mi convinsi che forse dopotutto c&#8217;era un motivo se ero finita tra le sue braccia.C&#8217;era un motivo, mi sentivo in una storia scritta da uno scrittore pazzo, ma mi sentivo viva, sentivo il cuore accelerare quando lo stavo per incontrare e fermarsi quando le sue labbra si posavano sulle mie.

&#8220;Cos&#8217;è questo?&#8220;Al centro del mio petto c&#8217;è una zona di nero più scuro, più secco, più rappreso ed al centro un buco.&#8220;Ah&#8220;

Quella sera lui era strano, lo aspettai più del solito, era sempre puntuale ma non quella sera. Uscimmo come quasi ogni&nbsp;giorno da qualche tempo ma non parlò quasi mai, mi portò in riva al fiume a guardare l&#8217;acqua scorrere seduti sui sassi bianchi e lisci e poi tornammo alla macchina&nbsp;dove mi guardò con aria grave.

Ricordo come fosse ieri, o forse era ieri davvero, o forse era addirittura oggi, il suo sussurro a voce bassa ma calda all&#8217;orecchio sinistro. La sua voce calda.&#8220;Mi dispiace, deve finire. Qui. Oggi. Ora. Ho provato a convincermi che non fosse così, che tu fossi diversa, che io fossi diverso, ma non è così. Io devo seguire la mia strada e tu sulla mia strada sei solo una tappa&#8220;.Il suo fiato si addensava poco distante dalla bocca e le sue braccia non bastavano a non farmi sentire i brividiSentivo le lacrime scendere ma mi sentivo apatica, intontita, come immobilizzata. Credevo avrei pensato un milione di cose in un momento simile ma invece la mia mente era piatta, vuota, calma.Mi passavano solo nella mente i ricordi dei momenti vissuti e niente altro.&#8220;E il senso di colpa.&#8221;L&#8217;idea di aver sbagliato io di non essere abbastanza, di non essere adeguata, di essere sbagliata. Non mi passò per la mente neppure per un istante a che cosa si riferisse.

Dissi qualcosa, non so neppure cosa.Disse qualcosa.

Abbassai la guardia completamente.

Poi come un improvviso spasmo sentii entrarmi nella carne qualcosa. Nel petto.Mi congelò. Era come sentire un pezzo di ghiaccio che al contempo bruciasse la carne.Lo vidi girarsi lentamente e mi sentii dire da lontano qualcosa come &#8220;io ti amavo stupido idiota&#8221; mentre la mente si annebbiava, mentre tutto diveniva scuro, mentre mi sentivo posare su di un pavimento nero di asfalto, mentre&nbsp;una chiazza lucida si allargava sotto di me e faceva apparire l&#8217;asfalto vetro nero.

Vidi una porta aprirsi, la sentii chiudersi con un tonfo alle spalle anche se ero sdraiata. Vidi un riflesso come se la porta fosse di specchio ed eccomi qui.

&#8220;Ed eccomi qui.&#8220;

Credo che l&#8217;unica cosa da fare sia incamminarsi nella direzione indicata da questa che un tempo forse era una porta, credo di sapere dove sto andando anche se non ne conosco ancora la forma, e mentre cammino&nbsp;un pappo di un pioppo mi passa accanto, di sfuggita mi è parso ci fosse un piccolo omino appeso dentro ma la luce, l&#8217;erba, il cielo che si stanno aprendo mi fanno pensare di essere quasi giunta alla meta.

&#8220;Ora ricordo&#8220;Vai all'articolo originaleOltre il muro del sonnodi Stefano Giolo - 27 Maggio 2015Quella sera indossavi un vestito nero, un bellissimo vestito nero. Un po&#8217; oscuro forse ma su di te, sulla tua pelle candida, sul tuo corpo&nbsp;non poteva che essere perfetto. Ricordo come fosse oggi i tuoi capelli castano chiari, lisci ma voluminosi&nbsp;scendere fino metà schiena scalati in modo da avere la zona centrale più lunga. Il rosa chiaro della tua pelle spuntare da dietro&nbsp;ai lati dei tuoi capelli dove la maglia finiva con una scollatura larga ma non volgare lasciando immaginare dove la curvatura del tuo collo andava ad attaccarsi al di sotto di orecchie perfette ed invitanti.La maglia era nera, come il resto, e a contrapporsi al dietro liscio sulla parte frontale era ricca di fronzoli e pizzi monocromatici spinti all&#8217;esterno da un seno non troppo prorompente ne assente, di una misura perfetta. La scollatura lasciava scoperte le clavicole in tutta la loro lunghezza e solo poco più in basso lasciando l&#8217;immaginazione scivolare sui tendini del tuo collo piuttosto che sul décolleté pudicamente coperto, e vorticare fino al tuo mento perfetto, le guance lisce e gli occhi di una gradazione tra il verde ed il grigio truccati solo&nbsp;lievemente per allungarne l&#8217;angolo. Occhi che avrebbero potuto tagliare in due, o sciogliere, o far ridere a crepapelle, o far morire d&#8217;invidia. Le braccia erano coperte da maniche semi trasparenti di pizzo che terminavano con strisce di stoffa da cui uscivano le tue bianche mani con&nbsp;le dita affusolate e unghie mediamente lunghe prive di smalti ma perfette.La maglia scendeva fino ad una gonna coprendone una piccola parte con un triangolo rivolto verso il basso. Era la gonna il pezzo forte, fatta di veli neri di stoffa finissima alcuni quasi trasparenti ed altri più spessi messi in modo assimmetrico e rialzati dietro dal tuo corpo a scendere sinuosamente staccati dalle tue gambe.La maglia stretta evidenziava i tuoi fianchi altrettanto stretti e la gonna scendeva a tratti poco sotto il ginocchio a mostrare gambe chiare coperte di collant a rete come una tela di ragno, sostenute da stivaletti col tacco in stoffa opaca.Ricordo come fosse ieri ogni particolare di quella sera, dal tuo vestito alla musica che stavamo ascoltando, &#8220;Crimson&#8221; dei Sentenced, la nostra preferita era &#8220;Killing Me, Killing you&#8221;, ironia della sorte e quella sera la ascoltammo la ascoltammo la ascoltammo ancora ed ancora ed ancora una volta.

Killing Me Killing YouKilling all we haveAs our loves wither away

Burning Me Burning YouBurning us to ashDrowning us in a sea of flames

Darling, do you feel, there is a storm coming our wayThe burning light between us is already starting to fadeThe fire in our hearts is smothered by the rainand the crimson flame of passion turns into something gray

Non ci conoscevamo da molto ma era come se tu mi conoscessi da una vita, come se sapessi ogni istante quale sarebbe stata la mia reazione, quale sarebbe stato il luogo che avrei desiderato visitare, quasi ogni istante. Uno ti sfuggì probabilmente.Era l&#8217;una di una notte di primavera, una di quelle in cui il caldo se ne va e il pizzo che copriva il tuo corpo lasciava andare un po&#8217; troppo calore, giusto quel tanto da farti da farti irrigidire i muscoli e dare&nbsp;la possibilità al tuo uomo, a me, di abbracciarti stretta e&nbsp;stringerti per trasmetterti il mio, e farti vedere che c&#8217;ero, che ero lì.

Ti guardai diretta negli occhi e ti dissi il mio pensiero. Quel giorno sarebbe dovuta finire.Mentre parlavo le parole sembravano riassumersi, raggrumarsi nell&#8217;aria, addensarsi in nuvole e fermarsi qualche istante tra me e te&nbsp;prima di proseguire dileguandosi nell&#8217;aria, non&nbsp;ero sicuro che&nbsp;tu stessi comprendendo quanto&nbsp;stava accadendo&#8220;Non dico che sarebbe potuta finire in modo diverso&#8220;Mi dissi guardandomi dritto negli occhi.&#8220;Dico solo che, poteva non finire&#8220;Le lacrime rigavano il tuo volto trascinando quel poco di&nbsp;mascara che era&nbsp;il tuo unico vezzo, il tuo volto era però immobile, impassibile mentre i tuoi occhi sembravano spegnersi virando dal verde grigio al grigio, qualche goccia cadeva sul pizzo&nbsp;esposto dal tuo seno scurendolo se possibile con un piccolo alone, un altro, un altro ancora.Pensavi che il problema fosse tuo, che fossi tu a non sapermi amare come credi ma non avrei mai potuto dirti dove fosse il problema, non avrei mai potuto rivelarlo a nessuno senza drammatici epiloghi.Eravamo appoggiati al cofano della mia macchina, tu seduta con un tacco sul paraurti ed un ginocchio in avanti, io abbracciato a te leggermente di lato&nbsp;in piedi probabilmente nel mio cappotto nero di pelle anni settanta, i miei stivali, il cappello con la tesa e qualche jeans e camicia a caso.Il discorso non durò molto a lungo, d&#8217;altronde, non c&#8217;era neppure molto da dire se non la realtà di come stavano i fatti. Te lo concessi alla fine, ti concessi di sapere,&nbsp;ti concessi di conoscere ciò che mi portavo dentro da troppo tempo e che mai avevo condiviso, poi misi in tasca la mano e ne estrassi qualcosa.Ricordo le tue mani posarsi sul mio viso qualunque espressione esso avesse, la tua attesa delle mie parole, e gocce ancora che cadevano. Le ricordo scendere dal tuo volto prima lentamente quando si staccavano dalle tue ciglia e poi accelerare sempre più fino al colmo delle tue gote e precipitare sulla superficie della tua guancia, arrivare in prossimità del centro del mento dove avevi una lieve e buffa rigonfiatura e da lì gettarsi suicide sul pizzo sul tuo petto sul tuo cuore sul tuo sangue sul tuo silenzio sui sussulti dei tuoi polmoni sui suoni del di dentro del tuo corpo a macchiare altre macchie che stavano crescendo.Il tuo sguardo era allora di stupore, gli occhi grandi aperti più del dovuto, le labbra leggermente aperte, l&#8217;incavo al centro del collo tra le sporgenze delle clavicole incavato.Non ebbi il coraggio di guardarti ulteriormente, non di guardarti così, immobile di sasso, di restare senza aver più nulla da dire ne da sentire, lasciai scivolare le mie mani una dal tuo volto ed una dal tuo addome verso i miei fianchi, pensai ancora quanto avevo amato il liscio di quella pelle e mi girai. Ricordo il vento che mi spingeva i capelli sul volto, sentii la tua voce dire &#8220;io ti amavo stupido idiota&#8221;, lottai per non voltarti e guardarti un ultima volta, lottai per ricordarti come ti ricordo ora e poi sentii infine un tonfo lieve e sordo.L&#8217;asfalto cominciava a bagnarsi di pioggia, sentii le gocce sul viso e le ringraziai perchè non avrei dovuto chiedermi cos&#8217;era quel liquido sul mio volto. Ti immaginai lì ancora sull&#8217;asfalto, con i capelli spettinati e bagnati di troppe cose, immobile con il volto della speranza forse non ancora disillusa ma allontanai questa immagine.Girai attorno alla macchina senza guardare in direzione del muso, salii, mi fermai il tempo di mettere al massimo il volume su &#8220;Beyond The Wall Of Sleep&#8221; ed diedi gas in avanti.Poi andai a lavare via i resti di quella sera dall&#8217;auto, quelli che la pioggia non aveva lavato.Vai all'articolo originaleLa porta del paese delle meraviglie – Epilogodi Stefano Giolo - 19 Maggio 2015Il rumore che la maniglia produsse fu secco ma chiaro, sentii inizialmente la resistenza alla rotazione e poi dopo un lieve sforzo lo scatto ed il suono del blocco che usciva dallo stipite per lasciare libera lo specchio, la figura accanto a me stava facendo lo stesso e mentre aprivo la porta la vidi sia nel riflesso -finché mi fu possibile- che nella proiezione reale. Fu quando la osservai entrare nel nero del legno che vedevo dietro che mi accorsi che qualcosa non andava.Il vetro si era staccato dal pannello di ebano ma non si aprì alcun passaggio, anzi, una parte si era&nbsp;rimasta lasciando una porta più piccola ancora chiusa.Il cuore mi batté forte in gola forse per la prima volta in questo strano viaggio, batté forte da farmi sembrare di non essere più in grado di respirare, sentii la gola chiusa ed&nbsp;i peli sulla nuca mi si rizzarono mentre misi la mano sulla nuova maniglia che era spuntata. Provai ad aprire un nuovo passaggio ma accadde lo stesso: dopo un secco suono anche questa parte di specchio si staccò dal legno ruotando su cardini che prima erano invisibili e rimanendo a puntare verso l&#8217;esterno vuotamente senza che fosse possibile entrare e lasciando una nuova più piccola porzione di specchio con una nuova e più piccola maniglia, aprii anche questa, ed una ulteriore più piccola, ed un altra ancora, ed un altra. Non so quanto avrei potuto proseguire ma mi fermai.Mi guardai attorno e vidi solo il buio di questo luogo, il pavimento in ossidiana lo specchio ormai aperto e&nbsp;nessun punto di riferimento se non quest&#8217;ultimo. Decisi che l&#8217;unica direzione che potessi prendere era quella perpendicolare a quella che era la porta, era la scelta più logica, lei dava in quella direzione e quella era l&#8217;unica direzione nella quale avrei potuto non perderla di vista troppo presto. L&#8217;orologio segnava le dodici e venti&nbsp;ma non saprei dire se fosse presto o tardi, ne se fosse mezzanotte o mezzogiorno,&nbsp;non contava, l&#8217;unica cosa che qui contava i minuti era quella che meno contava nella realtà, sottile ironia.L&#8217;unica cosa che incontrai camminando fu ad un certo punto una sedia, sola abbandonata di lato e a terra poco più avanti piccolo&nbsp;peso conico&nbsp;di quelli usati nei laboratori di fisica, niente altro. Poi pian piano la luce cominciò ad aumentare, gradualmente. In un primo momento non me ne accorsi neppure ma mentre la luce aumentava il nero lucido del pavimento appariva meno nero, meno lucido virando lentamente verso un marrone opaco e compatto, mentre la luce aumentava dal marrone compatto salivano fili d&#8217;erba prima isolati poi sempre più frequenti, poi nel tempo divenne un prato ed il nero sopra divenne un azzurro quasi accecante popolato di solitari e bianchi nembi, pareva il cielo d&#8217;estate ed il verde dell&#8217;erba era così lucente da essere quasi anch&#8217;esso accecante.Passai accanto ad una tenda ma non mi fermai ad osservarla, osservai il fiore che vi era nato accanto, una margherita gigante bianca ma ancora non mi fermai a vedere quel fiore perché poco più avanti c&#8217;ero io, o il mio corpo, o una mia nuova rappresentazione. Non ero bambino e non ero il giovane invecchiato che vidi nello specchio, ero io.Immobile sdraiato nell&#8217;erba accanto ad un fuoco spento. Seguii l&#8217;istinto, niente altro e mi sdraiai non accanto ma dentro me, compenetrandomi a quel corpo. Chiusi gli occhi.

Quando ho aperto gli occhi, poco fa ero ancora in quel prato, tra le mani una copia di &#8220;Alice Nel Paese Delle Meraviglie&#8221; nella versione originale&nbsp;illustrata da Sir John Tenniel, è aperto su una delle prime pagine &#8220;Alice, key in hand, finds the door to Wonderland/Alice, chiave nella mano, trova la porta del paese delle meraviglie&#8221;. Non ho ancora iniziato a leggerlo, ma credo non lo farò, credo di averne già visto abbastanza per ora, per il futuro invece non c&#8217;è certezza alcuna.Ora voglio solo andarmene di qui, voglio camminare, seguire questa strada di gialli mattoni ovunque essa porti.Vai all'articolo originaleLa porta del paese delle meraviglie – Parte quartadi Stefano Giolo - 14 Maggio 2015Mi trovavo lì, immobile, alle mie spalle un mondo, di fronte una porta verso un altro, l&#8217;istinto urlava dentro urlava fuori urlava di chiuderla per sempre.
L&#8217;istinto posò la mia mano, il palmo della mia mano sulla superficie di legno marrone liscio freddo. La pelle del mio palmo caldo sul freddo del legno liscio marrone. Il cuore batteva forte ma calmo ma forte ma calmo batteva il cuore.
Mentre i muscoli del mio braccio iniziavano a tendersi lievemente prima della spinta il mio sguardo cadde oltre la fessura tra la porta ed il nulla e fu quello il momento in cui cambiarono le cose, cambiò la scelta.
Guardai nella fessura che c&#8217;era tra la porta, priva di stipiti, e il rettangolo che ne definiva le dimensioni. Sul lato in cui era aperta lasciava vedere il pavimento nero e lucido della stanza all&#8217;esterno -o all&#8217;interno, non saprei dire- nella mia mano destra il bicchiere tremò un secondo ed abbassai la sinistra allontanando il palmo mentre le mie dita di riflesso si piegavano lievemente tremando.
Dietro di me infuriavano i pappi dei pioppi come in una bufera senza vento, infuriavano e cadevano e volavano e imbancavano ancora.
Guardai la mano abbassarsi come fosse quella di un altro, come se fosse quella di un automa.
Indugiai ancor una volta a guardare come la porta non avesse spessore vista di lato e cessasse di esistere vista da dietro, come il buco da cui avrei potuto passare fosse tale solo visto di fronte. Poi aprii la aprii del tutto, bevvi d&#8217;un fiato il contenuto del bicchiere, lo posai a terra accanto ed  attraversai il passaggio.
Mi parve che la stanza oltre la porta avesse delle lampade in fila sul soffitto, mi parve vi fosse una enorme quantità di porte attorno ma mi sentii un secondo mancare, mi girò la testa come quando si è ubriachi e le porte improvvisamente si allinearono come fossero state una visione sdoppiata di una sola riflessa sul pavimento, le lampade scomparvero anch&#8217;esse e tutto divenne il riflesso del passaggio della luce proveniente dalla porta, ed io al centro del riflesso a barcollare.
Un pappo volava e per un&#8217;istante sembrò un gigantesco cristallo di neve, vi vidi dentro prima la forma frattale tipica di un cristallo, poi tornò ad essere quello che era ma al centro vi era un piccolo omino appeso come ad un ombrello volante, mi parve di conoscerlo ma poi lo scordai. Lo vidi allontanarsi avanti lontano da me, in direzione retta fino a scomparire.
Mi ripresi solo quando alle mie spalle scomparve silenziosamente la luce e ne scomparve il riflesso. Ero in un ambiente piuttosto buio, la flebile luce che mi permetteva di vedere era diffusa e non proveniva da una direzione, mi voltai a guardare e vidi un grande specchio, una porta a specchio con la maniglia sulla destra, ma questa volta con gli stipiti.
Provai a ruotare la maniglia ma sembrava inamovibile.
Girai attorno e vidi che non era invisibile e priva di spessore come lo era stata dall&#8217;altro lato, il retro era un pannello di ebano perfettamente liscio, senza il segno degli stipiti ma già immaginavo si sarebbe comunque aperta in qualche modo pur non muovendo l&#8217;ebano stesso. In basso sembrava raccordarsi perfettamente al pavimento con una lieve curva passando dall&#8217;ebano all&#8217;ossidiana del pavimento perfettamente liscio e lucido.
Tornai di fronte allo specchio e mi fermai ad osservarmi al centro. Fu quello il momento in cui mi accorsi di non ricordare il mio volto, di non sapere che volto o che corpo aspettarmi di vedere. Avevo l&#8217;impressione di essere stato un ragazzino ma ora mi vedevo adulto, le rughe sul viso davano l&#8217;idea di una persona ancora giovane ma segnata dal passato o forse dal presente. Le occhiaie scure dicevano che non dormivo da molto, ma in effetti da quanto tempo ero qui? E dove era questo qui? I capelli rasati e radi erano brizzolati come la barba con il pizzo lungo ed i baffi arricciati all&#8217;inglese, portavo una giacca elegante blu con finissime righe bianche su una camicia azzurra e dei jeans un po&#8217; troppo sportivi per le scarpe marroni eleganti che indossavo. Dalla tasca della giacca usciva la catenella di un orologio a pendolo ma mentre provavo ad estrarlo mi spostai leggermente di lato e la mia immagine cambiò, in modo veloce ma uniforme come se i tratti somatici cambiassero in modo continuo mi ritrovai a guardare l&#8217;immagine di un coniglio bianco in doppio petto con in mano un orologio da taschino, un coniglio in qualche modo antropomorfo ma pur sempre un coniglio. Mi spostai nuovamente al centro e tornai uomo adulto, mi spostai a sinistra e divenni coniglio, mi spostai ancora a sinistra e il coniglio divenne progressivamente una ragazzina, prima il volto e poi il corpo si trasformarono, mi sovvenne un nome, Alice credo, ma era solo come quando un ricordo fa capolino e poi per timidezza si ritira senza mostrarsi. Rimasi a guardarla un attimo in precario equilibrio, ricordavo di averla sognata, averla rincorsa o era solo un parto della mia mente? L&#8217;immagine riflessa di un desiderio?
Mi sbilanciai e mentre facevo perno su un piede per riprendere una posizione di equilibrio mi spostai ancora più a sinistra e vidi alla mia destra qualcosa accadere.
Comparve un ragazzino delle elementari, comparve fisicamente, accanto a me e guardava lo specchio. In quel punto ero ruotato di circa 45 gradi rispetto alla sua superficie e quindi potevo perfettamente vederne il riflesso accanto al mio riflesso, erano l&#8217;immagine della stessa persona, o di me forse, di me come forse stavo ricordandomi. Portavo i capelli corti, con la riga da un lato, addosso avevo un grembiule blu da scuola elementare, le scarpe erano nere di vernice e le calze lunghe arrivavano poco più in basso del ginocchio, poco più in basso del blu. Mi mossi leggermente più a destra e tornò Alice e scomparve i bambini, sia quello riflesso che quello apparentemente fisico che il riflesso di questo. Mi spostai più a sinistra di quanto fossi prima ma il mio riflesso usciva dal campo visivo, così tornai a far comparire i tre bambini, i due riflessi e quello con un corpo. L&#8217;ultimo lo vidi allontanarsi dandomi le spalle come non si fosse accorto di me, camminava di sbieco rimanendo sulla linea dei quarantacinque gradi e feci lo stesso, era come un irrefrenabile istinto a spingermi a farlo, camminai diversi metri prima di girarmi di scatto, e quando lo feci vidi che lui stesso si era girato al contempo e mi osservava, faceva i miei stessi movimenti, identici. Provai ad uscire dalla linea che avevo seguito, mi spostai poco più avanti e poco più indietro, lui si spostava con me e quando non eravamo sulla linea lui scompariva.
Tornai seguendo lo stesso percorso fino allo specchio, lui mi seguì imitandomi come fosse il mio riflesso o come se io fossi il suo. Tornati allo specchio rimanemmo ad osservarci qualche minuto e poi allungammo la mano come per toccarci, ci fermammo un istante prima della linea immaginaria che ci avrebbe permesso di toccarci, poi allungammo la mano e ci attraversammo come fantasmi.
Toccai invece la maniglia della porta, e la ruotai.Vai all'articolo originaleLa porta del paese delle meraviglie – Parte terzadi Stefano Giolo - 11 Maggio 2015Ero ancora lì, accanto alla porta in attesa di un ricordo per sapere cosa attendessi, in attesa che un&#8217;attesa terminasse mentre terminava quello che veniva proiettato sullo schermo, non mancava molto al termine quando iniziò a nevicare nel bosco.Nevicava ovunque nel bosco ma non nella casa di bosco, la neve si posava lieve e immobile ma non si accumulava, cadeva ancora. Non che ci fossero finestre da cui osservarla, non che ci fossero pareti a proteggere ma non c&#8217;era ne caldo ne freddo, ne vento ne bonaccia, e nevicava attorno e sopra e sotto e ovunque ma non nella casa che non era una casa. Nevicava.Pensai per un momento, pensai che era strano non ci fosse freddo, e pensai che avrei voluto&nbsp;aprire il mobile accanto al divano, e che avrei voluto bere un Ballantine&#8217;s, che era un tempo infinitamente breve e lungo che ero qui, che avrei voluto chiudere quella maledetta porta una volta per tutte, che non sapevo cosa stavo aspettando e perché e che quindi era stupido non&nbsp;chiuderla e mentre osservavo cadere la neve cadere i pensieri cadere i ricordi di perché&nbsp;mi sentissi vagamente svenire, come&nbsp;io stesso fossi neve che lentamente scende come se io fossi in qualche modo mondo e&nbsp;questo mondo fosse me&nbsp;si mosse il mobile accanto allo schermo, si aprì, ne uscì una bottiglia di&nbsp;Ballantine&#8217;s che si versò in un bicchiere, la bottiglia alzata si sciolse e si versò nel bicchiere divenendo liquido ambrato, non più di due dita.Feci in tempo in un balzo a guardare la porta chiudersi, lanciandomi verso di essa per fermarla in tempo per infilarvi il braccio e vederlo tranciare tra lo stipite d&#8217;aria nulla e la porta e getti di sangue solo per metà attraversarla di lato e per metà colorarla di rosso subito prima di svegliarmi sul divano.La proiezione dava i titoli di coda e attorno a me infiniti pappi dei pioppi stavano scendendo ed imbiancando il mondo, la casa, il bosco,&nbsp;scendendo lentamente e portando con se la mia mente come fossi io stesso parte di tutto questo scendere, di tutto questo cadere,&nbsp;pensai che avrei voluto bere un bicchiere di Ballantine&#8217;s, pensai che c&#8217;era stranamente freddo quasi come fosse neve a cadere, pensai che forse era ora di chiudere quella porta che forse era il momento di andarsene.&nbsp; Non vi era un confine tra la casa ed il bosco le pareti erano bosco e il bosco era bianco e le pareti erano bianche e tutto era bianco tranne il divano arancione al centro di questo universo e la porta.Chiunque fosse Alice, mi sentii un coniglio.Mi versai un bicchiere dal mobile accanto e mi avvicinai alla porta.Posai la mano sulla porta e poco prima di muovere il braccio per spingerla allungai lo sguardo oltre.Vai all'articolo originaleLa porta del paese delle meraviglie – Parte secondadi Stefano Giolo - 5 Maggio 2015Ti seguii per lungo tempo, tra i tuoi salti i tuoi scherzi ed i tuoi impegni a correre, correre senza sosta a perdifiato con quell&#8217;orologio in mano, eri la mia Alice ed eri quel bianco coniglio, eri colei di cui anche in assenza potevo innamorarmi incontrandoti e vedendoti ovunque tu&nbsp;non ci fossi e quel simpatico e frettoloso e saltellante animale.Mi mancò il fiato d&#8217;un tratto però, non per la corsa in se, ne per il tuo continuare a saltare e cambiare direzione, ne per l&#8217;assenza del tempo o la mia incapacità di raggiungerti, d&#8217;un tratto mi mancò semplicemente il fiato. Ricordo che fu forse quando compresi il colore dei tuoi occhi, o forse quando mi accorsi che in tutto questo sembravi fuggire da qualcosa ma non esattamente da me, o forse quando notai le tue sopracciglia non curate e per questo perfette.Non ricordo perché mi ero già complicato e tre per tre faceva nove come nove diviso tre faceva ancora tre. E i ricordi arrivavano saltando perché mi ci scontravo e se ne andavano scendendo perché rimanevano lassù da qualche parte.Fu mentre mi trovai senza fiato che vidi le tante porte, in una sala bassa e lunga illuminata da lampade che pendevano dal soffitto, erano tutte uguali e dietro me non c&#8217;era che una porta ulteriore chiusa.Pensai di fare il giro di tutte le porte ma una di queste aveva nella toppa una piccola chiave d&#8217;oro.Girai la chiave ed entrai nella porta.Attorno a me foresta e boschi, monti, odore di quel fuoco che da tempo ruota nei miei sogni inconsci tra il sonno e la veglia tra il dormiveglia e il sonno, e il suono e l&#8217;odore di ogni foglia ed un comodo divano, una stanza ed un bosco e il tutto di un universo compenetrato con la quotidianità di una abitazione senza pareti. Voltandomi vidi la porta, non chiusa, non aperta, ne appoggiata: socchiusa con uno spiraglio di luce entrare. La porta tuttavia era in piedi immobile fissa ma priva di parete.Potei girarvi attorno ed osservarla da un lato presente e viva con lo spiraglio di luce delle lampade che entrava e lasciava il suo segno sul pavimento, dall&#8217;altro scompariva inesistente introvabile introvata impensata. Per un&#8217;istante me ne scordai o forse non era mai stata lì e mai ero passato da quello strano mondo a questo mondo strano, non ricordo effettivamente come andò, ricordo che camminai e mi ritrovai accanto una porta, non aperta, non chiusa, ma socchiusa, non più introvata ne impensata ma presente, la toccai ed era reale in questo casa priva di pareti e ricca di boschi, vi girai attorno e scomparve, nuovamente o per la prima volta?Non lo ricordo.Ma trovai una porta d&#8217;un tratto, socchiusa e mi sedetti sul divano ad osservarla, nel televisore davano un cartone animato e ricordo che ti riguardasse ma non ricordo di averlo visto prima, parlava di una bimba opposta a te fisicamente ma col tuo sorriso e la tua libertà e leggerezza, una bimba dal vestito azzurro ed i capelli lunghi biondi in uno strano mondo di funghi e carte e bruchi e conigli ed aspettai.Aspettai accanto alla porta, dove non importa il tempo assente, il tempo veloce e fuggente, dove non importa alla porta chi porta qualcosa o chi non porta, non importa. Ciò che importa resta la porta, ancora aperta per un po&#8217; e l&#8217;attesa di qualcosa che non si sa cosa sia, di qualcuno che non si sa chi sia ma si sa che sei tu, coniglio, Alice o orologio che sia, rimasi in attesa di te consapevole che quella piccola chiave d&#8217;oro era ancora la fuori, che forse tra un salto e l&#8217;altro avresti scelto, o forse no.Non importa. Comunque sia è una porta ed essa porta verso un nuovo mondo mio tuo o nostro non importa, le porte sono infinite ed io attenderò ancora, dietro questa finché finirà questa proiezione e poi&#8230;Vai all'articolo originaleLa porta del paese delle meraviglie – Parte primadi Stefano Giolo - 23 Aprile 2015Ti&nbsp;vidi su di una panchina, abbracciata&nbsp;a tu&nbsp;sorella la quale leggeva, rimasi ad osservare il tuo volto pieno e vivo come quello di chi non sa soffrire che per istanti nonostante fossi seria ed annoiata,&nbsp;ti osservai sbuffare da lontano nascosto dietro un cespuglio.Incantato ed incapace di mostrarmi, di parlarti, di palesare la mia presenza. Tante volte ti avevo immaginata, avevo osservato altre mentre non c&#8217;eri immaginando fossi tu e lasciandomi innamorare anche della loro presenza nella tua assenza, immaginarmi te davanti a me a muoverti e correre e sorridere, osservare i&nbsp;-non- tuoi capelli muoversi e saltare e supporre di conoscerti ed ora ero lì a guardarti finalmente di nuovo. Immobile bloccato.Ero lì mentre passò quello strano coniglio:&nbsp;&#8220;Povero me, povero me! Farò tardi!&#8221; diceva, e quando il coniglio tirò fuori l&#8217;orologio a cipollotto dal doppio petto vidi il tuo sguardo stupito ma non come chi vede qualcosa di assurdo, stupito come qualcuno che vede qualcosa di bello ed inaspettato ma non incredibile, uno sguardo così naturale da rendere naturale a me il vedere questo strano personaggio saltellare di tutto punto vestito.Ti osservai da lontano seguirlo, forse un po&#8217; geloso lo ammetto perché lui si era palesato anche se involontariamente, ti osservai osservarlo entrare nella sua tana e pochi istanti dopo cadervi dentro.Ti seguii.Caddi o volai, non ricordo il vento dell&#8217;aria contro la pelle, non ricordo la paura della caduta se non per un&#8217;istante, era come se invece di scendere fosse il mondo a salire ed io immobile, vidi credenze e mobili, comodini, mi parve di cadere o salire miglia e miglia, non ti vidi più mentre scendevo e forse neppure dopo non lo so perché cominciai d&#8217;un tratto a complicarmi.Ricordo di non ricordare cosa pensassi nell&#8217;istante stesso in cui lo pensavo e di ricordare ricordi passati di passati invissuti, ricordo che come al solito quando mi annoio cercai di calcolare cose, la velocità di caduta in base a punti di riferimento, la larghezza del corridoio verticale che mi pareva scorrermi addosso, ricordo di aver provato a calcolare quanti anni avessi ma non ricordavo quando fossi nato, e di contare quante dita avessi ma dopo essere arrivato a ventitré ricominciai e arrivai a due, e provando nuovamente erano quindici o trentatré ma poi ricordo di non ricordare se davvero quelli fossero i numeri e poi pensai che era una buona idea provare a calcolare i miei anni e mi fossi ricordato quando sono nato o quanto veloce andasse il suono, non ricordo eco o effetto doppler ma ricordo che i pensieri rimbalzavano sulle pareti e se pensavo verso il basso i pensieri correvano correvano senza tregua e se pensavo verso l&#8217;alto dimenticavo in fretta cosa non so perché non lo ricordo.D&#8217;un tratto il pavimento o il terreno o il dove stavo andando mi raggiunse.Mi ritrovai seduto.Poco lontano&nbsp;un coniglio stava allontanandosi, indossava un doppio petto e reggeva con una zampa un orologio a cipollotto, sembrava agitato e frettoloso &#8220;Orecchi miei, baffi miei, come è tardi!&#8221; disse e si voltò un istante verso di me, ma non aveva baffi, non aveva orecchi o forse si nascosti da quei suoi bei capelli che contornavano&nbsp;un volto umano e dolce, pieno e vivo come quello di chi non sa soffrire che per istanti&nbsp;per nulla&nbsp;serio&nbsp;o annoiato, e perché avrebbe dovuto poi esserlo, ma neppure pieno della tensione e della fretta di chi corre per qualcosa che non ha scelto, il&nbsp;tuo sorriso era quello di chi sa cosa sta facendo e con la frenesia della gioia di fare, la gioia dell&#8217;inquietudine del non saper stare con le mani in mano e correvi, correvi, correva con quell&#8217;orologio il coniglio bianco dal volto umano, correvi lontano ed io dietro te con il tuo sorriso dentro.Vai all'articolo originaleVattene, pre feriscodi Stefano Giolo - 22 Aprile 2015Vattene lontano da me.Lontano come oltre la vita, oltre la morte.Lontano.Ricordo ancora come fosse oggi la prima volta che ti incontrai, lo ricordo più di quanto la mia mente sia in grado di ricordare gli anni, i decenni ed i secoli che intercorrono tra quel momento ed oggi.Ricordo ogni singola piega della pelle del tuo volto, del tuo collo, ricordo il movimento delle tue mani e la delicatezza delle tue dita, ricordo ogni sfumatura che i tuoi capelli illuminati dal sole&nbsp;presero quel giorno, ricordo il tuo modo di muovere le labbra e la semplicità del tuo sorriso che faceva apparire naturale essere felici in questo mondo oscuro e nero, ricordo il sorriso che si disegnò sul mio volto, i muscoli della faccia che non potevo osservare ma che si tendevano incontrollabili a segnalare che qualcosa dentro di me stava cambiando, che qualcosa nella mia vita non era più ciò che era stato.Non sono mai stato una persona buona ma ho lottato sempre per il bene fino a quell&#8217;infausto giorno lontano perso disperso e vivido secondo solo all&#8217;incontrarti la prima volta.Lottavo per un dio che non ci assiste, che non ci ama, che non ci guida, che non serve più, che avevo smesso di credere dopo quel giorno e che ora mi osteggia, mia nemesi e contrapposizione.Lottavo per lui col sangue ed il legno, col sangue e la spada, col sangue ed il sangue anche quando con una mano ti allontanai per seguire quella che credevo una missione più grande, dicendoti che non era quello il nostro tempo, che la mia missione non era terminata ancora.Fu al mio ritorno che non ti trovai.Fu al mio ritorno che rinnegai me stesso e questo dio.Fu al mio ritorno che compresi quanto la solitudine si fosse impossessata di me nel profondo.Fu al mio ritorno che invece di allontanare da me il calice della sofferenza ne bevvi avidamente, bevvi sangue e veleno e veleno e sangue e giurai morte e sofferenza e giurai vendetta a quel dio che mi aveva privato della tua dolcezza e della tua purezza.Giurai vendetta a me stesso.Ritrovarti, dopo secoli è stato invece il terzo istante della mia vita, ed è stato l&#8217;istinto a spingermi a te,&nbsp; a farmi desiderare di&nbsp;godere della tua essenza cambiata, più oscura e sofferta, tu stessa rinnegata al mondo e le mie labbra fremono per assaggiare il tuo sangue, assaggiare il tuo vuoto, penetrare il tuo vuoto con ciò che guida il mio lato più oscuro.Vattene lontano da me.Lontano come oltre la vita, oltre la morte.Lontano.Perché me ne andrò ancora, perché non è questo&nbsp;a cui&nbsp;ciò che ero ambiva e ti trascinerei con me in questo vortice di inesistenza.Preferisco, pre-ferisco, strappare la mia anima ancora -perché perduta in altri mondi- che nuovamente trascinarti giù da quella torre dove il fiume non ha ancora pulito il tuo sangue.Vattene lontano da me o mi distruggeranno, e distruggeranno te, e il nostro nulla non sarà mai pace, non sarà mai.Vai all'articolo originaleImmergersi in te stesso (edited)di Stefano Giolo - 16 Aprile 2015*il racconto è stato modificato dopo la pubblicazione iniziale*Non è buona norma in genere immergersi in solitaria,&nbsp;in tutti i corsi insegnano a scendere sempre con in compagno ma d&#8217;altronde sono molte le cose che non è buona norma fare, ad esempio scendere con&nbsp;un bombolino ean 70 in una immersione profonda, ad esempio, ma non credo che nessuno dei due rappresenti un problema per l&#8217;attività che ho scelto di fare oggi.Questa è una bella sera di una stellata come poche volte se ne vedono, complice l&#8217;inverno&nbsp;e lo scarso turismo la gran parte delle luci sono spente e questo permette di vedere il tutto illuminato solo dagli astri e dalla luna che sta salendo lentamente all&#8217;orizzonte tra i monti. L&#8217;aria è frizzante e viva, e l&#8217;acqua assolutamente calma, un&#8217;ottima notte per un&#8217;esperienza come questa.La preparazione dell&#8217;attrezzatura come sempre è veloce ma meticolosa, non vorrei avere qualche genere di imprevisto che mi tolga la calma assoluta&nbsp;che ho dentro.La bombola è piena ma non credo mi servirà, il bombolino ben agganciato e con l&#8217;erogatore chiuso, i formalismi sono importanti.La torcia è ben carica, della secondaria non credo di averne bisogno ma è qui nella tasca del GAV non si sa mai, giusto? Fermo un passante per chiudermi la muta stagna, pulisco la maschera e sono pronto.Le panchine sono sempre un ottimo aiuto per un subacqueo, niente di più comodo che sedersi, allacciarsi il gav, la bombola, prendere in una mano il bombolino e la maschera, nell&#8217;altra reggere la torcia e le pinne, alzarsi e camminare verso lo scivolo di alaggio per le barche.Ho fatto centinaia di volte questa immersione e la conosco ormai più del giardino di casa ma è da sempre la mia preferita: qui ho imparato e qui voglio stare per&nbsp;sempre.Con l&#8217;attrezzatura sulle spalle scendo in acqua lasciando i vari oggetti minuti sul bordo dello scivolo, l&#8217;acqua non è fredda come mi aspettavo e questo è molto positivo. Indosso la maschera e faccio un paio di prove creando depressione all&#8217;interno ma entra aria&nbsp;quindi non è messa bene, la ricontrollo, la sistemo, perfetto. Ora prendo dallo scivolo&nbsp;le pinne e le indosso, questa è una delle cose più comode di questo punto di immersione, puoi stare in piedi tranquillo a prepararti in acqua ma la profondità aumenta velocemente spostandoti di pochi metri. Un&#8217;accoppiata vincente.Controllo l&#8217;aggancio del bombolino al&nbsp;GAV e sono pronto: tutto è in&nbsp;ordine.Mi guardo intorno, mi viene spontaneo fare il gesto di ok con il pugno sulla testa ma questa volta non c&#8217;è qualcuno a cui segnalarlo, alzo il corrugato, svuoto e scendo.Ci vogliono solo pochi istanti e mi trovo a cinque metri, mi viene da sorridere pensando che ho dimenticato di portare la boa di segnalazione, anche questa è una di quelle cose che non si fanno ma non credo sarà un problema per nessuno.L&#8217;immersione, il mio percorso preferito almeno, inizia scendendo qualche metro seguendo una sagola che parte dalla base dello scivolo di alaggio verso il largo, questa porta ad un piccolo canyon che lascia presagire l&#8217;immensa bellezza che da lì a poco colpirà il mio sguardo e la pace che porta.Di notte si vede poco oltre a due pareti di roccia ognuna a pochi centimetri dalla spalla, potrebbe fare impressione detto così ma quaggiù è un altra cosa, tra queste due pareti si vedono scendere rapidamente le rocce da una decina di metri a oltre i trentacinque, di fronte il blu scuro&nbsp;assoluto, dietro le pietre della spiaggetta.Ed è nel blu che bisogna andare, questo canyon in genere fa effetto di&nbsp;sfogo per le correnti e mescola i termoclini con il movimento di acqua che si incanala. Fermandosi all&#8217;inizio a volte sembra di avere il vento freddo tra i capelli&nbsp;ma&nbsp;non questa sera perché di inverno l&#8217;acqua in superficie non è sufficientemente calda ed i termoclini sono di conseguenza meno marcati. L&#8217;emozione di scendere da questo punto in ogni caso&nbsp;resta sempre unica. In pochi secondi sono a trenta metri, carezzo la valvola del bombolino ma non è ancora il suo momento: ora posso guardarmi attorno;&nbsp;il canyon scompare in alto e qui il buio è più forte, si vede solo quello che viene illuminato dal cono luminoso della torcia e puntando verso sinistra, verso il largo, la luce non può nulla contro l&#8217;oscurità infinita della notte. A destra invece le rocce color sabbia chiara&nbsp;mi sovrastano ed in un anfratto c&#8217;è il presepe, forse il punto di immersione&nbsp;più famoso da queste parti. Lo saluto rimanendo a guardarlo ancora qualche minuto mentre attorno non c&#8217;è alcun suono al di fuori delle bolle che escono dal mio erogatore. Ritmicamente. Circa ogni otto secondi.Questo è ciò che vengo a trovare qui ogni volta: il silenzio così diverso dal silenzio del mondo di sopra, così diverso da ogni silenzio. Talvolta&nbsp;ci sono suoni,&nbsp;molti, ma pur sempre in qualche modo educati: quando l&#8217;acqua è mossa si sentono le rocce cozzare tra loro, i sassi muoversi con quel tipico suono secco e acuto che&nbsp;somiglia a quello che fa un accendino quando si accende, ma più acuto, più breve e secco. I suoni sott&#8217;acqua si propagano molto più velocemente che nell&#8217;aria, tanto da impedire di capire la direzione da cui provengono, ad esempio il suono dei motori delle barche somiglia&nbsp;a quello di una mosca che voli in modo costante, e anche questo se non lo si conosce è impossibile da comprendere, e non si riesce a capire da che parte arrivi, da che parte vada. I suoni qui ti avvolgono, e come essi sei parte del mondo, sei parte del mondo come il mondo è parte di te.Allontanandomi dal presepe scendo di pochi metri e mi sposto, dovrei trovare qualche sette nano dallo strano nome, i subacquei hanno un umorismo particolare, il più famoso e storico si&nbsp;chiama &#8220;embolo&#8221; credo sia il più significativo oltre ad essere il primo che ho incontrato. Scendendo più in profondità, oltre i quaranta metri i riflessi cominciano a rallentare, tutto ciò che può essere tensione nel mondo di fuori qui dentro è così lontano, assente, così insignificante da scomparire. Non come se si rimpicciolisse e ridimensionasse ma proprio come se la superficie dell&#8217;acqua fosse un portale tra un universo ed un altro e tutto rimanesse nel proprio. Qui non esistono. Penso sempre all&#8217;immagine di &#8220;Stargate&#8221; nel momento in cui mi sto immergendo, c&#8217;è una consapevolezza diversa, una calma, un rilassamento che&nbsp;credo possa esserci simile solo nello spazio siderale. L&#8217;adrenalina non esiste ed il cuore batte lentamente, il respiro è lento e regolare, chiudendo gli occhi sembra quasi di sciogliersi e mescolarsi e far parte di questo tutto, ci si sente un niente parte di un tutto e al contempo un tutto con tutto.Puoi vedere pesci muoversi lenti ed avvicinarsi curiosi, consapevoli che tu non sei un pericolo, a volte sfiorarli, puoi essere uno di loro, toccare i gamberi sotto quello che per noi è il collo e vederli muovere le zampette, puoi vedere cuccioli protetti da adulti ed infilarti in foreste di piante verde fluorescente, o osservare il modo sinuoso con cui le anguille avanzano,&nbsp;peccato che in genere duri poco meno di un ora prima di dover risalire per l&#8217;aria o per la saturazione dell&#8217;azoto che sia, ma non questa volta.Il computer segna 66 metri,&nbsp;lentamente apro il bombolino, con un EAN 70 l&#8217;ossigeno-tossicità dovrebbe essere stata sufficiente a stordirmi a trenta metri a più di sessanta non dovrebbe volerci molto, ma il fondo qui supera agevolmente i cento e nel frattempo continuerò a scendere. Per sicurezza ho indossato molto più dei pesi che utilizzo in genere. Mi tolgo il gav, lo faccio ruotare davanti a me respirando ancora dalla bombola dell&#8217;aria, che nel frattempo chiudo. Ho ancora un paio di respiri prima che non esca più nulla, il tempo di rimettere il gav, e iniziare a respirare dall&#8217;erogatore del bombolino.All&#8217;inizio sembra tutto normale, ma non potevo aspettarmi come diceva il mio istruttore che fosse &#8220;un colpo di pistola&#8221;, nulla nel corpo umano è così secco ed immediato credo,&nbsp;non che sia un medico, conosco solo quello che riguarda la subacquea, mentre scendo oltre la zona sabbiosa mi si avvicina un luccio enorme, sembra guardarmi ed io lo guardo, mi ruota attorno e si mette a testa in giù come un delfino, mi fa ridere e le bolle che escono dal mio erogatore lo fanno fuggire, o forse era già fuggito prima che ridessi&nbsp;&nbsp; non&nbsp;&nbsp;&nbsp; ne&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; s ono&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; troppo&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; ss icuro,&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; il&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; tempo&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; sembra&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; scorrere&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; strano.D&#8217;un tratto mi accorgo di avere i piedi in alto e di aver toccato il fondo con la testa, è un attimo poi mi giro mentre passa un altro luccio, questo non sorride. Forse è quello di prima.Ho forse, il dubbio&nbsp; &nbsp;che&nbsp;&nbsp; &nbsp;potrebbe non essere il luccio&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; delfino il &nbsp;ruotavo io? Ruotare? Il fondo. Sto respirando, e questa cosa sulla bocca, in bocca,&nbsp;mi infastidisce come un peso come una maschera di ferro di un re imprigionato. La tolgo e sto volando, in assenza di peso posso muovermi come si muovono gli uccelli, posso fluttuare nell&#8217;universo e attraversare mondi&nbsp;o essere io mondo&nbsp;attorno a me nubi belle color della sabbia si alzano mi impediscono la vista e poi si spostano e si muovono, sembra di essere&nbsp;nel cielo&nbsp;e uccelli senza ali&nbsp;mi guardano e&nbsp;ridono. No&nbsp;non ridono le ali ma gli uccelli, insomma quelli lì, non li vedi?! Quelli lì.Ridono e io rido con loro, rido a crepapelle come un matto mentre&nbsp;Embolo che&nbsp;è sceso qui da me&nbsp;mi saluta, e quello? Quello sembra Giuseppe che cammina con&nbsp;Maria o sono due pesci o sono le mie mani che si allontanano verso un dove che non so&nbsp;e vedo i fiori sul fondo e i prati verdi poi più nulla e fiori che divengano grandi grandi grandi come mondi e dentro i fiori tanti fiori con dentro fiori grandi e poi nulla.Credo che gli occhi abbiano iniziato a ruotare verso l&#8217;alto, insistentemente.&nbsp;Mi fanno male mi fanno male come volessero girarsi dentro come dovessi guardare dietro ma non potessi girare la testa?Non mi sento più nell&#8217;acqua, non mi sento più. E vedo dentro, credo che gli occhi siano girati davvero&nbsp;dentro e vedo dentro di me.Ho sempre pensato che le immersioni portassero all&#8217;introspezione quanto la meditazione, che aiutassero a rilassarsi e parlare con se, con l&#8217;io profondo a vederlo ed affrontarlo lontano dalla realtà,&nbsp;ma ora vedo dentro me! Voglio dire, vedo direttamente il cervello, il cervello e i suoi tarli,&nbsp;con le loro zampette e le loro alette lunghe e striate, vedo insetti muoversi sulla&nbsp;superficie,&nbsp;dentro attraverso buchi, mordere, mordicchiare, ne sento il rumore, crick crick,&nbsp;guarda quello! Ha il volto di Lei e sta mordendo proprio in mezzo credo ci sia la parola lì, se ho un ricordo vago di queste cose&nbsp;e quello lì? Sembra così triste e solo, scontroso con quell&#8217;aria superiore, ha due baffoni buffi ed un piccolissimo orologio a cipollotto e morde anche lui qua e là, dentro, profondo. Dietro lui una lunga scia che attraversa più parti del cervello, ed eccone un altro curioso che muove la testa come a ritmo perso in se stesso e fa i suoi buchi con un trapano a meno invece che mordendo.&nbsp;Sento come di non avere più un corpo e mi sento risucchiato dentro, come dicono debba essere&nbsp;in un buco nero mi sento allungare,&nbsp;allungato all&#8217;infinito come uno spaghetto&nbsp;a partire da quello che potevano essere i piedi infinitamente lontani e le caviglie chilometri prima e&nbsp;decine di chilometri indietro le ginocchia, centinaia il corpo e migliaia le spalle fino alla testa che tende a distanza infinita&nbsp;e sono liquido. Attorno a me infiniti dischi morbidi e rossi come cuscini tondi ed altri bianchi come sfere dalla superficie rugosa altri&nbsp;oggetti ancora rosa ma nell&#8217;insieme il tutto è di un rosso scuro e vivido, scivolo velocemente in questa specie di corridoio tondo pieno di vicoli, curve bivi e diramazioni, ogni tanto ci sono valvole da cui posso entrare e guardando dietro mi accorgo che non posso tornare da dove vengo spinto a intervalli regolari, ad ogni colpo più in là e&nbsp;come se sapessi dove andare come se fossi attratto da qualcosa&nbsp;nonostante i bivi mi sembra di essere organicamente unito in una sola entità. Accelero e rallento, accelero e rallento come spinto o trascinato, accelero e rallento, e il corridoio si fa sempre più stretto, in mille, milioni, miliardi di piccoli corridoi ed io pur sentendomi uno&nbsp;sono in ognuno di loro come diviso in infinite infinitesime parti di un tutto vedo infiniti corridoi, sono in&nbsp;infiniti infinitesimi corridoi e sento di essere spinto e attratto fino a raggiungere una superficie più solida dove i corridoi sono talmente stretti da essere indistinguibile l&#8217;essere ancora in corridoi&nbsp;o lo stare attraversando una struttura solida tra atomo e atomo. Sento di stare cambiando, sento come se non fossi più nell&#8217;acqua ma per un istante mi sento carne e aria e legno e nulla di tutto questo, mi sento fantasma che attraversa un muro e muro attraversato&nbsp;e nuovamente mi trovo in un lungo corridoio questa volta lineare e dritto.Blu. Per qualche momento sembra una situazione stabile, ho il tempo di osservare attorno contemporaneamente in ogni direzione la superficie di questa galleria grigia e il blu che sono dentro di essa. La sento muoversi, non piegarsi, non comprimersi ma come se si inclinasse velocemente in una direzione, nell&#8217;altra, in un altra ancora e poi&nbsp;nuovamente mi sento&nbsp;risucchiato verso il basso,&nbsp;veloce sento il rumore di qualcosa strofinato, qualcosa che gratta&nbsp;su una superficie non liscia ma neppure&nbsp;molto porosa,&nbsp;non sono più nell&#8217;acqua perché sento le direzioni dei suoni ed è in basso questo rumore, a scatti come trascinato, ed è la direzione verso cui sto andando.Mentre parte di me osserva ancora la superficie liscia osservo dove inizia il mio essere stringersi il corridoio, mi sento stringere tra due punte di metallo e comincio ad uscire, ad essere fuori su di una superficie bianca&nbsp;dalla quale mi sento attratto tanto da non potermi più staccare, sento di stare prendendo una forma sinuosa lunga interrotta a tratti, mi sento parte di qualcosa di più grande di me.Resto lì qualche tempo immobile, mentre sento spostare la superficie su cui sono finito, sento di rimanere chiuso quando una superficie analoga viene appoggiata su quella che sento mia e poi di nuovo sento l&#8217;aria quando questa superficie non so quanto tempo dopo viene nuovamente allontanata. Poi come una pelle d&#8217;oca sento alzarsi qualcosa di me, lo sento elevarsi, allontanarsi, sento come di perdere il corpo se mai l&#8217;ho avuto e di essere essenza ed improvvisamente volo&nbsp;verso qualcosa, verso&nbsp;l&#8217;alto.Non sapevo i tuoi occhi fossero così belli, così veri, così stupiti ma li vedo un istante e poi sento battere.Tump, Tump, Tump, Tump.Ho trovato casa.Vai all'articolo originaleNon portarmi con te ad un concerto, non sarò lì.di Stefano Giolo - 14 Aprile 2015Sono stato a non so quanti concerti nella mia vita, e non so con quante persone nel tempo, nello spazio, tra le dimensioni.I concerti per me si dividono in due macro categorie, la prima è quella in cui vado ad ascoltare musica, la seconda è quella in cui vado a incontrare musica.Oggi sono qui, la folla mi attornia, di fronte a me una ragazza dai capelli ricci mi ricorda qualcuno, si muove come immersa nel mondo del suono, la vedo sorridere pur non vedendone il volto e&nbsp;ne riconoscerei il sorriso. Accanto a me una vecchia amica con cui condivido una passione del tutto musicale e di ricordi di mare, di monti, di tramonti Corsi e dell&#8217;odore di quel fuoco, e di fonte a lei immancabilmente la donna più alta del mondo a spostarsi ovunque lei vada. Due donne nascondono il loro affetto reciproco che non è d&#8217;amicizia pura e tra rockers e persone raffinate la folla si mescola in caleidoscopiche combinazioni di colori e di volti, persone si muovono all&#8217;unisono pendendo dalle labbra di una cantante non più così giovane come un tempo ma d&#8217;una carica immensa, ed io lì al centro di un mondo fino. Non saprei come descriverlo con una parola diversa. Fino come carta velina e sfocato e distante come lo sfondo di un ritratto in primo piano, io sono lì accanto alla sua voce, neppure il suo volto e niente esiste attorno, non esistono le braccia fini della ragazza di fronte a me, non esiste la mia amica, le due amanti, non esistono i metallari e le signore raffinate, i cartelli, e i salti.Da fuori devo sembrare del tutto intontito, silenzioso, spento mentre dentro si muove un mondo di immagini colori e sensazioni e ricordi di mare di chitarre di un letto grande del volto di una vecchia amica che non vedo da troppo tempo e che continuerò a non vedere per troppo tempo ancora e che forse incontrerò&nbsp;un giorno altrove, da un altra parte in un altro quando dove e perché.Non è così magra come un tempo sul palco la voce, formosa più di quando faceva preoccupare il suo pubblico e con quel vestito mi ricorda un altra voce accanto all&#8217;orecchio a suonare quella chitarra per me, all&#8217;orecchio, mentre con pezzi di specchio distrutto tra le mani cercavo immagini che mi dicessero chi ero e non le vedevo, le ombre ne nascondono il volto e le labbra si trasformano in quelle labbra che sapevano ascoltare e parlare e dire e amare pur senza amare ed essere salvezza costante. Sento quella chitarra acustica lontana da tutti i suoni entrare dentro come un pugno, come quel pugno che sentisti dentro un giorno davanti alla porta di casa quando pronunciai quelle parole. E scivolo nei meandri di altri istanti di un auto a vagare per ore nel nulla di un mondo che era tutto tra le due porte e nulla al di fuori.&#8220;Accontentarsi di niente&#8221; è una frase che ruota nel cielo di questo ambiente chiuso azzurro di nuvole chiare d&#8217;un giorno d&#8217;estate tra i papaveri&nbsp;&#8220;accontentarsi di niente&#8221; in qualunque modo tu voglia leggerlo è la risposta. Tra lo scegliere di arrendersi o il lottare all&#8217;infinito e ruota nell&#8217;essere, nell&#8217;etere, come sdraiato sopra di me fiori&nbsp;a forma di&nbsp;mani a muoversi nel vento creato dai suoni ed il sole delle luci e dell&#8217;amore che viene scagliato da un palco quasi sputato di rabbia e per questo vivo.Ho passato anni ad accumulare ricordi, ho passato anni a vivere mondi diversi unendo in me infinite esperienze cozzanti diverse intersecanti che esplodono in momenti in cui vivo la musica o creo e poi d&#8217;un tratto quasi un istante dopo essere iniziato, due ore e più&nbsp;tardi, le urla gli applausi ed accanto a me ancora la mia vecchia cara amica, le due&nbsp;amanti segrete e tutti gli altri mentre si accendono le luci ed è ora di tornare.

Vai all'articolo originaleNavigandodi Stefano Giolo - 9 Aprile 2015Il turno di lavoro oggi è stato duro, più duro del solito e sento la stanchezza chiudermi gli occhi, apro i finestrini e metto l&#8217;aria al massimo per cercare di svegliarmi meglio per questa ultima mezzora di strada e poi potrò infilarmi sotto le coperte. Il termometro indica che fuori ci sono dodici gradi ed io indosso solo la t-shirt dell&#8217;Oktoberfest 2011, ottima situazione per svegliarmi fuori un po&#8217;.Il navigatore da qualche giorno quando punto casa dopo un po&#8217; sembra impazzire e mi indica un altro luogo, gli altri giorni questa cosa mi fa incazzare terribilmente oggi stranamente invece mi sento così rilassato, forse per questo misto tra stanchezza e freddo da sentirmi quasi inerte. La mente riprende a lavorare anche se gli occhi rimangono mezzo chiusi, e la testa mi

cade

non sono sulla strada di casa!Mi sono distratto e come uno scemo mi sono messo a seguire l&#8217;indicazione sbagliata del navigatore che non so dove mi sta portando, indica un luogo a dieci minuti da qui, e stanchezza a parte non ho davvero molto da perdere, domani finalmente potrò starmene a casa almeno il mattino e a casa nessuno mi aspetta quindi quale miglior momento per fare una cosa scema?Fermo al semaforo osservo le mie braccia scoperte, i peli dritti della pelle d&#8217;oca, tremo leggermente ma è un bene, mi tiene senza dubbio più sveglio, metto la testa fuori e respiro l&#8217;odore umido di questa serata, non mi ero accorto avesse piovuto, il respiro si addensa e dietro il respiro vedo il rosso del semaforo trasformarsi un verde. Sono in una zona della città che mi sembra terribilmente, ancora un paio di svolte e ci sono, chissà dov&#8230;

TUMPH

&#8230;una bambina?! Era una bambina! Ho investito una bambina? Cosa ci faceva in mezzo alla strada?Scendo a controllare? Scappo? Non credo mi abbia visto nessuno, ma cosa ci faceva una bambina da sola in mezzo alla strada immobile, come mi guardasse, e poi era vestita completamente di nero, non fosse per quella pelle bianca cinerea non avrei neppure visto che era una bambina, avrei sentito il tonfo, e&#8230; e la macchina che si è alzata quando la ruota sinistra le è passata sopra.La macchina che si è sbilanciata spingendo il mio corpo verso destra mentre la ruota le passava sopra.Il rumore molliccio di qualcosa sotto la mia ruota sinistra che passava su di lei.Il rumore della gomma che cigola su qualcosa di umido dopo essere scesa, dopo essere passata sul corpo della bambina.E sto ancora guidando, il navigatore punta a casa mia, casa mia e rimbomba nella mia testa il rumore, lo spostamento del corpo la ruota il silenzio, non ho neppure frenato.

Sono a casa ora, non ho il coraggio di scendere di guardare il sangue che deve essere sul fanale, sulla ruota sulla ruota che ha schiacciato quel corpo sul fanale che ha spaccato quel corpo.

Scendo e guardo a terra la strada priva di segni, osservo il muso della macchina, anch&#8217;esso&nbsp;normale, liscio, senza ammaccatura, senza macchie, addirittura impolverato, la ruota normale, sporca di terra come sempre e di nient&#8217;altro.Credo di aver sognato.L&#8217;unica cosa è questa sostanza nera, come carta velina bagnata incollatasi sul paraurti come un adesivo umido, come le decalcomanie per i tatuaggi dei bambini prima che si asciughino, come foglie umide e fini portate dal vento e sferzate da ore di pioggia.Vai all'articolo originalePassidi Stefano Giolo - 26 Marzo 2015Ad ogni passo
-lento-
per quanto live corrisponde il suono frusciante della neve pressata al di sotto delle corde che costituiscono la racchetta da neve.
Le gambe -pesanti- proseguono nel loro lavoro incessante, il ginocchio dolorante si piega,
si alza,
permette al piede
-lentamente-
di salire, di alzarsi dalla neve, da quei centimetri in cui è sceso nonostante la racchetta che intanto si stacca dal tallone inclinandosi e lascia cadere
-piano-
la neve che vi si era depositata poco prima.
I muscoli della coscia hanno un solo breve istante di riposo mentre la gamba sta scendendo nuovamente verso il legno che stava tracciando un solco con il vertice dietro abbassato e torna orizzontale a sprofondare lievemente
-ha nevicato da poco-
e mentre il ginocchio diminuisce l&#8217;angolatura il quadricipite torna ad irrigidirsi per sostenere il peso del corpo
-gli acidi lattici-
si fanno sentire
-i chilometri-
le ore di cammino e la salita
-il freddo-
mentre arriva il momento di un altro passo che
-lentamente-
porta avanti ancora di qualche centimetro tra infiniti centimetri dietro in basso da un dove verso altrove molto più in là il freddo
-pungente-
come aghi di questi pini di cui l&#8217;odore si spande attutito dall&#8217;umidità a congelarsi entra nelle ossa col vento
le braccia intirizzite tremano lievemente
-ed il fiato-
si congela
-l&#8217;acqua-
il mondo col vento del nord che soffia bianco trito di ghiaccio a colpire gli oggetti
-il volto-
nel silenzio
-l&#8217;anima-
irreale dietro le urla tra le fronde degli alberi e si fa che spazio nella mente.
-gli occhi-
Un altro passo, una fitta al ginocchio, ancora uno e poi sarà di nuovo un adesso
-lentamente-
un fruscio della neve pressata mentre il piede comincia ad alzarsiVai all'articolo originaleQuel tempo, la nebbia, la lunadi Stefano Giolo - 23 Marzo 2015Una luna fine nel cielo nero e privo di stelle, quasi privo di stelle. Solo una, sempre lei, in basso a destra della Luna. Credo sia&nbsp;Venere probabilmente quindi si, nessuna stella come in quelle notti.Una lieve nebbia e il respiro che si addensa come una nuvola davanti alla mia bocca.Non c&#8217;è freddo ma neppure è arrivato il caldo dell&#8217;estate.Credo significhi qualcosa mentre dal giardino di casa resto immobile a guardarla.Mi aspetto di vederti arrivare da un moment all&#8217;altro ma non guardo, non cerco. Osservo questa luna finissima come un sorriso storto, osservo quella stella o quel pianeta come un piccolo neo alla Marilyn in questo cielo a donare quel tocco di bellezza all&#8217;universo.Il mio respiro si addensa, scompare, si addensa, scompare.Sento la tua presenza qui, accanto a me.Come se mi stessi pensando a tua volta, no di più sento la tua presenza qui accanto a me.Poi torno in casa,&nbsp;chiudo gli scuri, guardo il termometro -dodici gradi- e&nbsp;comincio a scrivere nel cielo nero privo di stelle, della Luna. Fine.Vai all'articolo originaleLa danza dell’essere infinitidi Stefano Giolo - 9 Marzo 2015Sono passate alcune notti da che ti ho sognata, ma resta indelebile la sensazione mentre sfumano i ricordi come fumo nel vento.Ricordo d&#8217;essermi svegliato immerso nella sensazione d&#8217;infatuazione con cui nella più piena adolescenza ci si innamora la prima volta, ricordo di essermi svegliato stupito dal sogno stupendo e perfettamente coerente appena fatto.Volevo alzarmi dal letto e scriverlo per filo e per segno, con il suo inizio, lo svolgimento e la fine perfetta come mai avrebbe potuto essere una storia ragionata a tavolino, rimasi a letto a cullarmi del tuo ricordo inaspettato proveniente da non so quale recesso della mia mente.Al mattino non ricordavo più nulla. Non ricordavo neppure di averti sognata, ma provavo quella sensazione di dolce inquietudine che si prova poco prima o poco dopo di un bell&#8217;incontro.Sono andato a lavoro pensandoti, pensando perché ti pensavo, e poi d&#8217;un tratto il ricordo di quel sogno.Non saprei ripetere il finale, e neppure lo svolgimento a dire il vero, ricordo l&#8217;inizio, lo svolgimento che era durato moltissimo invece lo ricordo compresso in una sensazione che non saprei spiegare.

Ero in una casa di pietra, saprei dirti anche dove probabilmente, ma più probabilmente è un dettaglio che la mia mente ha aggiunto a posteriori, c&#8217;erano molte persone, anche queste seppure nel sogno ci fossero potrebbero essere identificate con persone che potrei aver aggiunto a posteriori, ma poi c&#8217;eri tu, e di questo non c&#8217;è alcun dubbio.Ci incontravamo come non ci vedessimo da moltissimo tempo, come è poi un dato di fatto, ma anche come fosse inaspettato. Immobili qualche secondo che potevano essere secoli a guardarci con lo sguardo tipico indeciso di chi non sa cosa fare e perché.Poi come se tu fossi miglia lontana prendevi la rincorsa per abbracciarmi. Ricordo come fosse reale l&#8217;istante in cui il tuo corpo ha abbracciato il mio, è penetrato nel mio e si è fuso al mio, ricordo come la sensazione che tu stessi danzando con e dentro di me, come se ruotassi e la tua testa attraversata la mia facesse una capriola e con te me e il mio corpo e la mia mente compenetrati a te, vedevo dai miei occhi e vedevo dai tuoi e tu danzavi e mi danzavi, e ruotavamo e volavamo e non eri più tu od io a guidare era un tutt&#8217;uno con infiniti occhi infiniti orecchi, senza più un corpo fisico ma con un corpo fisico, senza più essere due ma senza essere uno, come due enormi palline di plastilina di colori diversi amalgamate, ricordo i colori diversi eravamo azzurri e verdi, eravamo blu e rossi ed eravamo una sfera e una forma mutante immutabile in movimento.E poi il finale, bellissimo, è rimasto nell&#8217;oblio dei sogni scordati.Vai all'articolo originaleL’uomo nerodi Stefano Giolo - 5 Marzo 2015Non riesco a capire.Qualcosa è cambiato, ma non focalizzo se a cambiare sia stato il mondo, lentamente, o la mia mente. Cammino, mi guardo attorno e vedo cloni, cloni di cloni, e altri cloni. Guardo il volto delle persone, i vestiti, i movimenti, gli argomenti. Cloni, cloni di cloni ed altri cloni.Ogni persona che incontro, ogni persona con cui parlo, inaffidabile, presa dai pensieri di qualcosa che crede essere solo un suo problema ma che è identico ai finti problemi di tutti quelli che lo circondano, incapace di mantenere parola o attenzione. Manca il tempo, manca il tempo. Sembra che tutti vivano conquistati dagli uomini grigi di Momo di Ende. Un libro che oggi tutti dovrebbero leggere, ma che basterebbe leggesse uno perché uno è uguale a tutti. Almeno ho questo sospetto.Non riesco a focalizzare.Non capisco se ieri il mondo non fosse così, se sia cambiato nel tempo lentamente o se sia io ad essere cambiato.Mi sento soffocare in questo mondo, mi sembra di giocare a carte all&#8217;uomo nero, o &#8220;la veccia&#8221;, quel gioco di carte in cui nessuna carta seppur diversa ha un valore, nessuna carta è diversa dalle altre tranne una. Non dico di sembrare quella carta diversa, ma la sto cercando, disperatamente.Corro, corro senza fiato in questo mondo, ho un mazzo di carte, lo sfoglio, giro ogni carta, la guardo ed il volto è lo stesso, il vestito lo stesso, le parole che dice le stesse, provo a parlare a dire cose che smuovano l&#8217;anima &#8220;eretico, eretico&#8221; è il coro, &#8220;eretico&#8221; l&#8217;unica risposta.Mi chiedo cosa sia cambiato, se sia una evoluzione od un&#8217;involuzione, mia o del mondo. O semplice stabilità. Pochi giorni fa ho il ricordo di aver avuto qualcuno accanto, qualcuno speciale, o forse era anni fa, poi l&#8217;ho guardato in volto ed era un clone, come gli altri cloni, cloni di cloni di altri cloni.L&#8217;immagine è come svegliarmi con accanto uno di questi che smarrito s&#8217;allontani ed esca di casa in silenzio ed io a guardarmi allo specchio, ma non ricordo il mio volto, non ricordo di essermi guardato, non ricordo neppure se sia vero che sia accaduto, o che accanto a me ci sia stato qualcosa che non fosse un clone, non ricordo neppure se i miei ricordi siano reali o siano essi gli errori. Non mi sono mai ritenuto migliore o peggiore, ma fiero di sentirmi diverso, comune ma diverso o anche questo è un ricordo perverso innestato da chissà quale errore virus o malore. Non riconosco generi o colori o differenza alcuna tra ognuno di quelli che incontro, non riconosco.Non riconosco.Ad ognuno se chiedi come va la risposta è un freddo &#8220;bene.&#8221; se chiedi della famiglia &#8220;bene.&#8221; se chiedi del lavoro &#8220;bene.&#8221; e poi ognuno inizia con il proprio monologo argomentale da cui non si può uscire, né interagire, né discutere, né argomentare a propria volta. Il tema uno solo, l&#8217;unica cosa che differenzia un clone dall&#8217;altro è il tema. Niente altro.Non ho più il fiato di correre, le gambe, le dita stanche alla ricerca di una carta che non trovo, scorrere avanti, indietro ancora ed ancora alla ricerca.Ricordo un tempo di averne avute altre, in un cassetto e guardandole scopro che sono ancora identiche a tutto, a tutto.Poi infine vado allo specchio e guardo il mio volto, mi chiedo come sto: &#8220;bene.&#8221;, come va al lavoro: &#8220;bene.&#8221; e mi siedo.Vai all'articolo originaleDodici gradidi Stefano Giolo - 28 Febbraio 2015Era una sera di quelle in cui la temperatura ti fa rabbrividire solo un istante, il respiro si addensava in una piccola nube prima di scomparire quasi improvvisamente, indossavamo tutti maglioncini leggeri o giacche leggere, ed era buio.Moltissimo buio.Ricordo l&#8217;aria frizzante di quella sera come fosse oggi, come fosse vera, e ricordo di aver girato la testa incontrando accanto ai miei occhi la mano di mio padre, la presi e la tirai leggermente verso di me, lui sembrava assorto a guardare nella stessa direzione in cui stavo guardando io solo pochi istanti prima.Ho sentito la mia voce dire &#8220;papà, papà, ma chi è quella ragazzina&#8221;?Era sulla strada davanti a casa mia, a terra, piatta come un foglio di carta leggermente raggrinzito, attorno a lei c&#8217;erano dei signori che non conoscevo e qualche mio zio o zia che non saprei definire, c&#8217;era anche la zia gilda, e quella&nbsp;signora che mi dava sempre le caramelle al miele. Entrambe signore anziane&nbsp;nel buio&nbsp;della sera&nbsp;si distinguevano solo per il fumo che usciva dalle loro bocche e che vedevo nonostante fossero di spalle salire&nbsp;qualche istante dalle loro teste.Erano vestite di nero, con&nbsp;il velo in testa e quei vestiti tipici delle donne anziane delle zone rurali. Osservavano tutti la bambina schiacciata, quasi&nbsp;fosse disegnata a&nbsp;terra e il signore che con una spatola di&nbsp;ferro la stava staccando dall&#8217;asfalto e ne stava raccogliendo i resti, come quando si stacca un adesivo da un contenitore di&nbsp;plastica.La bambina era anch&#8217;essa vestita di nero come tutto, portava un vestito intero con le gonne che arrivavano fino all&#8217;altezza delle ginocchia e&nbsp;delle scarpe di vernice in tinta.Il viso era dolce, non sorridente ma neppure triste, era difficile distinguere molto i lineamenti, un po&#8217; per l&#8217;età, un po&#8217; per la piattezza dell&#8217;immagine, aveva però lunghi capelli neri raccolti in due trecce ai lati.

Mi svegliai lentamente, non di soprassalto, passai dallo stato del sonno a quello della veglia pensando ancora a chi potesse essere questa ragazzina, provavo un&nbsp;senso forte legame elettivo nei suoi confronti e una mezza consapevolezza che non fosse un sogno fino in fondo, le diedi il mio stesso nome ma ovviamente al femminile.

Quando fui completamente sveglio piangevo per la sua assenza, per il suo essersene andata dal mio mondo, in un modo o nell&#8217;altro. Ero un bambino, di sei anni ed è il ricordo di sogno&nbsp;più vecchio che io abbia.

Mi ha accompagnato per tutta la vita in un modo o nell&#8217;altro, ci sono certi giorni nelle mezze stagioni, a settembre quando l&#8217;aria si raffredda o a marzo quando sta iniziando ad andarsene il freddo in cui passando davanti alla casa dove abitavo sento ancora quella lieve brezza, osservo l&#8217;aria addensarsi poco davanti alla mia bocca e poi allontanarsi e guardo come aspettandomi di incontrare quella bambina, o di vedere cosa le fosse accaduto.

Ricordo altri due sogni non molto distanti, il primo so di averlo fatto qualche mese dopo di questo, nel sogno ero adulto, guidavo un auto e questa si fermava ai bordi di una strada rialzata, da lontano vedevo giù dal dirupo una donna, in questo sogno ero adulto, immobile a guardare in direzione opposta alla mia. Scesi dall&#8217;auto e percorsi la discesa verso la donna, la raggiunsi mentre era ancora voltata di spalle e le toccai una mano.Un istante dopo stavamo scappando da un branco di lupi e mi svegliai del tutto privo di paura come se fosse stato il sogno più avvincente, l&#8217;avventura più divertente mai vissuta, tanto che la ripetei decine e decine di volte nei miei giochi a scuola nelle settimane a venire.

Nel tempo mi capitava spesso di sentire la sensazione di essere tornato a quel momento, quell&#8217;aria leggermente fresca, frizzante, il buio attorno, i lampioni spenti, forse solo uno lampeggiante per dare l&#8217;atmosfera del vedo e non vedo, e la netta sensazione che girandomi avrei visto la bambina, o la donna adulta che nel frattempo poteva essere diventata.

Nella mia adolescenza quella bambina divenne il mio ideale di bellezza, negli occhi di ogni ragazzina cercavo i suoi, cercavo una ragazzina col mio nome, una ragazza con quei capelli, una donna con quello sguardo.

Quando ero adolescente sognai di incontrarla, fu come un colpo di fulmine improvviso, la incontrai e l&#8217;affinità elettiva che ci legava esplose in una scintilla, non so descrivere come ma il sogno durò mesi in cui ogni sera ci vedevamo, uscivamo, facevamo mille cose ma al contempo non ricordo nessuna di queste cose, ricordo la sensazione di averle vissute. Lei era sempre vestita di nero e portava ancora quei capelli neri raccolti anche se più corti rispetto al primo sogno.Un giorno decise di portarmi a casa sua, per presentarmi suo padre, abitava vicino a dove abitavo nella realtà, saprei anche andare a suonare a quel campanello se mai ne avessi avuto il coraggio. Nel sogno suonò lei, una volta entrato ricordo la stanza il tavolone grande, il camino, ricordo quell&#8217;aria di casa calda, quel senso di focolare domestico d&#8217;altri tempi, ricordo di aver discusso con suo padre dei miei studi, di cosa avrei voluto fare da grande, mi disse cosa secondo lui sarebbe stato conveniente facessi nella mia vita, che è poi quel che feci nella realtà ma non per i suoi consigli.Poi mi girai per sorridere a lei, ma lei non c&#8217;era, chiesi a suo padre e lui si mise a piangere e mi svegliai.

Fu uno dei sogni più strani che feci e l&#8217;ultimo in cui la sognai dormendo, passarono molti anni da allora divenni il professionista che curiosamente nel sogno mi era stato consigliato di diventare ma non ebbi mai un buon rapporto con le donne, non saprei dire il perché, o forse si. Non avevano quei capelli, quello sguardo, o quando lo avevano ne ero terrorizzato.

Un giorno diversi anni fa stavo guidando, non ricordo neppure da dove tornassi, cosa ci facessi lì se mi distrassi, se corressi, non ricordo nulla, ma ero su una curva di una tangenziale poco lontano da dove abito ora, persi il controllo del mezzo, improvvisamente, senza alcun presagio la coda cominciò ad allargarsi, a perdere aderenza a scivolare verso l&#8217;esterno. Ricordo tutto come a rallentatore, il tempo di pensare che non sarebbe potuta finire bene, la lucidità di controsterzare, il pensiero dei corsi di guida sicura in cui mi ripetevano che il corpo tende a far girare l&#8217;auto nella direzione in cui si guarda, il pensiero costante di guardare la strada nella direzione in cui avrei dovuto andare, il guardrail che sfiora il muso della macchina mentre la coda è già sulla corsia di destra. Ho tutto il tempo di pensare che sono fortunato ad essere su una strada a doppia corsia ma a senso unico&nbsp;e di essere su quella di sinistra, finalmente il controsterzo comincia ad agire e la coda ricomincia a rientrare, giusto il tempo di sperare di essermela cavata e poi di accorgermi dell&#8217;effetto pendolo che porta l&#8217;auto a ruotare nella direzione opposta, giusto il tempo di pensare ancora di guardare nella direzione giusta in modo che la memoria muscolare faccia il resto.Non so quanto sia durato, ma dentro di me è durato ore il tempo tra l&#8217;inizio di quella sbandata e la fine. Immobile al centro della strada, senza danni.

Chiusi gli occhi e respirai.

Chiusi gli occhi e ringraziai il cielo per essere stato solo in macchina e per non aver ceduto al panico.

Posai la mano sul sedile del passeggero, poco distante dal freno a mano, sempre con gli occhi chiusi e sentii una mano toccarmi, una mano calda, liscia.L&#8217;aria era frizzante o forse era l&#8217;adrenalina ad esserlo, aprii gli occhi e accanto a me non c&#8217;era nessuno, guardai subito la mia mano e non notai nulla di strano.

Tornai a casa lentamente ancora con il cuore in gola, incapace, incapacitato, in crisi, ed una volta arrivato mi misi a letto e spensi la luce.Il cuore batteva ancora terribilmente forte, dovevo bere un goccio di Jack, aprii gli occhi e allungando la mano verso l&#8217;interruttore mi cadde lo sguardo sull&#8217;armadio a specchio, la luce era poca, solo quella che filtrava dagli scuri semichiusi dalla notte, ma accanto a me, dietro di me nel letto vidi una donna dai lunghi capelli raccolti&nbsp;su due&nbsp;trecce, accesi la luce e mi voltai a guardarla.

Non c&#8217;era.

Ora sono qui, guardo il liquido dorato nel bicchiere largo, lo faccio ruotare, penso che sia uno dei colori più belli che conosca quello del whiskey, e mi piace la densità così diversa da quella dell&#8217;acqua, il modo di muoversi, l&#8217;odore forte prima di berlo il gusto forte e delicato che cambia nel tempo del sorseggio tra infinite sfumature tra dolce e amaro, ed il retrogusto che rimane.Non sono più stato al buio da allora. Non ho più spento la luce ne sono uscito di casa la sera.Ho un termometro da esterni e non esco mai se la temperatura non è lontana dai dodici gradi, molto più bassa o molto più alta non importa, ma non voglio più sentire quell&#8217;aria frizzante, non voglio più vedere l&#8217;aria del respiro addensarsi in quel modo.Non ho più dormito con le luci spente e non ho più guidato, i miei colleghi mi danno del pazzo perché cammino un ora e mezzo ogni giorno, andata e ritorno. Le giornate si stanno accorciando però, e la temperatura si abbassa, non manca molto a quando non potrò più andare a lavoro e senza passare dal buio, senza vedere addensarsi l&#8217;aria del respiro.

Per questo scrivo questa lettera.Ora il bicchiere è finito, e sento il freddo dentro.Ora il bicchiere è finito e spegnerò la luce.Vai all'articolo originaleLettera d’amoredi Stefano Giolo - 13 Febbraio 2015Ricordo l&#8217;ultima volta che ti vidi, la penultima a dire il vero, ma l&#8217;ultima prima di quel momento.Ti guardavo mentre mi sorridevi, ti guardavo come si guarda qualcuno che non si da per scontato non si perderà mai,ti guardavo con l&#8217;aria distratta di quando si vede qualcuno ogni giorno, ogni istante.Non potevo sapere che non ti avrei mai più rivista, che ti avrei rivista solo un&#8217;altra volta in uno stato ben diverso.Non potevo comprendere l&#8217;amore che mi legava a te e il non avertelo mostrato ancora abbastanza,ti osservai sorridermi e voltarti, allontanarti da me a passi lenti mentre lavavo i piatti, ti osservavo dalla finestra finché uscisti dal mio campo visivo e poi mai più ti vidi sorridere, mai più ti vidi voltarti con l&#8217;aria che solo tu avevi.Ricordo il primo giorno che ti vidi, schiva e solitaria.Bellissima, e schiva, e solitaria, e timida.Ti scelsi subito perché eri tu che volevo, ti scelsi subito perché avvicinandomi non fuggisti, ti lasciasti dolcemente sfiorare, fu come cogliere un fiore, come cogliere tutta la bellezza di un mondo in una mano.Ricordo i mesi che passammo assieme, la tua diffidenza crescere e calare, e scivolare come una vibrazione di un diapason prima forte ed instabile poi sempre più stabile e poi flebile in oscillazioni sempre minori, fino a quel giorno, quel sorriso.Non da molto lasciavi che io sfiorassi il tuo intero corpo, che ti prendessi tra le mie braccia e baciassi ogni parte di te, non da molto avevi cominciato a cercarmi a mostrarmi quell&#8217;amore che avevo già compreso, intravisto, amato a mia volta, non da molto avevi iniziato a lasciarti amare quel giorno che fu l&#8217;ultimo.Furono improvvise le urla dalla strada, inaspettate, stavo asciugandomi ancora le mani dai piatti, non avevo capito che quel sorriso, quel lieve tentennamento, quel girarsi a guardarmi e fermarti un secondo era il tuo modo di salutarmi, di lasciarmi una fotografia nella mente, eterna ed indelebile, non avevo capito che stavi dicendomi &#8220;Ecco&#8230; io vado&#8221; e che stavi andando davvero.Furono improvvise le urla dalla strada, mi chiamavano, chiamavano il mio nome, ci misi un po&#8217; a capirlo a rendermi conto che all&#8217;improvviso tu non c&#8217;eri più, che ti avrei vista una sola volta ancora ma mai più sorridere, mai più camminare, mai più correre, mai più saltare.Furono improvvise le urla di chi ti ha trovata accanto a tuo fratello che provava a salvarti rischiando a sua volta.

Ed ora non mi resta che il ricordo di te dopo anni, di come ad ogni goffo movimento ti uscisse un miagolio, di come rispondessi al tuo nome come ad un appello &#8220;io!&#8221; e tuo fratello che prima di allora era silenzioso che iniziò a miagolare e piangere come non mai, a far uscire un miagolio ad ogni goffo movimento, a ricordarmi ogni giorno di te, della tua bellezza, di quello che sei stata.

Precipitevolissimevolmente scivolo nei meandri dei ricordi di te.Vai all'articolo originaleSole e nebbiadi Stefano Giolo - 19 Gennaio 2015Poche cose ho visto al mondo belle quanto i raggi gialli del sole del primo mattino fendere come lame la nebbia dell&#8217;inverno contro luce.E tu eri qui accanto a me, ed io ero accanto a te, sebbene lontani.Sebbene tu non pensassi certamente a me.Vai all'articolo originaleGiustizia (stralcio di romanzo)di Stefano Giolo - 6 Gennaio 2015&#8230;..

Passai la notte stranamente rilassato, non rivedevo i miei giorni passati, non soffrivo pentendomi, la vissi come una notte normale, come se nulla di diverso dal solito dovesse accadere.

Oggi è il giorno in cui mi uccideranno, la stanza in cui mi trovo è bianca, come il tunnel che si dice ci sia dopo la morte, ma ora sono ancora prima, sono ancora di qua.L’infermiere è arrivato a prelevarmi, mi chiedo a cosa serva un infermiere, a cosa servano medici, aghi sterilizzati e quant’altro quando sappiamo benissimo che non morirò prendendo qualche malattia.Il buco per l’ago nella vena potrebbe prenderlo anche mia mamma, non mi sono mai drogato e le mie vene sono sane e ben visibili.Non avrei mai pensato di fare queste considerazioni a pochi metri dal patibolo ma che vuoi, alla fine non c’è molto altro da pensare. Colpevole? Lo sono.Pentito? E perché dovrei pentirmi? Tutte quelle persone si meritavano ciò che ho fatto. Lo meritavano i loro genitori almeno, meritavano e meritano tutta la sofferenza che vivranno per il resto delle loro vite. Trovo che sia divertente l’ironia del fatto che io invece non soffrirò più.-Prigioniero. Perché ride? Abbia rispetto per queste persone a cui ha portato via qualcuno di caro.Vorrei tanto poter morire col sorriso, ma temo che quelle iniezioni mi faranno perdere la possibilità di controllare i muscoli del volto rilassandoli come se fossi svenuto.Trovo sia davvero un peccato.Ora stanno infilandomi l’ago, sorrido al medico, all&#8217;assassino. Assassino né più né meno di me, anzi forse ne ha uccisi più lui.

&#8230;..

-da &#8220;Cuore&#8221; Stefano Giolo-Vai all'articolo originaleAndate e ritornidi Stefano Giolo - 19 Settembre 2014Ancora una volta inizierò scrivendo &#8220;è da molto che non scrivo qui&#8221;, e mi chiedo anche perché mi ritrovo a farlo. Negli anni ho raggiunto la convinzione che scrivere un blog sia privo di senso a meno che lo scopo non sia professionale, di autopromozione o simili. Ti chiedi &#8220;a chi può interessare leggere ciò che scrivo?&#8221;.Negli ultimi mesi sono cambiate molte cose, cose perse, cose trovate, cose ritrovate. E persone.

La prima cosa ritrovata, perché è più bello parlare di quel che si trova che di quel che si lascia, è la voglia di scrivere, e la motivazione soprattutto. Scrivere.Per un paio&nbsp;mesi ho lavorato ad un progetto che avevo in mente da anni ma che non ero mai stato in grado di scrivere, ne è uscito un romanzo breve.Credo sia un po&#8217; strano, particolare, non so giudicare se bello.Anni fa dopo aver pubblicato Contrapposizioni&nbsp;avevo fatto una promessa, avevo promesso&nbsp;ad una&nbsp;mia insegnante di Italiano di avvisarla qualora avessi &#8220;prodotto&#8221; qualcosa di nuovo.Non è stato facile rintracciarla dopo tanti anni.

Rintracciarla però è stato un tuffo in un mondo vecchio e nuovo. Mi aspettavo di incontrarmi davanti una signora dall&#8217;aspetto più anziano di quanto è stato nella realtà, mi aspettavo di entrare in una casa piena di cultura e così è stato, tra mobili di pregio, quadri, e infiniti soprammobili con riferimenti alla storia e alla letteratura.Mi sono trovato davanti una donna come ricordavo essere quella donna, quella di cui tutti avrebbero riconosciuto il rumore dei passi nel corridoio. Fiera e forte e dolce al contempo.

Il tuffo più forte, al cuore, è stato quando mi ha porto la sua copia di Contrapposizioni con le pieghe agli angoli delle pagine delle poesie che preferisce, il suo raccontarmi che lo tiene nel comodino, ed ogni tanto lo rilegge, ed ogni volta che lo rilegge le dà emozioni diverse e lo interpreta diversamente.Uno scopo raggiunto nella mia idea di scrittura in quel libro.Un tuffo più forte quando mi ha porto una copia di un giornale con un mio racconto, un giornale che non ricordavo neppure fosse mai stato edito, un giornale che neppure io ho.

E mi sono chiesto ancora &#8220;a chi può interessare leggere ciò che scrivo?&#8221; non lo so. E forse non deve neppure interessarmi troppo. Forse la vera domanda è &#8220;per chi scrivo?&#8221; non darò una risposta pubblica né univoca questa domanda, ma questo è il motore che fa sì che abbia senso farlo.Che sia per l&#8217;arte, che sia per te che stai leggendo, che sia per qualcuno che mai leggerà ciò che serve per scrivere è un motore e nulla che possa uccidere la motivazione.

Pubblicare non so se farlo ancora o no, importa più scrivere che pubblicare, non puoi pubblicare ciò che non scrivi, che ti tieni dentro, che soffochi, che lasci morire dentro.

E poi quando scrivi, quando vivi, quando affronti il mondo con la faccia pulita di chi guarda al futuro con curiosità e fiducia le cose vanno, le cose tornano, i mondi cambiano. Incontrare una persona che non vedevi, sentivi, incontravi da anni, troppi anni.Trovare la foto di uno sguardo che non riesci a non continuare guardare, che non riesci a guardare senza che il cuore acceleri come, parlare con quello sguardo, non nella mente ma con la voce. Accorgersi che il tempo dilatato dell&#8217;assenza si può comprimere ed il tempo essere come pochi istanti dopo di un&#8217;altra foto di quando avevi quattordici anni.

So che scriverò ancora perché la testa è piena di idee, so che vivrò ancora perché la testa è piena di sogni, so che correrò ancora perché le gambe, i piedi l&#8217;intero corpo non vedono l&#8217;ora di uscire da questo tepore delle coperte.

Il mondo va, il mondo viene, e nel mondo noi andiamo e veniamo e ci muoviamo e nuotiamo.E il tempo scorre, non torna mai indietro, e il tempo scorre e talvolta il passato acquista significati che prima non aveva e da un significato ad un futuro che prima non si vedeva all&#8217;orizzonte.Vai all'articolo originaleLa fine del mondodi Stefano Giolo - 21 Dicembre 2012Ommioddio, io non ci credevo.
Non potevo crederci ne volevo&#8230;
è l&#8217;alba e mentre sale il sole vedo distruggersi il mondo che conosciamo.
All&#8217;orizzonte mentre arriva la luce vedo arrivare il buio, vedo le fiamme nere come la morte impossessarsi dei palazzi e dei campi.
Chi è già sveglio cerca di scappare inutilmente ma io me ne sto qui in attesa,
fuggire è ormai inutile.
Inutile tentare di sopravvivere al destino.
Molti di voi non leggeranno mai ciò che sto scrivendo, molti di voi non vedranno mai più la luce,
ma saranno i più fortunati,
saranno quelli che probabilmente non soffiranno,
neppure se ne accorgeranno.
Gli altri, ammesso che qualcuno sopravviva,
si sveglieranno in un mondo distrutto,
un mondo che non è più quello in cui si sono addormentati.
Avevano ragione,
avevano tutti ragione.
L&#8217;unico rimpianto è quello di non avere installato Instagram sul mio smartphone.
Cazzo, una bella fotina effettata dall&#8217;orlo del baratro della fine del mondo mi avrebbe fatto vinncere il Pulitzer.Vai all'articolo originalePerché ho smesso di scriveredi Stefano Giolo - 5 Agosto 2012In questi giorni mi sono interrogato sul mio scrivere, anzi per l&#8217;esattezza sul mio non scrivere.Perché non scrivo?Non sento più il bisogno di scrivere?Talvolta si, ma è ciò che vorrei scrivere a bloccarmi, o meglio chi leggerebbe e non trovo sensato scrivere solo per me, perché ciò che è scritto lo è per essere letto.La vita è più frenetica, il tempo è meno, vivere da soli ti lascia determinate libertà ma contemporaneamente ti porta via molti tempi morti un tempo utilizzabili per creare, scrivere, comporre, suonare.L&#8217;età fa calare determinati impeti letterari ma neppure questa ne è la causa.Un tempo la mia vita era più &#8220;tumultuosa&#8221; come quella di ogni adolescente o ragazzo e amavo creare &#8220;mondi&#8221; immaginari o pseudo reali ed applicarli alla realtà del momento, scrivere cose struggenti ed applicarle a realtà non necessariamente tali, scrivere racconti o pezzi poetici da psico killer e camuffarli da rabbia adolescenziale, scrivere di uno sguardo incontrato per strada come fosse l&#8217;amore di una vita, magari applicarlo ad uno sguardo di persona reale ma non necessariamente corrispondente per giustificare il mio scrivere d&#8217;un amore che in realtà non esisteva.Era semplice una volta immaginato -profilato- qualcosa di struggente trovare una situazione a cui applicarlo e quindi scriverlo già su una data situazione, era semplice data un immagine nella mente renderla reale su un volto, su un luogo, su qualcosa che rendesse l&#8217;immagine poetica una poetica realtà.Ora il mondo attorno a me è cambiato, complice l&#8217;età, complice una stabilità (psicologica e sentimentale, dato che quella lavorativa decisamente non è per ora).Scrivere un racconto sul sorriso di una donna, o l&#8217;immagine di un ricordo di un istante modificato nel tempo,&nbsp; mi espone al dover spiegare alle persone che ho accanto da dove venga tale immagine, a inventare sia il sorriso della persona che ho accanto o a giustificare perché non lo sia,&nbsp; scrivere del sentimento di vuoto ed assenza dato dalla mancanza di qualcuno mi espone a dover giustificare da dove venga questo desiderio di scriverlo, a inventare a chi applicarlo per quietare almeno parzialmente il dubbio, l&#8217;incredulità del fatto che possa non essere applicato a nulla di reale se non al ricordo di ricordi, o a un sogno estemporaneo.Scrivere una parafrasi di passi della Bibbia mi espone al dubbio di blasfemia, da giustificare di fronte ai ragazzi che educo nello scoutismo, o più probabilmente ai loro genitori che al giorno d&#8217;oggi attraverso Facebook possono vedere praticamente tutto, compreso questo post.Lo scrivere un racconto cyberpunk con la cultura che ci sta dietro legata a modi di dire volgari che lo rendono tale mi espone a sua volta agli stessi rischi, scrivere un racconto di morte invece espone al preconcetto che uno sia psicopatico, che non possa educar ragazzi, che stia male e vada educato quando magari è solo il parto di un sogno, o della visione di un film, o di un&#8217;innocente riflessione sulla morte, ma in passato ho scritto e non pubblicato cose ben peggiori che ai miei occhi sono sfoghi, o provocazioni ma agli occhi di una fidanzata, di un genitore, di un datore di lavoro risultano essere tradimenti, sintomi di violenza, mancanza di rispetto.Poco importa se tutto ciò sia alternato con consigli su come cercare di avere un&#8217;informazione non di parte, o se provo a dimostrare l&#8217;esistenza dell&#8217;anima si può pensar di me che io creda d&#8217;esser arrivato chissà dove o essere chissà chi.Infine se talvolta scrivo cose più filosofiche sulla vita, o cose sulla felicità, indubbiamente meno interpretabili, eppure a volerla tirar tutta tra le righe ci possono essere lì più pezzi della mia vita vera di quanto ce ne siano nel resto di quanto scrivo, ma non è sempre e solo questo che scrivo o che trovo da scrivere.Io credo non di &#8220;scrivere&#8221; ma di &#8220;trovar qualcosa da scrivere&#8221; trovarlo dove? Nell&#8217;aria, nel mondo, sotto il cuscino, sotto il tappetino dell&#8217;ascensore di lavoro, nella tua tasca, lo trovo lì.E poi io stesso rileggendomi mi chiedo chi abbia scritto ciò che ho trovato da scrivere, estraniandomi completamente da me, dal perché ho scritto da cosa ho scritto, dimenticando chi sia lo scrittore.E da tutto questo nasce un ulteriore dubbio, diatriba, una dicotomia del pensiero, perché questo stesso scritto può essere compreso in fondo o può essere lasciato a un livello che mi indichi semplicemente come paranoico.Quindi in definitiva la domanda è perché non scrivo?Per che non scrivo o per chi non scrivo?Non scrivo per chi mi chiede perché scrivo, non scrivo su chi sbaglia a cercare come interpretare ciò i miei scritti, non scrivo per chi quando descrivo un volto si sofferma a pensare a chi sia quel volto e non alla poesia che voglio esprimere, per chi quando scrivo di un amore vuole sapere se quell&#8217;amore esista&nbsp; e non si sofferma a goderne semplicemente l&#8217;immaginario, non scrivo per chi quando descrivo un sentimento mi chiede a chi sia diretto e non si limiti a provare a viverlo per nessuno o tutti o chi vuole come lo vivo io scrivendolo, al contrario non scrivo per chi quando scrivo rabbia e insulti si sente offeso invece di chiedersi a cosa e chi siano rivolti e perché, non scrivo per chi non ha la capacità di astrarre dal conoscermi e non riesca a leggere un mio racconto horror, cyberpunk o splatter come leggerebbe il racconto di uno scrittore sconosciuto.Non scrivo in definitiva per chi giudica e chi legge ciò che scrivo non per quello che scrivo ma per conoscere cose che non vi sono scritte.Vai all'articolo originaleLa Genesi. Dalla Bibbia secondo me.di Stefano Giolo - 24 Aprile 2011In principio Dio creò il cielo e la terra.
Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l&#8217;abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.
Dio disse: &#8220;Sia la luce!&#8221;.
E la luce fu.
Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte.
E fu sera e fu mattina:  primo giorno.
Dio disse:  &#8220;Sia il firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque&#8221;. Dio fece il firmamento e separò le acque, che sono sotto il firmamento, dalle acque, che son sopra il firmamento.
E così avvenne.
Dio chiamò il firmamento cielo.
E fu sera e fu mattina: secondo giorno.
Dio disse:  &#8220;Le acque che sono sotto il cielo, si raccolgano in un solo luogo e appaia l&#8217;asciutto&#8221;. E così avvenne.
Dio chiamò l&#8217;asciutto terra e la massa delle acque mare.
E Dio vide che era cosa buona.
E Dio disse: &#8220;La terra produca germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto, che facciano sulla terra frutto con il seme, ciascuno secondo la sua specie&#8221;. E così avvenne:  la terra produsse germogli, erbe che producono seme, ciascuna secondo la propria specie e alberi che fanno ciascuno frutto con il seme, secondo la propria specie. Dio vide che era cosa buona.
E fu sera e fu mattina: terzo giorno.
Dio disse: &#8220;Ci siano luci nel firmamento del cielo, per distinguere il giorno dalla notte; servano da segni per le stagioni, per i giorni e per gli anni e servano da luci nel firmamento del cielo per illuminare la terra&#8221;.
E così avvenne:  Dio fece le due luci grandi, la luce maggiore per regolare il giorno e la luce minore per regolare la notte, e le stelle. Dio le pose nel firmamento del cielo per illuminare la terra e per regolare giorno e notte e per separare la luce dalle tenebre. E Dio vide che era cosa buona.
E fu sera e fu mattina: quarto giorno.
Dio disse: &#8220;Le acque brulichino di esseri viventi e uccelli volino sopra la terra, davanti al firmamento del cielo&#8221;. Dio creò i grandi mostri marini e tutti gli esseri viventi che guizzano e brulicano nelle acque, secondo la loro specie, e tutti gli uccelli alati secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona. Dio li benedisse: &#8220;Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite le acque dei mari; gli uccelli si moltiplichino sulla terra&#8221;.
E fu sera e fu mattina: quinto giorno.
Dio disse: &#8220;La terra produca esseri viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e bestie selvatiche secondo la loro specie&#8221;. E così avvenne: Dio fece le bestie selvatiche secondo la loro specie e il bestiame secondo la propria specie e tutti i rettili del suolo secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona.
E Dio disse: &#8220;Facciamo l&#8217;uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra&#8221;.
Dio creò l&#8217;uomo a sua immagine;
a immagine di Dio lo creò;
maschio e femmina li creò.
Dio li benedisse e disse loro:
&#8220;Siate fecondi e moltiplicatevi,
riempite la terra;
soggiogatela e dominate
sui pesci del mare
e sugli uccelli del cielo
e su ogni essere vivente,
che striscia sulla terra&#8221;.
Poi Dio disse: &#8220;Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo. A tutte le bestie selvatiche, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde&#8221;. E così avvenne.  Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona.
E fu sera e fu mattina: sesto giorno.
Così furono portati a compimento il cielo e la terra e tutte le loro schiere. Allora Dio, nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro.  Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli creando aveva fatto.  Queste le origini del cielo e della terra, quando vennero creati.
E fu sera e fu mattina: ottavo giorno.
Dio vide nel mezzo del mondo un uomo, Abramo che si guardava intorno dimentico del passato e smarrito al quesito di chi avesse creato tutto questo.
Scese sulla terra e vi parlò per poi lasciarlo vivere e lasciare che il suo verbo si espandesse. Rimase a seguire l&#8217;uomo per ore, tra le sue guerre, e le civiltà.
L&#8217;uomo era diverso dagli altri animali e seguirlo era un&#8217;attività molto più faticosa delle precedenti.
E fu sera e fu mattina: nono giorno.
Dio disse: &#8220;dov&#8217;è finito l&#8217;uomo in questa notte?&#8221; E fece scendere il suo figlio primogenito sulla terra per indicare la via agli uomini, li seguì il tempo che questi nuovi insegnamenti si espandessero poi la fatica lo portò nuovamente a riposare.
E fu sera e fu mattina: decimo giorno.
Dio disse: &#8220;dov&#8217;è finito l&#8217;uomo in questa notte?&#8221; E con rammarico guardò le armate vestite di bianco fregiate di croci rosse, guardò le guerre e il sangue, guardò la barbarie, e vide che non era cosa buona e giusta. Decise di cambiare il mondo, ancora una volta ma con segni più piccoli per non interferire troppo, mandò santi e cultura, voglia di rinascita.
E fu sera e fu mattina: undicesimo giorno.
Dio disse: &#8220;non è questo ciò per cui ti ho creato libero&#8221; e urlò all&#8217;uomo di smetterla col petrolio, con l&#8217;uranio, con il sangue e le guerre fratricide, fece tremare la terra, scaldare il cielo, lanciò segni che non lasciassero dubbi sul rischio dell&#8217;uomo di distruggere la terra stessa che gli era stata donata.
E fu sera e fu mattina: dodicesimo giorno.
Dio scese sulla terra e non vi trovò un solo uomo, ma trovò ancora piante, animali e la terra che liberatasi del proprio male aveva ripreso a vivere.
E vide che era cosa giusta.Vai all'articolo originaleSull&#039;omeopatiadi Stefano Giolo - 11 Novembre 2010Un piccolo estratto dal racconto di The Man About town del 1838 scritto da Cornelius Webbe
Il protagonista è Waggle un uomo con l&#8217;abitudine di scherzare con chiunque incontri per strada e seppure lo faccia in modo bonario e non offensivo alla fine risulta fastidioso a tutti.
&#8212;
&#8220;Cos&#8217;è l&#8217;omeopatia?&#8221; Gli chiese L una o due sere fa. Ero sicuro che avrebbe ottenuto una risposta
&#8220;Beh, direi che è la via più vicina e il modo migliore per tornarcene a casa&#8230;&#8221; questa fu la risposta.
&#8220;No, no&#8230;vieni qui e dimmi, da quanto vedo qui &#8211; e prende la Gazzetta delle lettere &#8211; tra i nuovi studi l&#8217;omeopatia è una tesi, volume 8, pagina 2, paragrafo 6&#8220;.
&#8220;Cosa?&#8221; gridò Waggle
&#8220;Una tesi&#8221; ribatte L.
&#8220;Sbagliato, al posto di &#8220;l&#8217;omeopatia è una tesi&#8221; devi leggere &#8220;l&#8217;omeopatia è un giochetto di abilità&#8221; disse Waggle velocemente e seriamente.
&#8220;Ma dai, dai&#8230;questo è uno dei tuoi vecchi scherzetti! Dimmi cos&#8217;è allora&#8230;&#8221; gridò L.
&#8220;Beh, quindi&#8230;è un metodo tradizionale e delicato per curare le malattie con la più piccola quantità di voglia di non curarle&#8221; disse Waggle.
&#8220;Continuo a non capire&#8221; disse il suo amico dubbioso.
&#8220;Umh, la faccio più semplice per chi comprende poco&#8221;
&#8220;Grazie&#8221; disse L.
&#8220;Supponiamo che la tua piccola casa sia in fiamme&#8230;bene&#8230;&#8221;
&#8220;Ma che bene!&#8221; gridò L.
&#8220;Questo è ciò che accade &#8211; continuò sarcastico &#8211; essendo in fiamme probabilmente tu procurerai interi secchi pieni d&#8217;acqua e manderai il tuo governante ai macchinari. Faresti molto male.
Secondo la nuova rivelazione [l&#8217;omeopatia, ndt.] dovresti lasciare che tutto si incendi finché sia carbonizzato dal tetto al terreno. Dovresti quindi procurarti l&#8217;ago più fine che trovi nella stanza di tua moglie e con quello punzecchiare i tizzoni uno ad uno finché ti stanchi di farlo.
Quando ti accorgi che questo non funziona e che tutto divampa ancora più furiosamente, recati al più vicino droghiere e compra, dividendoli in due barili, del catrame e della pece, per poi sminuzzarli in pezzettini più piccoli che puoi, infinitesimali.
Mantenendo la distanza lancia uno di questi pezzi di tanto in tanto attraverso la strada dentro la tua casa in fiamme e se divampa ancora lanciane due, tre e continua così finché la tua casa è del tutto bruciata, fino a terra.
Quando non c&#8217;è più niente da bruciare il fuoco, naturalmente, si spegnerà. Questa è l&#8217;omeopatia.&#8221;
&#8220;Ho capito ora&#8230;&#8221; disse L.Vai all'articolo originaleAlex pt1di Stefano Giolo - 9 Novembre 2010Sono Alex, non ho un cognome e se anche lo avessi non lo verrei a dire a te.
Sono nato in una famiglia medio borghese, non si stava male, anzi forse a dirla tutta si stava fin troppo bene, almeno prima che scoppiasse la guerriglia.
I miei genitori lavoravano in una corporazione erano entrambi a un buon livello gerarchico ed economico, non c&#8217;era nulla di cui potersi lamentare, io crescevo primo della classe fin dall&#8217;asilo, fin dall&#8217;asilo stupivo gli insegnanti per la mia acuta intelligenza e i miei compagni per la mia inettitudine ed incapacità di rapportarmi a loro.
Ero preso in giro, bistrattato, ero lo sfigato del gruppo, quello che non c&#8217;era posto per un altro giocatore, quello che &#8220;è stato lui maestra&#8221;, quello che&#8230;. ho imparato presto quanto le persone siano infide, quanto appena mostri un lato debole queste in massa ti attacchino in quel punto per distruggerti, ho cominciato ad isolarmi. A covare una vendetta che non avrei mai potuto realizzare.
Mia madre aspettava un bimbo, sarebbe nato un fratello, chissà, magari qualcuno che mi sarebbe stato accanto, avevo cinque anni i primi segnali di instabilità della società si iniziavano a sentire, i miei genitori erano visibilmente preoccupati. Potrei dirti di cosa si occupava la loro corporazione ma dovrei dirti troppe cose su di loro fatto sta che fu a causa di questa che mia madre perse il bambino, perse mio fratello, non solo, perse la possibilità di avere figli per colpa di quella cazzo di roba chimica.
Non so per quanto la vidi piangere, mio padre che la consolava e che a fatica teneva le lacrime, entrambi loro che cercavano di spiegarmi come fossi un bambino le cose. Si lo ero un bambino, è vero, ma capivo molte più cose di quanto credessero.
Continuai a covare vendetta.
Da allora i miei genitori furono solo sempre più tesi, e parlavano sempre meno di lavoro, parlavano sempre meno.
Un giorno, avrò avuto sette anni, non mi portarono a casa da scuola, non mi ci portarono più.
Fui affidato ad un&#8217;altra famiglia felice ma io avevo già capito cos&#8217;era accaduto.
Restai con loro qualche anno, sempre in questa specie di mondo fatato e dorato, lontano da ogni male, lontano dalla guerriglia che ormai divampava nei bassifondi della città e sempre a sentirmi preso in giro dai miei coetanei, questa volta chiamato orfano, chiamato trovatello, con offese pesanti ai miei genitori, allusioni al fatto che non mi avessero voluto più con loro.
Mi sentivo non l&#8217;essere più insignificante ma quello più schifoso e ciò nonostante al centro del mondo ero la nullità.
Avevo ormai quattordici anni quando scappai di casa.
Quando scappai dalla famiglia.
Quando scappai da tutto.
Quando scappai da me stesso, o almeno ci provai.
La vita non fu semplice, attorno c&#8217;era guerriglia e venivo da un mondo di inetti lavoratori dipendenti, avevo le unghie pulite, avevo i calzini bianchi, avevo i capelli corti.
Ora ho i miei Jeans strappati, ho i miei stivali, i miei capelli lunghi incolti, la mia moto, la mia gente. Mia.
I primi tempi furono difficili ma la mia intelligenza spiccata mi aiutò a trovare i contatti, le amicizie se di amicizie si può parlare in questo mondo, diciamo le conoscenze ecco.
Iniziai a formare il mio fisico, ad imparare ad usare una lama per qualcosa che non fosse spalmare il burro sul pane, scoprii di avere una certa resistenza fisica, capii che essere lo sfigato serviva si ad essere insultato ma anche ad essere considerato non meritevole di sprecare una pallottola o di sporcare un coltello. Scoprii che essere almeno apparentemente remissivo serviva anche ad essere ignorato.
Scoprii che nonostante stessi fuggendo dal mondo non ero in grado di sfuggire a me stesso.
A sedici anni incontrai una delle due donne della mia vita, quella da cui non posso più allontanarmi.
Conobbi la droga.
All&#8217;inizio quelle uditive, suoni distorti che cambiavano la mente, e poi pian piano quelle chimiche, credo di aver provato qualsiasi cosa.
Passò un altro anno, nel frattempo cominciai a raccogliere qualche altro disadattato, e a crearmi il mio gruppo di bulli. A fare parte di un gruppo di bulli.
All&#8217;inizio mi tenevano per le mie idee, mi consideravano lo sfigato del gruppo, come sempre, ma davo buone idee ed ero sveglio.
Non sapevano che fossi anche forte ormai, e che sapessi usare una lama ma sapevano che tramavo vendetta, che bramavo vendetta, che volevo sapere perché i miei genitori erano stati fatti sparire, erano stati uccisi, anche se ho sempre avuto, ho tutt&#8217;ora la convinzione che centrasse quello schifo chimico che già aveva danneggiato mia madre precedentemente.
L&#8217;anno successivo compii diciotto anni, fu in quei giorni che conobbi Lei. L&#8217;altra donna da cui ancora non riesco a staccarmi se non per breve tempo.
Fu il capo del mio gruppo a farmela incontrare, era bella, bella come mai avrei potuto immaginare una donna, occhi verdi, capelli ricci lunghi.
Io vivevo per le strade, io ero uno sfigato, ero un perdente non avrei mai potuto avvicinarmi ad una simile bellezza seppure avesse uno sfregio che le attraversava il volto dall&#8217;esterno del sopracciglio destro al mento passando per le labbra, quasi all&#8217;angolo delle labbra.
Fu il mio capo ad avvicinarsi a lei che passava per strada insultandola con apprezzamenti degni di un microcefalo.
E fu lei ad avvicinarsi e colpirlo con un pugno sul naso.
Ci volle qualche secondo perché lui si riprendesse e tentasse di violentarla per punirla.
Ci volle qualche secondo perché la lama del mio coltello gli attraversasse la schiena e gli uscisse dal petto.
Ci volle un secondo perché lui si rendesse conto prima di stramazzare al suolo, prima che il gruppo si rendesse conto che il capo ora era un altro.
Prima che mi rendessi conto che ora ero qualcuno, nel male o nel&#8230; male che fosse.
Nadja. Nadja significa speranza e quello era, è il suo nome.
Non la salutai neppure, guardai il gruppo e dissi: &#8220;andiamo qui abbiamo finito&#8221; e il gruppo per la prima volta mi seguì.
Ero diventato un assassino, ero diventato un leader, ero diventato uno schifo. Ah no, quello lo ero già.
Fu lei a cercarmi.
Che Donna.
Fu lei a cercarmi, ad avvicinarsi a me giorni dopo, a baciarmi e lasciarmi in tasca un foglio.
Senza dire una parola.
E andarsene.
Era il suo indirizzo, e poche parole d&#8217;amore, di un amore stringato e secco come il pugno in faccia al mio vecchio &#8220;amico&#8221;.
Io, lo sfigato avevo per la prima volta una donna. Una donna che mi volesse intendo, che non fosse costretta dalle contingenze o dai miei compagni o da altro.
Insomma avevo una Donna, la mia donna.
Ma non fu neppure questo credo a farmela amare, a farmela stimare. Mi accorsi di amarla quando mi accorsi di aver vendicato per la prima volta una persona che non fosse me stesso.
Di aver vendicato qualcun altro, di aver spostato il centro del mondo da me a fra noi. Ci vediamo ancora io e lei, non dico che stiamo assieme dico che certe cose le vivo solo con lei e lei con me, dico che non c&#8217;è altro posto dove vorrei tornare quando sono ferito, o stanco. E lei lo stesso con me.
L&#8217;anno successivo incontrai Cort, il mio Maestro.
Colui che mi aiutò ad affinare le arti del mio sopravvivere, del mio essere, del mio lottare.
Lottare per cosa?
Per la vendetta. Perché fu sempre Cort a scoprire qualche informazione in più sui miei genitori su come siano stati fatti sparire per aver toccato equilibri della corporazione che non avrebbero dovuto toccare, per aver scoperto cose che non avrebbero dovuto scoprire.
Non mi ha mai confermato la loro morte, non ha mai detto nulla a dire il vero su cosa sia stato fatto di loro e ancora mi chiedo perché mi abbia raccontato queste cose, perché mi abbia aiutato ad affinare le tecniche e perché improvvisamente sia scomparso.
Scomparso. A volte ho paura facciano sparire anche Nadja, a volte ho paura che in realtà ce l&#8217;abbiano con me e non con le persone accanto a me, per questo cerco di vederla, si ma non troppo, ne troppo apertamente.
E così continuo a lottare, lottare per la vendetta.
O per&#8230; per qualcosa. Per sopravvivere a questo mondo. In giro col mio gruppo.
Per abitudine giro ancora in mezzo, come non fossi il leader, come fossi lo sfigato intelligentone utile come consigliere del capo.
Quello che sembra il capo è solo il migliore di loro. Si, di loro, non di noi.
E così giriamo, sopravviviamo, andiamo avanti. O indietro, o da una parte, insomma hai capito..
(Successivo: Alex pt2)Vai all'articolo originaleIl mio mondo di scrivere è cambiato.di Stefano Giolo - 5 Settembre 2010Il mio mondo di scrivere è cambiato, si il mondo non il modo.
Accorgermene è stato quasi improvviso, quasi in quanto in realtà sotto sotto me ne stavo accorgendo da anni.
Ho scritto diversi libri, quelli che ho completato sono tutti di Poesia. Ho pubblicato &#8220;Contrapposizioni&#8221; che in quel momento era il meglio di ciò che avevo ma che pecca a tratti dei difetti della gioventù, ho tentato poi di pubblicare &#8220;Ritratti&#8221; che nonostante sia ormai datato a rileggerlo mi emoziona ancora, è ricco di citazioni, cita ognuno degli altri libri che ho scritto e mai pubblicato, contenine significati più o meno nascosti nei meandri delle frasi, come e meglio di &#8220;Contrapposizioni&#8220;, e soprattutto contiene tanto, tanto me. Ho cercato di pubblicarlo ma ho avuto solo problemi, tanto da dovermi rivolgere ad avvocati. Ci proverò ancora, lo so già,
Poi&#8230; finito ritratti ho cominciato a dire che scrivo poco, che non scrivo più. Ho scritto altre poesie ma in modo inorganico, ne ho scritte alcune che sono tra le più belle che ho scritto, sono riuscito a esprimere concetti che volevo esprimere da anni ma&#8230; la poesia stava calando.
Scrivere è un po&#8217; come l&#8217;amore, quando sei adolescente ami con un intensità, un calore, una forza innate, non esiste che l&#8217;amore nasca nei meandri della mente e si insinui, l&#8217;amore quando sei adolescente arriva come un tram in corsa e ti colpisce portandoti via in un istante e poi&#8230; e poi chissà spesso lo perdi alla prima fermata, o ti perde lui. Col passare del tempo l&#8217;amore cambia, non è meno intenso, è solo diverso, l&#8217;amore quando cresci un po&#8217; comincia ad essere meno impetuoso ma più stabile, non ci sono giorni in cui ami alla follia e giorni in cui non ami affatto, ci sono giorni in cui ami, ami sempre non ci sono più i giorni in cui ti strappi l&#8217;anima ma non ci sono neppure quelli in cui lasceresti perdere tutto per una discussione.
Controlli di più le sensazioni e apprezzi di più ogni pulsione e sensazione conoscendola, è un amore che all&#8217;adolescente risulta un non amore quanto l&#8217;amore dell&#8217;adolescente sembra un non amore all&#8217;adulto. Si passa dall&#8217;amore di possessione a quello di donare tutto a quello di avere uno scambio, un interscambio, un&#8217;unità, due singolarità interconnesse. Ma nessun amore è un non amore, e nessuno è migliore dell&#8217;altro in senso assoluto. Si tratta di naturale evoluzione che il più delle volte accade sottobanco senza accorgersene neppure, anzi spesso uscendo dall&#8217;amore dell&#8217;adolescente si crede di non saper più amare perché non si hanno più le stesse sensazioni forti e quasi nel bene e nel male distruttive.
E così ho creduto di non saper più scrivere, qualche impeto ogni tanto, qualche poesia, valida, matura e qualche refuso di bassa qualità.
E poi altre cose che ignoravo.
Molte altre cose.
Così in questi giorni, partendo dal racconto sulla bellezza che ho pubblicato poco tempo fa ho seguito i collegamenti automatici, quei collegamenti che sotto ad ogni post suggerisce altri post, e da quelli altri ancora, ed ancora ed ancora. Ho riletto il modo ripetitivo che ho di scrivere alcune descrizioni, cosa che ricorda molto alcune mie vecchie poesie che a loro volta ricordavano Edgar Poe, quella porta della stanza, quel busto di minerva sulla porta della stanza, mentre le poesie si spostano ancora un po&#8217; verso uno stile di Pessoa, ma non c&#8217;entra questo. Ho riletto e navigato tra un percorso e l&#8217;altro, ho riletto ed ho capito che non è vero che non scrivo, che scrivo poco.
Ho capito che c&#8217;è una logica, un percorso, ho capito che presto inizierò a comporre un nuovo libro, completamente diverso dai precedenti miei, e tra questo e gli altri, tra questo e &#8220;Ritratti&#8221; ci sono stati molti altri libri tentati, smangiucchiati, provati e mai finiti, iniziati, abbozzati, ma questo è il futuro, questa è la direzione che intendo prendere e scrivere.
Come l&#8217;amore, un nuovo amore, l&#8217;amore.
Questa è la direzione -dimensione &#8211; che intendo affrontare, è cambiato il mio mondo di scrivere, è cambiato il mio mondo di -da- amare e dopo mille tentativi smangiucchiati ora scriverò qualcosa di completamente diverso da ciò che ho scritto fino ad ora, qualcosa di davvero finalmente diverso.Vai all'articolo originaleDel suo sorriso, della bellezza.di Stefano Giolo - 4 Settembre 2010Avevi uno sguardo che avrebbe lasciato passare oltre ogni difetto, fisico o psicologico che fosse.
Avevi uno sguardo che avrebbe lasciato passare oltre ogni cosa che non fosse il mio cuore, o forse il cuore di chiunque abbia un minimo, infinitesimo gusto per la bellezza: la bellezza in genere, non i visi, le donne, non i paesaggi, non i tramonti estivi in lidi caraibici, la bellezza in genere, un ideale più alto.
Un sorriso di quelli che immagini sorridere anche quando chi lo porta sta piangendo, un sorriso che anche nel momento più drammatico avrebbe la capacità di farti pervadere da un senso di bene profondo.
Quel giorno ero ad una festa, difficilmente ricordo neppure cosa si festeggiasse, c&#8217;era molta gente e poca che si conoscesse ed in mezzo a tutta quella gente d&#8217;un tratto vidi un sorriso, uno di quelli che ti entrano dentro e poi non li puoi più scordare. Un sorriso di quelli che potresti passare su tutto il resto, di quelli che saprebbero donarti un gioia anche nel peggiore dei momenti.
Che bel viso, pensavo, no non tanto il viso in se ma il sorriso, quelle labbra così&#8230;. no. Non le labbra ma proprio il sorriso, il modo di sfoggiare quel sorriso e quello sguardo. Ti rende bella, talmente bella che potresti essere la persona più brutta del mondo che la tua bellezza lascerebbe alle spalle ogni altro pensiero. Che poi non ce ne è il bisogno perché non è solo il sorriso ma tutto, come è la forma del tuo collo, il seno pronunciato e ben formato e&#8230; no in effetti forse qualcosa&#8230;. ma no, quello sguardo, quel sorriso&#8230; il sorriso, quelle labbra così&#8230;. no. Non le labbra ma proprio il sorriso, il modo di sfoggiare quel sorriso e quello sguardo. Ti rende bella, talmente bella che&#8230;. e poi improvvisamente ti girasti e non riuscii più a vederti, a trovarti.
Nei giorni successivi mi misi a cercare nelle foto, nelle foto di amici, ovunque il tuo viso finché non riuscii, nella foto di un amico, a scorgerlo. Si, in realtà era una foto di oscena ubriachezza, il mio amico in una posa plastica a mimare qualcosa che non vorrei pronunciare qui aveva come sfondo il tuo sorriso che guardava giusto verso la fotocamera, forse dietro la fotocamera, forse me dietro la fotocamera. Ma non voglio illudermi di un tale sogno.
Eri tu. Cioè quello che conoscevo di te. Tutto quello che conoscevo di te.
Tutto quello che avrei conosciuto se mi fossi fermato a quel punto.
E così cominciai a chiedere di te, arrivai a lasciare nel locale ed altrove copie della tua foto, ovviamente dopo aver rimosso la parte oscena, a pubblicare su internet questa mia ricerca di quel sorriso, la ricerca della bellezza, non in senso puramente estetico ma in quel senso più alto che puoi comprendere solo quando ti ci trovi dinnanzi. E quando la trovi non puoi lasciarla sfuggire, non puoi che perpetrare la tua ricerca, vivere quel sogno. Non era amore, affetto, sentimento, non è mai stato nulla di questo, ma ricerca della bellezza, solo della bellezza.
La ricerca andò avanti per mesi, anni forse, non lo so, non ne ho più memoria ormai, vidi quel sorriso per pochi istanti talvolta sul volto di altre ma scompariva in un attimo perché non vero, perché non tuo.
È all&#8217;improvviso che oggi sei tornata come un fantasma del passato all&#8217;improvviso. Un trafiletto sul giornale che parla di te, c&#8217;è la tua foto, c&#8217;è finalmente il tuo nome, e c&#8217;è l&#8217;addio di chi ti ha amato.Vai all'articolo originaleRicordi di ricordi di ricordi di ricordi di ricordi di ricordidi Stefano Giolo - 24 Luglio 2010Ci sono momenti che restano trasversali alla vita.
Incroci qualcosa, qualcuno, una persona, la incroci in un momento della tua vita, come un linea trasversale alla tua, come un vettore che si incrocia.
Cambia la tua vita? No, non è cambiato nulla, ma è cambiato tutto.
Non si torna indietro. Non si torna indietro a prima di questo incontro, ma non si torna indietro neppure al momento in cui è stato.
Non si torna mai indietro  e basta.
Eppure alcune parole, alcuni istanti, alcuni scambi fanno rivivere ancora, e ancora, e ancora i sogni le sensazioni i sentimenti i colori le luci gli odori di allora, la pista, il sole, la tangibile mancanza di un fuoco che sarebbe bello ci fosse stato, la comprensione profonda di sconosciuti, di vite parallele, una vita parallela alla mia accanto alla vita parallela di qualcun altro che viveva come me una vita parallela alla propria. Incroci di vite parallele e paradossi, scontri incontri, ed anime che si sfiorano, si girano attorno, si osservano come gatti a coda alta e poi d&#8217;un tratto torna la vita reale, quella che non è più, o quella che è ancora, quella che è sempre stata ma che non è più quel che era, un&#8217;orchidea.
Ma restano ancora
vite parallele che non si incontreranno
forse
all&#8217;infinito.Vai all'articolo originaleRicordi d’Abruzzodi Stefano Giolo - 6 Aprile 2010Credo sia e resti per sempre una delle esperienze più forti della mia vita, una delle esperienze di vita che più mi hanno segnato, con voi, Tommaso, Davide, Marco, Sofia, Chiara, Alice, Stefano e con tutti i ragazzi che c&#8217;erano alle tendopoli.

Ricordo i loro sguardi, le loro parole, a volte straniti, persi a volte svegli come pochi.Ricordo l&#8217;unione che solo la vecchia buona banda di B.P. crea in pochi istanti. Fratelli, fratelli mai visti prima ma che tali resteranno per tutta la vita. Fratelli.

Fratelli a lavorare accanto a me per altri fratelli che ancora mi cercano dopo questi mesi, con cui ancora si scambiano parole, opinioni, emozioni.

Dopo mesi ancora devo rielaborare tutto, tutte le emozioni, i ricordi, i sentimenti forti provati, sentimenti emozioni e ricordi che confrontati ad altri momenti, a quelli che pensavo i momenti più importanti del mio passato sono invece gradini, metri, chilometri sopra.

E penso a come è ancora la vita attorno a quelle piazze, quelle case crollate, a come tutto questo sia stato strumentalizzato dai media, nel bene e nel male, da una parte e dall&#8217;altra, di come la realtà filtrata sia spesso radicalmente diversa dalla realtà vissuta, a come sia difficile portare con chiarezza la propria esperienza vissuta in quei momenti a chi non può vedere i miei occhi mentre ne parlo, penso a come invece restino colpite le persone che mi guardano negli occhi mentre racconto gli occhi dei ragazzi ci Civitatomassa, dei ragazzi di Piazza D&#8217;Armi, e degli adulti, degli anziani, e di Francesca, e di quella bimba dolce e al contempo agitata, nervosa, di quei genitori disperati senza un futuro che rendevano comunque la vita dei loro figli il migliore possibile nei limiti di quanto si potesse.



Penso alla forza degli uomini in quei momenti e penso anche alla debolezza, alla voglia di arrendersi, agli eccessi di ira o di sconforto, alle unioni e alle divisioni che le difficoltà creano negli animi.

Penso a come certe cose se non le hai vissute non le puoi capire, a come io stesso che ero lì non potevo e non posso pretendere di capire gli animi delle persone che hanno vissuto il terremoto vero, quello devastante.

Penso però al tremore delle gambe dopo un terremoto, alle gambe molle del calo di adrenalina, alla sensazione che la terra sotto i piedi avesse perso la consistenza improvvisamente, a come ogni certezza nel mentre di quel tremore fosse improvvisamente in un&#8217;istante scomparsa, a come la potenza della terra la forza si in grado di farti sentire schiacciato, piccolo, infinitesimo, impotente, e come il sorriso di un ragazzo invece ti faccia comprendere quanto l&#8217;uomo sia infine più forte di ogni forza del mondo, di ogni terremoto o alluvione, l&#8217;uomo in quanto gruppo, l&#8217;uomo in quanto società, l&#8217;uomo in quanto umanità.

Ho visto esempi di umanità immensi, ho visto esempi di persone immense, o visto la vita nascere proprio perché scontrata con la morte, la vita nascere proprio perché in quel mentre era necessario non arrendersi, ho visto l&#8217;anima della gente, ho visto cose che noi umani non sospettiamo di avere dentro, e con me molti altri le hanno viste.

Non lasciamo che tutto questo però resti un&#8217;esperienza personale, un qualcosa di &#8220;vissuto da me&#8221; un qualcosa &#8220;che mi porto dentro&#8221;, facciamo fruttare tutto questo, facciamolo crescere, condividiamolo.

E grazie ragazzi, grazie di aver cambiato la vita mia e di molti altri volontari, grazie con la vostra sofferenza e il vostro male, e con la vostra forza, e con il vostro animo di aver aiutato noi delle varie protezioni civili ad essere, spero, persone migliori.

Grazie.

Vai all'articolo originaleAcinodi Stefano Giolo - 12 Novembre 2009Non lo so perché oggi ho scelto di salire sul sedile dietro della macchina, credo sia venuto spontaneo, così… fatto sta che mi ritrovo qui.
Alla guida c&#8217;è il buon vecchio Simon, lato passeggero nessuno.
Io sto piegato in avanti, appoggiato al sedile anteriore con la testa al di là del poggia testa, a parlare con lui, è una bella giornata di sole questa, inverno e sole, ottima per un bel giro sulla neve.
Siamo in autostrada già da qualche ora, in tranquillità, Simon non è solito correre ed è bello godersi il paesaggio e fare quattro chiacchere nel tragitto, godersi il tempo, godersi lo spazio, godersi la compagnia di&#8230;
D&#8217;un tratto accanto a noi un camion sembra sbandare un po&#8217;, stringerci di lato da destra.In un&#8217;istante sfiora la macchina sul mio lato, non la tocca per un nonnulla e Simon lo schiva, ma sull&#8217;altro lato c&#8217;è ancora un camion. La macchina rallenta, si lascia sorpassare da entrambi.
Come sempre l&#8217;abbiamo scampata, l&#8217;ho scampata, si perché tanto ho la consapevolezza che non è ora, che non sarà qui che deve accadere, un po&#8217; come una predestinazione, non lo so spiegare, e poi ora c&#8217;è lei.
&#8230;dicevo godersi la compagnia tra amici, lasciare che il mondo vada per la sua strada senza vincoli, senza strettoie, senza margini contro cui scontrarsi.
Lontano dal lavoro, dalle preoccupazioni, dai mille pensieri e&#8230; ed ancora un camion, questa volta, ancora ci stringe, questa volta è più avanti e il muso della macchina è a metà del rimorchio, e non c&#8217;è il tempo di frenare.Non sento quasi neppure il rumore frastornante assordante della lamiera che si piega, si contorce, il muso della macchina che si stringe schiacciato tra il rimorchio di un camion e la motrice di un altro che è sopraggiunto da sinistra, ma osservo tutto, dura pochi istanti e tutto sta già finendo, anche questa volta ci è andata bene, anche questa volta incredibilmente ci è andata bene, anche se ci siamo andati vicino anche ques. Senza un istante d&#8217;attesa sento una pressione sulla schiena, non ho bisogno di vedere per capire che il tetto della macchina sta stringendosi su di me, che qualcosa è arrivato da dietro di noi, allungo la mano, sicuro di poter aprire la porta e fuggire prima di rimanere incastrato, allungo la mano senza neppure accorgermi che la mano non si può, non si potrà muovere, senza pensare che la portiera è schiacciata dalla fiancata di un camion, penso solo che vorrei mandarle almeno un messaggio, dirle qualcosa, penso solo che me la caverò per lei, penso solo che non pensavo che un corpo umano sottoposto a questa pressione potesse somigliare così ad un acino di uva, lo penso un istante mentre tutto esce da me.Vai all'articolo originaleIl Giardinodi Stefano Giolo - 23 Gennaio 2009Il giardino è grande, grande davvero eppure&#8230;. eppure pian piano nell&#8217;erba due ricci si avvicinano tra loro.
Si allontanano, ognuno nella sua parte di giardino, ognuno con le sue cose.
Uno intento rotolar sulle foglie gialle e rosse autunnali, infilarle, raccoglierle, catalogarle, comporre nuovi disegni, nuove sculture e rappresentazioni, cammina, si muove un po&#8217; goffo di qua e di là dondolando sulle zampette corte, pof pof pof&#8230; poi vede una foglia che gli piace, e ci rotola sopra, la porta alla sua tana e poi comincia a scuotersi fino a sganciarla, a volte le rovina, a volte le tiene stupendamente, non importa, è più divertente così, e poi di foglie ce ne sono tante, che importa! Però prima o poi troverà la foglia più bella, farà la composizione più bella, realizzerà qualcosa, cosa non lo sa.
L&#8217;altro riccio anche lui passeggia qua è la per la sua zona di giardino, non ci sono solo due zone, il giardino è grande e c&#8217;è posto per tanti, tanti, tanti altri animali, e anche per due ricci.
L&#8217;altro riccio dicevo passeggia nella sua zona, si guarda intorno e segue gli uccellini in volo. Guarda sempre in alto, li osserva e quando gli uccellini saltellano sui rami li osserva saltare, li ascolta, ascolta il loro canto, ogni tanto tra i rami vede correre qualche scoiattolo o qualche piccolo animale, quando corrono fanno spesso cadere le foglie, trova così bello quando uno scoiattolo correndo tra i rami li piega e fa cadere una piccola pioggia di foglioline che scendono lente! Allora corre e cerca di mettersi su due zampe per toccarle col naso prima che tocchino terra. La cosa più bella è quando invece di scendere foglie cadono le samare dagli aceri, quei semi con l&#8217;aletta attaccata che quando si staccano dal ramo ruotano ruotano ruotano fino a toccare terra. Diventa quasi imprevedibile dove cadranno e il riccio lentamente e goffamente dondola alla ricerca di dove andranno a finire, per toccarle al volo col nasino tondo, pin pin pin pin si muove qua e la, a volte cerca anche di fare un piccolo balzo ma la natura non l&#8217;ha dotato di questo dono.
Ogni tanto però questi due ricci, uno rotolando l&#8217;altro col musino all&#8217;insù si ritrovano uno accanto all&#8217;altro, osservano la stessa foglia, uno mentre sta cadendo, l&#8217;altro mentre è già a terra, e poi si guardano timidamente.
A volte uno, a volte l&#8217;altro si avvicina da un annusatina. Quasi sempre l&#8217;altro si richiude timido, forse spaventato chissà, si arrotola su se stesso e mostra gli aculei. Qualche volta quando proprio le cose non vanno bene punge pure il malcapitato come gli avesse fatto chissà cosa e quest&#8217;ultimo scappa.
Il riccio pungitore però poi ci pensa, ci pensa, ci pensa e gli spiace, poi&#8230; poi torna a rotolar sulle foglie, o a guardare sui rami i piccoli animali.
E così continua la vita, come niente fosse, o forse qualcosa si, ma continua, così, ognuno nelle proprie faccende affaccendato.
Poi, poi pian piano una foglia che cade più in là, un colore più bello di qua&#8230; ancora i due ricci si trovano uno in fronte all&#8217;altro, di sorpresa, ancora, come un filo li legasse in qualche modo, come un sentiero disegnato, sognato, immaginato li portasse in ogni caso lì, come non potessero non ritrovarsi ogni tanto accanto.
Si ritrovano uno in fronte all&#8217;altro e si osservano un istante, uno azzarda un timido sorriso, l&#8217;altro risponde, uno si avvicina un po&#8217;, gira intorno all&#8217;altro, l&#8217;altro si lascia osservare, si lascia guardare, si fermano di nuovo uno in fronte all&#8217;altro, poi uno si fa coraggio e col nasino spinge dolcemente il muso dell&#8217;altro e&#8230; e questo d&#8217;improvviso si chiude, mostra le spine, ed una spina si pianta sul musetto ancora sorridente del primo riccio il quale fugge via pensando non tornerò mai più qui.
Non è sempre lo stesso a pungere, non è lo stesso ad essere punto. A volte uno a volte l&#8217;altro. Comunque sia il pungitore timido resta ancora lì per un po&#8217; chiuso, poi pian piano si schiude, lentamente. Si guarda attorno e si scopre nuovamente l&#8217;unico riccio presente. Si guarda un po&#8217; intorno quasi sperando di non esser solo, passeggia un po&#8217; e se ne torna alle sue cose pensando chissà perché, chissà che cosa, pensando e se fosse stato&#8230; pensando.
E ancora tante foglie sono sparse sul prato, e ancora tante foglie cadono dagli alberi che le stanno perdendo, poi pian piano viene il freddo, scende la neve, rotolar sulla neve non è come sulle foglie, la neve si sfalda, si rompe, e fa freddo e copre i colori, e gli scoiattoli sono tutti a dormire e anche i ricci cominciano ad essere stanchi e scende il sonno, un sonno lungo mesi, ma un sonno talvolta interrotto da sogni, pensieri chissà perché, chissà che cosa, e se fosse stato.
Poi pian piano il tepore riscalda i cuori, riscalda il cielo, riscalda il mondo, &#8220;che il sole alzandosi possa sfiorare il tuo viso con il primo raggio, se lo merita dopo tutte queste ere che ogni mattina si occupa di dar vita al mondo&#8221; è il primo pensiero a volar nell&#8217;aria, poi il tempo comincia a scorrere, le foglie sono verdi, belle si, ma non come quelle d&#8217;autunno e non cadono così spesso e i frutti degli aceri non sono maturi ma il tempo ancora passa ed ogni riccio vive il proprio spazio, il proprio giardino, il proprio momento, le cose cambiano nel tempo.
Poi pian piano torna l&#8217;autunno, le foglie gialle, le foglie rosse, tornano colori dei sogni ed una foglia rossa color del sangue, rossa color del cuore scende dal cielo, e vede un riccio affannarsi per prenderla, così si sposta, e il riccio la segue ancora, si sposta verso il centro del giardino, ed il riccio la segue ancora, si sposta e vede un altro riccio indifferente che guarda invece in basso, tocca così il naso del primo e poi scende giusto accanto agli occhi del secondo.
E si ferma lì.
Un riccio alza lo sguardo, l&#8217;altro lo abbassa e lì s&#8217;incrociano un istante solo in cui uno come per farsi avanti si ferma un istante tentennando e l&#8217;altro già si chiude un istante, poi apre un solo occhio come per vedere cosa l&#8217;altro ha fatto, poi apre entrambi gli occhi, si guardano ancora un istante.
E poi.Vai all'articolo originaleFoto.di Stefano Giolo - 21 Gennaio 2009Vorrei fare una foto, forse la foto di un ricordo, chissà, vorrei essere in grado di fare una foto, vorrei poter fare una foto.
Seduta in auto nella penombra, unica luce un lampione lontano, o forse i fari di un&#8217;auto di passaggio.
I capelli sono lunghi qualche ciuffo attraversa stancamente il viso, sono un po&#8217; mossi, non molto. Nella semi luce si vede che sono chiari ma non ne è ben chiaro il colore, l&#8217;immagine è color seppia, quasi bianco e nero a causa dell&#8217;assenza di luce.
Nel bordo del vetro del finestrino aperto per metà la luce del lampione o di chissà di cosa si filtra e un po&#8217; come in un prisma si allarga in un raggio, una linea che le taglia il volto, dalla fronte ampia e liscia, passa all&#8217;attaccatura del naso, accanto ad un occhio, ha gli occhi chiari lei, non se ne distingue il colore ma sono certo chiari, poi la luce scende sulla guancia e in quel mentre valorizza debolmente lentiggini che si percepiscono sulla parte alta del naso stesso ed un piccolo particolare, un neo proprio sul lato, accanto alla narice sinistra. La luce è sull&#8217;altro lato ma in qualche modo è proprio la sua presenza-assenza a valorizzarne l&#8217;insieme.
Prosegue ancora questo bagliore verso la sua guancia sfiorando l&#8217;attaccatura delle labbra dove il sorriso forma tra la guancia le labbra e il mento delle piccole fossette valorizzate dal chiaroscuro della scena, la luce non passa poi sul collo ma la curvatura del vetro o il dislivello tra il viso e il corpo la fanno sparire in qualche altro luogo come se il suo scopo fosse in quel punto terminato.
Il sorriso è dolce, ampio, talmente ampio da lasciar intravedere un istante il bianco dei denti, stupendo non tanto per la forma in se delle labbra quanto per il portamento, per il modo di sorridere, per l&#8217;istante in cui quelle labbra decidono di sorridere e le tempistiche dei movimenti abbinate a quelle dello sguardo. Non è facile fotografare l&#8217;istante esatto in cui tutto questo si può cogliere nonostante l&#8217;immobilità tipica di un&#8217;immagine statica.
Il naso, tra questi occhi chiari e le labbra e le fossette e il mento, è leggermente tondo ma proporzionato nel volto, le sopracciglia curate e un lievissimo trucco valorizza la forma stessa degli occhi. Ma non è la forma, ne il colore degli occhi a formarne lo sguardo, ne il sorriso a darne la bellezza: è come pregna di una retro-bellezza che le sta profondamente dentro, che va al di là dell&#8217;estetica e della forza stessa che trasmette, e della poesia. Una retro-bellezza che è propria del movimento, dell&#8217;istante, della scelta inconsapevole di come quando perché dove muoversi.
Lo sguardo è rivolto verso di noi ma il viso è leggermente inclinato verso la sua destra, come consapevole che in quella posizione il gioco di luci e ombre le darà maggior risalto.
Osservando ancora le labbra, le fossette attorno ad esse, il bianco che spunta dei denti, si nota un altro piccolo neo tra il naso e il labbro superiore, un neo chiaro, quasi impercettibile al buio ma presente, come per dire &#8220;guardami ancora&#8221; ed ancora lo sguardo viene portato ad osservare l&#8217;insieme, proporzionato, nelle forme e nei chiaroscuri e così ricco di essenza, la pelle appare liscia, pura come il volto di chi si sente a casa, curato come quello di chi si ama e al contempo libero da ogni costrizione o regola.
Man mano che gli occhi si abituano alla luce spunta un altro impercettibile neo, prima era esattamente nascosto da essa. Si trova sul mento, diametralmente opposto all&#8217;altro, giusto accanto ad una fossetta di quelle formate dal sorriso. Ed è proprio osservando quest&#8217;ultimo che la penombra mostra il lobo dell&#8217;orecchio, un orecchio perfetto, ben formato, quasi elfico seppure senza la tipica punta, Porta alcuni orecchini, anelli, uno più grande e gli altri due leggermente più piccoli, non sulla parte bassa del lobo però ma leggermente più in su.
La luce si riflette leggermente tra il volto e l&#8217;orecchino centrale formando un piccolo punto luce che prima non si notava.
Il punto luce riporta di nuovo a quel raggio e dal raggio allo sguardo leggermente felino, ma di un felino dolce, mansueto, per nulla aggressivo. La parte dell&#8217;occhio più vicina al naso si allarga leggermente invece di stringersi subito ed è rivolta leggermente verso il basso, valorizzata dalla cornice delle sopracciglia quasi disegnate con precisione per questo scopo. Ancora una lo sguardo tende a scendere scorrendo il naso, le lentiggini lievi impercettibili dolcemente stupende e poi di nuovo il sorriso, a navigare su quel sorriso, sulla bellezza e la retro-bellezza e l&#8217;essenza per poi riprendere ancora a scoprire nuovi dettagli, luci ombre, sogni nascosti, e ancora ancora.
Ancora.Vai all'articolo originaleSalite….di Stefano Giolo - 15 Gennaio 2009Ho sognato sta notte.
Una salita, di roccia, e terra, ripida e pioggia.
Mi arrampicavo su di un percorso erto, ripido scivoloso, mi arrampicavo sempre con più fatica, dovevo arrivare lassù, qualunque cosa fosse, dovevo arrivarci, e scivolavo, ero ormai pieno di fango, le mani ferite, stanco, il percorso sempre più Erto, ormai pareva di arrampicarsi in parete, tra sassi, terra chiara, sabbia, stanchezza, scivolavo. Poi infine mi arrendevo, non era più possibile proseguire, era davvero impossibile a chiunque proseguire e ho cominciato a scendere, arrivato quasi alla fine ormai era tutto allagato, per tornare alla strada dovevo tuffarmi in una specie di stagno, mi tuffavo, mi tuffavo ma curiosamente non ero bagnato, arrivavo al di là dell&#8217;acqua e in quel momento arrivava un mio amico, mi passava accanto e saliva da dove ero sceso, saliva una scalinata breve, una normalissima scalinata come quelle che si trovano nelle case. Portava al piano di sopra, portava ad una mansarda, chiudeva la porta e tornava giù da me.Vai all'articolo originaleStoria di un giorno freddo e di stufe a legna e di incontridi Stefano Giolo - 14 Gennaio 2009I personaggi son due in questa storia, il cambusiere e il Ragazzino, o forse il Capo e il Ragazzino.
Non sono due personaggi a caso, non sono due persone e basta ma sono speciali a loro modo come ognuna delle persone presenti con loro, e non sono due singole persone, ne una coppia di persone ma due di un gruppo, sono semplicemente parte di un gruppo, di un mondo, di una grande famiglia. Non si conoscono ne mai forse si frequenteranno.
C&#8217;è freddo fuori e neve, neve ovunque, la casa è riscaldata solo da qualche stufa a legna e dei termosifoni malandati, in casa si gira con la sciarpa, chi per voglia chi per costrizione, chi per moda. I ragazzini sono molti e scatenati, i loro responsabili sono quattro capi e due cambusieri entrambi scout, come tutto il gruppo d&#8217;altronde. Per questo sono tutti qui, è un campo invernale, un campo di lupetti.
L&#8217;entusiasmo è altissimo e le attività, i giochi, i momenti di manualità, di preghiera sono moltissimi, ogni momento ha il suo ruolo, ogni istante ha un suo perché, anche le pause libere. I ragazzini corrono, urlano, giocano, ascoltano, fanno silenzio, crescono e tra essi il Ragazzino si guarda intorno con aria vigile, non è uguale a tutti, lui ha qualcosa di speciale, come tutti qui d&#8217;altronde, ma la sua particolarità è quella di essere grande, o di sentirsi grande quantomeno, fisicamente e mentalmente, di sentirsi di dover essere leader, di dover essere qualcosa.
Come ogni ragazzino grande per dimostrare agli altri il suo essere organizza gli scherzi, si mostra forte di fronte ai capi che comincia a vedere come autorità, mostra che lui non piange, che lui vince, mostra che lui sa, e nel frattempo si guarda attorno, come una spugna beve ogni istante, ogni parola ogni reazione, ogni momento.
In cambusa c&#8217;è del frastuono, pentole che sbattono, acqua che scorre, profumo di pancetta, dentro ci sono la cambusiera e il Cambusiere, lui è un capo di qualche altro posto, un amico di Akela pare, insomma ha il fazzolettone diverso dagli altri però anche lui sa come si risponde ai gesti e alle frasi di Akela, insomma con le sue particolarità è uguale a tutti, con la sua voglia di giocare con i ragazzi, la sua allegria, il suo saper essere serio, e il prendere i ragazzi sulle spalle, farli volare giocare, e il suo farsi da parte appena iniziano attività.
Sono molti i momenti di questo campo che ricordo, le attività manuali, con quella pasta di sale e con le palline da decorazione, la camminata sulla neve e il grande gioco svolto, e il vetro della stufa che qualcuno ha&#8230; che si è rotto da solo, e la boccetta di profumo che il Ragazzino portava con se per sentirsi grande spaccata sul pavimento, e lo scalpo sul ghiaccio, e il Cambusiere che cucinava la carbonara sulla stufa a legna, e Akela vestita da Manfred, e Baghera che ripeteva &#8220;ghiande ghiande ghiande. Ghiande ghiande ghiande&#8221; vestito da Scrat, e tutti i lupetti a ripetere &#8220;ghiande ghiande ghiande. Ghiande ghiande ghiande&#8221;, ma c&#8217;è un momento, anzi due che forse più di ogni altro ha contato.
Era poco prima di messa, il Cambusiere sistemava l&#8217;uniforme dopo aver finito di grattare la teglia delle patate, e il Ragazzino faceva un po&#8217; lo sbruffone e un po&#8217; l&#8217;annoiato per la terribile incombenza dell&#8217;incontro con il Signore dicendo cose tipo che a lui non interessava.
In quel momento il Ragazzino passava davanti alla porta della cambusa, davanti al Cambusiere e con aria stupita e un po&#8217; di sfida guardò il Cambusiere e disse &#8220;Ma come?! Tu sei Cattolico?!&#8221;, passò un istante di silenzio poi il Cambusiere guardò il Ragazzino con aria seria ma bonaria, il Ragazzino era ancora lì in attesa di una risposta &#8220;Io sono un Capo scout&#8221; rispose.
Niente altro.
Il Ragazzino ebbe un istante di blocco, poi guardò con occhi stupiti e disse &#8220;si&#8230; è vero&#8230;&#8221;, poi con l&#8217;aria un po&#8217; dispersa e pensante si avviò alla cappelletta.
Un altro istante importante fu alla fine del campetto che di nascosto il Ragazzino che sfidava gli adulti, il ragazzino che voleva mostrarsi forte andò dal Cambusiere, di nascosto, certo, mica poteva farlo davanti a tutti&#8230;. e lo abbracciò dicendo &#8220;Grazie, ci rivedremo vero? Verrai al campo estivo vero? Ti tieni in contatto con Akela&#8221; stava un po&#8217; tremando, gli veniva da piangere, ma non poteva farlo vedere, lui era forte.
E fu così che capii che la mia vocazione era quella  di essere Capo, che avrei camminato per essere un buon capo, il miglior capo che mi fosse possibile essere.
E fu così che decisi il mio futuro.Vai all'articolo originaleIl tempo…. il tempo.di Stefano Giolo - 8 Novembre 2008Correvo, correvo.
Lavoro, sala prove, altra sala prove, da una parte all&#8217;altra della provincia, correvo senza pausa senza tempo con l&#8217;animo infervorato dei sogni che rincorro che vivo che creo tra le mani correvo veloce e d&#8217;un tratto quasi sulla rampa per entrare in tangenziale vidi un uomo
distinto
anziano ormai
d&#8217;istinto mi si fermò il cuore
lentamente
lentamente spingeva una bici.
La sua vecchia bici nera
d&#8217;una fattura che non poteva che essere di cinquant&#8217;anni fa.
Attorno campi,
campagna
e una strada veloce,
una strada che furtivamente si è inserita in quell&#8217;ambiente ancora così agricolo,
naturale.
E penso a come per me cambino i tempi, a come sia veloce ogni cosa, ogni comunicazione ogni rapporto, ogni inizio, ogni fine, veloce, veloce, ininterrotto, interrotto ma in fretta per riprendere qualcosa successivo, di corsa, e cambiare gli abiti, le auto, e cambiare i telefoni, e cambia la tecnologia e la comunicazione e cambia ancora il mondo, si trasforma, l&#8217;economia e&#8230;
e quell&#8217;uomo,
lentamente,
spinge una bicicletta ormai vecchia,
ormai antica.
Come un&#8217;immagine che si sgretola nel tempo,
come superata
bucata come da un aereo che buca il muro del suono bucata dalla mia presenza dalla mia fretta dai miei sogni che rincorro i miei obiettivi dal lavoro la musica il mio lottare per ciò che credo il non lasciare le cose il mondo mi porti via da me stesso il non lasciare che
quell&#8217;uomo mi entri dentro,
lentamente,
con la sua bicicletta antica,
ormai ricordo
di un tempo andato
ormai ricordo
di quel che era
il mondo
ormai&#8230;
e mi fermo
scendo dall&#8217;auto nel buio
mi fermo
mi sdraio sull&#8217;erba e rido
rido di me
rido
e quell&#8217;uomo mi guarda
si avvicina
fa una breve, secca risata
secca e bonaria
mi porge la sua bicicletta
&#8220;non mi serve più ragazzo,
ora è tua&#8221;
e se ne va.
Vai all'articolo originaleComplicitàdi Stefano Giolo - 2 Settembre 2008Complicità&#8230;
ho da poco acquistato il nuovo CD Live dei Bluvertigo , preludio al loro ritorno sulle scene spero con un album all&#8217;altezza di precedenti.
Beh credo che il loro brano a cui sono più legato sia complicità.

Ricordo ancora quando Lei ed io ci allontanammo, un giorno freddo di anni fa, in luogo che era così Nostro, così intimo, così privato e che oramai non è più tale, sporco dall&#8217;inciviltà di studenti e pazienti e barboni.
Addio.
Addio per sempre nel gelido freddo, gelido il tempo, gelido io, gelida lei che passeggiava raccogliendo un fiore, guardandosi intorno, parlando lentamente mentre ascoltavo. Il mio finale &#8220;Addio&#8221;.
Allontanarsi, salire in macchina ed andare. Andare dove, poi?
Andare perché?
Andare.
Lontano, non importa.
E poi un richiamo, come un sussurro nel vento.
Dove sei? Dove sei?
E scendere dalla macchina quando ormai ero lontano da quel luogo, e camminare verso qualcosa che credevo di sapere, o speravo o mi illudevo o&#8230; era lì.
E un bacio lento, lieve, lungo.
Il primo. Il primo di tanti.
E salire ancora su quell&#8217;auto, e lo stereo che canta &#8220;Complicità&#8221; dei Bluvertigo.
&#8220;Ma&#8230; sei diventato romantico? Ascolti anche questa musica?&#8221;
&#8220;No, lo sono sempre stato, vedrai&#8221;
E così iniziò un qualcosa di indefinitamente lungo che ancora vive e trascina seppur non più nell&#8217;amore, che vive e cammina vicino, distante.
Cammina.
Ci ha dato tanto, ci da tanto, che che ne dica il mondo.Vai all'articolo originaleOstacoli.di Stefano Giolo - 25 Agosto 2008A volte guardo le mie gambe e penso a come sono cambiate.Un tempo l&#8217;80% della mia vita era basata su loro, tre o quattro allenamenti settimanali, correre, correre, spaccare l&#8217;ostacolo.Son passati tanti anni ormai e le vedo rinsecchite e magre per quanto restino invece più muscolose della media.Ma non sono più le mie gambe. Queste qui mi portano in giro, si certo, dove voglio, mi portano dove voglio, si e senza problemi, ma non mi fanno più essere quel che ero, non mi portano più a sfiorare gli ostacoli, a correre su quei cento e rotti metri, a fare ciò che ancora desidero come un tempo.Le caviglie, le caviglie non reggono più lo sforzo.E allora?Ed allora il mondo deve cambiare, non ci sono più quelle gambe, ma ci sono le dita. Ora suono.Ci sono le dita a correre veloci tra le chiavi del mio strumento e salgono e scendono, e vanno, e creano emozioni.Si, non è come essere all&#8217;estremo delle proprie capacità, alla velocità massima che il tuo corpo sappia raggiungere, guardare il tuo avversario accanto e sfondare ogni barriera ed ogni limite accelerando ancora, no. Ma talvolta quando il pubblico applaude allora posso ancora superare i limiti dei miei polmoni, i limiti della resistenza del mio corpo fino a sentire il dolore nel petto e non poterne più e continuare ancora e ancora.Si, e se perderò le dita avrò la voce, e se perderò la voce potrò ancora scrivere e&#8230;.e ancora ancora ancora.La vita va avanti, va avanti comunque sia ed i limiti servono solo ad essere superati, sfondati.Non saltare l&#8217;ostacolo, spaccalo, entraci dentro e sfondalo e quando lo avrai fatto affronta il successivo, ma mai pensando all&#8217;ostacolo, mai pensando alla pista, mai pensando al passo, solo guardando dritto in fronte a te il traguardo.



p.s. Non so perché mi va di far una dedica, ma la faccio. A Micaela, a Carlo, a Vittorio.Vai all'articolo originaleLe andate a capo.di Stefano Giolo - 1 Luglio 2007
Non ritengo di essere un ottimo scrittore (come qualcuno ritiene io mi ritenga), tuttavia credo di avere un modo di scrivere particolare.
Per cosa in particolare?
Ad esempio le andate a capo.
Le uso, molto, per magari sottolineare una frase, per dare una pausa un po&#8217; più lunga, volte uso andare a capo doppie.
Tanto per essere chiaro.
Insomma le uso cercando di dare un senso.
A volte mescolo anche tratti di poesia, dove le andate a capo sono fondamentali e tratti di prosa dove le andate a capo sono meno importanti.
Questo per dire cosa?
Oggi ho comprato Verona Time, una rivista culturale/artistica veronese che si trova in tutte le edicole di verona. Su questo numero, quello di luglio c&#8217;è un mio racconto, è un racconto la cui storia, è quel che è, lo potete leggere benissimo, ma la cui forma non è quella che è. Nella versione che ho spedito loro la parte più interessante a mio avviso erano le andate a capo. Il racconto era una commistione tra poesia e prosa, uno stile trasversale che negli ultimi mesi/anni mi piace particolarmente utilizzare.
Bene.
Hanno tolto tutte le andare a capo
.
Tutte. Comprese quelle di una poesia vera che vi è inserita, ma almeno in quella hanno messo delle barre. Come scrivessi &#8220;Silvia, rimembri ancora/quel tempo della tua vita mortale,/quando beltà splendea/negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,/e tu, lieta e pensosa, il limitare/di gioventù salivi?&#8221; che è terribile ma almeno un po&#8217; rende l&#8217;idea&#8230;
Tuttavia non hanno capito che anche il resto andava con le andate a capo.
Eppure era così palese&#8230;
Cioè se io le metto, e le sfrutto così tanto da isolare frasi e concetti forse un motivo c&#8217;è?!
Ok magari è che per problemi puramente tipografici il racconto non ci stava?
Avrei preferito me lo chiedessero, dicessero le cose, se ne discutesse.
Avrei spedito un racconto diverso, costruito diversamente.
Preferisco sempre la gente che discute.
Invece no, la gente sta zitta, si fa la propria idea e va avanti per la sua strada sicura della propria visione.
Vai all'articolo originaleNotizia 1di Stefano Giolo - 22 Giugno 2007Su VeronaTime di luglio potete trovare un mio racconto!Da luglio in edicola!Vai all'articolo originale…sì.di Stefano Giolo - 22 Giugno 2007Mentre a circa dieci giorni dall&#8217;assunzione a tempo indeterminato (che doveva essere la novità grande, ma non quella molto grande) scopro che io e i miei colleghi non verremo assunti se non fra un tempo allungato, indefinito, il mondo ruota. Non lentamente, no. Ruota.&#8220;Scrivo. Di nuovo. Non c&#8217;è un motivo preciso, forse un po&#8217; la stanchezza e un po&#8217; la solitudine cronica, il vedere la mia vita proiettata verso un futuro di successo esteriore e insuccesso interiore, di continue novità, cose positive nel lavoro e in altri ambiti che alla fine sono funzionali al vivere ma non all&#8217;essere, cosa che invece mi manca.&#8220;Inizia così questo periodo lunghissimo, inizia così il mio &#8230; prossimo? Ormai il mio ultimo libro, inizia così, ma&#8230;. ma forse è già vecchio.Il mondo gira, ruota, e il lavoro improvvisamente ha uno stop, o no, non uno stop, è come se al 38esimo chilometro di una maratona ti dicessero &#8220;beh dai&#8230; dovete continuare a correre qualche chilometro in più&#8230; facciamo altri 30, però se riusciamo vi fermiamo prima, si comunque al limite se superate gli altri 30 al limite ne fate un altro po&#8217; dai, comunque vi facciamo sapere&#8221;.Si ma il mondo ruota.Ho conosciuto persone&#8230; interessanti, rivisto volti che non vedevo da tempo scambiato parole che mi mostrano come esista un mondo al di sotto dell&#8217;apparenza di questa città.Ho suonato.Ieri mattina ho tirato fuori dopo un po&#8217; il mio tenore. Tutto addormentato ha aperto gli occhietti dicendo &#8220;ah&#8230; ma&#8230; io veramente sono qui tutto freddino, insomma dovresti suonarmi un po&#8217; di più&#8221;.Dovete sapere che i sassofoni vanno suonati spesso, vanno &#8220;aperti&#8221; un po&#8217; come una macchina, se la usi e la tieni in uso vanno, se no bisogna ri-rodarli. Bene, ieri mattina ho suonato come non suonavo da un po&#8217;, e ho capito che ieri sera dovevo fare qualcosa.Jam Session. Non vi partecipavo seriamente da qualche mese, con i musicisti che stimo, pochi elementi, una batteria e una chitarra, e via.Magico.Non so neppure dire se il pubblico, le poche persone presenti, si siano divertite. Mi sono goduto io. Follemente.Il debutto del mio tenore, del mio nuovo bimbo. E il pubblico non c&#8217;era, non esisteva.Un po&#8217; perché dovevo vedere il chitarrista per &#8220;concordare&#8221; i cambi totalmente improvvisati, un po&#8217; perché non mi andava, perché quello era lo spazio mio, di Giuliano, di Sergio, per qualche momenti di Marcella.Magia. Pezzi buoni e pezzi non buoni, che importa? Jam. Jazz. Blues. Funk. Sperimentazioni musicali.Sogni.Ma una musa c&#8217;era, lo ammetto, non lo ammetto a lei.Dio come mi piace il mio nuovo strumento, come comincio a sentirmi parte con lui, come comincio a padroneggiarlo e a lasciamici possedere al contempo.Musica.E poi dopo la musica una passeggiata in una città vuota, di notte, pensieri donati, scambi, silenzi senza imbarazzo, l&#8217;anima mi sorrideva.Qualcosa ieri sera è cambiato, si.La mia voglia, speranza, i miei sogni, sono cambiati, sono cambiate prospettive.&#8220;Scrivo. Di nuovo. Non c&#8217;è un motivo preciso, forse un po&#8217; la voglia di affrontare nuove vie e un po&#8217; la solitudine meno vera, il vedere la mia vita proiettata verso sogni rinnovati, continue novità, sogni funzionali all&#8217;essere, emozioni. Vita.&#8220;A presto novità.Vai all'articolo originaleL’Ombra di Edgardi Stefano Giolo - 13 Aprile 2007
Ognuno di noi accaniti lettori ha qualche autore a cui è particolarmente legato, fin da piccolo quando al compleanno un&#8217;amica mi ha regalato &#8220;Il Corvo ed altre poesie&#8221; di Edgar Poe io sono stato affascinato da questo grandissimo poeta. Edgar Poe. Allan è un secondo nome aggiunto per ricordarne il legame al patrigno che non lo trattò mai eccessivamente bene e che tentò di frenarlo nei suoi interessi artistici.
Poe è stato conosciuto principalmente e commercialmente per i suoi racconti horror, racconti che hanno insita una forma di malattia, di oscurità, un genio del thriller psicologico a dire il vero, più che dell&#8217;Horror, perché ha ben poco a che fare con ciò che chiamiamo Horror oggi, non vi sono mostri, sangue, violenza, ma solo atmosfere, immaginazione, psicologia.
Ma non è questo che mi fa amare Eddie ma la poesia. I racconti per cui era famoso erano il modo che aveva per sostentarsi economicamente, la poesia era il suo mondo, dove raccontava se stesso, il suo vero essere.
Le sue poesie a suo tempo sono state molto di spunto al mio scrivere, sono state ispirazione, sono state forse una delle maggiori spinte affinché io iniziassi a sperimentare, a capire che cosa era a attirare la mia attenzione, quali forme retoriche, quali tematiche.
Alle superiori ebbi uno dei tanti scontri con la mia insegnante di italiano del triennio superiore quando sostenni in un&#8217;interrogazione che Poe, e non Baudelaire fu il primo vero poeta decadente, anche perché Baudelaire tradusse molte poesie di Poe in gioventù, e probabilmente ne imparò a sua volta le tematiche e gli stili. Ovviamente fui cazziato, ma ricercando e ricercando infine scoprii di non essere l&#8217;unico a pensarla così, ma si sa&#8230; gli innovatori letterari devono essere Europei, non possono essere gli Americani a insegnarci qualcosa, almeno in questo campo&#8230;
Si è detto molto di Poe e in verità si conosce poco. Si è detto che fosse un alcolizzato, che fosse stato ritrovato in delirium tremens solo davanti ad un bar, e fosse morto successivamente all&#8217;ospedale, si è detto che fosse un libertino.
Ora provate a cercare una biografia, leggete. Troverete pareri discordanti, troverete addirittura biografie che non fanno più neppure riferimento all&#8217;alcool, per lo più troverete &#8220;morto in circostanze misteriose&#8221;.
Matthew Pearl con &#8220;L&#8217;Ombra di Edgar&#8221; cerca di far luce su quelle vicende. Dopo anni di studi e di ricerche, dà una sua visione, probabilmente la più vicina alla realtà, sulla vita di Edgar e sulla sua morte.

La storia viene romanzata come se a fare le indagini fosse un uomo vissuto allo stesso tempo di Poe. Questa è la trama: &#8220;Baltimora, 3 ottobre 1849: Edgar Allan Poe &#8211; scrittore di genio e inventore del prototipo di tutti gli investigatori, C. Auguste Dupin &#8211; viene trovato in stato confusionale e con indosso vestiti non suoi. All&#8217;ospedale, prima di morire, pronuncia frasi incoerenti e grida più volte &#8220;Reynolds!&#8221;. Quentin Hobson Clark, ricco ammiratore dello scrittore, vuole scoprire la verità sulla sua morte. Si mette così sulle tracce di Auguste Dupont, l&#8217;investigatore francese presunto ispiratore del personaggio di Dupin. Ma quando lo rintraccia, a Parigi, scopre che Dupont è ormai l&#8217;ombra del brillante detective che è stato. Dopo averlo aiutato a ritrovare se stesso proprio attraverso le storie di Dupin, Clark lo convince a indagare sulla morte di Poe. E mentre spunta una altro candidato al ruolo di &#8220;vero&#8221; Dupin, Dupont e Clark si ritrovano trascinati in un terribile vortice di ricatti, omicidi e letteratura che li condurrà da Parigi a Baltimora in un crescendo di misteri e di scoperte.&#8220;*
Alla fine del libro, dopo aver scoperto un Poe, meno lascivo, forse meno poetico/decadente ma sicuramente più umano, più reale, più vicino a noi (e tra l&#8217;altro probabilmente astemio) l&#8217;autore spiega anche le sue indagini reali e quanto del romanzo è effettivamente frutto delle sue (e di altri) ricerche e quanto è stato inventato per dare un filo alla trama.
Ho trovato questo libro davvero avvincente, indipendentemente dal mio amore verso lo scrittore americano e consiglio davvero di leggerlo.

Edgar Poe, sul mio comodino.Notare il corvo sulla spalla.
*Dalla recensione di Feltrinelli
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		<title>Progetti di Scrittura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Giolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Oct 2024 11:33:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Oltre ai miei progetti di divulgazione e al mio libro &#8220;IA e Social: Istruzioni per l&#8217;uso&#8221; la cosa che ho fatto di più nella vita è probabilmente scrivere.Scrivo da quando ho memoria, il mio primo racconto era un fantascientifico ancora alle elementari, ho scritto poesie a partire dalle medie, ho scritto racconti ancora e infine [&#8230;]
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Oltre ai miei progetti di divulgazione e al mio libro &#8220;IA e Social: Istruzioni per l&#8217;uso&#8221; la cosa che ho fatto di più nella vita è probabilmente scrivere.Scrivo da quando ho memoria, il mio primo racconto era un fantascientifico ancora alle elementari, ho scritto poesie a partire dalle medie, ho scritto racconti ancora e infine mi sono dedicato al tentativo di scrivere romanzi.Non credo smetterò presto.


Vai a Fuori orarioLibri consigliatiTrovo la&nbsp;televisione&nbsp;molto educativa: appena qualcuno l&#039;accende vado in un altra stanza a&nbsp;leggere&nbsp;un&nbsp;libro.
Groucho Marx







Libri che mi incuriosiscono, che mi fanno pensare, che mi aiutano a capire meglio il mondo.In questa raccolta troverai soprattutto saggi e saggi divulgativi, letture che uniscono rigore e chiarezza, passione e metodo, idee e domande. Sono libri che mi hanno lasciato qualcosa, e che penso valga la pena raccontare.Se ti piacciono la conoscenza, la curiosità, il pensiero critico e quella sensazione meravigliosa che ti lascia un libro ben scritto, forse qui troverai qualche spunto per la tua prossima lettura.Vai a vedereI miei raccontiScrivere non c&#039;entra niente col fare soldi, diventare famoso, crearsi occasioni galanti, agganciare una scopata o stringere amicizie. Alla fine è soprattutto un modo per arricchire la vita di coloro che leggeranno i tuoi lavori e arricchire al contempo la propria. Scrivere è tirarsi su, mettersi a posto e stare bene. Darsi felicità, va bene? Darsi felicità.
Stephen King







Qui trovi raccolti alcuni dei miei racconti, sono solo anteprime, ma clicca sul titolo e troverai il testo completo. Oppure clicca qui per leggere un racconto a caso.Vai a vedereUn racconto a casoLeggi qui un racconto a caso...



Quando vuoi, clicca qui o aggiorna la pagina per leggere un altro racconto a caso!Vai a vedereLe mie poesieSe vostro figlio vuole fare lo scrittore o il poeta sconsigliatelo fermamente. Se continua minacciatelo di diseredarlo. Oltre queste prove, se resiste, cominciate a ringraziare Dio di avervi dato un figlio ispirato, diverso dagli altri.
Maria Grazia Deledda







Qui trovi raccolte alcune delle mie poesie, sono solo anteprime, ma clicca sul titolo e troverai il testo completo. Oppure clicca qui per leggere una poesia a caso.Vai a vedereUna poesia a casoLeggi qui una poesia a caso...



Quando vuoi, clicca qui o aggiorna la pagina per leggere un&#039;altra poesia a caso!Vai a vedereContrapposizioni - Edizioni Il FiloNon vado fiero di questa casa editrice, lo so, si tratta di editoria a pagamento con tutte le conseguenze del caso. Ero giovane, nel pieno della gioventù e della speranza di contare nel mondo, ma vado fiero di questo piccolo libretto.Dopo tanti anni, mi piace ancora. Mi ha insegnato tanto questa pubblicazione, sull&#039;editoria, sulla pubblicità, sull&#039;amore di quello che si fa e sul non svendere il proprio lavoro. 



Mi ha fatto pure vincere un paio di premi. Alla fine, è passato tanto tempo ma è stata una bella esperienza



Segnalazione di merito per un&#039;opera prima, Premio internazionale di poesia &quot;San Domenichino - Città di massa&quot;



Targa segnalazione di merito per un&#039;opera prima, Premio internazionale di poesia &quot;San Domenichino - Città di massa&quot;



Premio Nazionale di Letteratura e Teatro Nicola MartucciVai a vedere



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		<title>Divulgatore, formatore e fact-checker</title>
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					<description><![CDATA[Chi è Stefano Giolo?Sono nato a Verona nel 1982 e per anni ho creduto a tutto: misteri, complotti, poteri occulti. Poi ho imparato a fare una domanda semplice a ogni storia: come fa a stare in piedi? Da allora faccio il contrario di prima. Controllo. Di giorno guido un team di sviluppo software, quindi intelligenza [&#8230;]
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Chi è Stefano Giolo?Sono nato a Verona nel 1982 e per anni ho creduto a tutto: misteri, complotti, poteri occulti. Poi ho imparato a fare una domanda semplice a ogni storia: come fa a stare in piedi? Da allora faccio il contrario di prima. Controllo.



Di giorno guido un team di sviluppo software, quindi intelligenza artificiale e piattaforme digitali le vedo anche da dentro. Il resto del tempo lo passo a spiegarle, nelle aziende, nelle scuole, sui palchi e su staipa.it, il blog che scrivo da anni. Faccio parte del CICAP, del comitato di CICAP Scuola e del team di bufale.net. Ho scritto IA e Social: istruzioni per l&#8217;uso (Espress Edizioni, prefazione di Paolo Attivissimo).



Quando non spiego, scrivo, fotografo, suono e cammino. Non sempre bene, ma sempre con grande convinzione: trovi tutto in Fuori orario.








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